Contro tutti quanti mi difenderò, contro tutti quanti! Sono l’ultimo uomo, e lo resterò fino alla fine! Io non mi arrendo! Non mi arrendo!

Le ultime battute di Berenger che concludono il dramma Il rinoceronte (1959) di Eugène Ionesco.

La vita di una tranquilla cittadina della provincia francese è scossa dalle improvvise apparizioni, dapprima sporadiche, poi via via più frequenti, di rinoceronti. Gli abitanti del luogo sono infatti vittime di una singolare ed assurda metamorfosi: le loro fisionomie umane mutano in quelle degli enormi pachidermi. Il comune imbestiamento risparmia un solo individuo, Berenger, l’unico che sin dall’inizio, sin dal primo dialogo con l’amico Jean non si dimostra standardizzato, ma dotato di una propria individualità che trascende le regole sociali, le norme precostituite. Berenger potrebbe unirsi a Daisy, la collega della quale è innamorato, ripopolare il mondo e fondare così una nuova stirpe di uomini, ma anche la donna è vittima della terribile sindrome di rinocerontite.

È questa la trama di una delle più celebri ed importanti opere, intitolata appunto Il rinoceronte (1959), di Eugène Ionesco (1909-1994), insieme a Samuel Beckett tra i maggiori esponenti del teatro dell’assurdo.

Il rinoceronte è una violenta critica contro ogni forma di opportunismo, di doppiogiochismo, di standardizzazione, di radicalismo ideologico e di fanatismo, ed è uno straordinario esempio di teatro anti-borghese, che si scaglia senza mezzi termini contro le convenzioni ed i luoghi comuni.

Di seguito, vi proponiamo la lettura della parte finale del terzo atto, quello che conclude il dramma, in cui anche Daisy cede alla rinocerontite e Berenger resta l’ultimo uomo a tentare una coraggiosa, ma vana resistenza.

BERENGER Ebbene, malgrado tutto, ti giuro che non mi arrenderò mai, non mi arrenderò mai, io!
DAISY (si alza e va verso Berenger. Lo abbraccia) Povero amore, resisterò con te, fino alla fine!
BERENGER Davvero? Ci riuscirai?
DAISY Ti do la mia parola. Abbi fiducia in me.

Rumori di rinoceronti. Sono melodiosi e musicali.

Li senti? Cantano.
BERENGER No, non cantano: barriscono.
DAISY Cantano!
BERENGER Ti dico che barriscono.
DAISY Ma sei pazzo: cantano!
BERENGER Allora non hai orecchio!
DAISY Tu non capisci niente di musica, povero amore, e poi, guarda: giocano, ballano.
BERENGER Lo chiami un ballo, questo?
DAISY È il loro modo di ballare. Come sono belli!
BERENGER Sono orrendi!
DAISY Non ti permetto di insultarli. Mi offendi!
BERENGER Scusa. Non vorrai che ci mettiamo a litigare per loro?
DAISY Sono meravigliosi, divini!
BERENGER Ma Daisy, esageri: guardali bene!
DAISY Non esser geloso, tesoro. Perdonami anche tu. (Va verso Berenger per abbracciarlo, ma ora è lui che si scosta).
BERENGER Devo constatare che le nostre idee sono assolutamente all’opposto. Finiamola di discutere!
DAISY Che mentalità meschina!
BERENGER Che mentalità stupida!
DAISY (a Berenger che, voltandole la schiena, si osserva allo specchio, si squadra con attenzione) La vita in comune non è più possibile. (Mentre Berenger continua a guardarsi, si dirige adagio verso la porta, dicendo) Sei cattivo con me, sei proprio cattivo! (Va via. La si vede scendere lentamente la scala).
BERENGER (sempre guardandosi allo specchio) In fondo un uomo non è poi tanto brutto! E dire che come uomo non sono una bellezza. Credimi, Daisy! (Si volta e non la vede) Daisy! Daisy! Dove sei, Daisy! Non farai anche tu questa pazzia! (Si lancia verso la porta, gridando) Daisy! (Giunto al pianerottolo, si sporge dalla ringhiera) Daisy! Torna indietro, Daisy! Non hai neanche mangiato… Daisy, non lasciarmi! Me lo avevi promesso! Daisy! Daisy!… (Rinuncia a chiamarla. Con un gesto di sperazione, rientra nella stanza) Naturalmente. È logico. Non ci si capiva più… una coppia disunita… non era più possibile tirare avanti, così… Ma non avrebbe dovuto lasciarmi senza una spiegazione… (Si guarda intorno) Se n’è andata così, senza una parola… Non è il modo di fare! E adesso sono proprio solo. (Va a chiudere la porta a chiave, con cura, ma con rabbia) Ma non mi arrendo! (Chiude con cura le finestre) Avete capito? Non mi arrendo! (Si rivolge a tutte le teste di rinoceronte) Non vi seguirò mai, non vi capisco! Resterò quello che sono… Sono un essere umano. Un essere umano! (Va a sedersi in poltrona) Ah, che situazione impossibile! È colpa mia se lei se ne è andata. Ero tutto per lei… che le succederà, adesso?! Ah… ancora una persona sulla coscienza! Devo immaginarmi il peggio, perché il peggio è possibile… Povera bambina abbandonata in questo mondo di mostri! Nessuno può aiutarmi a ritrovarla, nessuno, perché non c’è più nessuno!

Nuovi barriti, corse sfrenate, nuvole di polvere.

Non voglio sentirli… Meglio mettere del cotone nelle orecchie. (Si mette del cotone nelle orecchie e si parla da solo allo specchio) Non c’è altra via che tentare di convincerli… già, ma convincerli di che? E queste metamorfosi, saranno reversibili? Eh? Saranno reversibili? … Sarebbe una fatica d’Ercole, al di sopra delle mie possibilità. E, prima di tutto, per convincerli, bisognerebbe parlare con loro… Ma per parlare, dovrei imparare la loro lingua… O forse loro impareranno la mia?… Ma che lingua parlo, io? Qual è in realtà la mia lingua? È italiano, questo? Sì, dev’essere italiano. Ma che cos’è poi l’italiano? Possiamo anche chiamarlo italiano, se vogliamo, tanto nessuno può contraddirmi: non solo a parlare. Ma che sto dicendo? Che dico? Riesco ancora a capirmi, poi? (Va verso il centro della stanza) E se, come diceva Daisy, fossero proprio loro ad aver ragione? (Si volta verso lo specchio) Eppure un uomo non è brutto, un uomo non è brutto! (Si osserva, passandosi la mano sulla faccia) Che strano essere, però! Chissà mai a che cosa assomiglio… (Si precipita verso uno scaffale e ne estrae delle fotografie che sfoglia febbrilmente) Fotografie! Ma chi sono tutti questi tipi?! Il signor Papillon, oppure Daisy? E questo qua? Sarà Botard? Dudard? Jean? Che sia io?… (Si precipita di nuovo verso lo scaffale e ne estrae due o tre ritratti) Sì, adesso mi riconosco: sono io! io! io! (Va ad appendere il ritratto sulla parete di fondo tra le teste di rinoceronte) Sono io! Sono proprio io!

Mentre l’appende, vediamo che i ritratti raffigurano un vecchio, una donna grassa e un altro uomo. La bruttezza delle persone ritratte contrasta ora con le teste dei rinoceronti che sono diventate molto belle.

(Fa un passo indietro per osservare meglio i quadri) No, non sono bello, non sono per niente bello! (Stacca i quadri, li getta per terra con ira, va verso lo specchio) Sono loro che sono belli! Avevo torto! Ah, vorrei essere come loro! Non ho niente in testa, neanche un corno! Com’è brutta la mia fronte così piatta, liscia… ci vorrebbero un corno o due, così anche i miei tratti risalterebbero meglio… Chissà, forse spunteranno, e allora non mi sentirò più così umiliato, potrò andare a raggiungerli… Ma no… le corna non spuntano… (Si guarda le palme delle mani) Le mie mani sono sudate… che schifo! Chissà se diventeranno grosse, rugose… (Si toglie la giacca, sbottona la camicia, osserva il petto allo specchio) Ho la pelle tutta flaccida. Ah, questo corpo così bianco e peloso! Come vorrei avere una pelle ruvida, e quel magnifico colore verde scuro… come vorrei avere un nudo decente, senza peli, come il loro! (Ascolta i barriti) Il loro canto è attraente, forse un po’ rauco, ma certo attraente! Se potessi anch’io cantare così! (Cerca di imitarli) Aah! aah! Brr!… ma gli urli non sono barriti! Come mi sento in colpa! Avrei dovuto seguirli quand’ero ancora in tempo! Troppo tardi, adesso! È finita, sono un mostro! Sono un mostro! Non diventerò mai più un rinoceronte, mai, mai, mai!… Non posso più cambiare. Vorrei tanto, ma non posso, non posso! E non posso più sopportarmi, mi faccio schifo, ho vergogna di me stesso! (Si volta, spalle allo specchio) Come sono brutto! Guai a colui che vuole conservare la sua originalità! (Ha un brusco sussulto) E allora, tanto peggio! Mi difenderò contro tutti! La mia carabina, la mia carabina! (Si volta verso la parete del fondo dove si vedono le teste di rinoceronte. Urlando) Contro tutti quanti mi difenderò, contro tutti quanti! Sono l’ultimo uomo, e lo resterò fino alla fine! Io non mi arrendo! Non mi arrendo!

Sipario

Trad. it. di C. Beridan, in E. Ionesco, Teatro, Einaudi, Torino 1961.

Nelle Note al testo dell’edizione scolastica americana dell’opera teatrale, lo stesso Ionesco scrive: «Il rinoceronte è soprattutto un’opera contro gli isterismi collettivi e le epidemie che si celano sotto il manto della ragione e delle idee, cioè contro un genere di malattie alle quali le ideologie non forniscono che gli alibi: se ci accorgiamo che la storia sragiona, che le menzogne propagandistiche hanno la funzione di mascherare le contraddizioni esistenti tra i fatti e le ideologie che le giustificano, se siamo capaci di guardare attorno con occhio lucido, per questo solo riusciamo a non soccombere alle “ragioni” irrazionali». Ed in questo senso, lo stesso drammaturgo francese di origini romene, dichiara di dover interpretare l’opera teatrale come una dura e singolare critica al nazismo, il regime totalitario percepito come uno dei massimi momenti di sragionamento della storia.

Berenger è l’unico uomo a rifiutare l’omologazione, la standardizzazione. Non si lascia sedurre dall’ammaliante richiamo dei rinoceronti. Il suo grido conclusivo, «Io non mi arrendo! Non mi arrendo!», è uno straordinario atto di volontà, di libertà. Il coraggioso protagonista, superata con successo la delicata fase della tentazione, dovuta soprattutto alla disperazione, vuole preservare e difendere ad ogni costo la propria individualità, la propria indipendenza, pur sapendo di dover pagare a caro prezzo una tale e impavida decisione, con un isolamento ed una solitudine pressoché totali, giacché tutti gli altri rappresentanti della sua specie hanno subito la metamorfosi.

Berenger è il portavoce di un messaggio eccezionale: la resistenza ad oltranza contro ogni forma di rinocerontite. Rinocerontite che al giorno d’oggi è più che mai diffusa nella nostra società spersonalizzata, in cui l’individuo sempre più raramente è definibile tale. È allora necessario raccogliere l’eredità di Berenger, fare nostro il suo messaggio e resistere, senza temere isolamenti e solitudini, preservando la nostra libertà, la nostra indipendenza e la nostra individualità. E senza neppur temere l’inevitabile disfatta, perché in fondo la resistenza del protagonista del Rinoceronte è fondamentalmente vana, inutile, non è rimasto che lui come uomo, le bestie invece sono moltissime e prolifereranno.

È così, c’è poco da fare. La nostra resistenza, per quanto appassionata ed autentica, non cambierà le cose. I rinoceronti resteranno sempre la stragrande maggioranza, ma almeno, almeno – e forse questa è solamente una magra consolazione – sapremo di aver reso dignitosa, resistendo ed opponendoci, la nostra esistenza comunque futile.

In copertina: Salvador Dalí, Rinoceronte vestito di pizzo, 1955, Puerto José Banús, Marbella.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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