Amore è nemico di amore. Da amore nasce la vita, ma assieme nasce l’antivita. Tutto che di male è nel mondo, viene dall’amore che spinge gli uomini a unirsi per generare. Creda a me che sono Psiche ossia l’anima liberata dall’amore. Solo alla fine di ciò che gli uomini chiamano amore, il vero amore nascerà.

Alberto Savinio, La nostra anima, 1944.

Al fortunatissimo mito di Amore e Psiche, reso celebre dalle Metamorfosi di Apuleio, Alberto Savinio dedicò due opere: Angelica o la notte di maggio, del 1927, e La nostra anima, del 1944.

Nel primo libro il barone Rothspeer si invaghisce della bellissima Angelica, appartenente a una famiglia povera, e la sposa, ricorrendo a quelle razionali e fredde tecniche di compravendita che è solito attuare quando vuole ottenere ciò che desidera. Anche in questa circostanza il barone riesce a raggiungere il suo scopo, ma, pur sposando Angelica (incarnazione dell’immaginazione – componente del tutto sconosciuta a Rothspeer e alla sua classe abbiente – e dell’arte), non riuscirà mai a possederla. Così, in una notte di maggio (da qui il titolo), il barone scopre al fianco della consorte Eros, al quale rabbioso spara. Il dio, inveendo contro l’umanità intera, si dissolve nel nulla. Dunque, rispetto a quanto avviene nel mito, non è Psiche la causa della fuga di Amore, bensì il geloso Rothspeer, simbolo delle convenzioni, dei conformismi, maschio calcolatore incapace di fantasticare.

Rispetto ad Angelica o la notte di maggio, nel successivo La nostra anima i toni si fanno più provocatori e caustici, offensivi e sfrontati, cattivi e aggressivi.

A Salonicco – siamo nel 1917, mentre la guerra infuria -, prima di recarsi al bal de têtes organizzato dal console di Russia, l’illustre dottor Sayas, l’avvenente Perdita [1] e l’immancabile Nivasio Dolcemare (proiezione letteraria dello stesso Savinio, del resto il nome del personaggio non è altro che l’anagramma dello pseudonimo di Andrea de Chirico) decidono di visitare il museo dei manichini di carne. Ed ecco che i tre entrano in quello che il dottore definisce il «primo quadro». Si tratta in realtà di una cella molto simile a quelle nelle quali negli zoo sono rinchiuse le bestie.

«Sayas aprì la porta con autorità e si scansò per lasciar passare Perdita. Nivasio Dolcemare fu investito da un fetore tra di pollaio e di gabbia di conigli. La stanza era glauca di luce acquariana e così spoglia sia di abitatori sia di mobili, che Nivasio Dolcemare a tutta prima si domandò che ci fosse da vedere in quel vuoto. Sayas entrò nella stanza con passo pratico del luogo e camminò sicuro verso il fondo. Nivasio Dolcemare era tormentato da una impressione di zoo. Le vetrine dei serpenti a prima vista sembrano vuote, e solo dopo un attento esame scopriamo il rettile arrotolato in un angolo, mimetizzato e confuso con la rena sulla quale giace. Un lieve gelo corse a zig zag per la spina di Nivasio Dolcemare. Il pavimento era sparso di palline nere simili a olive, nelle quali Nivasio Dolcemare riconobbe gli escrementi di alcun piccolo mammifero affine alla capra. Sayas schiacciava senza riguardo gli escrementi sferiformi sotto la triplice suola delle sue scarpe scricchiolanti, mentre Nivasio Dolcemare, per profonda diversità di temperamento, si studiava di scansarli camminando in punta di piedi. La “bestia” dunque c’era ed era là, in quella stanza, denunciata dai suoi escrementi e dal suo fetore» [2].

L’angusta, sporca e puzzolente cella è la dimora di Psiche.

«Una fanciulla era accosciata sul pavimento sordido, le gambe ripiegate e i calcagni riuniti sotto le rosate rotondità del sedere, il corpo poggiato in abbandono al muro come un oggetto dimenticato, verso il quale anche il volto era rivolto».

Il corpo di Psiche è ricoperto di strani segni che a un primo impatto ricordano dei geroglifici. Nivasio, incuriosito, prende il binocolo e osserva meglio. Ciò che vede è straordinario, probabilmente il più grande colpo di genio di Savinio in questo racconto: sulla carne di Psiche sono incise nomi, date e frasi lasciate dai turisti in visita al museo.

«Nivasio Dolcemare riuscì a leggere alcune di quelle iscrizioni: “Giuseppe e Anita Garibaldi, maggio 1848”, “Abbasso la Massoneria”, “Fesso chi legge”.
Accanto a queste iscrizioni corrive che ciascuno di noi può leggere sul muro di qualunque città d’Italia, altre ne trovò Nivasio Dolcemare che lo colpirono profondamente. Al sommo della spalla destra, la seguente quartina era stata tracciata evidentemente con la punta di uno spillo e riempita di polvere da sparo:

E traccia sul mare
Un filo d’amore
L’appalide faccia
Dell’ultime ore.

Nivasio Dolcemare stette a pensare se “appalide faccia” non fosse per caso una corruzione di “pallida faccia”, ma prima di risolvere questo piccolo problema filologico passò a un’altra iscrizione. Questa era tracciata sulla spalla destra e diceva: “Stanotte, 8-9 maggio 1793, ho amato Carlotta in maniera che certamente mi varrà una severa redarguizione di padre Lasagna, ma quale differenza dalla maniera solita! Tardami di ricominciare”. Questa dichiarazione che Nivasio Dolvemare avrebbe voluto non avere mai letta e noi per parte nostra non avere mai scritta, era firmata: “Conte Adalberto di Left-Kòkilon”. Sulla chiappa destra della fanciulla, Nivasio Dolcemare trovò questi due quinari:

Ondivago mare,
Sei pronto a salpare?

ai quali facevano seguito alcune righe di prosa: “A udire questo invito, il mare senza por tempo in mezzo si arrotolò dalla riva all’orizzonte come un tappeto, e lasciò nude le miserie, le vergogne, le sozzure che la terra nasconde sotto il liquido manto. A vedersi scoperta e così brutta, la terra sciolse in pianto ed è facile capireche il pianto della terra non è se non una pioggia capovolta, che dalla terra cade sul cielo”. Questo breve componimento non era firmato, ma dalla sigla in forma di stella pentagona Nivasio Dolcemare arguì che era o di Cocteau o di qualche suo imitatore. Dalla chiappa Nivasio Dolcemare passò alla coscia destra.

Lingua ti prende immèrope
Agrìgenti boscosi.

Questo distico era firmato “Francesco Petracco”, ma Nivasio Dolcemare non stentò a capire che si trattava di versi apocrifi.
Sotto i versi apocrifi di Francesco Petrarca, Nivasio Dolcemare trovò questa coraggiosa sentenza firmata Il pensatore senza pensiero: “Se vuoi combattere i dittatori, comincia dal primo dittatore: Dio”.
Nivasio portò il raggio del binocolo sulla coscia sinistra e ivi trovò una quartina seguita dalla sua prosa, come la stella cometa dalla sua coda:

E parlano nel cielo pensieri di giganti
Cui piena ancor di sua saggezza antica
Risponde la foresta
Rizzandosi in punta di radici.

“Allora, di sotto la foresta sollevata in punta di radici e simile al quarantenne metodico e curante della propria salute che la mattina compie il noto esercizio di ginnastica da camera che consiste a sollevare il corpo prono poggiando sul pavimento soltanto le dita dei piedi e delle mani, tutta la parte primordiale e più grumosa, più umida, più oscura del nostro pensiero accumulato da secoli scappò fuori ansioso di vedere finalmente la luce, e disse la cosa più dantescamente profonda che si possa dire. Disse: ‘Intestino cieco’”. Non c’era firma, il che confermò a Nivasio Dolcemare che le cose più importanti sono anonime.
Pure sulla coscia sinistra, ma più vicino al ginocchio, Nivasio Dolcemare trovò questa dichiarazione di cui nessuno vorrà negare la storica importanza: “Per diminuire l’eccessiva sudazione dei piedi regali, ho rispettosamente consigliato a Sua Maestà i pediluvi di aceto”. Era firmato: “Francesco Postanchi, barbiere di S. M. Federico II, Re di Prussia”.
Sulla pianta del piede destro a stento Nivasio Dolcemare decifrò il seguente distico, deformato in parte dalle pieghe della pelle:

Mina,
Anima fina.

E sulla pianta del piede sinistro:

Che rimane?
Arimàne.
Ma se pronuncia Arìmane
Che rìmane?

Scoprì ancora Nivasio Dolcemare sulla gamba destra: “L’ho guardata attraverso il buco della serratura. Si stava cacciando fuori dal corpo un serpe nero, e nello sforzo della deserpazione rideva come una zerpa. Le ho gridato attraverso l’uscio: ‘Spero bene che non vorrai venire a tavola senza esserti lavate le mani’. E colei di dentro: ‘Che discorsi! Mica l’ho preso con le mani, io!'”.
Sulla parte interna della coscia era scritto: “Seguimi fedelmente fino in fondo e conoscerai quello che nessuno ancora ha conosciuto, ossia che…”. A questo punto lo scritto penetrava tra coscia e coscia deviando leggermente verso il sesso della fanciulla, e Nivasio Dolcemare non poté conoscere quello che nessuno ancora ha conosciuto. […]
Lesse infine Nivasio Dolcemare intorno al polso della fanciulla questa frase in forma di braccialetto: “Velt chimòseon stoà ramnèsi fata”, e questa frase gli piacque di più di tutte le altre, perché non capiva che volesse dire».

Psiche è l’anima, la nostra anima, come chiarisce Savinio in un illuminante articolo pubblicato nel 1948 sulla «Fiera letteraria»: «L’avvenimento più importante del nostro tempo, la vera rivoluzione del nostro tempo è il passaggio da anima a psiche e io non considero rivoluzionari se non coloro che sentono e attuano questa rivoluzione perché da questa rivoluzione nascono le altre. L’anima ci era data da Dio e ci era ripresa da Dio, la psiche invece è di nostra esclusiva proprietà» [3].

Come un domatore Sayas esorta Psiche a parlare, a narrare la propria storia. La fanciulla finalmente si volta verso i visitatori ed esibisce un lungo becco da pellicano [4], «pendulo per mezzo metro giù dalla faccia della fanciulla, e che le conferiva una espressione malinconica e inconfondibilmente tonta».

Psiche inizia il singolare racconto correggendo Apuleio: il padre non era re, ma «primo pornografo al ministero di Grazia e Giustizia». Savinio in nota chiarisce la stranezza: «Non siamo riusciti a capire che cosa Psiche volesse intendere per “primo pornografo”. Abbiamo pensato a tutta prima che per pornografo si dovesse intendere stenografo, ma per quanto usata agli strafalcioni, è dubbio che Psiche confonda due parole così diverse. Abbiamo finito per capire che pornografo è la parola esatta, e che al ministero di Grazia e Giustizia c’è effettivamente un servizio di pornografia, ma rigorosamente celato ai profani».

La storia di Psiche è un feroce e spietato attacco alla società borghese, ridicolizzata senza pietà. Con un’ironia corrosiva, acida Savinio caricaturizza e sbeffeggia convenzioni e costumi.

Le due sorelle – struzzo e papera – riescono dopo varie difficoltà a sposarsi, e per ultima tocca a Psiche. Decide di prenderla in sposa colui che si definisce «l’uomo più potente dell’universo», «il Signore di Tutto», Amore ovviamente. Esilaranti i consigli che le dà la madre quando sta per lasciare la casa paterna e trasferirsi nella sfarzosa dimora del coniuge.

«”Lustrati bene le cosce con la cera, perché coscia passata alla cera è il primo requisito di una moglie che si vuole far rispettare; ricordati però di avvertirne tuo marito, perché se lui, Dio ne guardi scivola e si storce il pellardello, chi ci va di mezzo sei tu. Cambiati il pelo almeno ogni settimana, perché moglie che offre al marito più di due volte lo stesso pelo, presto viene a fastidio. Scegli preferibilmente l’agnellino rasato, che di tutti è il pelo più conveniente e di rendimento più sicuro. Profumati con i tuoi propri odori, perché moglie inodora a letto svapora. Datti il rossetto a quella parte del corpo che uomo non ti ha ancora guardata, ma leggero perché tuo marito non possa dire: Ho sposato una donna che ama i voltafaccia”».

Come nel mito Psiche infrange il divieto di non vedere il marito. Trova l’interruttore e… Ma a questo punto la patetica Perdita la interrompe.

«”Allora vedesti la leggiadra chioma della testa d’oro, madida di ambrosia, il collo di latte e le guance purpuree graziosamente incorniciate dalle ciocche dei capelli sciolti, sparsi sul petto e sulle spalle, e sfolgoranti al punto che perfino il lume della lucerna vacillava”.
Presa alla sprovvista, Psiche tacque e fissò Perdita. Il suo occhio rotondo di uccello, per lo stupore maggiormente si arrotondò.
“Sulle spalle dell’alato dio” continuava intanto Perdita, esaltandosi e accendendosi in viso “ali rugiadose biancheggiavano di sfavillante splendore e benché fossero ferme, tremolavano di continuo e palpitavano alle estremità scherzose piumoline. Il resto del corpo era liscio e bello…”».

Niente, niente di tutto questo. La realtà dei fatti è un’altra, ben più grezza, e Psiche senza remore la urla in faccia ai visitatori.

«”Balle!” grida la sposa di Amore. “Sciocchezze! Sciocchezze e falsità! Ecco gli effetti della propaganda! Ecco a che portano le menzogne di uno spudorato romanzatore! Chioma leggiadra! Testa d’oro! Collo di latte! Guance purpuree!… Povera me! Povere noi! Povere tutte noi donne!… Avrei voluto che la lampadina sopra il mio letto spandesse raggi di tenebra, anziché raggi di luce. E prima di tutto mettiamo le cose a posto: non era una lucerna come dice Apuleio per fare il dannunziano, ma una comunissima lampadina di venticinque candele tipo mignonne. Avrei voluto che la lampadina si fulminasse. Che l’interruttore si guastasse. Che le valvole si bruciassero. Avrei voluto che la luce si spegnesse per sempre sul mondo. Che il sole si consumasse di colpo in una immensa e definitiva fiammata. Che dalla torcia di resina alla lampada al neon, tutti i sistemi di illuminazione sparissero improvvisamente, per nascondermi quello che io vidi allora: la cosa più brutta, più stupida, più avvilente, più sconcia, più informe, più bestiale, più inumana, più ridicola, più immonda, più illogica, più grottesca, più oscena, più inguardabile che occhio umano abbia mai veduta!…
“E quello era mio marito! Quello il Signore di Tutto! Quella la fonte della vita, l’origine di tutto che nasce quaggiù e respira, e guarda, e parla, e ascolta, e sente, e pensa, e soffre, e gioisce, e ama, e spera, e si allegra, e s’attrista, e crede, e s’illude! Quello il dominatore del mondo! Quella la vetta cui noi donne aneliamo fino dall’alveo di nostra madre! Quella la radice di vita cui noi aspiriamo fino dal caos della prenascita! Quello il nostro destino! Quello la Vita! Quello l’Amore!
“Non potevo credere. Guardavo e non vedevo. Continuavo a guardare e non riuscivo a persuadermi. Dubitai della luminosità della luce. Pensai che l’occhio mi tradisse, che il mio fedele occhio di pellicano si prendesse gioco di me, e proprio nella cosa più importante, nella cosa principale, fondamentale, radicale (siate etimologhi, signori) della mia vita. Mi parve a tutta prima un mostruoso errore. Che una bestia immonda si fosse sostituita nel buio a mio marito. Che un viscido lumacone, un bruco calvo avesse preso il posto di colui che, invisibile, mi dava tanta felicità, tanto piacere, tanto calore, tanto germe di vita e che così completamente mi colmava di sé, che la sua vita ormai era la mia e lui io.
“E mio marito, allora? L’invisibile amato? Il caro me stessa? La parte migliore e più preziosa di me? Il mio bene, la mia gioia, il mio piacere, il mio gioco, la mia forza, il mio tutto?…
“Ahimè! Perché non poter tornare indietro? Perché non poter cancellare quello che è? Perché non poter fuggire tanto avanti, da sommergere quello che è nella oscurità dell’oblio?
“Subito che ebbi fatta luce, mio marito… Ma perché dico ancora ‘mio marito’? Io non devo, io non voglio, io non posso dare ancora il nome di marito a quel lombrico schifoso e grottesco… Subito che ebbi fatta luce, quello già dormiva, ma turgido ancora e ansante della fatica portata poco stante a termine. Paonazza tuttavia la testa, potentemente cupolata e svasata alle ganasce a imitazione dell’elmetto di guerra dei soldati tedeschi, priva così di occhi come di naso e solo di bocca fornita, muta e verticale come la bocca della torpedo ocellata. Il suo corpo tubolare, sul quale s’incordavano e palpitavano grosse vene turchine, e privo sia di braccia, sia di gambe, sia di ali posava goffo e squilibrato sopra due borse rigonfie e lustre, simili alle borse di una doppia ciaramella.
“Si rilassava a poco a poco il lumacone e allentava nel sonno, piegandosi di lato come esausto, simile a un angue morente che si lascia rotolare già per una china. Cedeva il palpito, impallidiva la testa, calava il turgore. Le stesse borse si sgonfiavano e allungavano, perdevano il lustro e si rigavano di rughe, quasi attraverso un invisibile meato e senza sibilo perdessero l’aria che le aveva empite e arrotondate. Il molle cilindro si riduceva e deformava.
“Con movimento lento e regolare, la testa a elmo si tirò fin sulla bocca attonita e sdentata la pelle del collo e se ne fece cappuccio, onde a rivelare la sua timida presenza non rimase se non il rigonfiamento torno torno delle branche. E colui che poco innanzi ergeva l’orgoglioso capo e inarcava le reni, ora giaceva umiliato e sfatto, avvolto nella propria pelle come un morticino nel sudario. Questo è l’Amore, signori. Questo è quanto rimane dell’Amore. Ecco perché Amore non vuol essere guardato in faccia”».

È l’organo sessuale del coniuge a fare ribrezzo a Psiche. La melodrammatica Perdita, sconvolta, si oppone, e sviene, senza ascoltare il prezioso consiglio della fanciulla.

«”Sorella, tu dici che non è vero? Provati a guardare. Tu sei giovane. Voli ancora sulle ali dell’illusione. Ascolta il mio consiglio. Innamorati se così ti piace del tuo chirurgo, ma non gli guardare i ferri del mestiere”».

Interviene allora Nivasio Dolcemare, e chiede chiarimenti a Psiche, che termina così di distruggere a colpi di piccone il mito, e non solo quello.

«”Mi consenta una domanda. È stato detto che lei, dopo che suo marito se ne fu andato, fece un lungo pellegrinaggio, superò le prove imposte da sua suocera, scese persino tra gl’inferi e finalmente, accolta sull’Olimpo tra gli dèi, vi ritrovò Amore e si unì in matrimonio con lui”.
“Fandonie” rispose Psiche. “Apuleio era uno sciocco che praticava un ottimismo di maniera, e credeva che per rendere le storie più gradite ai lettori, bisogna adornarle di lieto fine. Come se bastasse questo per nascondere la verità! Mio marito io non l’ho più visto e mi guardo bene di andarlo a cercare. L’ultima volta che ci siamo veduti, fu quando egli uscì volando dalla finestra e andò ad appollaiarsi sul ramo di un albero, di dove mi gridò la sua minaccia: Te vero tantum fuga mea punivero. Povero scemo! Fuggendo da me, non sapeva davvero che regalo mi faceva. Dette quelle parole, egli batté le ali e tutto ciondoloni se ne volò. Mi hanno detto che nasce da qui l’abitudine di chiamare il dio d’Amore col nome di Uccello”».

Nivasio, ostinato, domanda a Psiche se la separazione di anima e amore influisca negativamente sul mondo. La fanciulla rivela allora la chiave per il raggiungimento del vero amore. È probabilmente il passo più poetico dell’intero racconto.

«”No” rispose Psiche con fermezza. “Lo escludo. Amore è nemico di amore. Da amore nasce la vita, ma assieme nasce l’antivita. Tutto che di male è nel mondo, viene dall’amore che spinge gli uomini a unirsi per generare. Creda a me che sono Psiche ossia l’anima liberata dall’amore. Solo alla fine di ciò che gli uomini chiamano amore, il vero amore nascerà”».

Insaziabile Nivasio chiede a Psiche cosa sia questo fantomatico vero amore – è la sua ultima curiosità. La fanciulla sta per rispondergli, «Il vero amore…», ma il dottore, esortato da una Perdita nel bel mezzo di una crisi di nervi, spiaccica con la suola delle sue scarpe lucidissime il filo della corrente e spegne Psiche.

Nella Nostra anima Savinio attua un’opera di rivisitazione e ammodernamento del mito che ha la forza di un ordigno e una straordinaria potenza eversiva. La società virile e maschilista dell’epoca – è bene ricordare che siamo nel 1944 e l’Italia, ridotta a brandelli, viene da vent’anni di fascismo – ne esce distrutta.

Ecco Savinio in cosa trasforma la struggente Psiche esaltata da Apuleio e immortalata da Canova, in una irriverente fanciulla col becco di pellicano, rinchiusa in una cella e circondata dai propri escrementi, sfregiata in tutto il corpo dalle frasi dei turisti e che fugge inorridita alla vista del cazzo sgonfio, scarico dell’amante tutt’altro che divino.

NOTE

[1] Perdita è amante di Nivasio Dolcemare e paziente di Sayas. Si è rivolta al dottore per curare le emorroidi. Durante la visita Sayas la fa spogliare e accomodare su un lettuccio. Quindi inizia «a cercare col dito le emorroidi della sua nuova e bella cliente, in luogo nel quale a conoscenza d’uomo questi ingorghi sanguigni non sono mai fioriti». Più avanti Savinio sarcasticamente si domanda se sia «concepibile tanta ignoranza dell’anatomia in uomo che passava per il primo medico di Salonicco».

[2] Questo e i successivi passi citati sono tratti da Alberto Savinio, La nostra anima, Adelphi Edizioni, Milano 1981.

[3] Silvana Cirillo, Savinio. Un temperamento aereo, Edizioni Ponte Sisto, Roma 2013, p. 74.

[4] Celebri i ritratti animaleschi di Savinio. Un aspetto questo, della corrispondenza tra uomo e animale, ispiratogli dalla lettura e dallo studio del filosofo austriaco Otto Weininger.

In copertina: le due litografie disegnate da Alberto Savinio per la prima edizione, di appena trecento esemplari, della Nostra anima.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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