Il saggio Espressionismo dello scrittore austriaco Hermann Bahr (1863-1934), pubblicato nel 1916, è un testo necessario per comprendere appieno, per cogliere l’essenza dell’omonima tendenza artistico-letteraria che ha caratterizzato, anzi incendiato il Novecento.

Secondo Bahr una delle principali peculiarità dell’Espressionismo sta nella sua enorme e prepotente carica innovativa. «[…] l’espressionista cerca ciò che non trova esempi nel passato: spunta un’arte nuova. E chi vede un quadro espressionista, di Matisse o Picasso, di Pechstein o Kokoschka, di Kandinsky o Marc, di futuristi italiani o boemi non può non approvare: li trova veramente senza precedenti».

Gli espressionisti violentano, «violentano la realtà, violentano l’evidenza, violentano il mondo dei sensi». E tale violenza, particolarità dell’avanguardia, genera inevitabilmente l’indignazione: «tutto ciò che si era dipinto finora e rappresentava il senso della pittura, appare qui negato, mirando a qualcosa che non si è mai tentato da quando si è cominciato a dipingere». Legato ancora ad un anacronistico e prosaico principio d’imitazione, «lo spettatore sostiene che ciò che non è attestato dalla natura, ma addirittura intenzionalmente la contraddice, non potrà mai essere arte, mentre l’espressionista afferma che proprio questo è arte ed è la sua arte». A sua volta lo spettatore indignato «ribatte veemente che il pittore non può dipingere niente se non quel che noi vediamo», e l’espressionista allora «assicura: anche noi dipingiamo se non quello che vediamo!». E qui sta il problema, proprio qui, perché spettatore e artista «non possono intendersi su ciò che significa vedere. Quando parlano di vedere, pensano a cose molto diverse». A questo punto Bahr affronta la spigolosa questione ponendo e ponendosi una domanda apparentemente scontata, ma che in realtà cela nella risposta una nuova, rivoluzionaria visione dell’arte e della vita in generale: cosa significa vedere?

«Il vedere si compone sempre di due attività, una esterna e una interna, una che è compiuta sull’uomo e una che compie lui stesso. Per poter vedere, deve accadere innanzitutto qualcosa all’esterno; deve penetrare in noi stessi, colpendoci con uno stimolo. Appena rispondiamo, ci colpisce. Il primo a rispondere è l’occhio. Non solo subisce e riceve lo stimolo, lasciando che questo avvenga, ma subito reagisce ad esso; lo accoglie, ce lo annuncia, lo trasmette e lo invia al nostro pensiero: lo stimolo diviene sensazione, la sensazione si fa consapevole e si inserisce nella nostra mente».

Sono dunque due le forze che agiscono l’una sull’altra, una esterna e l’altra interna, quest’ultima propria dell’individuo. Tuttavia solo dal loro incontro può scaturire qualcosa. Ovviamente la «percezione» è qualcosa di soggettivo, differente da individuo a individuo, «a seconda che vi prenda parte in misura minore o maggiore, che l’occhio eserciti un’azione autonoma e si considerino il livello della sua attenzione, la vastità della sua esperienza, la forza del pensiero, l’ampiezza delle sue conoscenze». Si tratta di «condizioni», e basta che una sola di queste muti per mutare l’intera «percezione». Coloro che sono consapevoli di tali «condizioni» – nella maggior parte dei casi l’uomo non ne se ne rende conto – possono decidere di cambiarle. A questo punto «bisogna vedere se ripone maggiore fiducia nel mondo esterno o in se stesso. Perché tutti i rapporti umani si determinano in base a questo». Bahr generalizza e poi precisa che l’uomo, non appena giunge alla distinzione tra il mondo e la propria interiorità, «non ha altra scelta che ritirarsi dal mondo in se stesso o rifuggire da se stesso riparando nel mondo o porsi alla fine al limite fra i due; queste sono le tre posizioni dell’uomo di fronte ai fenomeni». È questo uno dei passi più filosofici del saggio (e così facendo lo scrittore austriaco dota l’espressionismo di fondamenta speculative), che Bahr avvalora con un esempio particolarmente calzante, tratto dalla storia dell’uomo, dalla sua fase iniziale, primigenia, aurorale:

«Destandosi per la prima volta nei primordi, l’uomo ha un moto di spavento di fronte al mondo. Per poter arrivare a sentire se stesso, deve essere strappato alla natura e questo gli resta vivo nel ricordo: libero dalla natura! Egli la odia, la teme, essa è più forte di lui, può salvarsi solo fuggendola, altrimenti lo divorerà. Fugge da essa rifugiandosi in se stesso. La prova di coraggio di staccarsi dalla natura e di contrastarla gli dimostra che in lui è riposta una forza segreta. A questa egli si affida. Estrae da se stesso il suo dio e lo contrappone alla natura».

Ora, in tal senso sorge spontanea l’associazione con uno dei pensatori più importanti del XIX secolo, Ludwig Feuerbach (1804-1872), la cui umanizzazione di Dio, e dunque il suo ridimensionamento, rappresenta, secondo il mio modesto punto di vista, una delle vette del pensiero moderno. Mi limito a riportare un paio di passi particolarmente significativi, tratti dalla sua opera L’essenza del cristianesimo (1841): «L’essere assoluto, il Dio dell’uomo, è l’essere stesso dell’uomo»; «Come l’uomo pensa, quali sono i suoi princìpî, tale è il suo dio; quanto l’uomo vale, tanto e non più vale il suo dio. La coscienza che l’uomo ha di Dio è la conoscenza che l’uomo ha di sé. L’essenza della religione in generale».

Per ora mi fermo con questa – forse sgangherata – suggestione. Nel prossimo appuntamento scopriremo l’affascinante nozione di occhio dello spirito, e giungeremo alla penetrante ed efficace definizione di espressionismo fornita da Bahr.

I passi citati sono tratti da Hermann Bahr, Espressionismo, trad. it. di Fabrizio Cambi, Silvy Edizioni, 2012.

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