Se il celebre componimento Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, di cui ci siamo occupati qualche giorno fa [1], segna la conclusione del rigoglioso percorso letterario di Cesare Pavese, le pagine finali del Mestiere di vivere segnano la conclusione del suo tortuoso percorso esistenziale. Rappresentano l’epilogo di una vita né lunga né breve, una vita mezza, ma solo sotto l’aspetto temporale, vissuta senza filtri, nella totale immediatezza dell’essere uomini.

Come ho già scritto più volte negli articoli dedicati ad alcune delle sue opere più belle, Cesare Pavese è un pozzo di immediatezza, e le ultime stille d’inchiostro versate all’interno del suo splendido diario lo confermano per l’ennesima volta. Lo scrittore piemontese non è mai stato capace di mentire, non è mai stato capace di scendere a compromessi, e se volessimo trovare una manifestazione di questo tratto del suo carattere all’interno della sua inestimabile produzione, non potrei far altro che pensare immediatamente alla Casa in collina (che reputo il capolavoro pavesiano), all’egoismo di Corrado e alla sua pietà per quei repubblichini trucidati sulla strada, che non riesce a scavalcare [2].

Pavese non si è mai sforzato di nascondere nulla, neppure la propria debolezza, neppure la propria viltà (e in ciò sta il suo particolare coraggio), e l’intera sua esistenza è stata un lungo e minuzioso denudarsi agli occhi del lettore. Denudare se stesso e il proprio tempo, illuso di possedere una forza e un ardimento eroici, persino titanici (il regime, la guerra, la Resistenza), ma in realtà effimeri, fasulli, di facciata più che di natura.

Quando si parla di diari d’autore analizzare è inutile, è un vano e stucchevole esercizio di maniera (eccezion fatta per lo Zibaldone leopardiano, che del diario ha solamente la forma, ma in realtà è molto, molto di più). Non occorre far altro che leggere. È tutto così esplicito e succinto, le parole scorrono limpide, trasparenti dinanzi i nostri occhi come l’acqua che sgorga da una sorgente. Per questo motivo la smetto di cianciare all’istante e mi limito a riportare le «chiare, fresche et dolci» pagine finali del Mestiere di vivere di Cesare Pavese.

20 luglio.
Non si può finire con stile. Adesso la tentazione di lei.

13 agosto.
È ben altro. È lei, la venuta dal mare.

14 agosto.
E anche lei finisce allo stesso modo. Anche lei. Va bene. Sono onde di questo mare.

16 agosto
Cara, forse tu sei davvero la migliore – quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo, di fartelo sapere – e poi, se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento.
Vedo oggi chiaramente che dai 28 a oggi ho sempre vissuto sotto quest’ombra – qualcuno direbbe un complesso. E dica pure: è qualcosa di molto più semplice.
Anche tu sei la primavera, un’elegante, incredibilmente dolce e flessibile primavera, dolce, fresca, sfuggente – corrotta e buona – «un fiore della dolcissima valle del po», direbbe chi so io.
Eppure, anche tu sei soltanto un pretesto. La colpa, dopo che mia, è soltanto dell’«inquieta angosciosa, che sorride da sola».

Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente.

Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre.

Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce.

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

17 agosto.
I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.

Il piacere di farmi la barba dopo due mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare.

È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito.
Nel mio mestiere dunque sono re.
In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora.
Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’«inquieta angosciosa», sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.
Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono.
Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.

Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pensa, il loro cancro segreto?

18 agosto.
La cosa più segretamente temuta accade sempre.

Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?
Basta un po’ di coraggio.
Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.

Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.

Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più. [3]

NOTE

[1] Per un approfondimento sulla poesia si veda l’articolo Pavese poeta, II.

[2] Per un approfondimento sul romanzo si veda l’articolo La casa in collina, tragica testimonianza dell’impotenza dell’intellettuale.

[3] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere (1935-1950), a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, Einaudi, Torino 1990.

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