Da un estremo all’altro. Dai primi versi di Cesare Pavese, raccolti nel volume Lavorare stanca [1], pubblicati per le edizioni di «Solaria» e frutto di una ricerca ben precisa (la «poesia-racconto», il «verso lungo»), agli ultimi, inediti, ritrovati in duplice copia tra le carte dello scrittore morto suicida e frutto dell’amore per la fatale attrice statunitense Constance Dowling.

Appartiene a questo secondo gruppo la poesia probabilmente più nota, e al tempo stesso più inflazionata, di Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Il componimento segna la conclusione del suo percorso letterario. Rappresenta il suo commiato formale. Leggiamo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti. [2]

Il sentimento non sgorga impetuoso dall’interiorità del poeta, non erompe con la forza travolgente di un fiume che rompe gli argini, ma è mediato da un razionale ritorno alla tradizione letteraria: la regolarità dei versi (novenari); il motivo degli occhi mutuato da una certa poesia di stampo petrarchesco; la quasi infantile invocazione alla «cara speranza», che rinvia a Leopardi (“caro” è un lemma tipicamente leopardiano, che ricorre innumerevoli volte all’interno dell’eccezionale produzione del poeta di Recanati, e di cui il primo verso dell’Infinito rappresenta il caso più noto e significativo: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle»), e in particolar modo ai versi 49-55 di A Silvia: «Anche peria fra poco / la speranza mia dolce: agli anni miei / anche negaro i fati / la giovanezza. Ahi come, / come passata sei, / cara compagna dell’età mia nova, / mia lacrimata speme!».

Personalmente attribuisco a questo ricorso alla tradizione una duplice funzione, positiva e al tempo stesso negativa: 1) istituzionalizzare, attraverso il riutilizzo dell’aulico passato poetico, il tema principale del componimento, la morte, quella morte che domina a tal punto da assumere i tratti della donna amata, i suoi occhi, in un inscindibile rapporto tra amore e morte, dunque tra vita e morte e, di conseguenza, tra vita e nulla – cui rinvia la conclusione nichilistica che individua l’oltretomba nel «gorgo»; 2) dimostrare come neppure l’illustre tradizione possa oramai garantire un appiglio dinanzi l’ineluttabilità della morte.

Tra gli altri elementi ce n’è uno che indica l’appressamento della morte (ricorrendo ad un’altra espressione leopardiana): il «silenzio». Il linguaggio si sfalda, si sgretola, fino ad esaurirsi, fino ad estinguersi, e tale esaurimento, tale estinzione di una funzione umana ritenuta primaria, ritenuta naturale, ma che forse non è che un’invenzione (e in tal senso è sintomatico che Giovanni ponga come principio il «Verbo», relativamente all’invenzione umana per eccellenza, Dio), a mostrare come oramai non resta altro che la morte, lei sola, «insonne, / sorda, come un vecchio rimorso / o un vizio assurdo». Si scende nell’abisso «muti», e non è quel mutismo seguente alla dipartita, no, è quel mutismo che lo precede e che, in un certo senso, la causa, o quantomeno, contribuisce ad accelerarla.

L’immagine dello «specchio», nella prima occorrenza (v. 10), veicola un modesto rimprovero, un rimprovero accompagnato con un sorriso discreto su quelle labbra serrate oramai inutili poiché incapaci di parlare, all’amata, alla frivolezza sua e del suo mondo fasullo.

Degno di nota è l’utilizzo del tempo futuro, che fissa fuori del tempo, in un tono vagamente profetico comunque del tutto privo d’enfasi e di slancio, la sola cosa che nella vita umana è sempre presente, la morte, «questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera».

NOTE

[1] Della raccolta abbiamo parlato nel primo di questa serie di due articoli dedicati alla produzione in versi dello scrittore piemontese: Pavese poeta, I.

[2] Cesare Pavese, Opere, 14 voll., Einaudi, Torino 1968.

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