Quando esce nel 1936, per le edizioni di «Solaria», la raccolta di poesie Lavorare stanca di Cesare Pavese viene di fatto ignorata. Questo perché, tra gli altri motivi, il volume si allontana del tutto dalla tendenza poetica allora dominante in Italia: l’Ermetismo.

Distinguendosi per originalità, Pavese spiega, nel Mestiere di poeta [1], scritto due anni prima della pubblicazione della raccolta, di aver pensato, di aver elaborato ogni singola poesia come un racconto, un racconto per di più «chiaro e pacato», in quanto sente dentro di sé, all’interno della sua intima natura di cantastorie, «di aver molto da dire e di non doversi [né potersi, aggiungiamo noi] fermare a una ragione musicale dei suoi versi, ma soddisfarne altresì una logica». È questo un punto fondamentale, dal quale partire per fondare quella particolare e tutta pavesiana forma lirica definita dallo stesso autore «poesia-racconto», il cui tratto caratteristico è senza dubbio il «verso lungo», verrebbe da dire quasi smisurato, esagerato, agli antipodi dell’ungarettiana parola-verso.

Tale sperimentalismo tecnico è senza dubbio il principale motivo di innovazione di Lavorare stanca. Tuttavia del volume sono particolarmente interessanti anche i temi, i motivi, che diverranno poi peculiari all’interno della vasta produzione in prosa di Pavese. Innanzitutto le dicotomie: campagna-città; ozio-lavoro; infanzia-maturità; uomo-donna. Poi la collina, immagine che ritorna in maniera quasi ossessiva nei racconti e nei romanzi dello scrittore piemontese, e il caso forse più eclatante è rappresentato dall’opera che il termine «collina» ce l’ha nel titolo: La casa in collina (1948) [2], che reputo il capolavoro assoluto di Pavese (ma anche Paesi tuoi [3] e, ovviamente, La luna e i falò [4]). Infine la solitudine – che spesso, spessissimo sfuma nella sconfitta – e basti citare un passo brevissimo, ma in tal senso emblematico, della poesia eponima della raccolta: «Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?» (e Cioran – associazione forse avventata, ma del tutto spontanea – non avrebbe alcun dubbio a rispondere affermativamente alla domanda, lui che in Lacrime e santi scrive che «il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo).

Dopo queste rapide considerazioni preliminari, è giunto il momento di inoltrarci dentro Lavorare stanca, di cui propongo la lettura e l’analisi del componimento forse più noto dell’intera raccolta: I mari del Sud. Si tratta di una poesia particolarmente significativa in quanto, come dichiara Pavese, rappresenta il «primo tentativo di poesia-racconto», nata quasi per caso: «mi scopersi un giorno a mugolare certa tiritera di parole (che fu poi un distico dei Mari del Sud) secondo una cadenza enfatica che fin da bambino, nelle mie letture di romanzi, usavo segnare, rimormorando le frasi che più mi ossessionavano».

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. «Tu che abiti a Torino…»
mi ha detto «… ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono».
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
ma gli uomini, più gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotto la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: «Fra un anno, a dir molto,
se li è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono così».
Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grosso alla curva una targa-réclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S’era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma uscì ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
«Ma la bestia» diceva «più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza».

Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: «Quest’anno
scrivo sul manifesto: – Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo – e che la dicano
quei di Canelli». Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell’altro
e pensa i suoi motori.
Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un leno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha vedute fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro. [5]

I versi di Pavese rievocano un’atmosfera favolistica. Il cugino viene definito un «gigante», che «pescava perle». E tale atmosfera favolistica esplode impetuosa in conclusione della penultima, splendida strofa, in cui, tra l’altro, è evidentissimo il riferimento a Melville e al suo celeberrimo Moby Dick, che proprio allora stava impegnando Pavese (amante passionale della letteratura americana) nella traduzione:

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un leno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha vedute fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.

Dopo le prime due strofe introduttive (la seconda si apre con un evento straordinario, quasi miracoloso: «Mio cugino ha parlato stasera»), ecco che dilaga, come un incontenibile fiume in piena, il ricordo, altro grande tema pavesiano (tutta la sua produzione è una fucina di rievocazioni, che spesso sfociano in vere e proprie divagazioni).

È intenso e vibrante il conflitto città-campagna, e alla prima, caratterizzata dalla «beffarda» luce artificiale, quasi manieristica, così falsa e spaventosa, Pavese dedica versi meravigliosi:

La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Lo spauracchio della modernità si eleva incontrastato e sinistro, e «dalla vetta si scorge / nelle notti serene il riflesso del faro / lontano, di Torino».

L’esperienza del mitico cugino è praticamente la stessa di Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, ma l’esito delle due vicende è diametralmente opposto, antitetico. Il «gigante» torna e resta, può restare, perché ritrova le proprie terre intatte, vergini. Non così Anguilla, i cui idilliaci propositi di ri-stabilirsi nei propri luoghi d’origine naufragano drammaticamente. Il protagonista del romanzo ritrova le Langhe stuprate dalla guerra, proprio come la povera Rosetta della Ciociara di Moravia, Langhe che vomitano cadaveri come se fossero orribili, deturpati feti abortiti.

Del resto il componimento, rispetto a La luna e i falò, si distingue per un discreto, quasi infantile ottimismo, come dimostra il fallimento dell’inquietante, quasi distopico progetto del cugino «di togliere tutte le bestie alla valle / e obbligare la gente a comprargli i motori».

Il merito più grande di Pavese, con questa raccolta di versi, è quello di creare una poesia alternativa, proprio nel bel mezzo dell’incontrastato dominio ermetico. Un’alternativa di enorme spessore letterario, ennesima dimostrazione della grandezza di questo eccezionale autore.

NOTE

[1] È possibile leggere lo scritto di Pavese sul sito classiciitaliani.it.

[2] Per un approfondimento sul romanzo si veda l’articolo La casa in collina, tragica testimonianza dell’impotenza dell’intellettuale.

[3] Per un approfondimento sul romanzo si veda l’articolo Cesare Pavese – Paesi tuoi, l’orribile morte di Gisella.

[4] Per un approfondimento sul romanzo si veda l’articolo Cesare Pavese – La luna e i falò (della Gaminella e di Santa).

[5] Cesare Pavese, Opere, 14 voll., Einaudi, Torino 1968.

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