Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Intreccio sentimentale triangolare: Io (domina la ragione – delusione), Anima (rappresenta la speranza – Annina come funzione del desiderio), Annina (oggetto da costruire). Intreccio razionalmente fantastico. Realismo fantastico. Sono due gli autori che incombono: Dante (linea del pentimento, peso e colpa) e Cavalcanti (poetica della leggerezza).

Carattere rituale del Seme del piangere: preghiere in apertura e in chiusura.

Dominio del ritmo, chiave fondamentale, che argina i pericoli (rappresentati dall’assenza di psicologia, Caproni inoltre evita il realistico, il memoriale, la nostalgia, il troppo sentimentale).

Supremazia finale della ragione, della storia, del tempo.

AD PORTAM INFERI

Chi avrebbe mai pensato, allora,
di doverla incontrare
un’alba (così sola
e debole, e senza
l’appoggio d’una parola)
seduta in quella stazione,
la mano sul tavolino
freddo, ad aspettare
l’ultima coincidenza
per l’ultima destinazione?

Posato il fagottino
in terra, con una cocca
del fazzoletto (di nebbia
e di vapori è piena
la sala, e vi si sfanno
i treni che vengono e vanno
senza fermarsi) asciuga
di soppiatto – in fretta
come fa la servetta
scacciata, che del servizio
nuovo ignora il padrone
e il vizio – la sola
lacrima che le sgorga
calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino
che si raffredda, Annina
di nuovo senza anello, pensa
di scrivere al suo bambino
almeno una cartolina:
«Caro, son qui: ti scrivo
per dirti…» Ma invano tenta
di ricordare: non sa
nemmeno lei, non rammenta
se è morto o se ancora è vivo,
e si confonde (la testa
le gira vuota) e intanto,
mentre le cresce il pianto
in petto, cerca
confusa nella borsetta
la matita, scordata
(s’accorge con una stretta)
al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito
scrivere due righe, in fretta.
Dirgli, come faceva
quando in giorni più netti
andava a Colle Salvetti,
«Attilio caro, ho lasciato
il caffè sul gas e il burro
nella credenza: compra
solo un po’ di spaghetti,
e vedi di non lavorare
troppo (non ti stancare
come al solito) e fuma
un poco meno, senza,
ti prego, approfittare
ancora della mia partenza,
chiudendo il contatore,
se esci, anche per poche ore.»

Ma poi s’accorge che al dito
non ha più anello, e il cervello
di nuovo le si confonde
smarrito; e mentre
cerca invano di bere
freddo ormai il cappuccino
(la mano le trema: non riesce,
con tanta gente che esce
ed entra, ad alzare il bicchiere)
ritorna col suo pensiero
(guardando il cameriere
che intanto sparecchia, serio,
lasciando sul tavolino
il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente
che quel bambino è sparito!
È cresciuto, ha tradito,
fugge ora rincorso
pel mondo dall’errore
e dal peccato, e morso
dal cane del suo rimorso
inutile, solo
è rimasto a nutrire,
smilzo come un usignolo,
la sua magra famiglia
(il maschio, Rina, la figlia)
con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa
il cuore, come può ricordare,
con tutti quei cacciatori
intorno, tutta quella grappa,
i cani che a muso chino
fiutano il suo fagottino
misero, e poi da un angolo
scodinzolano e la stanno a guardare
con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,
ormai, tra marito e figliolo.
Vorrebbe piangere, cerca
sul marmo il tovagliolo
già tolto, e in terra
(vagamente la guerra
le torna in mente, e fischiare
a lungo nell’alba sente
un treno militare)
guarda fra tanto fumo
e tante bucce d’arancio
(fra tanto odore di rancio
e di pioggia) il solo
ed unico tesoro
che ha potuto salvare
e che (lei non può capire)
fra i piedi di tanta gente
i cani stanno a annusare.

«Signore cosa devo fare,»
quasi vorrebbe urlare,
come il giorno che il letto
pieno di lei, stretto
sentì il cuore svanire
in un così lungo morire.

Guarda l’orologio: è fermo.
Vorrebbe domandare
al capotreno. Vorrebbe
sapere se deve aspettare
ancora molto. Ma come,
come può, lei, sentire,
mentre le resta in gola
(c’è un fumo) la parola,
ch’è proprio negli occhi dei cani
la nebbia del suo domani? [1]

Smarrimento di Annina sulla soglia dell’aldilà. La canzonetta inizia con un pianissimo, dato dal lunghissimo novenario del primo verso («Chi avrebbe mai pensato, allora»). Tra i temi consueti della poesia di Caproni: l’alba (ora inquietante). Solitudine di Annina. Prima solitudine mitica, ora smantellamento del mito. Ora solitudine tragica, propria dell’uomo morente. Non c’è più il conforto della parola. Passaggio dal realismo fantastico al realismo allegorico: la stazione è un’allegoria così come il tavolino freddo.

La seconda è una strofa labirintica in cui il lettore inciampa in continuazione. Inizia ora la programmata rinuncia al dominio ritmico: le rime non danno più il passo ritmico. Torna la nebbia. Totale incertezza sull’aldilà. Non c’è più differenza tra interno ed esterno, salta il senso dello spazio. Tornano i treni. Paragone insolito con la servetta, affettuoso ma degradante per colei che prima era stata definita una «operaia regina». Compare la prima lacrima di Annina. Una lacrima calda, piena di vita.

Terza strofa. Annina non può comunicare con il figlio. Nei Versi livornesi non c’è comunicazione se non grazie all’anima (si tratta dunque di una comunicazione sensitiva). Perde l’anello, la matita, le chiavi di casa: oggetti quotidiani di cui non si fa più uso. E intanto il pianto le cresce nel petto. Annina è di nuovo madre, nei Versi livornesi no.

Quarta strofa. È moglie e massaia. Comunicazione ridotta al soliloquio. Riduzione della scrittura. Vorrebbe scrivere le povere raccomandazioni di una casalinga. La vita di Annina come madre e moglie è scialba rispetto alla vita dell’Annina della leggenda.

Quinta strofa. Dalla perdita della memoria alla perdita della facoltà del pensiero. Mente distrutta di Cavalcanti. Si sta perdendo la capacità di pensiero. Annina è circondata da una folla anonima. È una schiera di fantasmi, di non-vivi che non comunicano tra di loro.

Sesta strofa. Brusco rimprovero alla madre («Almeno le venisse in mente / che quel bambino è sparito!»), e anche questo è un soliloquio. Lo tratta ancora come un bambino, lo trattiene nell’infanzia. È cresciuto: realismo del rimprovero. Ha tradito: Beatrice rimprovera Dante in Purgatorio, Dante scoppia in lacrime, è troppo attaccato alla felicità terrena (le «presenti cose», Purg., XXXI, v. 34). Caproni, attraverso la leggenda, trasforma il passato in presente, e ciò lo distrae. Dante e Caproni commettono lo stesso errore. Beatrice esorta Dante a smetterla di piangere, ora che ha riconosciuto il proprio errore, la stessa cosa fa Betocchi con Caproni.

Nella sesta, complessa strofa riferimento al mito di Atteone (Ovidio, Metamorfosi). Tema della caccia tragica, che compare qui per la prima volta: il bambino «morso / dal cane del suo rimorso» è costretto a fuggire sempre.

In cosa consiste il tradimento? Nell’essere cresciuto? Nel non essere cresciuto abbastanza? L’ambiguità resta.

Annina inizia ad essere circondata da creature infere. Ci sono molti cacciatori e molti cani. Immagine sinistra, inquietante.

Si dice che il fagottino contenga un tesoro. Forse dentro c’è il principio della vita. I cani cercano di annusare ciò che resta della vita.

La coscienza si è distratta dietro al miracolo della vita che vive sulla poesia, la leggenda di Annina. Nei versi successivi trionfo della coscienza. La tensione ritmica si allenta. La poesie diviene narrativa.

Nell’Epilogo l’anima è disinnescata. E Annina non c’è più.

EPILOGO

Annina è nella tomba.
Annina, ormai, è un’ombra.
E chi potrà più appoggiare
l’orecchio al suo petto e ascoltare
come una volta il cuore,
timido, tumultuare? [2]

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, pp. 214-218.

[2] Ivi, p. 224.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore
Caproni in itinere. Parte X. Litania
Caproni in itinere. Parte XI. Il seme del piangere, 1
Caproni in itinere. Parte XII. Il seme del piangere, 2
Caproni in itinere. Parte XIII. Il seme del piangere, 3
Caproni in itinere. Parte XIV. Il seme del piangere, 4

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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