In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia.

Cesare Pavese, La casa in collina, 1948.

Per Corrado, professore di scuola media, la collina non è «un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere». Non solo. Per Corrado e per molti altri abitanti di Torino la collina rappresenta un riparo, rappresenta la sopravvivenza. Egli vi si è infatti rifugiato per scampare alle bombe che cadono dal cielo e devastano, sventrano la città. Corrado vive insieme a due donne, Elvira, «zitella quarantenne» perdutamente innamorata di lui, e sua madre. La guerra giunge come un’eco sulle alture torinesi, attutita, e nella casa di Elvira il professore può quotidianamente godere di pasti caldi e lenzuola pulite.

Una sera Corrado sente cantare, in lontananza. Incuriosito insegue le voci, e giunge ad una vecchia osteria, dove incontra altri rifugiati. Tra di essi vi è Cate, donna un tempo amata e poi brutalmente abbandonata. È la prima vittima dell’egoismo e dell’ignavia di Corrado. L’incontro, inatteso, segna il professore.

«Masticando pensavo all’incontro, alla cosa accaduta. Più che di Cate m’importava del tempo, degli anni. Era incredibile. Otto, dieci? Mi pareva di avere riaperto una stanza, un armadio dimenticati, e d’averci trovata dentro la vita di un altro, una vita futile, piena di rischi. Era questo che avevo scordato. Non tanto Cate, non i poveri piaceri di un tempo. Ma il giovane che viveva quei giorni, il giovane temerario che sfuggiva alle cose credendo che dovessero ancora accadere, ch’era già uomo e si guardava sempre intorno se la vita giungesse davvero, questo giovane mi sbalordiva. Che cosa c’era di comune tra me e lui? Che cosa avevo fatto per lui? Quelle sere banali e focose, quei rischi casuali, quelle speranze familiari come un letto o una finestra – tutto pareva il ricordo di un paese lontano, di una vita agitata, che ci si chiede ripensandoci come abbiamo potuto gustarla e tradirla così».

Inoltre lo spinge a rievocare l’antica storia d’amore, in particolar modo la sua ignobile conclusione.

«Le comperai qualche volta un rossetto che la riempì di gioia, e fu qui che mi accorsi che si può mantenere una donna, educarla, farla vivere, ma se si sa di cos’è fatta la sua eleganza, non c’è più gusto. Cate aveva il vestito ragnato e la borsa screpolata; commuoveva, a sentirla, tant’era il contrasto tra la sua vita e i desideri; ma la gioia di quel rossetto mi diede ai nervi, mi chiarì che per me lei non era che sesso. Sesso sgraziato, fastidioso. E una pena, saperla tanto scontenta e ignorante. Si correggeva, a volte, ma aveva degli sciocchi entusiasmi, delle brusche resistenze e ingenuità che irritavano. L’idea di esserle legato, di doverle qualcosa, per esempio del tempo, mi pesava ogni volta. Una sera, sotto i portici della stazione, la tenevo a braccetto e volevo che salisse nella mia stanza. Erano gli ultimi giorni d’estate e il figliolo della mia padrona ritornava l’indomani dalla colonia; con lui per casa era impossibile ricevere una donna. La pregai, la supplicai di venire, scherzai, feci il buffone. – Non ti mangio, – le dissi. Non voleva saperne. – Non ti mangio -. Quella testarda ritrosia mi scottava. Lei si teneva stretta al braccio e ripeteva:
– Andiamo a spasso.
– Poi andremo al cinema, – le dissi, ridendo. – Ho dei soldi.
E lei imbronciata: – Non vengo con te per i soldi.
– Ma io sì, – le dissi in faccia, – vengo con te per stare a letto -. Ci guardammo indignati, rossi in faccia tutti e due. Sentii più tardi la vergogna, credo che in seguito da solo avrei pianto di rabbia, non fossero stati l’orgoglio e la gioia che m’invasero perché adesso ero libero. Cate piangeva, le scendevano le lacrime. Mi disse piano: – Allora vengo con te -. Arrivammo al portone senza parlare; lei mi stringeva e si appoggiava alla spalla con tutto il suo peso. Al portone mi fece fermare. Si dibatteva, disse: – No, che non ti credo, – mi strinse il braccio come una morsa, e scappò.
Da quella sera non la vidi più».

Cate ha un figlio, Dino, diminutivo di Corrado. Il protagonista ha subito il sospetto di esserne il padre, ma non ne avrà mai la certezza, e noi con lui, anche se in merito non ci sono molti dubbi. L’età del bambino corrisponde al tempo in cui Corrado e Cate si frequentavano. Il fatto che la madre lo abbia chiamato come lui, poi, è particolarmente indicativo. Ma la prova forse più evidente, quasi inconfutabile della paternità del professore è che Dino, quando lo baci, si pulisce la faccia, proprio come faceva Corrado da piccolo.

L’incontro con Cate, attiva e combattiva come i suoi amici, e con Dino fa scaturire nel protagonista questioni delicate. Innanzitutto la questione della famiglia, poi quella dell’impegno.

La deposizione di Mussolini genera entusiasmo. Un entusiasmo al quale Corrado è immune. La scelta del disimpegno gli permette di valutare con occhio critico, quasi profetico la situazione attuale.

«Lassù nelle ville nessuno pensava a una cosa: il vecchio mondo non l’avevano schiacciato gli avversari, s’era ucciso da sé. Ma c’è qualcuno che si uccida per sparire davvero?».

Corrado trascorre gran parte del proprio tempo con Dino, nel quale rivede se stesso da piccolo. Per ben due volte durante la narrazione lo definisce «grumo». Dapprima «grumo oscuro d’un chiuso avvenire», poi «grumo di ricordi», in seguito alla sparizione.

Giunge l’8 settembre, l’armistizio, e la situazione precipita. Corrado, vile, egoista, impotente reagisce come al solito, con un suo gesto tipico, emblematico, simbolico della propria personalità asettica: l’alzata di spalle.

«Alzai le spalle anche stavolta. Le alzavo sovente in quei giorni. Il finimondo sempre atteso era arrivato. Era chiaro che Torino tranquilla in distanza, la solitudine nei boschi, il frutteto non avevano più senso. Eppure tutto continuava. Sorgeva il mattino, calava la sera, maturava la frutta. M’aveva preso una speranza, una curiosità affannosa: sopravvivere al crollo, fare in tempo a conoscere il mondo di dopo.
Alzavo le spalle ma bevevo le voci. Se qualche volta mi tappavo le orecchie, era perché sapevo bene, troppo bene, quel che avveniva e mi mancava il coraggio di guardarlo in piena faccia. La salvezza appariva questione di giorni, forse di ore, e si stava attaccati alla radio, si scrutava il cielo, ci si svegliava ogni mattina con un sussulto di speranza.
La salvezza non venne. Vennero, bisbigliate, le prime notizie di sangue».

La guerra vera viene ora. Corrado lo sa, lo comunica con lucida freddezza ai compagni impegnati dell’osteria, a Cate, a Dino («È adesso che comincia la guerra, quella vera, dei disperati»), concludendo infine che «Verrà il giorno […] che avremo i morti nei fossati, qui in collina». Sì, anche quel luogo sacro, inviolabile un giorno, prestissimo, verrà sporcato di sangue, e del sangue dei propri fratelli. Corrado ne è perfettamente consapevole.

L’evento spartiacque del romanzo è rappresentato dal rastrellamento, da parte dei Tedeschi, dell’osteria e dalla cattura di Cate e di tutti gli altri. Il protagonista si salva.

«Tornando passai per una cresta da cui si dominava il versante delle Fontane. Molte volte con Dino avevamo cercato lassù lo stradone e la casa. Quel giorno fra i tronchi spogli, vidi subito il cortile, e vidi due automobili ferme, color verde-azzurro, e intorno figurine umane dello stesso colore. Provai come un senso di nausea, di gelo, tentai di dirmi ch’eran gli uomini di Fonso, mi parve che il sole si fosse coperto. Guardai meglio; non c’erano dubbi, vidi i fucili nelle mani dei soldati.
[…] Che fare? Potevo far altro che attendere? Avrei voluto che ogni cosa fosse finita, fosse già ieri: il cortile deserto, le automobili scomparse. Pensavo a Cate, se era scesa a Torino, se la stavano arrestando a Torino. Pensai di accostarmi, di sentire le voci. Mi riprese quel senso di nausea. Era evidente che dovevo correre subito a Torino, rischiare ogni cosa, avvertirla. Sperai vagamente che fosse rimasta.
Nel cortile si agitavano. Vidi gonne, abiti borghesi, non distinsi le facce. Salivano sulle automobili. Di casa uscirono soldati, salirono anche loro. Riconobbi la vecchia. “Bruceranno la casa?” pensavo. Poi, remoto, mi giunse lo scoppio dei motori che si allontanavano.
Passò del tempo. Non mi mossi. Di nuovo, tutto era terso e tranquillo. “Se hanno preso la vecchia, – pensavo, – hanno preso tutti”. Mi accorsi di Belbo, che, accucciato ai miei piedi, ansimava. Gli dissi: – Laggiù, – e lo sospinsi col piede. Lui saltò sulle zampe abbaiando. Per la paura mi ritrassi dietro un tronco. Ma Belbo era già partito come una lepre.
[…]
Il cortile era sempre deserto. Poi vidi Belbo che saltava e aveva smesso di latrare; saltava intorno a qualcuno, a un ragazzetto, Dino, sbucato da sotto la siepe. Li vidi scendere in strada e incamminarsi insieme sul sentiero che avevo percorso tante volte rientrando. Senza dubbio era Dino. Riconobbi la rossa sciarpa che portava sul soprabito, il passo trottante. Mi misi a correre fra sterpi e foglie marce, mi scansavo e battevo nei rami bagnati, correvo come un pazzo; la paura, l’orgasmo, la smania diventarono corsa affannosa. Da una radura vidi ancora le Fontane, il cortile tranquillo. Non c’era nessuno.
Incontrai Dino a mezzacosta. S’arrampicava con le mani in tasca. Si fermò, rosso in faccia e ansimando. Non mi pareva spaventato. – I tedeschi, – mi disse. – Sono venuti stamattina in automobile. Hanno dato dei pugni a Nando. Volevano ucciderlo…
– La mamma dov’è?
Anche Cate era presa. Anche il vecchio Gregorio. Tutti. Lui e la mamma uscivano per andare a Torino e li avevano visti arrivare. Non avevano fatto in tempo a voltarsi che già i tedeschi eran saltati correndo nel cortile. Puntavano dei fucili corti, gridando. La mamma tremava. Nando faceva colazione e non aveva più finito. C’era ancora la scodella sul tavolo.
[…]
Oggi ancora mi chiedo perché quei tedeschi non mi aspettarono alla villa mandando qualcuno a cercarmi a Torino. Devo a questo se sono ancora libero, se sono quassù. Perché la salvezza sia toccata a me e non a Gallo, non a Tono, non a Cate, non so. Forse perché devo soffrire dell’altro? Perché sono il più inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo? Perch’ero entrato quella volta in chiesa? L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.
Quel mattino non stetti a pensare. Un sapore di morte mi riempiva la bocca. Saltai nel sentiero dietro i boschi; dissi all’Elvira sul cespuglio che desse i miei soldi e il libretto di banca al ragazzo, io correvo ad aspettarlo nella conca delle felci. Dissi a Dino di fare attenzione che non lo seguissero. Gli dissi di andare al cancello e guardare.
Ai tedeschi, raccomandai all’Elvira, bisognava rispondere che sovente passavo settimane a Torino e che lei non sapeva dove.
Dino gridò. Disse: – C’è un uomo.
Mi appiattii sulla ghiaia bagnata. Tornò l’Elvira e bisbigliò: – Non era niente. Un carretto che passa.
Allora dissi – Siamo intesi, – e mi salvai.
Arrivai tra le felci ch’ero tutto sudato. Non mi sedetti. Passeggiavo avanti e indietro per sfogarmi. Fra gli alberi spogli si apriva il grande cielo, leggero, mai visto così. Compresi cos’è il cielo per i carcerati. Quel sapore di sangue che m’empiva la bocca e m’impediva di pensare.
[…]
A Cate, a Nando, a tutti gli altri non osavo pensare, quasi per darmi un attestato d’innocenza. A un certo punto mi scrollai, mi feci schifo. Per la terza volta pisciai contro un tronco».

Corrado si rifugia ora in collegio. La collina non è più un posto sicuro.

«In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia».

Dino raggiunge il presunto, probabile padre, ma fugge presto dal collegio per unirsi ai partigiani. Lui, un bambino (e in questo trovo una certa somiglianza con un altro celebre fanciullo della letteratura, il Gavroche dei Miserabili, e Dino non è meno potente e poetico). Corrado non reagisce, non si getta alla disperata ricerca del figlio – e anche se avesse avuto la certezza della paternità non sarebbe cambiato nulla -, si chiude in se stesso, nella propria intimità.

«Che altro fare sotto il portico vuoto se non riassaporare mattino e sera l’antico spavento?».

I Tedeschi si insinuano nel collegio, ne fanno una loro dimora, e il protagonista è costretto ad una nuova fuga. Decide di tornare nella propria terra d’origine, nelle Langhe, di rientrare nella propria famiglia. Intraprende un viaggio complicato, irto di pericoli. Si imbatte in uno scontro a fuoco tra partigiani e repubblichini. Nascosto dietro ad un canneto ascolta i colpi, i boati feroci, mortali.

«Stemmo così molto tempo. Da un pezzo ormai s’era sentito il motore riattaccare, e un contrasto di voci tra gli alberi. Poi il rombo si era allontanato.
Spuntò una donna alla svolta. Scendeva correndo. La attesi in mezzo alla strada e le chiesi che cos’era successo. Mi guardava atterrita. Aveva sul capo lo scialle. Anche il vecchio dei buoi sporse la faccia dalle canne. La vecchia gridò qualcosa, si strinse le mani alle orecchie; io le chiesi: – C’è gente lassù? – Lei annuì, senza parlare, col mento.
Sbucò alla svolta un giovanotto in bicicletta. Veniva giù a rotta di collo. – Si può passare? – gli gridai. Lui buttò a terra un piede scalzo, stette su per miracolo, mi gridò di rimando: – Ci sono morti, tanti morti.
Quando giunsi cautamente alla svolta, vidi il grosso autocarro. Lo vidi fermo, vuoto, per traverso. Una colata di benzina anneriva la strada, ma non era soltanto benzina. Lungo le ruote, davanti alla macchina, erano stesi corpi umani, e via via che mi avvicinavo la benzina arrossava. Qualcuno in piedi, donne e un prete, s’aggirava là intorno. Vidi sangue sui corpi.
Uno – divisa grigioverde tigrata – era piombato sulla faccia, ma i piedi li aveva ancora sul camion. Gli usciva il sangue col cervello da sotto la guancia. Un altro, piccolo, le mani sul ventre, guardava in su, giallo, imbrattato. Poi altri contorti, accasciati, bocconi, d’un livido sporco. Quelli distesi erano corti, un fagotto di cenci. Uno ce n’era in disparte sull’erba, ch’era saltato dalla strada per difendersi sparando: irrigidito ginocchioni contro il fildiferro, pareva vivo, colava sangue dalla bocca e dagli occhi, ragazzo di cera coronato di spine.
[…]
Il prete era corso in casa: un ferito moriva. Io rimasi tra i morti, senza osare scavalcarli».

L’ultimo capitolo della Casa in collina rappresenta uno dei momenti più alti dell’intera storia della letteratura italiana del Novecento – e non solo – , e per questo merita di essere riproposto per intero.

«Niente è accaduto. Sono a casa da sei mesi, e la guerra continua. Anzi, adesso che il tempo si guasta, sui grossi fronti gli eserciti sono tornati a trincerarsi, e passerà un altro inverno, rivedremo la neve, faremo cerchio intorno al fuoco ascoltando la radio. Qui sulle strade e nelle vigne la fanghiglia di novembre comincia a bloccare le bande; quest’inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettarsi di morire in primavera. Se poi, come dicono, verrà molta neve, verrà anche quella dell’anno passato e tapperà porte e finestre, ci sarà da sperare che non disgeli mai più.
Abbiamo avuto dei morti anche qui. Tolto questo e gli allarmi e le scomode fughe nelle forre dietro i beni (mia sorella o mia madre che piomba a svegliarmi, calzoni e scarpe afferrati a casaccio, corsa aggobbita attraverso la vigna, e l’attesa, l’attesa avvilente), tolto il fastidio e la vergogna, niente accade. Sui colli, sul ponte di ferro, durante settembre non è passato giorno senza spari – spari isolati, come un tempo in stagione di caccia, oppure rosari di raffiche. Ora si vanno diradando. Quest’è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l’incoscienza dei ragazzi, un’autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo dritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri – noi non più giovani, noi che abbiamo detto “Venga dunque se deve venire” – anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra – né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.
Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. Non c’è stata – si capisce – l’allegria di tanti anni fa: troppa gente manca, qualcuno per sempre. Dei compaesani soltanto i vecchi e i maturi mi conoscono, ma per me la collina resta tuttora un paese d’infanzia, di falò e di scappate, di giochi. Se avessi Dino qui con me potrei passargli le consegne; ma lui se n’è andato, e per fare sul serio. Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure l’han fatto e ancora lo fanno.
Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni: a che altro pensare? Qui ogni passo, quasi ogn’ora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi a ciò che fui – ciò che sono e avevo scordato. Se gli incontri e i casi di quest’anno mi ossessionano, mi avviene a vole di chiedermi: “Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore?” Non è che non provi una stretta se penso a chi è scomparso, se penso agli incubi che corrono le strade come cagne – mi dico perfino che non basta ancora, che per farla finita l’orrore dovrebbe addentarci, addentare noi sopravvissuti, anche più a sangue – ma accade che l’io, quell’io che mi vede rovistare con cautela i visi e le smanie di questi ultimi tempi, si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto e subìto, gli fosse soltanto accaduto davanti – faccenda altrui, storia trascorsa. Questo insomma m’illude: ritrovo qui in casa una vecchia realtà, una vita di là dai miei anni, dall’Elvira, da Cate, di là da Dino e dalla scuola, da ciò che ho voluto e sperato come uomo, e mi chiedo se sarò mai capace di uscirne. M’accorgo adesso che in tutto quest’anno, e anche prima, anche ai tempi delle magre follie, dell’Anna Maria, di Gallo, di cate, quand’eravamo ancora giovani e la guerra una nube lontana, mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscirne mai più.
È qui che la guerra mi ha preso, e mi prende ogni giorno. Se passeggio nei boschi, se a ogni sospetto di rastrellatori mi rifugio nelle forre, se a volte discuto coi partigiani di passaggio (anche Giorgi c’è stato, coi suoi: drizzava il capo e mi diceva: “Avremo tempo le sere di neve a riparlarne”), non è che non veda come la guerra non è un gioco, questa guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato. Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.
Ci sono giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d’erba, una schiena di roccia mi paiono corpi distesi. Può sempre succedere. Rimpiango che Belbo sia rimasto a Torino. Parte del giorno la passo in cucina, nell’enorme cucina dal battuto di terra, dove mia madre, mia sorella, le donne di casa, preparano conserve. Mio padre va e viene in cantina, col passo del vecchio Gregorio. A volte penso se una rappresaglia, un capriccio, un destino folgorasse la casa e ne facesse quattro muri diroccati e anneriti. A molta gente è già toccato. Che farebbe mio padre, che cosa direbbero le donne? Il loro tono è «La smettessero un po’”, e per loro la guerriglia, tutta quanta questa guerra, sono risse di ragazzi, di quelle che seguivano un tempo alle feste del santo patrono. Se i partigiani requisiscono farina o bestiame, mio padre dice: – Non è giusto. Non hanno il diritto. La chiedano piuttosto in regalo. – Chi ha il diritto? – gli faccio. – Lascia che tutto sia finito e si vedrà, – dice lui.
Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero».

Cesare Pavese è un pozzo di immediatezza, e La casa in collina è tra le più grandi e tragiche testimonianze dell’impotenza dell’intellettuale. Ne è l’emblema. Non esiste un individuo più impotente, debole e inutile dell’intellettuale. Egli non può nulla. Egli non può mai nulla. Possiede la cultura, che non è un mezzo, che non è un’arma. Possiede solo parole. E le parole sono quanto di più vano e vacuo esista al mondo, quanto di più «ridicolmente inadeguato» in un’occasione come la guerra. L’intellettuale che si inoltra nei boschi imbracciando un fucile, mettendo in gioco la propria esistenza in nome della libertà, o meglio, in nome della liberazione del proprio paese oppresso e devastato, del proprio paese divorato e ridotto a brandelli, grondante sangue come carcassa di un bue squartato, decide di spogliarsi dei panni dell’intellettuale e di diventare qualcosa d’altro. Un soldato. Un combattente. Ma, di certo, non più un intellettuale. Le due cose si escludono a vicenda.

Sì, Pavese è un pozzo di immediatezza, e la sincerità con la quale, nella Casa in collina, denuda se stesso e un’intera categoria, deve aver fatto vergognare molti all’epoca.

In questo romanzo meraviglioso torna prepotente il tema del fratricidio, il tema di Caino, con la guerra civile, già affrontato da Pavese brillantemente in Paesi tuoi, con la terribile morte di Gisella per mano di Talino, il fratello, appunto. Nella Casa in collina il tema del fratricidio è però universalizzato, spinto al limite. E nel lettore suscita maggiore spavento e angoscia in quanto non si tratta di invenzione, ma di storia.

Il romanzo di Pavese mette in evidenza una delle caratteristiche peculiari della guerra: storia collettiva e storia personale, intima, divengono una cosa sola, coincidono alla perfezione. Guerra che nella vicenda esistenziale di Corrado si configura come alibi, come pretesto, come giustificazione della fuga, comunque caratteristica dell’indole del protagonista, e si pensi al brutale abbandono di Cate – fuga dagli affetti e dalle responsabilità.

Durante gran parte del romanzo Corrado cova l’ideale di una salvezza individuale, egli lo definisce «illusione». Ma questo ideale va in frantumi, va in milioni di pezzi destinati a non ricomporsi mai più, quando il protagonista si ritrova davanti i repubblichini massacrati, trucidati, «senza osare scavalcarli». Questi cadaveri recidono le palpebre di Corrado, per sempre: è impossibile la salvezza individuale, proprio come è impossibile la salvezza del mondo (ancora una volta, storia personale e storia collettiva coincidono). Non c’è scampo.

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso». È vero, dalle parole del protagonista, dalle parole di Pavese trasuda pietà. Pietà per i nemici sfigurati, fratelli, nonostante tutto. Ma si tratta di una pietà, diciamo così, negativa, che si impone come un non-valore. Non si può fare affidamento sulla pietà umana, non si può fondare su di essa il riscatto dell’umanità, e per questo motivo il repubblichino coronato di spine – ed è questa, forse, l’immagine più bella del romanzo, quella più violenta e al tempo stesso più poetica, quella che rimane impressa nella memoria del lettore per non andarsene più – rievoca Cristo. Durante il romanzo Corrado ha slanci religiosi, sente il bisogno di credere, di affidarsi e rivolgersi a qualcuno o qualcosa che si trovi al di sopra degli uomini, ma non si può avere fede quando persino il figlio di quel Dio in cui si spera è morto ammazzato. E la guerra è piena di Cristi, di presunti figli di Dio morti ammazzati. Non esiste una via d’uscita da questa tragedia. Forse solo un gelo permanente, dunque l’estinzione («ci sarà da sperare che non disgeli mai più»), potrebbe rappresentare la salvezza. Ma in attesa di questo giorno, che pure verrà, prima o poi, solamente ai morti è concessa la pace: «soltanto per loro la guerra è finita davvero»; è questa l’emblematica frase che conclude il romanzo.

Nella Casa in collina pavese assolutizza la guerra, la rende uno stato permanente. E in una tale situazione di perenne inquietudine, angoscia, paura, morte, l’intellettuale non può fare altro che fuggire, nascondersi, mettere in salvo la propria vita insignificante, del tutto inutile. Lui, l’intellettuale, Corrado, Pavese, vile, egoista, impotente.

I passi citati sono tratti da Cesare Pavese, La casa in collina, Giulio Einaudi editore, Torino 1990.

In copertina: Vincent van Gogh, Notte stellata, 1889.

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