Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Dante, giunto nel paradiso terrestre, viene rimproverato da Beatrice, la quale pronuncia le parole che Caproni riporta nell’epigrafe e dalle quali ricava il titolo della raccolta: «… udendo le sirene sie più forte, / pon giù il seme del piangere ed ascolta …» (Purgatorio, XXXI, vv. 45-46). Beatrice esorta Dante a chiudere con il passato e a resistere al canto delle sirene. Per Dante il passato è percepito come un errore. Caproni rievoca e riconquista un passato che gli ha bagnato la mente. La scelta dell’epigrafe è annunciata da Caproni per la prima volta nel necrologio scritto per la morte di Saba nel 1957: Ora che Umberto Saba è partito. Il rapporto do Caproni con Saba è un rapporto come tra figlio e padre, un padre di cui però bisogna liberarsi. Saba ha per Caproni lo stesso ruolo che Beatrice ha per Dante. La sua voce è solida, lo ammonisce come Beatrice ammonisce Dante.

Nello stesso anno Caproni scrive un articolo dedicato a Pasolini, una recensione alle Ceneri di Gramsci. Se Saba è come un padre, Pasolini è come un figlio. È il primo che va a trovare quando arriva a Roma. Ha già recensito Poesie a Casarsa. Consiglia a Pasolini di raggiungere la maturità, lo esorta a non lasciarsi sopraffare dal canto delle sirene, lo invita a deporre il seme del piangere. Il proprio irrazionale sgomento è il seme del piangere, è l’angoscia che gli fa sentire l’amaro in ogni piacere che prova, e inizia dalla morte di Olga. Lo si deve superare per diventare poeta civile, cela il problema della crescita poetica.

Caproni ricorre al dizionario del Tommaseo. Alla parola “seme” sono citati i versi di Dante: la ragione del dolersi deve rimanere, ed è ciò che dice Pontalis. Staccarsi sì dal passato, ma la ragione del dolore deve rimanere. Salmo: le lacrime possono trasformarsi in esultanza (fonte di Dante ipotizzata da Tommaseo). Il seme del piangere deve essere deposto fino a un certo punto, trasformarlo in poesia. Per Caproni si tratta di trasformare la morte in vita, ma la vita della poesia.

Perch’io è la poesia che apre la raccolta, ne è il prologo. Evidente il richiamo a Cavalcanti: Perch’i’ no spero di tornar giammai.

PERCH’IO…

…perch’io, che nella notte abito solo,
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente… [1]

PERCH’I’ NO SPERO DI TORNAR GIAMMAI

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’ a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ’l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.

Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’ valore. [2]

Caproni riprende la prima parola della poesia di Cavalcanti. Poesia scritta insieme a un gruppo di notturni, e nelle carte si trova tra questi. La solitudine è dell’io. Poesia notturna. Nella poesia di Caproni non ci sono sogni, si tratta di apparizioni da sveglio; non c’è surrealismo. Cerino: nel Seme del piangere bambino debole come un cerino. Poesia scritta col pennino, che richiama i primi esercizi che il bambino fa quando impara a scrivere. Si crea nella mente la visione. Apparizione poetica. Precisa analisi di questa scrittura poetica. Traslitterazione caproniana del seme del piangere: pianto che mi bagna la mente. In questo prologo Caproni fonde Dante e Cavalcanti: perch’io e il pianto. Parte con Cavalcanti, con l’esperimento cavalcantiano, come lo definisce lo stesso Caproni. Tutti i versi livornesi riprendono sotto traccia la ballatetta di Cavalcanti. Caproni prende da Cavalcanti il divisionismo concettuale: la ballata, l’anima, la voce (i tre interlocutori di Cavalcanti). Ma non la chiama ballata, bensì canzonetta. Nella raccolta sono presenti canzonette metaletterarie che punteggiano la leggenda di Annina. La ballata di Cavalcanti è una preghiera, in Caproni Preghiera è la prima canzonetta metaletteraria.

PREGHIERA

Anima mia, leggera
va’ a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancor viva tra i vivi.

Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.

Anima mia, sii brava
e va’ in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada. [3]

Caproni riprende da Cavalcanti l’anima, che appare leggera anche nella poesia di quest’ultimo (prima strofa). Preghiera all’anima. È la prima volta in cui troviamo il nome Anna Picchi. Annina non è ancora nata, il poeta manda l’anima a cercarla.

Altre poesie metaletterarie che spiegano perché ha scelto la canzonetta: La gente se l’additava (intervista del 1965: nei versi per Annina si sente la nervosità, ovvero sveltezza e agilità; la canzonetta corrisponde alla personcina di Annina;comunque dentro si sente il seme del piangere; la canzonetta deve imitare Annina, scritta per gioco, ma scritta piangendo); Per lei (in questa poesia è Caproni stesso a commentare; dialogo con la canzonetta, di quello che deve fare per trovare Annina mentre l’anima cerca; De Robertis, tipo di poesia fine e popolare, riferimento al fin’amor dei trovatori, ma sono le rime di Saba, non quelle crepuscolari di Gozzano; questa è poesia popolare, che ha lo scopo di far leggere la poesia anche a chi non la legge mai); Battendo a macchina (Caproni parla con la propria mano, si ritiene un poeta artigiano; sta battendo a macchina).

LA GENTE SE L’ADDITAVA

Non c’era in tutta Livorno
un’altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta
e un poco fiera (un poco
magra), ma dolce e viva
nei suoi slanci; e priva
com’era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta:

che sembri scritta per gioco,
e lo sei piangendo: e con fuoco. [4]

PER LEI

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari. [5]

BATTENDO A MACCHINA

Mia mano, fatti piuma:
fatti vela; e leggera
muovendoti sulla tastiera,
sii cauta. E bada, prima
di fermare la rima,
che stai scrivendo d’una
che fu viva e fu vera.

Tu sai che la mia preghiera
è schietta, e che l’errore
è pronto a stornare il cuore.
Sii arguta e attenta: pia.
Sii magra e sii poesia
se vuoi essere vita.
E se non vuoi tradita
la sua semplice gloria,
sii fine e popolare
come fu lei – sii ardita
e trepida, tutta storia
gentile, senza ambizione.

Allora sul Voltone,
ventilata in un maggio
di barche, se paziente
chissà che, con la gente,
non prenda aire e coraggio
anche tu, al suo passaggio. [6]

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, p. 195.

[2] Guido Cavalcanti, Rime, XIII secolo.

[3] Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, op. cit., p. 201.

[4] Ivi, p. 207.

[5] Ivi, p. 211.

[6] Ivi, p. 204.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore
Caproni in itinere. Parte X. Litania
Caproni in itinere. Parte XI. Il seme del piangere, 1

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