È splendido come ne La luna e i falò (1950) – l’ultimo e, insieme a La casa in collina (1948) [1], il più celebre e significativo romanzo di Cesare Pavese – la terra vomiti i cadaveri. Quasi non fossero affar suo – l’innaturalezza della guerra, cosa tutta umana, solo umana. Quasi ne avesse fatta indigestione.

Questi morti rigurgitati dal suolo dimostrano che le Langhe non sono più quei luoghi ameni, idilliaci che erano nell’infanzia di Anguilla, il protagonista-narratore del racconto, tornato nei suoi paesi d’origine dopo un lungo soggiorno in America. No, le Langhe non sono più le stesse, la guerra le ha stuprate, e i cadaveri che fuoriescono sono come i feti abortiti frutto di una violenza carnale, di un abuso sessuale.

Ma c’è un altro aspetto, egualmente angosciante e tetro, che sottolinea l’incolmabile distanza tra le Langhe dell’infanzia di Anguilla e le Langhe attuali: i falò. Quei falò che un tempo illuminavano ridenti le feste contadine, e le cui fiamme ornamentali erano innocue, sono oggi strumenti di morte. I falò non sono più dimostrazioni di una gioia quasi primitiva, ma incendi, incendi che bruciano case e persone.

Nel nuovo, funebre soggiorno nei luoghi d’origine Anguilla conosce Cinto, uno sventurato ragazzino storpio che impietosisce il protagonista e commuove il lettore. Cinto abita, insieme con Valino, il violento padre, sulla collina di Gaminella, nel casotto che un tempo era stato il casotto di Anguilla. Un giorno il barbaro Valino, vittima di una povertà irreversibile, dalla quale non ci sono vie d’uscita, dà fuoco all’abitazione e poi si impicca. È forse l’esempio più lampante del carattere funesto e mortuario di questi nuovi falò che bruciano le Langhe, senza più produrre luce, ma solo distruzione e morte.

«Qualcuno correva sullo stradone nella polvere, sembrava un cane. Vidi ch’era un ragazzo: zoppicava e ci correva incontro. Mentre capivo ch’era Cinto, fu tra noi, mi si buttò tra le gambe e mugolava come un cane.
– Cosa c’è?
Lì per lì non gli credemmo. Diceva che suo padre aveva bruciato la casa. – Propio lui, figurarsi, – disse Nuto.
– Ha bruciato la casa, – ripeteva Cinto. – Voleva ammazzarmi… Si è impiccato… ha bruciato la casa…
– Avranno rovesciato la lampada, – dissi.
– No no, – gridò Cinto, – ha ammazzato Rosina e la nonna. Voleva ammazzarmi ma non l’ho lasciato… Poi ha dato fuoco alla paglia e mi cercava ancora, ma io avevo il coltello e allora si è impiccato nella vigna…
Cinto ansava, mugolava, era tutto nero e graffiato. S’era seduto nella polvere sui miei piedi, mi stringeva una gamba e ripeteva: – Il papà si è impiccato nella vigna, ha bruciato la casa… anche il manzo. I conigli sono scappati, ma io avevo il coltello… È bruciato tutto, anche il Piola ha visto…

Nuto lo prese per le spalle e lo alzò su come un capretto.
– Ha ammazzato Rosina e la nonna?
Cinto tremava e non poteva parlare.
– Le ha ammazzate? – e lo scrollò.
– Lascialo stare, – dissi a Nuto, – è mezzo morto. Perché non andiamo a vedere?
Allora Cinto si buttò sulle mie gambe e non voleva saperne.
– Sta’ su, – gli dissi, – chi venivi a cercare?
Veniva da me, non voleva tornare nella vigna. Era corso a chiamare il Morone e quelli del Piola, li aveva svegliati tutti, altri correvano già dalla collina, aveva gridato che spegnessero il fuoco, ma nella vigna non voleva tornare, aveva perduto il coltello.
– Noi non andiamo nella vigna, – gli dissi. – Ci fermiamo sulla strada, e Nuto va su lui. Perché hai paura? Se è vero che sono corsi dalle cascine, a quest’ora è tutto spento…
C’incamminammo tenendolo per mano. La collina di Gaminella non si vede dalla lea, è nascosta da uno sperone. Ma appena si lascia la strada maestra e si scantona sul versante che strapiomba nel Belbo, un incendio si dovrebbe vederlo tra le piante. Non vedemmo nulla, se non la nebbia della luna.
Nuto, senza parlare, diede uno strattone al braccio di Cinto, che incespicò. Andammo avanti, quasi correndo. Sotto le canne si capì che qualcosa era successo. Di lassù si sentiva vociare e dar dei colpi come abbattessero un albero, e nel fresco della notte una nuvola di fumo puzzolente scendeva sulla strada.
Cinto non fece resistenza, venne su affrettando il passo col nostro, stringendomi più forte le dita. Gente andava e veniva e si parlava lassù al fico. Già dal sentiero, nella luce della luna, vidi il vuoto dov’era stato il fienile e la stalla, e i muri bucati del casotto. Riflessi rossi morivano a piede del muro, sprigionando una fumata nera. C’era un puzzo di lana, carne e letame bruciato che prendeva alla gola. Mi scappò un coniglio tra i piedi.
Nuto, fermo al livello dell’aia, storse la faccia e si portò i pugni sulle tempie. – Quest’odore, – borbottò, – quest’odore.
L’incendio era ormai finito, tutti i vicini erano corsi a dar mano; c’era stato un momento, dicevano, che la fiamma rischiarava anche la riva e se ne vedevano i riflessi nell’acqua di Belbo. Niente s’era salvato, nemmeno il letame là dietro.
Qualcuno corse a chiamare il maresciallo; mandarono una donna a prendere da bere al Morone; facemmo bere un po’ di vino a Cinto. Lui chiedeva dov’era il cane, se era bruciato anche lui. Tutti dicevano la loro; sedemmo Cinto nel prato e raccontò a bocconi la storia.
Lui non sapeva, era sceso a Belbo. Poi aveva sentito che il cane abbaiava, che suo padre attaccava il manzo. Era venuta la madama della Villa con suo figlio, a dividere i fagioli e le patate. La madama aveva detto che due solchi di patate eran già stati cavati, che bisognava risarcirla, e la Rosina aveva gridato, il Valino bestemmiava, la madama era entrata in casa per far parlare anche la nonna, mentre il figlio sorvegliava i cesti. Poi avevano pesato le patate e i fagioli, s’erano messi d’accordo guardandosi di brutto. Avevano caricato sul carretto e il Valino era andato in paese.
Ma poi la sera quand’era tornato era nero. S’era messo a gridare con Rosina, con la nonna, perché non avevano raccolto prima i fagioli verdi. Diceva che adesso la madama mangiava i fagioli che sarebbero toccati a loro. La vecchia piangeva sul saccone.
Lui Cinto stava sulla porta, pronto a scappare. Allora il Valino s’era tolta la cinghia e aveva cominciato a frustare Rosina. Sembrava che battesse il grano. Rosina s’era buttata contro la tavola e urlava, si teneva le mani sul collo. Poi aveva fatto un grido più forte, era caduta la bottiglia, e Rosina tirandosi i capelli s’era buttata sulla nonna e l’abbracciava. Allora il Valino le aveva dato dei calci – si sentivano i colpi -, dei calci nelle costole, la pestava con le scarpe. Rosina era caduta per terra, e il Valino le aveva ancora dato dei calci nella faccia e nello stomaco.
Rosina era morta, disse Cinto, era morta e perdeva sangue dalla bocca. – Tirati su, – diceva il padre, – matta -. Ma Rosina era morta, e anche la vecchia adesso stava zitta.
Allora il Valino aveva cercato lui – e lui via. Dalla vigna non si sentiva più nessuno, se non il cane che tirava il filo e correva su e giù.
Dopo un poco il Valino s’era messo a chiamare Cinto. Cinto dice che si capiva dalla voce che non era per batterlo, che lo chiamava soltanto. Allora aveva aperto il coltello e si era fatto nel cortile. Il padre sulla porta aspettava, tutto nero. Quando l’aveva visto col coltello, aveva detto “Carogna” e cercato di acchiapparlo. Cinto era di nuovo scappato.
Poi aveva sentito che il padre dava calci dappertutto, che bestemmiava e ce l’aveva col prete. Poi aveva visto la fiamma.
Il padre era uscito fuori con la lampada in mano, senza vetro. Era corso tutt’intorno alla casa. Aveva dato fuoco anche al fienile, alla paglia, aveva sbattuto la lampada contro la finestra. La stanza dove s’erano picchiati era già piena di fuoco. Le donne non uscivano, gli pareva di sentir piangere e chiamare.
Adesso tutto il casotto bruciava e Cinto non poteva scendere nel prato perché il padre l’avrebbe visto come di giorno. Il cane diventava matto, abbaiava e strappava il filo. I conigli scappavano. Il manzo bruciava anche lui nella stalla.
Il Valino era corso nella vigna, cercando lui, con una corda in mano. Cinto, sempre stringendo il coltello, era scappato nella riva. Lì c’era stato, nascosto, e vedeva in alto contro le foglie il riflesso del fuoco.
Anche di lì si sentiva il rumore della fiamma come un forno. Il cane ululava sempre. Anche nella riva era chiaro come di giorno. Quando Cinto non aveva più sentito né il cane né altro, gli pareva di essersi svegliato in quel momento, non si ricordava che cosa facesse nella riva. Allora piano piano era salito verso il noce, stringendo il coltello aperto, attento ai rumori e ai riflessi del fuoco. E sotto la volta del noce aveva visto nel riverbero pendere i piedi di suo padre, e la scaletta per terra.
Dovette ripetere tutta questa storia al maresciallo e gli fecero vedere il padre morto disteso sotto un sacco, se lo riconosceva. Fecero un mucchio delle cose ritrovate sul prato – la falce, una carriola, la scaletta, la museruola del manzo e un crivello. Cinto cercava il suo coltello, lo chiedeva a tutti e tossiva nel puzzo di fumo e di carne. Gli dicevano che l’avrebbe trovato, che anche i ferri delle zappe e delle vanghe, quando la brace fosse spenta, si sarebbero potuti riprendere. Noi portammo Cinto al Morone, era quasi mattino; gli altri dovevano cercare nella cenere quel che restava delle donne.
Nel cortile del Morone nessuno dormiva. Era aperto e acceso in cucina, le donne ci offrirono da bere; gli uomini si sedettero a colazione. Faceva fresco, quasi freddo. Io ero stufo di discussioni e di parole. Tutti dicevano le medesime cose. Restai con Nuto a passeggiare nel cortile, sotto le ultime stelle, e vedemmo di lassù nell’aria fredda, quasi viola, i boschi d’albere nella piana, il luccichio dell’acqua. Me l’ero dimenticato che l’alba è così.
Nuto passeggiava aggobbito, con gli occhi a terra. Gli dissi subito che a Cinto dovevamo pensar noi, che tanto valeva l’avessimo fatto già prima. Lui levò gli occhi gonfi e mi guardò – mi parve mezzo insonnolito.
Il giorno dopo ci fu da farsi brutto sangue. Sentii dire in paese che la madama era furente per la sua proprietà, che visto che Cinto era il solo vivo della famiglia, pretendeva che Cinto la risarcisse, pagasse, lo mettessero dentro. Si seppe ch’era andata a consigliarsi dal notaio e che il notaio l’aveva dovuta ragionare per un’ora. Poi era corsa anche dal prete.
Il prete la fece più bella. Siccome il Valino era morto in peccato mortale, non volle saperne di benedirlo in chiesa. Lasciarono la sua cassa fuori sui gradini, mentre il prete dentro borbottava su quelle quattro ossa nere delle donne, chiuse in un sacco. Tutto si fece verso sera, di nascosto. Le vecchie del Morone, col velo in testa, andarono coi morti al camposanto raccogliendo per strada margherite e trifoglio. Il prete non ci venne perché – ripensandoci – anche la Rosina era vissuta in peccato mortale. Ma questo lo disse soltanto la sarta, una vecchia lingua». [2]

Le pagine appena proposte rappresentano uno degli esempi più elevati di quel tipico realismo pavesiano (un’altra eccezionale dimostrazione si trova in Paesi tuoi, e precisamente nella descrizione della morte, per mano del fratello, di Gisella [3]).

L’incendio della Gaminella è la manifestazione più evidente del mutamento del carattere del simbolo-falò, ma non è l’unica. Ce n’è un’altra, più sottile, ma ben più significativa, e non solo perché collocata da Pavese in una posizione strategica, proprio in conclusione del romanzo. Mi riferisco all’esecuzione partigiana della bella Santa, la più piccola delle tre figlie di sor Matteo, padrone di Anguilla dopo l’addio al casotto della Gaminella, ora carbonizzato, ridotto in cenere dalla disperazione, mista a follia, del selvaggio Valino. A rievocare la drammatica fine di Santa, nell’ultimo capitolo dell’opera, è Nuto – la voce rotta dal rimorso -, il saggio e caro amico del protagonista testimone oculare della tragedia.

«Non ci aveva creduto. Fino alla fine non ci aveva creduto. La vide una volta traversare sul ponte, veniva dalla stazione, aveva indosso una pelliccia grigia e le scarpe felpate, gli occhi allegri dal freddo. Lei l’aveva fermato.
– Come va al Salto? suoni sempre?… OhNuto, avevo paura che fossi anche tu in Germania… Dev’essere brutto su di lì… Vi lasciano tranquilli?
A quei tempi traversare Canelli era sempre un azzardo. C’erano le pattuglie, i tedeschi. E una ragazza come Santa non avrebbe parlato in strada con un Nuto, non fosse stata la guerra. Lui quel giorno non era tranquillo, le disse soltanto dei sì e dei no.
Poi l’aveva riveduta al caffè dello Sport, lei stessa ce l’aveva chiamato uscendo sulla porta. Nuto teneva d’occhio le facce che entravano, ma era un mattino tranquillo, una domenica di sole che la gente va a messa.
– Tu m’hai vista quand’ero alta così, – diceva Santa, – tu mi credi. C’è della gente cattiva a Canelli. Se potessero mi darebbero fuoco… Non vogliono che una ragazza faccia una vita non da scema. Vorrebbero che facesso anch’io la fine d’Irene, che baciassi la mano che mi dà uno schiaffo. Ma io la mordo la mano che mi dà uno schiaffo… gentetta che non sono nemmeno capaci di fare i mascalzoni…
Santa fumava sigarette che a Canelli non si trovavano, gliene aveva offerte. – Prendine, – aveva detto, – prendile tutte. Siete in tanti a dover fumare, su di lì.
– Vedi com’è, – diceva Santa, – siccome una volta conoscevo qualcuno e ho fatto la matta, anche tu ti voltavi nelle vetrine quando passavo. Eppure hai conosciuto la mamma, sai come sono… mi portavi in festa… Credi che anch’io non ce l’abbia con quei vigliacchi di prima?… almeno questi si difendono… Adesso mi tocca vivere e mangiare il loro pane, perché il mio lavoro l’ho sempre fatto, nessuno mi ha mai mantenuta, ma se volessi dir la mia… se perdessi la pazienza…
Santa diceva queste cose al tavolino di marmo, guardando Nuto senza sorridere, con quella bocca delicata e sfacciata e gli occhi umidi offesi – come le sue sorelle. Nuto fece di tutto per capire se mentiva, le disse perfino che sono tempi che bisogna decidersi, o di là o di qua, e che lui s’era deciso, lui stava coi disertori, coi patrioti, coi comunisti. Avrebbe dovuto chiederle di fare per loro la spia nei comandi, ma non aveva osato – l’idea di mettere una donna in pericolo così, e di metterci Santa, non poteva venirgli.
Invece a Santa l’idea venne e diede a Nuto molte notizie sui movimenti della truppa, sulle circolari del comando, sui discorsi che facevano i repubblichini. Un altro giorno gli mandò a dire che non venisse a Canelli perché c’era pericolo, e infatti i tedeschi razziarono le piazze e i caffè. Santa diceva che lei non rischiava nulla, ch’erano vecchie conoscenze vigliacche che venivano da lei a sfogarsi, e le avrebbero fatto schifo non fosse stato per le notizie che così poteva dare ai patrioti. Il mattino che i neri fucilarono i due ragazzi sotto il platano e ce li lasciarono come cani, Santa venne in bicicletta alla Mora e di là al Salto e parlò con la mamma di Nuto, le disse che se avevano un fucile o una pistola la nascondessero nella riva. Due giorni dopo la brigata nera passò e buttò per aria la casa.
Venne il giorno che Santa prese Nuto a braccetto e gli disse che non ne poteva più. Alla Mora non poteva tornare perché Nicoletto era insopportabile, e l’impiego di Canelli, dopo tutti quei morti, le scottava, le faceva perdere la ragione: se quella vita non finiva subito, lei dava di mano a una pistola e sparava a qualcuno – lei sapeva a chi – magari a se stessa.
– Andrei anch’io sulle colline, – gli disse, – ma non posso. Mi sparano appena mi vedono. Sono quella della Casa del fascio.
Allora Nuto la portò nella riva e la fece incontrare con Baracca. Disse a Baracca tutto quello che lei aveva già fatto. Baracca stette a sentire guardando in terra. Quando parlò disse soltanto: – Torna a Canelli.
– Ma no… – disse Santa.
– Torna a Canelli e aspetta gli ordini. Te ne daremo.
Due mesi dopo – la fine di maggio – Santa scappò da Canelli perché l’avevano avvertita che venivano a prenderla. Il padrone del cinema disse ch’era entrata una pattuglia di tedeschi a perquisirle la casa. A Canelli ne parlavano tutti. Santa scappò sulle colline e si mise coi partigiani. Nuto sapeva adesso sue notizie a caso, da chi passava di notte a fargli una commissione, e tutti dicevano che girava armata anche lei e si faceva rispettare. Non fosse stato della mamma vecchia e della casa che potevano bruciargli, Nuto sarebbe andato anche lui nelle bande per aiutarla.
Ma Santa non ne aveva bisogno. Quando ci fu il rastrellamento di giugno e per quei sentieri ne morirono tanti, Santa si difese tutta una notte con Baracca in una cascina dietro Superga e uscì lei sulla porta a gridare ai fascisti che li conosceva uno per uno tutti e non le facevano paura. La mattina dopo, lei e Baracca scapparono.
Nuto diceva queste cose a voce bassa, si soffermava ogni tanto guardandosi intorno; guardava le stoppie, le vigne vuote, il versante che riprendeva a salire; disse “Passiamo di qua”. Il punto dov’eravamo arrivati adesso, nemmeno si vedeva dal Belbo; tutto era piccolo, annebbiato, lontano, ci stavano intorno soltanto costoni e grosse cime a distanza. – Lo sapevi che Gaminella è così larga? – mi disse.
Ci fermammo in co’ d’una vigna, in una conca riparata da gaggie. C’era una casa diroccata, nera. Nuto disse in fretta: – Ci sono stati i partigiani. La cascina l’hanno bruciata i tedeschi.
– Sono venuti due ragazzi a prendermi al Salto una sera, armati, li conoscevo. Abbiamo fatta questa strada di oggi. Camminammo ch’era già notte, non sapevano dirmi che cosa Baracca volesse. Passando sotto le cascine i cani abbaiavano, nessuno si muoveva, non c’erano lumi, sai come andava a quei tempi. Io non ero tranquillo.
Nuto aveva visto acceso sotto il portico. Vide una moto nel cortile, delle coperte. Ragazzi, pochi – l’accampamento l’avevano in quei boschi laggiù.
Baracca gli disse che l’aveva fatto chiamare per dargli una notizia, brutta. C’erano le prove che la loro Santa faceva la spia, che i rastrellamenti di giugno li aveva diretti lei, che il comitato di Nizza l’aveva fatto cader lei, che perfino dei prigionieri tedeschi avevano portato i suoi biglietti e segnalato dei depositi alla Casa del fascio. Baracca era un ragioniere di Cuneo, uno in gamba ch’era stato anche in Africa e parlava poco – era poi morto con quelli delle Ca’ Nere. Disse a Nuto che però non capiva perché Santa si fosse difesa con lui quella notte del rastrellamento. – Sarà perché gliele fai buone, – disse Nuto, ma era disperato, gli tremava la voce.
Baracca gli disse che Santa le faceva buone lei a chi voleva. Anche questo era successo. Fiutando il pericolo, aveva fatto l’ultimo colpo e portato con sé due ragazzi dei migliori. Adesso si trattava di pigliarla a Canelli. C’era già l’ordine scritto.
– Baracca mi tenne tre giorni quassù, un po’ per sfogarsi a parlarmi di Santa, un po’ per esser certo che non mi mettevo in mezzo. Un mattino Santa tornò, accompagnata. Non aveva più la giacca a vento e i pantaloni che aveva portato tutti quei mesi. Per uscire da Canelli s’era rimesso un vestito da donna, un vestito chiaro da estate, e quando i partigiani l’avevano fermata su per Gaminella era cascata dalle nuvole… Portava delle notizie di circolari repubblichine. Non servì a niente. Baracca in presenza nostra le fece il conto di quanti avevano disertato per istigazione sua, quanti depositi avevamo perduto, quanti ragazzi aveva fatto morire. Santa stava a sentire, disarmata, seduta su una sedia. Mi fissava con gli occhi offesi, cercando di cogliere i miei… Allora Baracca le lesse la sentenza e disse a due di condurla fuori. Erano più stupiti i ragazzi che lei. L’avevano sempre veduta con la giacchetta e la cintura, e non si capacitavano adesso di averla in mano vestita di bianco. La condussero fuori. Lei sulla porta si voltò, mi guardò e fece una smorfia come i bambini… Ma fuori cercò di scappare. Sentimmo un urlo, sentimmo correre, e una scarica di mitra che non finiva più. Uscimmo anche noi, era distesa in quell’erba davanti alle gaggie.
Io più che Nuto vedevo Baracca, quest’altro morto impiccato. Guardai il muro rotto, nero, della cascina, guardai in giro, e gli chiesi se Santa era sepolta lì.
– Non c’è caso che un giorno la trovino? hanno trovato quei due…
Nuto s’era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. – No, Santa no, – disse, – non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò». [4]

Se Anguilla, in cuor suo, al momento del ritorno nelle amate Langhe, covava un proposito di ristabilirsi nei propri luoghi d’origine, ebbene, quel dolce proposito è stato distrutto dai drammatici eventi osservati in prima persona oppure ascoltati per bocca di altri, per bocca dell’amico Nuto. Meglio fuggire da quella terra che della verginità di un tempo conserva solo una parvenza fasulla, da far venire il voltastomaco.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera si veda l’articolo La casa in collina, tragica testimonianza dell’impotenza dell’intellettuale.

[2] Cesare Pavese, La luna e i falò, in Cesare Pavese, Romanzi e Racconti, volume terzo, edizione Euroclub Italia, su licenza di Giulio Einaudi editore, Torino, prima edizione 1997, pp. 443-450.

[3] Per una lettura ed un’analisi del passo si veda l’articolo Cesare Pavese – Paesi tuoi, l’orribile morte di Gisella.

[4] Cesare Pavese, La luna e i falò, in Cesare Pavese, Romanzi e Racconti, volume terzo, edizione Euroclub Italia, su licenza di Giulio Einaudi editore, Torino, prima edizione 1997, pp. 472-477.

In copertina: Vincent van Gogh, Contadino brucia erbacce, 1883.

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