Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Litania: novanta anafore di Genova; le strofe, strofette, sono costruite con un verso di proposta e un verso di risposta (processo simile a quello del rosario), rappresentati dalla differenza grafica. La catena rimica non è libera: catena di distici a rime baciate in quartine.

Fonte nascosta di Caproni: Variazioni sul Barucabà, sessanta variazioni su di una melodia genovese, parodia dei matrimoni ebraici, di Niccolò Paganini (composizione per violino e orchestra). Quella di Caproni potrebbe essere una parodia della metrica.

Litania è un’infinita benedizione di Genova. La città viene rievocata.

LITANIA

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria, scale.

Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova di solitudine,
straducole, ebrietudine.

Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.

Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.

Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d’aerei fatti,
Albàro, Borgoratti.

Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un’osteria.

Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.

Genova d’uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova di banchina,
transatlantico, trina.

Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.

Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.

Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d’Oregina,
lamiera, vento, brina.

Genova nome barbaro.
Campana. Montale. Sbarbaro.
Genova di casamenti
lunghi, miei tormenti.

Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.

Genova di tramontana.
Di tanfo. Di sottana.
Genova d’acquamarina,
area, turchina.

Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.

Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Triglia.
Genova d’aglio e di rose,
di Prè, di Fontane Marose.

Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell’Acquasola,
dolcissima, usignola.

Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.

Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d’aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.

Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.

Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire.

Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
patema, stretta al cuore.

Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.

Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.

Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.

Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d’angelo e di puttana.

Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.

Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.

Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d’urti da non scordare.

Genova di «Paolo & Lele».
Di scogli. Fuoribordo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l’amore s’impara.

Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.

Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.

Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.

Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.

Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.

Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.

Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.

Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m’è nato Attilio.

Genova dell’Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.

Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.

Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
partenza senza ritorno.

Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stoccafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima. [1]

La morte. La nefrite: è Olga. Si tratta di una biografia senza fatti, eppure i fatti ci stanno tutti dentro. Svolgimento diacronico, secondo la biografia come grafia della vita (linea).

L’ultima strofa è irregolare. In essa si ritrova l’andamento prosodico dei Lamenti. Il linguaggio si fa astratto, prima non era stato affatto astratto. L’ultima strofa innesca il discorso sulla rima.

Carlo Betocchi considera la rima un avamposto della poesia, rima come realtà oggettiva. Le rime si chiamano e si attraggono, suggeriscono la trama stessa delle cose. In Betocchi la realtà è intesa in senso ontologico: realtà basata sulle cose reali, oggettive, contrarie a quelle soggettive. Esempio: le rime della Commedia. Betocchi è un poeta cattolico, crede in una Carità più grande dell’uomo che ci porta a cogliere le segrete corrispondenze del creato.

In Caproni da una parte le rime rispondono al principio del piacere (piacere di corrispondere alla rima, da qui le catene prevedibili).

Per Betocchi, cattolico, le rime sono cose, per Caproni, laico, sono idee. Ad esempio la rima allegoria/osteria in Borgoratti. Dall’accostamento dei due termini-idee deve nascere un terzo termine-idea. I due termini si incontrano e, soprattutto, si scontrano. Nell’esempio appena riportato un termine è astratto e filosofico, l’altro è invece concreto. Due idee di poesia dalle quali nasce la sua idea di poesia.

Nella rima contraddizione tra senso e suono.

Ultima strofa di Litania: la rima non è un avamposto come per Betocchi. Il bersaglio è Genova, e il termine bersaglio evoca un procedimento aggressivo. La rondine vola nel modo più casuale. La rondine evita il bersaglio.

In Betocchi c’è la grazia, i suoi nomi-rima si fanno realtà: non a caso Realtà vince il sogno è il titolo della sua prima raccolta di poesie.

Caproni soffre della vanità delle parole, soffre della vanità dei nomi, che gli si disfacevano tra le mani. La rima è un appiglio, si tenta di salvare ciò che si può di un mondo che crolla.

In Litania alla fine sembra perdersi il senso: mia litania infinita…

Genova è la città che meglio di ogni altra si identifica con la poesia di Giorgio Caproni.

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Litania, in Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, pp. 180-187.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea
Caproni in itinere. Parte IX. L’ascensore

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