Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

L’ascensore scritta tra il 1948 e il 1949.

Intervista di Caproni del 1965: la madre compare per la prima volta proprio in questa poesia, scritta in occasione della visita di Caproni a Genova alla madre malata, dopo la condanna a morte del medico.

Maternità e guerre: le due più grandi sofferenze della madre.

L’ascensore è divisa in due parti e segna l’ingresso di Caproni nel mondo della canzonetta. Versi di breve-media lunghezza: settenari, ottonari, novenari (il verso di Pascoli nella poesia intima). Il futuro è il tempo verbale predominante, quasi un unicum in Caproni.

L’ASCENSORE

Quando andrò in paradiso
non voglio che una campana
lunga sappia di tegola
all’alba – d’acqua piovana.

Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.

Ci andrò rubando (forse
di bocca) dei pezzettini
di pane ai miei due bambini.
Ma là sentirò alitare
la luce nera del mare
fra le mie ciglia, e… forse
(forse) sul belvedere
dove si sta in vestaglia,
chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre
giovani in libera uscita
con cipria e odor di vita
viva) non riconosca
sotto un fanale mia madre.

Con lei mi metterò a guardare
le candide luci sul mare.
Staremo alla ringhiera
di ferro – saremo soli
e fidanzati, come
mai in tanti anni siam stati.
E quando le si farà a puntini,
al brivido della ringhiera,
la pelle lungo le braccia,
allora con la sua diaccia
spalla se n’andrà lontana:
la voce le si farà di cera
nel buio che la assottiglia,
dicendo «Giorgio, oh mio Giorgio
caro: tu hai una famiglia.»

E io dovrò ridiscendere,
forse tornare a Roma.
Dovrò tornare a attendere
(forse) che una paloma
blanca da una canzone
per radio, sulla mia stanca
spalla si posi. E alfine
(alfine) dovrò riporre
la penna, chiuder la càntera:
«È festa», dire a Rina
e al maschio, e alla mia bambina.

E il cuore lo avrò di cenere
udendo quella campana,
udendo sapor di tegole,
l’inverno dell’acqua piovana.

*

Ma no! se mi sarò deciso
un giorno, pel paradiso
io prenderò l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.

Ruberò anche una rosa
che poi, dolce mia sposa,
ti muterò in veleno
lasciandoti a pianterreno
mite per dirmi: «Ciao,
scrivimi qualche volta,»
mentre chiusa la porta
e allentatosi il freno
un brivido il vetro ha scosso.

E allora sarò commosso
fino a rompermi il cuore:
io sentirò crollare
sui tegoli le mie più amare
lacrime, e dirò «Chi suona,
chi suona questa campana
d’acqua che lava altr’acqua
piovana e non mi perdona?»

E mentre, stando a terreno,
mite tu dirai: «Ciao, scrivi,»
ancora scuotendo il freno
un poco i vetri, tra i vivi
viva col tuo fazzoletto
timida a sospirare
io ti vedrò restare
sola sopra la terra:

proprio come il giorno stesso
che ti lasciai per la guerra. [1]

Prima parte. Sembra un altro autore rispetto al Passaggio d’Enea. Si tratta di una poesia più comunicativa. Parte incentrata sull’apparizione della madre. Compare un nuovo vettore, un nuovo mezzo, verticale, tipico della città di Genova. Differenza con le biciclette e con la funicolare: non sappiamo qual è il rumore dell’ascensore. Due protagonisti: l’io del poeta-autore e la madre. Ascensore di Castelletto come semplice strumento. Rime frequenti, quasi solo piane, vocali, previste, tranne nella terza strofa: rima vestaglia/ ragazzaglia, rima ricca e non prevista, consonantica, che rimanda all’ambientazione popolare. Anche nella quarta strofa c’è un’eccezione: rima braccia/diaccia. Ascensore come vettore allegorico, ma, ancor più che allegorico, fiabesco. Tono intimo pascoliano e soprattutto fiabesco (l’ascensore conduce in paradiso). La prima strofa è la strofa degli scongiuri, si vorrebbe scongiurare una morte. Il primo verso è un modo disinvolto per dire quando morirò. Nella seconda strofa inizia la fiaba, il clima è differente rispetto alla prima strofa. Sotto tutto il testo scorre un clima funereo. Luce nera del mare: viaggio notturno. Puntini di sospensione: qualcosa accade, cambia il tono. Si avvia la visione. È la prima poesia in cui Caproni utilizza la parentesi. Visione popolare. L’ambientazione è molto teatrale. In questa luce nera si apre la scena del belvedere. È strano che la madre appaia sotto un fanale, come una prostituta (vago ricordo di Dino Campana). Nella strofa successiva la luce cambia, forse plenilunio. Da luce nera a candida luce. Abbiamo i gesti, quella di Caproni è una poesia fortemente gestuale. Doppia trasformazione della condizione psichica del protagonista: soli e fidanzati. Solitudine a due, come le coppie di innamorati. Realizzazione del sogno d’amore perduto. L’età della madre non ha tempo. Eros e Thanatos, sopravviene infatti il pensiero della morte. La libido regressiva rende realizzabile il sogno d’amore, ma è stroncato dal pensiero della morte e dalle leggi della realtà, dell’uomo economico. Progressivo raggelarsi della visione materna. Lentamente si trasforma in un fantasma. Ultimi due versi: la ragazza che accetta un rapporto irregolare con un uomo sposato. È grande il dolore della battuta. Battuta che pone fine al sogno paradisiaco. La voce infrange il sogno. Festa della realtà, ma non è affatto una festa. Chiusura con la ripetizione della prima strofa della prima parte. Udendo sapor: sinestesia. Si conclude tetramente.

Seconda parte. Per scrivere Caproni ha bisogno di visioni, non è un poeta realistico e non aspira ad esserlo. Caproni aspira alla vita, che è qualcosa di ben diverso dalla realtà. Nella prima strofa riprende la seconda strofa della prima parte. Si inizia ora a capire il senso del futuro: è il tempo verbale irrealistico per definizione. È il tempo verbale dei profeti o del desiderio. È forte lo scatto nervoso. È una porta a vetri, si risale sempre alla realtà. La sposa non è Rina. Rima richiamata, attesa, sono le rime facili, ma semanticamente nulla è facile (rosa/sposa). Acqua piovana elemento del paesaggio tipico che accompagna l’irruzione della colpa (altro elemento, ad esempio, è l’alba scialba): scrivimi qualche volta. E la madre morirà con la sorella, non con il figlio. La madre saluta con il fazzoletto: è un congedo. È il primo vero congedo che compare ed è la madre a congedarsi da lui. Non più soli, ma sola. Terra/guerra rima che tornerà nel Seme del piangere.

NOTE

[1] Giorgio Caproni, L’ascensore, in Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, pp. 175-178.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti
Caproni in itinere. Parte V. I lamenti
Caproni in itinere. Parte VI. Le biciclette
Caproni in itinere. Parte VII. Stanze della funicolare
Caproni in itinere. Parte VIII. Il passaggio d’Enea

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