Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

I lamenti

I

Ahi i nomi per l’eterno abbandonati
sui sassi. Quale voce, quale cuore
è negli empiti lunghi – nei velati
soprassalti dei cani? Dalle gole
deserte, sugli spalti dilavati
dagli anni, un soffio tronca le parole
morte – sono nel sangue gli ululati
miti che cercano invano un amore
fra le pietre dei monti. E questo è il lutto
dei figli? E chi si salverà dal vento
muto sui morti – da tanto distrutto
pianto, mentre nel petto lo sgomento
della vita più insorge?… Unico frutto,
oh i nomi senza palpito – oh il lamento [1].

Verbo abbandonare, nomi abbandonati dall’esercito in fuga (umanità afasica). Effetto della guerra (che torna sempre nel ciclo). Anche l’eterno torna, ritorna nel ciclo. Topos dello strazio: i cani esprimono una situazione animale, pre-umana che esprime lo strazio. Desertificazione del paesaggio (montano, che rimanda alla Val Trebbia). Paesaggio primitivo. Soffio altro aspetto caratteristico del topos dello strazio. Parole morte: la guerra distrugge la possibilità della poesia, non solo, anche riferimento storico, disperazione di chi ha creduto nel fascismo (istituzioni e miti svuotati, sbugiardati), regime basato molto sulle parole.

Polisemia dei sonetti.

Origine del lutto: non ci si salva. Il soffio diviene vento muto. Il vento è in Caproni un topos positivo (è il vento ad avergli ispirato l’interesse per la musica). Anche la natura è muta, non parla più. Il sonetto numero I ha la funzione e il valore di proemio.

***

III

Io come sono solo sulla terra
coi miei errori, i miei figli, l’infinito
caos dei nomi ormai vacui e la guerra
penetrata nell’ossa!… Tu che hai udito
un tempo il mio tranquillo passo nella
sera degli Archi a Livorno, a che invito
cedi – perché tu o padre mio la terra
abbandoni appoggiando allo sfinito
mio cuore l’occhio bianco?… Ah padre, padre
quale sabbia coperse quelle strade
in cui insieme fidammo! Ove la mano
tua s’allentò, per l’eterno ora cade
come un sasso tuo figlio – ora è un umano
piombo che il petto non sostiene più [2].

Riferimento esplicito alla guerra. La rima terra/guerra torna nel sonetto numero IX, altro riferimento esplicito alla guerra. Sono gli unici due casi in cui Caproni utilizza il termine guerra.

Centro emotivo: solitudine. Prima quartina riassuntiva di tutti i peggiori effetti della guerra. I nomi prima abbandonati si trovano ora nella Babele, e se nel caos sono inutili, allora sono inutili anche alla comunicazione. La guerra è un reumatismo che non passerà mai. È inguaribile. La guerra non uscirà più dalla poesia di Caproni. Nostalgia della giovinezza: ricordo delle passeggiate con il padre e con il fratello. Insieme alla nostalgia lo sgomento del figlio che si vede abbandonato dal padre a causa della vecchiaia (tristezza umana, non della guerra).

«Ah padre, padre»: soluzione del pathos. Sabbia e dunque, ancora una volta, paesaggio desertico (tempesta di sabbia). Coerenza lessicale nascosta nella scelta dei nomi, degli aggettivi. Caproni non perde mai la bussola. Altro effetto della guerra: la caduta (caduta eterna, Eden).

Nel petto il cuore è diventato un sasso. Avvicinamento del corpo umano alla natura. Cuore di piombo altro effetto della guerra.

***

V

Quali lacrime calde nelle stanze?
Sui pavimenti di pietra una piaga
solenne è la memoria. E quale vaga
tromba – quale dolcezza erra di tante
stragi segrete, e nel petto propaga
l’armonioso sfacelo?… No, speranze
più certe son troncate sulle stanche
bocche dei morti. E non cada, non cada
con la polvere e gli aghi nelle bocche
dei morti una parola. La ferita
inferta, non risalderà la notte
sulle stanze squassate: è dura vita
che non vive nell’urlo in cui altra notte
geme – in cui vive intatta un’altra vita [3].

Veglia presso le salme di alcuni partigiani. Morte elemento centrale che fa scaturire il lamento.

Rispetto a calore. Pavimenti di pietra topos dello strazio. Si apre un varco alla pietà. «l’armonioso sfacelo» espressione ossimorica. Non c’è spazio per la pietà (altro effetto della guerra; scrivere nella Resistenza).

Troncate con l’accetta.

Non ci si permetta di dire una sola parola di consolazione sui morti («E non cada, non cada»). No deciso alla presunta funzione consolatoria della poesia.

Ultima terzina: contraddizione (non vive / vive).

Sembra una notte perenne.

Attraverso la poesia e il lamento Caproni certifica il negativo e lo scacco della poesia. La poesia non crea quell’altra realtà. È una poesia in apparenza estremamente istintiva. Ma solo in apparenza.

***

VI

Quante tenui figure aride e vive,
o madre, al tuo abbandono al davanzale
degli anni – al tuo affannarti sul dolore
radicato nel vento! Con eguale
altezza, un giorno in lacrime d’amore
io t’accesi una fede. E ora a che vale
il cuore – come reggerò al clamore
d’un perdono completamente eguale
al crollo della sera?… Ah la tristezza
umana! È questo solco di passione
nel sangue, cui più vana è la carezza
che finisce la vita – è l’occlusione,
nel teatro d’orgasmo, d’una brezza
troncata sul sospiro del tuo nome [4].

Coordinamento e scoordinamento delle rime. Rima intesa come assonanza o dissonanza di vocaboli e idee. Due vocaboli-idea ne generano un terzo. Registro di lettura verticale che si appoggia sulle rime.

Primo e ultimo verso liberi dalla gabbia delle rime.

Sentimento amoroso per la madre (disagio e sensi di colpa).

Dolore / amore / clamore: dolore e amore assonanza, collegamento sonoro con clamore, effetto sonoro, è musica. Terza idea. Vivono di vita propria, non hanno bisogno di appoggiare il pathos sulla sintassi. È come se fossero scritte in rosso.

Davanzale / eguale / vale / eguale: rime funzionali alla sintassi, non hanno alcuna responsabilità, non generano una terza idea.

I puntini di sospensione indicano un cambiamento di registro.

Tristezza / carezza / brezza: tristezza e carezza dissonanza, generano la terza idea brezza, sempre molto sensitiva come il clamore.

I trattini congiungono e disgiungono, sono pause in contraddizione (contraddizione vitale di Caproni).

Passione / occlusione: pathos, forza retorica; chiusa clandestinità, oppressione del ciclo. Passione e occlusione sono semanticamente in dissonanza. La dissonanza domina nel sonetto e nell’intero ciclo dei Lamenti.

Nome come sospiro.

Due i registri di lettura dell’intero ciclo: le rime (rappresentano la salvezza, la rima è la colonna della tradizione poetica) e lo svolgimento sintattico (crollo della tradizione letteraria).

***

XI

Nella profondità notturna il corno
d’America, dal buio locomotore
sperduto cosa fruga – chi nel cuore
sveglia l’innominabile ritorno
a una paura che conquide? A un sonno
plumbeo più che i millenni, immenso muore
nel deserto di brina un passo – l’ore
ha aggredito quel raglio mentre intorno
cresce il sospiro dell’uomo. E tu ancora
chiuso nella tua stanza, inventa l’erba
facile delle parole – fai un’acerba
serra di delicato inganno, all’ora
che opprimendoti viva a un tratto serba
per te il lamento che il petto ti esplora [5].

Postilla di Caproni che spiega come il corno sia il raglio che emettono i treni americani che egli sente partire ogni sera dalla stazione di Trastevere.

Il tempo verbale dei sonetti è il presente. Si prepara all’uscita dal ciclo. Il ciclo termina con un sospiro causato dal raglio fastidioso del treno. Caproni non ama i treni e i tram, seguono entrambi un percorso predeterminato. Caproni ama le biciclette. C’è una svalutazione. Sopravvivenza della poesia come lamento. Si è spenta la tensione, ci si rinchiude in una stanza e si ricomincia a scrivere.

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Il passaggio d’Enea, in Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, p. 121.

[2] Ivi, p. 123

[3] Ivi, p. 125

[4] Ivi, p. 126.

[5] Ivi, p. 131.

Gli appuntamenti precedenti:

Caproni in itinere. Parte I
Caproni in itinere. Parte II
Caproni in itinere. Parte III
Caproni in itinere. Parte IV. Introduzione ai Lamenti

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