Il canto di un bosco in lontananza, arroccato su una collina; la voce di un animale notturno canta alla luna, e l’uomo, il vagabondo, che dalla città non tornerà più a casa con le scarpe sporche di fango e concime: è questo “Nel paese dei Coppoloni”, il film-documentario di Vinicio Capossela e Stefano Obino ispirato al libro finalista del premio Strega.

Descrivere questo percorso acciottolato sul quale il cantante si arrampica, caldo nel suo antico tabarro, descrivendoci la bellezza della tradizione popolare e folk del popolo di Calitri.

Chi siete? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” riecheggia la voce dell’artista durante il film, come proiettata da un tempo lontano, profonda e antica come se venisse da una caverna “Vado cercando musiche e canti, i canti che transumano, cambiano lingua e pelle ma non il moto dell’anima che l’ha generati”

La città del vento non conosce macchine, ma solo coppoloni e muli, e tempeste. E musica, che riecheggia anche nella valle dell’eco, che preserva le antiche parole e le riporta alla mente quando sembrano ormai scomparse, come se fossero state coltivate in un terreno fertile, fecondo per sogni e mistiche visioni.

Quello che Capossela raccoglie e decodifica è l’impressione di un viandante di ritorno nella sua “Heimat”, ma non lo fa con termini personali e soggettivi, poiché racconta di un migrante che è insito in ogni uomo, non necessariamente legato ad una transumanza geografica, ma anche umana, passando dall’infanzia alla giovinezza, e attraversando così tutta la vita: è nel tempo trascorso, nel passato, che si ritrova il mito, la leggenda, l’immaginifico, in un uomo come in un paese.

Il paese diviene dunque il luogo del simbolo di un mondo che fu, e che oggi è lontano quasi per tutti: dove ogni portone ha un nome e ogni stalla un asino, dove ogni persona ha uno “stortonome” (Guarramon’ è quello che si conquista il protagonista). Lo sposalizio, pratica lontana dal moderno matrimonio, è un momento che la società contemporanea non conosce più e non potrà apprezzare, è una festa e un lutto allo stesso tempo, in cui le persone si uniscono intorno ai festeggiati fino avvolgendoli “come il sugo con l’involtino di carne” . E’ il luogo dove la banda, la “Banda della posta” in questo caso, era solita far cader “sponzati” e stremati parenti e invitati.

Il tempo è il protagonista nascosto (ma neanche troppo) del film, perché c’è un tempo per partire, ma anche uno per tornare, e c’è un tempo per cantare e uno per riposare, c’è il tempo del mito e il tempo dimenticato. Il tutto accompagnato da persone che di tempo ne sanno qualcosa (“con centinaia di sposalizi alle spalle” direbbero loro) sinceri interlocutori che non di rado si addentrano nella “Cupa” (un sentiero abitato da bestie e creature magiche) per sentire gli animali cantare la notte e gli uomini peccare.

E infine, una delle scene più commoventi del film, la scoperta della trebbiatrice volante, una creatura magica ed un immenso omaggio al mondo contadino, oltre che metafora della vita: la trebbiatrice, come davanti al giudizio divino, divide il buono dal cattivo, il grano dalla paglia, la vita dalla morte.

A concludere il quadro vi è un primo approccio, un’anteprima (se così si può chiamare) di quello che sarà il suo prossimo album “Canzoni della Cupa”. Motivo in più, per i fan, per vedere il film.

Concludiamo la nostra recensione con le parole che l’autore stesso ha pubblicato sulla sua pagina a ridosso dell’uscita del film proprio a proposito del nuovo album: “Un mondo che si esprime anche in paesaggi, luoghi, animali, volti e voci. Queste voci, oltre che narrare, cantano. Sono molti anni che provo a mettergli un po’ di sale sulla coda a questi canti. Transumarli dalla forma del sonetto a quella della canzone. O scriverne da capo partendo da questo smisurato giacimento. Ora sono diventate canzoni, le “Canzoni della Cupa”, e il loro primo guaito al mondo è quello che accompagna le immagini di questo film. Spero possano mordere presto.”

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