Un corso di letteratura italiana contemporanea interamente dedicato alla poesia di Giorgio Caproni.

Una docente che oltre ad essere docente è anche poetessa, scrittrice e giornalista: Biancamaria Frabotta.

Uno studente: io.

E poi? Cos’altro? Appunti. Una pioggia di appunti.

Giorgio Caproni (1912-1990). Poeta. Maestro elementare. Giornalista, per arrotondare.

Nasce a Livorno. A dieci anni si trasferisce a Genova. Primo sradicamento. Genova sarà la sua città del cuore, la sua città dell’anima. Leggeremo molto di Genova nei suoi versi.

Giovanni Raboni (1932-2004) sulla poesia di Caproni: «Struggente e severo canzoniere d’esilio».

Studia al conservatorio e la musica è fondamentale nella sua poesia, che non è musicale, ma vera e propria musica. È costretto a interrompere gli studi perché viene coinvolto nella Seconda guerra mondiale (sarà un evento fondamentale per lui).

Livorno e Genova, le due prime città, sono città di provincia.

Tutti i componenti della scuola romana non sono di Roma, sono sradicati: Umberto Saba (1883-1957) – Trieste; Sandro Penna (1906-1977) – Perugia, dalla quale fugge a causa dell’omosessualità, non vi tornerà più; Giorgio Caproni, continua nostalgia per Genova, mentre Livorno riemerge al momento della morte della madre; Attilio Bertolucci (1911-2000) – Parma; Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – Casarza, a Roma crea la propria fortuna poetica. Sono tutti poeti provinciali.

Caproni ricostruisce le proprie città, Livorno e Genova, dalle rovine della guerra.

1933-1934: servizio militare. Ed è proprio durante il servizio militare che Caproni scrive le prime poesie. Sono versi che compariranno nella sua prima raccolta, Come un’allegoria (1936). Sono versi semplici

BORGORATTI

Anche le vampe fiorite
ai balconi di questo paese,
labile memoria ormai
dimentica la sera.

Come un’allegoria,
una fanciulla appare
sulla porta dell’osteria.
Alle sue spalle è un vociare
confuso d’uomini – e l’aspro
odore del vino [1].

Borgoratti è un quartiere di Genova, tra città e contado. All’interno di questa poesia compare il titolo della raccolta: «Come un’allegoria» (v. 5).

Caproni nella sua semplicità complica la sintassi. Nella prima strofa c’è il tentativo di farsi tornare in mente il quartiere. Il quartiere nel quale conosce Olga Franzoni, la sua ragazza, che muore presto e sarà un fantasma che ritorna in tutta la sua produzione poetica successiva.

Caproni scrive a pezzi e poi combina, e poi assembla. La prima strofa, che affronta l’annoso problema della memoria, è infatti del 1934, mentre la seconda, che non ha niente a che vedere con la strofa precedente, è del 1933.

Rima allegoria/osteria: concetto filosofico accostato ad un dato umile della realtà.

La fanciulla è un’allegoria, d’accordo, ma un’allegoria di cosa? A questa domanda non c’è risposta. A questa domanda non può esserci risposta. Si resta sospesi, come se il punto interrogativo fosse un pallone aerostatico dalla forma singolare.

«e l’aspro / odor del vino», citazione di San Martino di Giosuè Carducci (1835-1907) [2].

Poesia composita di pezzi non necessariamente congrui.

Molte delle poesie contenute in Come un’allegoria sono state scritte tra le mura della caserma militare. Il servizio militare rappresenta un momento di stacco.

Nella prima strofa il giovane Caproni si sforza di ricordare la casa dell’amata Olga a Borgoratti.

ALBA

Una cosa scipita,
col suo sapore di prati
bagnati, questa mattina
nella mia bocca ancora
assopita.

Negli occhi nascono come
nell’acque gli acquitrini
le case, il ponte, gli ulivi:
senza calore.

È assente il sale
del mondo: il sole [3].

L’alba è un topos all’interno della poesia caproniana, un tema (un tema anche musicale, sottoposto a variazioni).

Scrive Alba a Sanremo, mentre è di guardia. Grazie a questa informazione la poesia si illumina di colpo. Cade il velo e appare il senso. Situazione innaturale (servizio militare), dunque alba «scipita». Sgradevole sensazione di umidità. Bocca impastata.

Seconda strofa: occhi acquosi all’interno dei quali si formano le cose del mondo. Non c’è compenetrazione, tutto sembra un riflesso. Caproni ha già letto Giuseppe Ungaretti (1888-1970) ed Eugenio Montale (1896-1981).

Concetti espressi da un prefatore (?) sulla raccolta Come un’allegoria: poesia descrittiva, di tono basso, caratterizzata da giochi fonetici; corali a quattro voci, dove domina la voce del tenore; queste prime poesie sono corali a più voci; poesie molto brevi, simili agli haiku giapponesi; c’è unità, non si tratta di una poesia frammentaria, come quella dei vociani  – Giovanni Boine (1887-1917) -; l’unità è data da una certa avidità giovanile e dal sentimento che unifica le sensazioni. Sì, è proprio nell’aspetto sentimentale che risiede l’unità.

Caproni nel manoscritto ha scritto luogo ed evento, ma lo ha eliminato nella versione stampata. I fatti privati sono privati, ma solo attraverso questi fatti privati è possibile la completa decodificazione dei versi.

Giudizi di Caproni stesso sulla raccolta Come un’allegoria:

1965. Parla di reale, ma è una realtà pertinente alla natura, non alla società. Tenta di entrare in contatto con la realtà della natura. Caproni non ama la filosofia, ma ragiona in modo filosofico. Utilizza il termine segni, segni cui dava il valore di un’allegoria, dunque qualcosa d’altro. Quando si allegorizza si fa sempre riferimento a qualcosa d’altro. In Caproni si tratta di inquietudine. Un’inquietudine altrui – stare in una natura che si coglie solo per segni. Dice di non prenderla come poesia descrittiva, c’è qualcosa d’altro. Le parole non bastano;

1984. Caproni sta ad occhi aperti, nella natura e nella società. Il simbolista sta invece fuori dalla realtà. Guardandola dritta in faccia si dubita dell’esistenza della realtà. Realtà come allegoria di qualcosa d’altro. Qualcosa che sfugge alla ragione. Dolore.

Il mondo femminile rappresenta un sostegno nell’incerta ricerca dell’altro.

NOTE

[1] Giorgio Caproni, Come un’allegoria, in Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, p. 23.

[2] La poesia San Martino è contenuta nella raccolta Rime nuove (1887).

[3]  Giorgio Caproni, Come un’allegoria, in Giorgio Caproni, Poesie 1932-1986, Garzanti, 1989, p. 14.

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