Parigi, cimitero di Montparnasse, 1 ottobre 2015, ore 15 circa.

Il sole brilla alto, indisturbato, mentre il vento freddo accarezza le innumerevoli lapidi del cimitero di Montparnasse. Oscillano le chiome degli alberi conficcati ai lati dei viali, ed il rumore delle foglie scosse produce una monotona nenia, un discreto e dignitoso lamento degno dell’austero luogo.

Come uno spettro, per insignificanza fisica ed esistenziale, mi aggiro circospetto tra le tombe, in cerca di quella del Maestro. Getto sguardi ardenti, quasi disperati, in ogni angolo, in ogni direzione. Di Lui non c’è ancora traccia.

L’attesa, febbrile, dura a lungo, troppo a lungo, quando ecco, mi indicano il punto, il sacro luogo del culto poetico. Adagio, come sospettoso, mi avvicino. Il battito del cuore accelera. Giungo in prossimità degli scalini. Finalmente, la tomba tanto ricercata, la tomba tanto desiderata mi sta dinanzi.

Scendo al suo livello, piano, e mi siedo, accanto ad un ramo morto, precipitato da un vicino albero. In questo angolo del camposanto di Montparnasse il sole non giunge, o almeno non ora, alle tre del pomeriggio.

Osservo la lapide, leggo e rileggo il nome inciso su di essa, nel mezzo: Charles Baudelaire. Non provo che un sentimento, un sentimento solo, unico, potente, che si erge distinto fino ad assumere quasi una consistenza materiale: la commozione. Gli occhi arrossati dal vento freddo, sottile, ma ininterrotto, iniettati di sangue, si velano di una patina nebbiosa che vuol dire una cosa sola: lacrime. Un nodo mi stringe forte la gola, eppure riesco a resistere, riesco a reprimere il pianto.

Lo so, Maestro, lo so, se Tu potessi guardarmi in questo momento, per me sacro, mi biasimeresti. Se Tu potessi in qualche modo parlarmi, mi grideresti: «Cosa diavolo fai? Vivi perdio! Vivi! Ubriacati! Scrivi! Seduci! Che senso ha gettare anche un solo istante della propria esistenza dinanzi ad un cumulo di ossa? Eh? Che senso ha? È da stupidi. Ah, se avessi io la tua vita…». Urleresti questo, con sdegno, lo so bene, ma so altrettanto bene che dopo qualche minuto d’ira e d’invidia la mia sconfinata devozione ti lusingherebbe, ti renderebbe felice. Sì, perché è innanzitutto la devozione che cerca il poeta.

Sulla vecchia tomba ceri consumati, squagliati, spiaccicati. E biglietti. Ne afferro uno, lo apro. È scritto in francese, lo ripongo. Ne scovo un altro, dentro un vaso, sulla terra umida, tra i sottili ramoscelli di una pianta di fiori del male. Lo afferro, lo apro. È scritto in italiano, da una donna, lo intuisco prima di tutto dalla tondeggiante, sinuosa e morbida calligrafia, così simile ad un corpo femminile. Con la stessa avidità con la quale l’assetato protende il collo abbronzato verso una fontana nel cuore dell’estate rovente, a mezzogiorno, ne divoro il contenuto:

«11 settembre
Ce l’ho fatta, sono riuscita a venire a trovarti.
È emozionante essere qui, con te, saperti qui pur essendo tu solo spoglie, ormai polvere.
La tua anima, quella dov’è?
Questa città ne è piena, basta sapere dove cercare. In ogni cosa c’è un po’ di te, della tua bellezza, del tuo ardore.
Mi hai ispirata sempre molto e continuerai a farlo, lo so.
A te dedico questo pensiero, grande, immenso Maestro.
Spero tu stia riposando in pace. Spero che la tua anima così bella, abbia trovato pace.
Ciao Charles».

Estasiato e tramortito ripiego il biglietto bucherellato, qua e là ingiallito, come se si trattasse di un’inestimabile reliquia, lo maneggio con cura, adagio, sfiorandolo appena con la punta delle dita. Sarà forse un gesto poco ortodosso, scorretto, infame, ma dopo aver trovato proprio qui, in un tale luogo, questo foglietto, questo piccolo pezzo di carta danneggiato dalla pioggia, non posso non portarlo con me, riporlo nella tasca interna della giacca, quella posta all’altezza del cuore, dove resterà per sempre.

Agisco contro la mia volontà. È il caso ad aver deciso, non io. La volontà non esiste, a maggior ragione in simili circostanze.

Felice, ebbene sì, felice, getto un ultimo, lungo sguardo alla lapide, rileggo a voce bassissima quel nome che riecheggia nell’aria come una preziosa formula magica, e riprendo il cammino tra gli innumerevoli morti, io stesso morto, ma non ancora sepolto.

Porto via con me una nuova esistenza, l’esistenza dell’autrice di quel biglietto, di quel miracolo. Lei. Ovunque Lei si trovi, lì è l’Ideale.

***

Nettuno, un lembo di modesta campagna, 7 ottobre 2015, ore 16 circa.

Ho incorniciato il biglietto. Ora troneggia sulla mia scrivania, accanto a due piccole riproduzioni della Venere di Milo e della Nike di Samotracia. Il prezioso e miracoloso testo che esso contiene sarà sempre con me. Il mio Ideale esiste, ne ho solo un piccolo frammento, ma enorme, sconfinata è la sua potenza. Da subito, dalla prima, fugace occhiata quel pezzetto di carta, quel foglietto bucherellato ed ingiallito è divenuto una parte fondamentale, un organo del mio corpo.

Mia cara amante di Baudelaire, mia cara seguace del Maestro, non è importante dove ti trovi ora, no, è importante che tu esista. Leggendo questo tuo biglietto io ti ho conosciuta totalmente, intimamente, ho scoperto la tua essenza, che porterò con me fino alla fine dei miei giorni.

Io ti ringrazio, mio Ideale, io ti prego, venero e omaggio, come prego, venero e omaggio la nostra comune passione.

In copertina: Charles Baudelaire ritratto fotograficamente da Étienne Carjat, 1862 circa.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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