Jacopo da Lentini (1210 circa – 1260 circa), conosciuto anche come Giacomo da Lentini o “Il Notaro” (titolo con il quale firmò alcune sue poesie), fu tra i massimi esponenti di quella florida e determinante esperienza letteraria italiana del XIII secolo sviluppatasi presso la corte di Federico II di Svevia e nota con il nome di Scuola siciliana.

Inventore del sonetto, Dante lo ricorda nel XXIV canto del Purgatorio: «”O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo / che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne / di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo…».

Di Jacopo da Lentini sono pervenute fino ai giorni nostri 13 canzoni e 23 sonetti. Ed è proprio di un sonetto (breve componimento derivante probabilmente dalla stanza di una canzone), Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire, che proponiamo la lettura e l’analisi.

Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco ch’ag[g]io audito dire,
u’ si mantien sollazzo, gioco e riso.

Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’ha blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

Ma no lo dico a tale intendimento,
perch’io pec[c]ato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento

e lo bel viso e ‘l morbido sguardare:
ché lo mi teria in gran consolamento,
veg[g]endo la mia donna in ghiora stare.

Jacopo da Lentini omaggia, onora, sublima e divinizza la donna secondo i canoni tipici della poesia cortese, ma inserisce un elemento originale e innovativo: la metafora religiosa. Il rapporto che lega il poeta e Dio è mediato dall’attuale situazione politico-sociale, e riflette la relazione esistente tra vassallo e signore, del quale il verbo «servire» rappresenta il fondamento. Non solo, persino il paradiso assume i tratti caratteristici della corte feudale, e viene immaginato come luogo di «sollazzo, gioco e riso».

Il principio dal quale scaturisce il valore della cortesia e il fulcro attorno al quale esso ruota è la donna. In tal senso, nel sonetto del poeta siciliano, l’elogio, o meglio, l’esaltata celebrazione dell’amata, cela un contrasto tra l’amore celeste e quello terreno. Un contrasto piuttosto acceso, al limite del sacrilegio, della blasfemia: Jacopo da Lentini giunge persino ad affermare che la beatitudine divina è impossibile senza la donna. Consapevole della pericolosità di una tale affermazione, il poeta si affretta a giustificare se stesso e le proprie parole, precisando di non volere l’amata con sé in paradiso per commettere peccato. Egli si giustifica, precisa, ma non ritratta, e nella conclusione del componimento appare evidente come l’estatica contemplazione della donna amata sostituisca la contemplazione di Dio.

All’interno della letteratura italiana, questo sonetto di Jacopo da Lentini rappresenta uno dei primissimi esempi di glorificazione e deificazione della figura femminile, autentico miracolo che in seguito sarà decantato ed esaltato con mistico fervore anche da Guinizzelli e dagli stilnovisti. La donna viene elevata, non è più una creatura terrena, ma un’entità soprannaturale da omaggiare con garbo, attraverso l’utilizzo del delicato linguaggio poetico, e dinanzi alla quale inchinarsi.

In copertina: Dante Gabriel Rossetti, Il ramoscello (particolare), 1865.

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