Il 29 settembre 1945, nel primo numero della rivista letteraria «Il politecnico» [1], tra le più importanti ed influenti del Novecento italiano, il fondatore Elio Vittorini (1908-1966) pubblica l’editoriale emblematicamente intitolato Una nuova cultura.

Lo scrittore partigiano, autore del celebre romanzo Uomini e no (1945), traccia in queste pagine le linee guida del giornale, e soprattutto chiarisce i punti fondanti di quella cultura cosiddetta dell’«impegno» della quale Vittorini è senza dubbio l’esponente di maggior rilievo.

«Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini.

Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumente, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau.
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa “cosa” che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzitutto di questa “cosa” che c’insegnava l’inviolabilità loro?
Questa “cosa”, voglio subito dirlo, non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce, Benda, Huizinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Unamuno, Lin Yutang e Santayana, Valéry, Gide e Berdiaev.
Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli?
Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da quella che possiamo darci noi stessi: e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che scarsa, forse nessuna, influenza civile sugli uomini.
Pure ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato mutamenti quasi solo nell’intelletto degli uomini, che ha generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai, rigenerato, dentro alla possibilità di fare, anche l’uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire e giustificare, o addirittura di render tecnica, la barbarie dei fatti loro. È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
Io lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nell’U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l’uomo soffre nella società. L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre? Cerca di consolarlo.
Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era “sua” in Italia o in Germania per impedire l’avvento al potere del fascismo, né erano “suoi” i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l’avventura in Etiopia, l’intervento fascista in Spagna, l'”Anchluss” o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano “suoi”?
La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è società perché ha in sé l’eterna rinuncia del “dare a Cesare” e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.
La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che cosa significhi la mortificazione dell’impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono ragioni dell’idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di lottare contro la fame e le sofferenze?
Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'”anima”. Mentre non volere occuparsi che dell'”anima” lasciando a “Cesare” di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a “Cesare” (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio “sull’anima” dell’uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell’uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?» [2].

La «nuova cultura» teorizzata da Vittorini non deve solamente «consolare» l’uomo nelle sofferenze, ma intervenire nella società sporcandosi le mani, agendo e modificando quanto c’è di sbagliato. Deve impegnarsi, con tutta se stessa, nella creazione di una società giusta, dunque umana e solidale, e nella difesa dell’uomo. L’intellettuale deve così partecipare in prima persona, deve spalancare le porte del suo miserevole cantuccio ed uscire in strada, camminare in mezzo al fango e tra la gente, ascoltarne i problemi e quantomeno tentare di risolverli, senza delegare ciò allo Stato e ai partiti, interessati solamente ai propri beceri interessi.

Personalmente, in un’epoca complicata, in cui minacciosa e sinistra l’ignoranza dilaga, con piena soddisfazione di chi detiene il potere, in cui le istituzioni sono marce sino al midollo, reputo le esortazioni di Vittorini estremamente attuali. Ma come può la cultura mutare l’attuale stato delle cose, come può difendere l’uomo dalle sofferenze? Educandolo. «Sapere è potere», citando Bacon. E la cultura può educare l’uomo solamente ponendosi al suo stesso livello, eliminando quel suo carattere spocchioso, altezzoso, arrogante che troppe volte la contraddistingue. La cultura deve farsi società. L’intellettuale «che si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano» [3], deve scomparire, in quanto nocivo come il fascista d’allora ed il politico corrotto d’oggi.

Noi de iMalpensanti, nella nostra modestia, da anni oramai agiamo in questo senso, seguendo la via tracciata da Vittorini e ancor prima da Gramsci [4], diffondendo cultura senza pretendere nulla in cambio. Per noi si tratta di una missione, che perseguiamo quotidianamente, giorno e notte, tra innumerevoli difficoltà, animati dalla folle speranza che un giorno le cose cambieranno.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul rotocalco fondato da Vittorini si veda l’articolo Riviste letterarie del Novecento – Il Politecnico.

[2] Il Politecnico (1945-1947), rist. anast., Einaudi, Torino 1975.

[3] Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino 1950.

[4] Per un approfondimento sull’idea gramsciana di cultura si veda l’articolo Antonio Gramsci – Riflessioni sulla letteratura, sulla cultura e sulla figura dell’intellettuale in Italia.

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