Non siamo nati soltanto per noi stessi.

M. T. Cicerone, De officiis (Sui doveri), 44 a.C.

Cesare, divenuto l’unico padrone di Roma, zittisce l’oratoria politica. Cicerone, che non ha mai avuto altro che la parola per imporsi, viene così emarginato, neutralizzato, declassato all’umiliante ruolo di sottoposto, di suddito. Come se non bastasse, ad aggravare la situazione intervengono le delusioni e i lutti familiari: la separazione dalla moglie Terenzia e, soprattutto, l’improvvisa morte dell’amata figlia Tullia.

Cicerone, affranto e abbattuto, riesce a trovare la consolazione rivolgendosi alla filosofia. E il suo animo è così positivamente tracotante, il suo cuore così incondizionatamente devoto alla gloria e alla grandezza, che non riesce a limitarsi a fare del suo interessamento agli studi filosofici una semplice e improduttiva passione. No, l’Arpinate concepisce un monumentale disegno culturale senza precedenti: dotare Roma di un modello di prosa filosofica. Prima di lui infatti, mai nessun romano aveva composto trattati filosofici in lingua latina, eccetto un paio di pensatori epicurei poco influenti – Amafinio e Rabirio – le cui opere erano comunque per pochi, rivolte ai seguaci e dunque scolastiche, schematiche, pedanti e prive di spunti critici.

Cicerone, desideroso di ribadire, ancora una volta, l’ennesima, il proprio ideale di vita attiva (la citazione posta in esergo del presente articolo e tratta dal De officiis spiega in pochissime parole l’essenza del pensiero politico e filosofico dell’Arpinate), compone tra il 45 e il 44 a.C., addirittura in meno di due anni, ben quattordici, e sottolineo, quattordici opere filosofiche. Un impegno enorme, che evidenzia tutta la versatilità, la poliedricità e la caratura dell’Arpinate.

Cicerone si serve in particolar modo della forma letteraria del dialogo, tratta da Platone – per l’ambientazione – e da Aristotele – per la prevalenza del lungo monologo esemplificativo dei personaggi rispetto al rapido e agile scambio di battute. L’Arpinate, attraverso il metodo comparativo, mette sistematicamente a confronto le maggiori filosofie del tempo (l’epicureismo, lo stoicismo e l’accademismo), conferendo così ai propri trattati un efficace valore divulgativo.

Inoltre la forma del dialogo è l’ideale trasposizione letteraria delle convinzioni filosofiche di Cicerone, sostanzialmente accademico-peripatetiche e moderatamente stoiche. Secondo l’Arpinate non è possibile stabilire verità assolute, e ciò che viene definito vero corrisponde in sostanza a ciò che è ritenuto più probabile, attendibile, plausibile. Lo scopo di Cicerone non è il raggiungimento della verità, ma la fissazione, la determinazione di veri e propri fondamenti.

L’Arpinate rivendica l’indispensabile funzione della filosofia, solitamente snobbata dal pratico uomo romano, essa svolge infatti un eccezionale compito educativo. Cicerone, sempre devoto all’autorità senatoriale e alla repubblica, si scaglia con veemenza e senza mezzi termini contro quelle filosofie della crisi che si stanno diffondendo a Roma a macchia d’olio, soprattutto tra i ceti più elevati. In particolar modo l’epicureismo – interpretato in realtà in modo eccessivamente semplicistico e superficiale -, che con la sua celebrazione dei piaceri terreni esalta l’individualità a scapito della collettività, e spinge più che all’impegno politico e civile alla rinuncia. In questo senso l’Arpinate non lesina critiche anche allo stoicismo, e al suo rigoristico e intransigente ideale dell’atarassia, che conduce il saggio alla solitudine e, conseguentemente, al disimpegno. «Non siamo nati soltanto per noi stessi»: Cicerone pensa e agisce sempre e solo in questo senso.

La massima autorità filosofica dalla quale Cicerone tra ispirazione è Platone. Lo scopo dell’Arpinate è tentare di romanizzare i concetti greci. Così, a differenza di quanto sosteneva Platone, la virtus non corrisponde solamente alla sapienza, ma anche all’impegno civile, e l’obiettivo esistenziale non è solamente la fama, la buona fama, ma anche la gloria.

Anche sul piano linguistico, lessicale, la questione affrontata da Cicerone è tanto gravosa quanto ambiziosa: rintracciare termini latini consoni a quelli greci filosoficamente specifici. L’Arpinate evita di ricorrere a grecismi, preferendo risemantizzare termini latini già esistenti e creare, meno frequentemente, neologismi.

 

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