l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano.

A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, in Quaderni del carcere.

Rinchiuso in un’angusta cella, vigliaccamente esiliato da quel povero mondo per il quale si era battuto con passione ed acume, Antonio Gramsci (1891-1937) passeggia. Sul tavolo spoglio, essenziale, è posato un quaderno aperto. Gramsci passeggia e riflette, e dopo aver finalmente trovato le parole giuste, le parole tanto cercate, scrive senza sedersi, piegando solamente il ginocchio sullo sgabello. La detenzione lo addolora, è vero, ma non gli impedisce di produrre, di creare. In fin dei conti, c’è a chi è andata peggio, c’è chi, come l’impavido Giacomo Matteotti (1885-1924), ha pagato con la vita la ferma opposizione al regime fascista.

È così che nascono i Quaderni del carcere (1948), la celebre ed inconsapevole – e per questo ancor più apprezzabile, in quanto frutto del puro istinto ideologico – opera di Antonio Gramsci, probabilmente insieme al suo erede spirituale Pier Paolo Pasolini (1922-1975) il più grande intellettuale italiano del Novecento.

Quest’oggi proponiamo la lettura di alcune fondamentali ed illuminanti pagine tratte dalla sezione dei Quaderni intitolata Letteratura e vita nazionale. Pagine che animeranno, alimenteranno ed infiammeranno il dibattito culturale del dopoguerra, soprattutto in relazione al Neorealismo.

Ma il problema più interessante è questo: perché i giornali italiani del 1930, se vogliono diffondersi (o mantenersi) devono pubblicare i romanzi d’appendice di un secolo fa (o quelli moderni dello stesso tipo)? E perché non esiste in Italia una letteratura «nazionale» del genere, nonostante che essa debba essere redditizia? È da osservare il fatto che in molte lingue, «nazionale» e «popolare» sono sinonimi o quasi (così in russo, così in tedesco in cui volkisch ha un significato ancora più intimo, di razza, così nelle lingue slave in genere; in francese «nazionale» ha un significato in cui il termine «popolare» è già più elaborato politicamente, perché legato al concetto di «sovranità»: sovranità nazionale e sovranità popolare hanno uguale valore o l’hanno avuto). In Italia, il termine «nazionale» ha un significato molto ristretto ideologicamente, e in ogni caso non coincide con «popolare», perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla «nazione», e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare e nazionale dal basso: la tradizione è «libresca» e astratta, e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese e siciliano. Il termine corrente «nazionale» è in Italia legato a questa tradizione intellettuale e libresca, quindi la facilità sciocca e in fondo pericolosa di chiamare «antinazionale» chiunque non abbia questa concezione archeologica e tarmata degli interessi del paese. […]
Cosa significa il fatto che il popolo italiano legge di preferenza gli scrittori stranieri? Significa che esso subisce l’egemonia intellettuale e morale degli intellettuali stranieri, che esso si sente legato più agli intellettuali stranieri che a quelli «paesani», cioè che non esiste nel paese un blocco nazionale intellettuale e morale, né gerarchico e tanto meno ugualitario. Gli intellettuali non escono dal popolo, anche se accidentalmente qualcuno di essi è di origine popolana, non si sentono legati ad esso (a parte la retorica), non ne conoscono e non ne sentono i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi; ma, nei confronti del popolo, sono qualcosa di staccato, di campato in aria, una casta, cioè, e non un’articolazione, con funzioni organiche, del popolo stesso.
La quistione deve essere estesa a tutta la cultura nazionale-popolare e non ristretta alla sola letteratura narrativa: le stesse cose si devono dire del teatro, della letteratura scientifica in generale (scienze della natura, storia, ecc.). Perché non sorgono in Italia scrittori come il Flammarion? Perché non è nata una letteratura di divulgazione scientifica, come in Francia e negli altri paesi? Questi libri stranieri, tradotti, sono letti e ricercati e conoscono spesso grandi successi. Tutto ciò significa che tutta la «classe colta», con la sua attività intellettuale, è staccata dal popolo-nazione, non perché il popolo-nazione non abbia dimostrato e non dimostri di interessarsi a questa attività in tutti i suoi gradi, dai più infimi (romanzacci d’appendice) ai più elevati, tanto è vero che ricerca i libri stranieri in proposito, ma perché l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo-nazione. La quistione non è nata oggi: essa si è posta fin dalla fondazione dello Stato italiano, e la sua esistenza anteriore è un documento per spiegare il ritardo della formazione politico-nazionale unitaria della penisola. Il libro di Ruggero Bonghi sulla impopolarità della letteratura italiana. Anche la quistione della lingua posta dal Manzoni riflette questo problema, il problema della unità intellettuale e morale della nazione e dello Stato, ricercata nell’unità della lingua. Ma l’unità della lingua è uno dei modi esterni e non esclusivamente necessario dell’unità nazionale. […]
I laici hanno fallito al loro còmpito storico di educatori ed elaboratori delle intellettualità e della coscienza morale del popolo-nazione, non hanno saputo dare una soddisfazione alle esigenze intellettuali del popolo: proprio per non aver rappresentato una cultura laica, per non aver saputo elaborare un moderno «umanesimo» capace di diffondersi fino agli strati più rozzi e incolti, come era necessario dal punto di vista nazionale, per essersi tenuti legati a un mondo antiquato, meschino, astratto, troppo individualistico o di casta. La letteratura popolare francese, che è la più diffusa in Italia, rappresenta invece, in maggiore o minor grado, in un modo che può essere più o meno simpatico, questo moderno umanesimo, questo laicismo a suo modo moderno: lo rappresentarono il Guerrazzi, il Mastriani e gli altri pochi scrittori paesani popolari. Ma, se i laici hanno fallito, i cattolici non hanno avuto miglior successo. Non bisogna lasciarsi illudere dalla discreta diffusione che hanno certi libri cattolici: essa è dovuta alla vasta e potente organizzazione della Chiesa, non da una intima forza di espansività: i libri vengono regalati nelle cerimonie numerosissime e vengono letti per castigo, per imposizione o per disperazione.

A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino 1950.

L’Italia non ha una letteratura nazionale (ovvero di tutta la nazione) e popolare (ovvero capace di raggiungere anche gli strati meno abbienti della popolazione, di educarli e di formarli). È questo il fulcro della riflessione gramsciana che caratterizza le pagine del Quaderno del carcere appena proposte. Lo dimostra il fatto che la gente preferisce leggere romanzi d’appendice stranieri piuttosto che opere italiane, «perché l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo-nazione».

Gramsci individua la ragione di ciò: il divario, in Italia storicamente esistente, tra gli intellettuali ed il popolo. Gli uomini di cultura italiani hanno sempre formato una casta patrizia ed elitaria. Non hanno mai conosciuto il popolo, dunque non hanno mai potuto rappresentarlo, non hanno mai potuto esserne i portavoce: «l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano». Questo perché in Italia non si è mai verificato un profondo cambiamento sociale, innescato ad esempio, in molti altri paesi europei, dalla Riforma protestante.

Gramsci propone, di fatto, un nuovo modello di intellettuale, che rappresenti una sorta di «articolazione, con funzioni organiche, del popolo stesso», e che sia in grado di prendere parte «alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore permanentemente perché non puro oratore». Insomma, un intellettuale socialmente impegnato. Il pensatore sardo auspica inoltre la formazione di una nuova cultura, il cui scopo sia creare «un blocco intellettuale e morale» che annulli la distanza che separa l’uomo di cultura dalle classi meno abbienti, e che dia il via ad un «moderno umanesimo».

Quelle di Gramsci sono parole straordinariamente attuali ed oggi, forse più che in ogni altra epoca, in cui è forte il rischio di disgregazione e in cui il disinteresse si diffonde a macchia d’olio favorendo gli sporchi giochini dei soliti potentati, l’intellettuale deve assolvere innanzitutto una funzione sociale e pedagogica, incidendo sulla formazione e sullo sviluppo di una collettività da rifondare. Deve inginocchiarsi e sporcarsi le mani, proprio come quel contadino pugliese o siciliano che troppe volte ha colpevolmente guardato con altezzosità e superiorità.

 

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