Caro Lettore, iMalpensanti rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Dante e Virgilio si trovano nella seconda zona del nono cerchio, dove sono puniti i traditori politici. Qui si imbattono nell’arcivescovo Ruggieri e nel conte Ugolino, che racconta la sua commovente storia. I poeti si spostano poi nella terza zona, detta Tolomea, dove sono puniti i traditori degli ospiti. Qui incontrano frate Alberigo e Branca Doria.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.   3

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.   6

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.   9

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.   12

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.   15

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;   18

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso.   21

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,   24

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.   27

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.   30

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.   33

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.   36

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.   39

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?   42

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;   45

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.   48

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.   51

Perciò non lagrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.   54

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,   57

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi   60

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.   63

Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?   66

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.   69

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,   72

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».   75

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.   78

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,   81

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!   84

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.   87

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.   90

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.   93

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;   96

ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.   99

E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,   102

già mi parea sentire alquanto vento;
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?».   105

Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove».   108

E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: «O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,   111

levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli».   114

Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».   117

Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo».   120

«Oh», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.   123

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.   126

E perché tu più volontier mi rade
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade   129

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.   132

Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.   135

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».   138

«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».   141

«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,   144

che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.   147

Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.   150

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?   153

Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,   156

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Il dannato affonda con avidità i denti nel cranio devastato e sanguinante del rivale, come se si trattasse di pane, senza tuttavia riuscire a saziare la sua sconfinata fame. Egli interrompe il feroce («fiero», v. 1) pasto solamente perché spera, con il suo struggente racconto, di arrecare un dolore ancora maggiore al nemico, svergognandolo pubblicamente, mettendo in luce tutta la sua disumana infamia.

Prima di iniziare l’atroce e toccante narrazione, il peccatore si ripulisce la bocca dei capelli della vittima. Agli occhi di Dante si presenta una scena tre le più violente e cruenti dell’intero Inferno, degno preludio di una storia estremamente drammatica, forse, tra tutte quelle narrate dai dannati, la più drammatica.

Lo sfortunato narratore prova un dolore immenso e straziante nel rievocare la sua vicenda, come se la rivivesse di nuovo, per una seconda volta. Il peccatore innanzitutto si presenta. Si tratta ovviamente del celebre conte Ugolino della Gherardesca, di cui, a questo punto, è necessario ricordare, seppur brevemente, la vita.

Ugolino della Gherardesca nacque a Pisa nel 1210. Nonostante appartenesse ad una nota famiglia ghibellina, aiutò i guelfi, tra il 1274 ed il 1275, ad impossessarsi della repubblica pisana. Tuttavia il progetto, al quale partecipò anche il genero Giovanni Visconti, fallì, il conte fu accusato di tradimento, punito con la prigionia ed infine condannato all’esilio. Nel 1276, grazie all’aiuto del nipote Nino Visconti, gli fu permesso di rientrare a Pisa, e nel 1284 gli fu affidato il comando della flotta pisana, impegnata nello scontro con Genova. Quest’ultima ebbe la meglio ed Ugolino, con lo scopo di evitare la definitiva disfatta della sua città, per mano della lega di Genova, Lucca e Firenze, cedette ai Lucchesi i castelli di Bientina, Ripafratta e Viareggio, ed ai Fiorentini Fucecchio, S. Maria in Monte, Castelfranco e Montecalvoli. Nel 1288 le famiglie ghibelline dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, guidate dal famigerato arcivescovo Ruggieri si imposero. In risposta i Pisani, l’anno successivo, elessero capitano di guerra il conte Guido da Montefeltro. Per il proseguimento di questa breve nota biografica dedicata al conte Ugolino della Gherardesca, ci serviamo delle parole del Villani. «E giunto ch’ei [Guido da Montefeltro] fu in Pisa nel mese di marzo, i Pisani, i quali avevano messo in prigione il conte Ugolino e due suoi figliuoli e due figliuoli del conte Guelfo suo figliuolo in una torre della piazza degli Anziani, feciorno chiavare la porta di detta torre e le chiavi gittare in Arno, e vietare ai detti prigioni ogni vivanda. I quali in pochi giorni si morirono di fame… E tratti tutti e cinque morti dalla torre, vilmente furono sotterrati. E da allora innanzi la detta torre fu chiamata la torre della fame e sarà sempre. Di questa crudeltà furono i Pisani, per l’universo mondo ove si seppe, forte biasimati, non tanto per lo Conte che pe’ suoi difetti e tradimenti era per avventura degno di sì fatta morte, ma per gli figliuoli e i nipoti ch’erano giovani garzoni innocenti» (Cronache).

Proprio all’inizio del suo racconto, Ugolino presenta anche il rivale, l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, di parte ghibellina. Dante lo condanna per il tradimento della sua stessa fazione politica e, soprattutto, per la trappola tesa al Conte, attirato con la scusa di un accordo e poi imprigionato, insieme ai figli ed ai nipoti.

Ugolino narra la sua storia, e si giunge ad un livello tale di emotiva intensità, che le parole del dannato provocano una forte commozione, uno sconfinato struggimento in chiunque le legga oppure le ascolti, come accade a Dante.

Non occorre che il peccatore ricordi il modo in cui fu ucciso, è ben noto a tutti. Egli vuole narrare ciò che accadde in quei terribili giorni di prigionia all’interno della torre, e che tutti ignorano. Così Ugolino può ricoprire di disonore il suo rivale, ed arrecargli una sofferenze ancora maggiore di quella fisica, provocata dal suo morso eterno.

Da una stretta feritoia il Conte aveva visto susseguirsi già parecchie lune, quando un sogno funesto gli presagì la fine: Ugolino assiste ad una battuta di caccia, con il capo della brigata (Ruggieri) che guida cagne fameliche (i Pisani) all’inseguimento del lupo e dei lupicini (il Conte ed i figli), destinati a soccombere. L’incubo è il preludio all’inevitabile e tremenda tragedia. Ugolino sente i figli piangere, devastati dalla fame, e chiedere del pane. Il dannato interrompe per un istante la narrazione lanciando un monito al lettore, al quale si rivolge con decisione e rimprovero: «sei davvero crudele se non soffri pensando a quello che era il mio destino, e se non ti commuovi, se non versi lacrime per questo, allora per che cosa solitamente piangi?».

Proprio nell’ora in cui ai prigionieri di solito veniva portato il cibo, Ugolino sente inchiodare la porta d’ingresso della terribile torre. Senza dire una sola parola, il Conte rivolge uno sguardo dolente ai figli. Uno sguardo che dovette risultare particolarmente eloquente, tanto da causare la toccante domanda del povero Anselmuccio: «padre, tu guardi in modo strano, che hai?». Ugolino non solo non risponde, ma non è neanche in grado di piangere, tanto grande è il suo dolore. Dopo un intero giorno ed una notte, un crudele e spietato raggio di sole mostra al Conte la sua stessa disperazione e la sua stessa magrezza riflessi sui volti dei poveri figli, proprio come se si trattasse di specchi.

Ugolino, roso dalla sofferenza, dalla rabbia e dallo sconforto si morde le mani. I figli credono che il violento gesto del padre sia causato dalla profonda fame, ed offrono le loro carni come cibo: «padre, sarebbe meno doloroso se tu ci mangiassi: tu mettesti al mondo i nostri corpi, è bene che tu ti sazi con loro».

Al quarto giorno di digiuno, avviene il primo decesso. A morire è Gaddo, il figlio maggiore. E prima di esalare l’ultimo respiro il giovane implora il padre: «perché non mi aiuti?». Giorno dopo giorno, Ugolino vede i figli ed i nipoti morire uno dopo l’altro, senza poter fare assolutamente nulla.

Prima di perdere la vita, per ultimo, il Conte, reso cieco dalla fame, brancola nel buio e tasta i cadaveri, per riconoscere i figli. Li chiama, fin quando a sopraffare le sofferenze sopraggiunge la fame.

Le ultime parole pronunciate da Ugolino, «Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno» (v. 75), hanno suscitato fantasiose ipotesi di cannibalismo alle quali, personalmente, non credo più di tanto. Reputo questa la giusta interpretazione del celebre e discusso verso: «più che il dolore, fu il digiuno ad uccidermi».

Terminato il toccante racconto, Ugolino si avventa di nuovo, con gli occhi torvi, sul cranio dell’arcivescovo Ruggieri, riprendendolo così a morderlo con ferocia, con i suoi denti forti come quelli dei cani.

Dante, evidentemente scosso ed emozionato dalla vicenda del Conte, si lancia in una violenta invettiva (vv. 79-90) contro Pisa, definita «vituperio de le genti» (v. 79), ovvero vergognoso disonore dell’uomo, augurandosi una fine apocalittica della città. Si conclude così la prima parte del canto.

I poeti proseguono nel loro cammino e giungono nella terza zona del nono cerchio, detta Tolomea (da Tolomeo, re d’Egitto uccisore di Pompeo). I dannati giacciono qui supini. I loro volti sono come ricoperti da uno schermo, uno strato di lacrime gelate. Per questo motivo gli è oramai impossibile piangere. Un peccatore implora Dante di rimuovergli dal volto il ghiaccio. Il poeta risponde che lo farà solamente se egli gli rivela la propria identità, aggiungendo: «possa io scendere fino in fondo a Cocito, se non rispetterò il patto» (v. 117). Promessa di fatto invalida, Dante dovrà infatti in ogni caso raggiungere tra breve il fondo dell’Inferno. La frase dell’autore lascia così presagire già qualcosa della conclusione di questo incontro.

Il dannato svela il suo nome. Si tratta di Alberigo dei Manfredi, che si vendicò delle offese subite da due suoi parenti, Manfredo ed il figlio di lui, Alberghetto, facendoli uccidere dopo averli attratti nella sua villa con la scusa di un pranzo. Dante si stupisce di trovarlo all’Inferno, credendolo ancora vivo. Alberigo svela allora un particolare formidabile: i traditori degli ospiti precipitano nella zona Tolomea ancor prima che Atrapo (una delle tre Parche), e dunque la morte, tagli il filo della vita, subito dopo l’esecuzione del disumano peccato. In terra resta un diavolo a tenere il corpo in vita. Una splendida manifestazione dell’originale e variopinta fantasia dantesca.

Alberigo svela inoltre a Dante l’identità del dannato che si trova dietro di lui: Branca Doria, genero di Michele Zanche, incontrato nel canto ventiduesimo dell’Inferno, che invitò il suocero ad un banchetto e lo uccise per scopi politici. Anche il suo corpo in terra è “commissariato” da un demone, mentre la sua anima è sprofondata anzitempo nel fondo dell’Inferno.

Alberigo chiede a Dante di aprirgli gli occhi, ma Dante non mantiene la promessa: «E io non gliel’ apersi / e cortesia fu lui esser villano» (vv. 149-150), ovvero «fu un atto cortese essere villano con lui». Il poeta non prova alcuna compassione per un peccatore punito giustamente. Non c’è spazio neppure per un briciolo di pietà.

Il canto si conclude con una nuova, feroce invettiva, questa volta diretta verso i cittadini di Genova: «Ah, Genovesi, uomini lontani da qualunque regola del bene e colmi di vizi di ogni sorta, perché voi non siete sterminati dal mondo? Perché in compagnia del peggiore spirito di Romagna, ho trovato un tale, che per i suoi misfatti giace già nel lago di Cocito, pur essendo il suo corpo ancora vivo in terra».

Il canto trentatreesimo dell’Inferno è certamente tra i più celebri dell’intera Comedìa. Ciò è dovuto soprattutto allo struggente racconto dell’indimenticabile conte Ugolino della Gherardesca. Non tanto la sua morte, quanto quella dei suoi giovani ed innocenti figli e nipoti non può che causare un inevitabile e forte sentimento di pietà. Ma a rendere questo canto splendido e davvero importante, sono anche le due velenose e rabbiose invettive pronunciate Dante contro Pisa e Genova. Invettive che manifestano con chiarezza l’esasperato clima politico dell’epoca, in un’Italia frazionata in innumerevole entità moralmente degradate e straordinariamente ostili tra di loro. Le parole del poeta feriscono causticamente le due città, con il loro tono di rimprovero deciso ed implacabile.

Infine, degna di nota è l’inventiva di Dante. Geniale pensare che un’anima possa essere punita anzitempo, e che in terra il corpo, nient’altro che un vuoto involucro, venga gestito da un diavolo fino alla morte. Il poeta dona al canto un tocco grottesco, e vagamente comico, che non guasta mai.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

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