Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state….

G. Gozzano, Cocotte, vv. 26-29, in I colloqui, 1911.

Guido Gozzano (1883-1916) visse una iniziale fase giovanile pesantemente influenzata dalla poetica e dalla figura di Gabriele D’Annunzio (1863-1938). Nei primi componimenti in versi, così come nello stile di vita post-adolescenziale del poeta torinese, spira impetuoso il vento decadentista e mondano di una esistenza costruita sul modello del dandy. Con lo scorrere degli anni però accade qualcosa nell’animo e nel corpo di Gozzano, qualcosa che dalle atmosfere lussureggianti e voluttuose decadentiste e dannunziane, lo porta negli ambienti riservati e silenziosi tipicamente crepuscolari. Questo qualcosa è scosso e portato alla luce dalle lezioni di Arturo Graf (1848-1913), dalla conoscenza approfondita di Dante, Petrarca, Pascoli, Nietzsche, dei poeti intimisti fiamminghi e, soprattutto, dalla malattia, la spietata tubercolosi. E l’autentico Gozzano, quello che più amiamo, è proprio il Gozzano crepuscolare, quel Gozzano uscito dopo anni di mondanità ed alta società. Quel Gozzano la cui poetica è tra le più elevate e profonde dell’intera letteratura italiana.

La poesia innanzitutto diviene sacro luogo di rifugio dalle labili e frivole passioni umane. Rifugio da quell’alienazione propria del gran mondo che Proust tanto bene ha descritto nella Recherche, e che tanto bene Gozzano conosceva, essendoci praticamente cresciuto. Dai suoi versi crepuscolari traspare il senso di un’arresa accettazione di un’esistenza senza troppa importanza, senza troppe ambizioni intellettuali né sentimentali. La Storia si svuota di ogni contenuto, risolvendosi e dissolvendosi nient’altro che in un’ampia metafora della morte. Il presente è pura e nuda negatività, e solo la letteratura può assumerne la soluzione e l’alternativa, pur senza possedere la trascendentale attitudine di eliminare il processo di degradazione e morte. Non si può nulla contro di loro, la letteratura può essere però un buon viatico per sopportare leggermente meglio le immani sofferenze della vita. Per questo motivo Gozzano consacra la sua arte alla salvaguardia della poesia, in un mondo, quello borghese, in cui la poesia sta perdendo valore e ragion d’essere.

Il poeta torinese fa suo il tema petrarchesco della vanitas, dell’inutilità e della fragilità della vita, dell’inesorabile scorrere del tempo, fondando su di esso il suo pessimismo. Un pessimismo che però non è del tutto nero ed oblioso, ma che presenta tracce, bagliori di luce. Nella forma e nei contenuti delle liriche gozzaniane, tale spiraglio è rappresentato dall’ironia e dalla parodia. Gozzano è un poeta fortemente ironico, e questo traspare con chiarezza dai suoi versi. Bersaglio della sua parodia, è invece quel D’Annunzio tanto venerato nella prima giovinezza. Con un sorriso, sempre discreto, sobrio e mai sguaiato, Gozzano ammette di non poter essere, per debolezza fisica ed in parte mentale, il superuomo tanto decantato dal poeta vate. Con lo stesso sorriso Gozzano parodizza la figura, tipicamente decadente e dannunziana, della femme fatale. In questo senso, esemplare la celebre poesia La Signorina Felicita ovvero la felicità, contenuta nella raccolta I colloqui (1911), nella quale la donna amata senza esitazione è definita brutta.

Gozzano rifiuta ogni ideologia del suo tempo. Preferisce rintanarsi, ripiegarsi in se stesso, estraniarsi dalla realtà esterna così caotica. Preferisce sussurrare parole d’amore destinate ad una donna che non esiste, e che mai esisterà, perché, tra i tanti dolori del vivere, c’è anche quello dell’impossibilità di sostenere un amore che possa restituire valore alla vita. Gozzano, ai proclami politici ed idealisti gettati con leggerezza al vento delle piazze massificate ed atrofizzate, preferisce insomma la solitudine, la sola condizione grazie alla quale l’uomo può riscoprire l’importanza di un interesse profondo, autentico, veritiero verso valori spirituali perduti quasi del tutto.

 

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