Caro Lettore, Freemaninrealworld rende la tua domenica divina, proponendo la lettura della Commedia di Dante, autentico Testo Sacro della letteratura italiana. Ogni ultimo giorno della settimana un canto, accompagnato da un breve commento, la cui funzione è di agevolare, almeno nelle intenzioni, la comprensione del capolavoro dantesco.

Dante e Virgilio si imbattono in Minosse, demonio rappresentante della giustizia divina che giudica le anime dannate. I poeti giungono nel secondo cerchio dell’Inferno, luogo di punizione dei lussuriosi, sbattuti da un incessante turbine. Dante ascolta il racconto di Francesca da Rimini, regalandoci alcuni dei versi più celebri ed intensi dell’intera storia della letteratura, poi sviene, tanto forte è la pietosa emozione suscitata dalle commoventi parole dell’anima dannata.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.  3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.  6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata  9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.  12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.  15

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,  18

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?  21

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».  24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.  27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.  30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.  33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.  36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.  39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali  42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.  45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,  48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».  51

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.  54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.  57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.  60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.  63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.  66

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.  69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.  72

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».  75

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».  78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».  81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;  84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.  87

«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,  90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.  93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.  96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.  99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.  102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.  105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.  108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».  111

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».  114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.  117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».  120

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.  123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.  126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.  129

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.  132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,  135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».  138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.  141

E caddi come corpo morto cade.

Dante e Virgilio, lasciati gli spiriti magni del Limbo, scendono nel secondo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i lussuriosi. Il regno infernale, immaginato dal Sommo Poeta come un’immensa e profonda voragine, si restringe via via che si scende, dunque il nuovo cerchio è più stretto rispetto al precedente. Inoltre la pena si inasprisce, essendo la colpa più grave, e dopo i sospiri sommessi delle anime del Limbo, tornano i lamenti.

I poeti si imbattono in Minosse, severo re di Creta figlio di Giove ed Europa. Il terribile demonio, rappresentante della giustizia divina, esamina i peccati dei dannati, quindi stabilisce il castigo ed esegue crudelmente l’amara sentenza, comunicando all’anima rea il luogo dell’eterna dannazione con un gesto quasi grottesco, attorcigliando la coda – orribile tratto caratteristico della natura demoniaca – attorno al proprio corpo il numero di volte necessario ad indicare il numero del cerchio al quale è destinata.

Minosse minaccia ferocemente Dante, tentando di minare la sua fiducia nei confronti di Virgilio, e tentando di incrinare la sicurezza con la quale poco prima ha attraversato la minacciosa porta infernale: «guarda com’entri e di cui tu ti fide» (v. 19). Virgilio interviene prontamente, innanzitutto domandando al demonio-giudice le ragioni delle sue grida, intimandogli così di smetterla di urlare, e poi ripetendogli le stesse parole dette al nocchiero infernale Caronte: il viaggio di Dante è frutto del volere divino, e come tale nessun ostacolo riuscirà ad arrestarlo.

L’Inferno è il regno delle tenebre, è fatalmente assente la luce simbolo di Dio. Dante quindi non può affidarsi alla vista. Egli ascolta, e percepisce come un mugghio, che ricorda il suono del mare in tempesta. Dante così intuisce la pena dei lussuriosi, «i peccator carnali» (v. 38), che non seppero resistere all’impeto della passione, sacrificando alle loro voluttuose brame anche la ragione («che la ragion sommettono al talento», v. 39).

Nei vv. 40-45, la prima delle tre splendide similitudini “ornitologiche” che caratterizzano il canto: così come in inverno gli stornelli, volano disposti in un’ampia e fitta schiera, sorretti dalle loro ali, i dannati errano trasportati dal vento, scossi dall’inarrestabile bufera e traviati dalla disperazione, poiché consapevoli di essere reclusi e puniti senza neppure un istante di quiete in eterno. Nei vv. 46-48 la seconda similitudine: come le gru, i lussuriosi volano ordinati emettendo lamenti.

Virgilio, su richiesta di Dante, nomina alcuni dei più famosi dannati che figurano tra i dissoluti. Troviamo, in ordine: Semiramide, regina degli Assiri che ereditò il regno fingendo di essere un uomo; Didone, moglie di Sicheo, regina e fondatrice di Cartagine, che infranse la sua promessa di restare vedova innamorandosi di Enea, che comunque l’abbandonò conducendola così al suicidio; Cleopatra, regina d’Egitto amante di Cesare ed Antonio, anch’ella suicida per non cadere prigioniera di Ottaviano; Elena, consorte di Menelao rapita da Paride, figlio di Priamo, causa della sanguinosa guerra di Troia; Achille, figlio di Peleo e della dea Teti, sopraffatto dalla passione amorosa per Polissena, figlia di Priamo, ucciso da Paride che gli conficcò una freccia nel suo unico punto debole, il tallone; Paride, figlio di Priamo ed Ecuba, che rapì Elena e fu ucciso da Pirro o Filottete; Tristano, noto cavaliere del romanzo bretone, amante di Isotta ucciso proprio dal marito della donna.

Dante prova «pietà» (v. 72) per i dannati. Dinanzi le eterne sofferenze dei suoi simili, il Sommo Poeta dimostra una sensibile umanità. Non può restare indifferente a quei destini segnati per sempre, è angosciato, addolorato, turbato.

Due anime singolarmente unite nel volo perpetuo attirano l’attenzione di Dante, che vorrebbe parlargli. L’unione che perdura nell’al di là è un’evidente dimostrazione dell’impetuosa passione che travolse in vita i due amanti, Amore li avvinghia persino dopo la morte, ma è anche il ricordo della complicità del grave peccato compiuto. Infatti, sebbene la vicenda estremamente romantica e struggente commuova Dante ed il lettore, non si deve dimenticare mai che Francesca da Rimini e Paolo Malatesta sono anime dannate, relegate per l’eternità all’Inferno, sferzate per l’eternità dalla bufera.

Occorre ora ricordare brevemente la travagliata storia dei due amanti. Francesca da Rimini, figlia di Guido da Polenta signore di Ravenna, sposò Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, secondo le cronache del tempo uomo valente, ma dal corpo deforme. Dal loro matrimonio nacque anche una figlia, Concordia. Paolo Malatesta fu invece capitano del Popolo in Firenze, sposato con Orabile Beatrice di Ghiaggiuolo, da cui ebbe due figli, Uberto e Margherita. I due cognati furono sorpresi insieme da Gianciotto, che vendicò il tradimento uccidendoli.

Nei vv. 82-85 la terza similitudine “ornitologica”: Paolo e Francesca non resistono al cenno d’amore del poeta, ed abbandonano la schiera nella quale si trova Didone, volando come le colombe che fanno ritorno al nido, spinte dall’affetto che provano verso i piccoli affamati che attendono frementi il cibo. L’accostamento di Didone a Paolo e Francesca non è affatto casuale, è un omaggio a Virgilio, in quanto la suicida eroina è la protagonista del più infelice e struggente amore narrato nell’Eneide. Dante così omaggia il maestro, e pone la sua Comedìa al fianco dell’illustre poema virgiliano.

Francesca è colpita dal turbamento, dal dolore e dalla pietà di Dante, quindi gli rivolge la parola sfoggiando tutta la sua nobile sensibilità tipicamente femminile. Prima di tutto lo assicura che se le fosse possibile pregherebbe per lui, ma ai dannati è negata la preghiera. Poi rievoca il suo passato, tornando con il ricordo alla sua città, Ravenna. Rivede la costa adriatica, ne ammira la naturale bellezza, e prova dolore rilevando la contrapposizione tra la sua terra e l’andamento delle acque del Po e degli affluenti che si dirigono alla foce, al mare, come se cercassero la pace e la quiete al termine dell’aspro percorso, quella pace e quella quiete che lei non raggiungerà mai.

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende» (v. 100): l’amore è un sentimento tanto nobile e grandioso da far presa naturalmente su di un cuore gentile. «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» (v. 103): l’amore non permette che chi è amato non ami a sua volta. In questi due versi, l’estrema ed efficace sintesi del Dolce stil novo, movimento poetico di cui Dante fu uno dei più illustri esponenti. «Amor condusse noi ad una morte» (v. 106): l’amore portò i due amanti a morire insieme.

Dante vuole sapere cosa accadde a Francesca «al tempo d’i dolci sospiri» (v. 118). Lei gli risponde, non prima di sottolineare quanto sia doloroso ricordarsi delle felicità passate quando si è nella sciagura. Virgilio («’l tuo dottore», v. 123) lo sa bene, in quanto anima condannata nel Limbo, dunque per sempre priva di Dio, ma soprattutto in quanto narratore dell’amore tragico di Didone per Enea. Scintilla dell’amore tra Paolo e Francesca fu il romanzo francese che ha come protagonista Lancillotto, il cavaliere della tavola rotonda amante della regina Ginevra, moglie di Re Artù. Il libro fu inoltre mediatore della loro colpevole ed illegale passione, per questo viene definito «Galeotto» (v. 137), nome del personaggio del romanzo che favorì la sacrilega unione tra il cavaliere e la sua regina.

Durante tutto l’episodio Paolo è rimasto in silenzio, il suo pianto ora conclude il canto. Dante, giunto al culmine della tensione e della commozione, sfinito dal racconto della povera anima dannata, stramazza al suolo privo di sensi.

In copertina: Domenico di Michelino, Dante ed il suo poema, 1465. Affresco situato nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze.

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