«In nome mio hai girato il mondo e hai potuto recare ai sedentari un po’ di nostalgia della libertà».

Prologo

Iniziata nel 1907, terminata nel 1913 e pubblicata due anni dopo, nel 1915, Knulp è una delle opere più luminose e salutari di Hermann Hesse, una spirituale ventata d’aria fresca e pura in piena tempesta bellica, ieri, in piena tempesta pandemica, oggi. L’opera si articola in tre parti, tre storie, tre episodi della vita di Knulp, il vagabondo protagonista, corrispondenti a tre differenti momenti della sua esistenza: il momento della giovinezza ovvero della spensieratezza, il momento della maturità ovvero della riflessione, infine il momento della vecchiaia ovvero della morte e dunque della resa dei conti. Vecchiaia e morte precoci, sopraggiunte ad appena quarant’anni, perché l’esistenza del vagabondo procede ad una velocità, dunque ad un’intensità, decisamente più elevate rispetto a un’esistenza normale, di un qualunque artigiano, di un qualunque borghese. I compromessi allungano la vita, e insieme la svuotano, la prosciugano, di significato e d’eventi, mentre la fedeltà irriducibile a se stessi, alla propria natura la accorcia inevitabilmente, mantenendola però autentica, incontaminata e ricca, sempre.

Inizio di primavera. La spensieratezza

La prima parte dell’opera è la più fresca e briosa. Emerge subito come il vagabondo Knulp non abbia che una necessità, più profonda del mangiare, più profonda del bere: la libertà: «Non faceva volentieri progetti o promesse di lunga portata. Se non poteva disporre liberamente del giorno successivo, si sentiva a disagio» [1]. Questo semplice dato rivela tutta l’incolmabile distanza che separa il protagonista dalla gretta mentalità borghese, di gran lunga predominante, incatenata alla logica dell’interesse, del guadagno, in base alla quale orienta tutte le sue scelte. All’interno del sistema sociale borghese, moderno la vita del vagabondo è considerata illegale e viene disprezzata, certo per l’inutilità del girovago, che non fornisce, almeno apparentemente, nessun apporto concreto alla società, alla comunità, ma Knulp negli anni è riuscito a conquistarsi la considerazione e il rispetto generali, grazie alla sua educazione, alla sua sensibilità, alla sua gentilezza, alla sua simpatia, alla sua cultura:

«Certo non sarebbe riuscito a continuare così indisturbato il suo bel poema, se i gendarmi non lo avessero visto tutti di buon occhio. Fin dove era possibile lasciavano in pace l’uomo sereno e divertente del quale apprezzavano la superiorità intellettuale e talvolta la serietà. Era quasi incensurato, non gli si poteva imputare né un furto né l’accattonaggio, e da per tutto aveva amici cospicui; perciò lo si lasciava stare come, per esempio, si lascia vivere in famiglia un bel gatto che tutti credono di tollerare con indulgenza mentre fra le persone operose e affannate esso vive imperturbato una vita elegante, senza pensieri, da padrone e disoccupata» (216).

Knulp è dunque differente, attua e incarna un sistema di vita alternativo a quello borghese, esulando così dal contesto sociale, ma in esso è perfettamente incluso e accettato. La sua bellezza interiore si riflette in una bellezza esteriore che non lascia indifferente nessuno; fischiare è un suo talento e porta sempre con sé una piccola biblioteca da viaggio fatta di poesie, sentenze, articoli di giornale, illustrazioni – una delle quale rappresenta Eleonora Duse – raccolte qua e là. Knulp «alla vita chiedeva solo il permesso di star a guardare» (226), ed è portatore di una concezione del mondo e della vita – di una Weltanschauung insomma – che pone al centro, inderogabilmente, la libertà individuale e l’esperienza diretta, come spiega egli stesso al sarto Schlotterbeck, che ha perduto la sua religiosità a causa della vita, o meglio, a causa di ciò che essa gli ha riservato, ovvero un matrimonio insoddisfacente da cui sono nate cinque bocche da sfamare: «vedi, caro il mio sarto, tu chiedi troppo alla Bibbia. Ognuno deve trovare da sé ciò che è vero e come la vita sia organizzata, e non lo può imparare dai libri. Questa è la mia opinione» (229). Knulp, oltreché materialmente, è anche spiritualmente e intellettualmente libero. Libero da inutili e inautentiche sovrastrutture ideologiche, vive, semplicemente. Egli, ai borghesi angustiati dagli obblighi e dalle preoccupazioni quotidiane derivate da un’esistenza incatenata al guadagno e all’interesse, porta spensieratezza e conforto, e così, prima di lasciare il sarto, gli rivela un segreto doloroso, sacrificando un ricordo tristissimo nel tentativo di alleviare le sofferenze del vecchio amico:

«Guardami! Tu mi invidi e pensi: “Facile per lui che non ha famiglia, e non ha pensieri”. Ma non è vero. Ho anch’io un figlio, un bimbo di due anni che è stato accolto da gente estranea perché non si conosce il padre e perché la mamma è morta di parto. Inutile che tu sappia la città dove si trova, ma io la so, e quando ci vado, mi aggiro intorno a quella casa, mi appoggio allo steccato e aspetto, e se ho fortuna e vedo il piccino non mi è permesso di prendergli la mano o dargli un bacio e tutt’al più posso fischiettargli qualche cosa passando. Ecco come stanno le cose. E ora, addio, e sii lieto di aver figlioli» (230).

Anche la vita di Knulp contiene ombre sinistre e dolorose – è inevitabile, per il semplice fatto che egli è un uomo, e ogni esistenza umana, nessuna esclusa, nasconde inquietudini e sofferenze, se così non fosse non sarebbe tale -, ma in questa prima parte dell’opera, salvo questo breve accenno, per esse non c’è spazio. È il momento della spensieratezza questo, della giovanile, fresca e briosa spensieratezza, che niente e nessuno può turbare – ci prova la moglie del conciaolo Rothfuss, che ospita il vagabondo, con i suoi inopportuni tentativi di seduzione, ma ella è sovrastata, oscurata e infine cancellata dalla figura lieve e pura della giovane Rina, cui Knulp dona una sera magica, di divertimento e d’amore -.

Knulp è tutto in sé, perfettamente concentrato in sé, perfettamente libero e indipendente, e questo lo pone in una condizione di sereno e pacifico distacco rispetto agli uomini: «non sentiva alcun bisogno di aiutare gli uomini a diventar migliori e più saggi. […] Era opportuno osservare la stoltezza degli uomini; si poteva riderne o aver pietà, ma era bene lasciarli andare per la loro strada» (238). Questa è la conclusione cui è approdato il protagonista, necessaria per mantenere intatta la propria libertà e la propria indipendenza. Egli osserva e conforta, regala spensieratezza, ma non si pone come un maestro, oppure un profeta, non interviene. Intervenire significherebbe mettere a repentaglio se stessi, la propria quiete e, in definitiva, gettare al vento tempo prezioso – il vagabondo non può proprio permetterselo, vista la velocità, quantomeno doppia, alla quale procede la sua vita rispetto a quella di tutti gli altri -. Da queste parole traspare già un certo pessimismo, esse suscitano il sospetto che l’uomo non si possa cambiare, non si possa migliorare, che progresso e umanitarismo siano solo menzogne, che esista Knulp e poi esistano tutti gli altri, immersi in una massa indistinta tormentata dall’interesse.

Ricordando Knulp. La riflessione

La seconda parte dell’opera rappresenta il momento della maturità e della riflessione, raccolta da un compagno di vagabondaggi del protagonista, e quella vena sottile, appena accennata di pessimismo presente nella prima parte si rafforza, fino a diventare l’aspetto predominante. Già dalle considerazioni di Knulp sulla bellezza, che per essere davvero, autenticamente tale e suscitare pietà oltreché gioia, deve accompagnarsi necessariamente alla caducità e alla finitezza:

«Ecco, io la vedo così: una bella fanciulla non sembrerebbe forse così bella se non si sapesse che ha il tempo limitato e dovrà invecchiare e morire. Se una cosa bella dovesse rimaner tale per tutta l’eternità, ne avrei gioia, certamente, ma la guarderei con maggior freddezza e penserei: “Avrò tempo di vederla: perché guardarla proprio oggi?”. Ciò che invece è caduco e non può rimanere uguale, io lo guardo non solo con gioia, ma anche con pietà.
[…] Perciò nulla mi sembra più bello dei fuochi d’artificio che si accendono in qualche luogo durante la notte. Ci sono razzi luminosi, verdi e azzurri, che salgono nell’oscurità, e nel momento in cui sono più belli descrivono una breve parabola e si spengono. E chi guarda ne ha gioia, ma ad un tempo anche timore che tutto sparisca in un baleno, e le due cose vanno unite e tutto è più bello che se dovesse durare a lungo» (250).

Le parole di Knulp rivelano una non comune consapevolezza della sorte di tutto ciò che è e che non giorno non sarà più, e dimostrano come egli si trovi in una dimensione ideale, di consapevolezza e di equilibrio ideali. Questa seconda parte rappresenta dunque una sorta di indagine del lato prettamente filosofico del protagonista, portandone alla luce il profondo pessimismo che ne sta alla base, così profondo da sfiorare persino il nichilismo: «Infine ciascuno tiene per sé ciò che ha e non può averlo in comune con altri. Lo si vede quando uno muore. Si piange, ci si affligge un giorno, o un mese, anche un anno, ma poi il morto è morto, è scomparso, e nella sua bara potrebbe anche stare in sua vece un artigiano ignoto e senza patria» (251-252). Queste le riflessioni di Knulp sull’uomo, sulla vita, Knulp che ha letto Tolstoj, certamente il secondo Tolstoj, successivo alla conversione del 1881, supremo esempio di libertà con il suo pensiero cristianamente anarchico [2], Knulp che disprezza gli eruditi «perché in fondo non combinavano niente e con tutte le loro arti non erano in grado di risolvere alcun enigma» (253) – pensiero perfettamente tolstoiano -.

La grandezza di Knulp è non volersi adattare all’epoca e al mondo che gli sono toccati in sorte, restare irriducibilmente fedele a se stesso, alla propria natura. Ed è questo il nucleo più profondo del suo pensiero, ovvero l’unicità assoluta dell’uomo e della sua anima, che gli impedisce di raggiungere una comprensione e una comunicazione piene, autentiche con l’altro:

«Knulp disse: “Ogni uomo ha un’anima che non può mescolare con nessun’altra. Due creature umane possono accostarsi, parlare tra loro ed essere vicinissime, ma le loro anime sono come fiori, radicate ciascuna nel proprio terreno, e nessuna è in grado di spostarsi verso l’altra perché dovrebbe abbandonare la sua radice e non può. I fiori emanano il profumo e il seme perché vorrebbero accostarsi tra loro, ma il fiore non può nulla perché il seme arrivi al punto giusto: lo fa il vento che viene e va come e dove vuole”.
E ancora: “Il sogno che ti ho raccontato ha forse il medesimo significato. Che io sappia non ho usato torti né a Enrichetta né a Lisabetta. Ma il fatto che un giorno io le abbia amate e abbia voluto farle mie le ha rese una figura di sogno che assomiglia a entrambe e non è nessuna. L’immagine è mia, ma non è niente di vivo. Così ho pensato certe volte dei miei genitori. Credono che sia loro figlio e che sia come loro. Ma, per quanto li debba amare, per loro sono un estraneo che essi non possono comprendere. E ciò che è forse la parte principale di me, l’anima, a loro sembra cosa secondaria e la attribuiscono alla mia giovinezza o al capriccio. Eppure mi vogliono bene e farebbero qualunque cosa per me. Un padre può dare a suo figlio il naso e gli occhi, e magari l’intelligenza, ma non l’anima. Essa è nuova in ogni uomo”» (257).

Per questo motivo Knulp, come dichiarato nella prima parte dell’opera, non sente alcun bisogno di aiutare gli uomini a diventare migliori e più saggi, per questo motivo si limita a osservare, lasciandoli andare per la loro strada senza intervenire mai. Tale convinzione contiene un risvolto drammatico: è impossibile una comunione autentica con l’altro, sul quale proiettiamo la nostra idea e che non possiamo conoscere per quello che effettivamente è. L’esempio genitoriale in tal senso è di un’efficacia disarmante e disperante. Ognuno resta solo in se stesso, unico e solo, irriducibilmente solo.

Knulp rivela al compagno-narratore l’ipotesi di arruolarsi un giorno nell’Esercito della salvezza. Il narratore accoglie questa confessione con una certa ironia, domandando al protagonista se non voglia diventare un santo. Knulp risponde così: «Tutti gli uomini sono santi, se prendono veramente sul serio i propri pensieri e le proprie azioni. Chi reputa che una cosa sia giusta, deve anche farla». Quindi conferisce consistenza al proprio pensiero rapportandolo alla propria esperienza e calandolo nella realtà storica: «Ho parlato con molta gente e ho sentito molti discorsi. Ho udito parlare parroci e maestri e sindaci e socialdemocratici e liberali, ma nessuno che facesse sul serio fino in fondo al cuore e di cui avessi potuto credere che, all’occorrenza, si sarebbe sacrificato per le sue convinzioni. Nell’Esercito della salvezza, invece, con tutte le musiche e il fracasso, ho già visto e udito tre o quattro persone che facevano sul serio» (258). L’ideale del cristiano attivo, del santo attivo che sacrifica se stesso per le proprie convinzioni, è l’antitesi perfetta del borghese e della mediocritas borghese, rifiutata recisamente da Knulp e che invece rappresenta per il Tonio Kröger di Thomas Mann l’ideale da raggiungere [3]. Queste parole di Knulp rivelano tutto il suo ardore spirituale, in un’epoca, in un mondo e in una società in cui lo spirito è ormai divenuto cenere, distrutto dall’interesse e dall’ipocrisia. No, a differenza del borghese tipico Knulp non è una natura tiepida, ma calda o fredda, non è una natura grigia, ma bianca o nera, non è una natura mediocre, ma assoluta.

La fine. La resa dei conti

Nella terza parte dell’opera troviamo Knulp profondamente mutato: è invecchiato – ha ormai quarant’anni -, magro, il volto scarno dal preoccupante colorito cinereo e ricoperto di barba. È malato, gravemente malato: ha ormai i giorni contati. Eppure non si ferma, è in cammino verso Gerbersau, il suo paese natale, dove non lo attende più nessuno dei suoi cari, tutti morti. «Non era più un caposcarico che potesse sprecare i giorni e gli anni. Era un vecchio malato senza altro desiderio che quello di vedere ancora una volta, prima della fine, il suo paese» (269). Knulp è ospite del dottor Machold, suo vecchio compagno di scuola, che l’ha incontrato in strada e condotto con sé, ma contro la sua volontà – il vagabondo tenta di sfuggire allo sguardo del medico, al riconoscimento, ma non ne ha la forza e si lascia caricare sul barroccio -. Machold chiede a Knulp della sua vita, perché, ancora studente, scomparve all’improvviso. Il protagonista spiega che è stato l’amore il motivo della sua sparizione, l’amore per una fanciulla di nome Francesca, due anni più grande di lui, alla quale promette di lasciare la scuola e diventare un vero uomo. Il giovane Knulp riesce nel suo intento, farsi cacciare dal vecchio istituto, il ginnasio, e passare alle scuole professionali, ma una sera scopre Francesca in compagnia di un altro uomo, la camicetta della fanciulla sbottonata, e il mondo intero gli crolla addosso: «da allora ho avuto parecchi amici e conoscenti e compagni e anche relazioni amorose, ma non mi sono mai più fidato della parola del prossimo, né mi son legato con la parola mia. Mai. Ho fatto la vita che mi è piaciuto, non mi sono mancate la libertà o le cose belle, ma sono sempre rimasto solo» (275-276). Ecco dunque che il pessimismo di Knulp affonda le radici nella sua esperienza esistenziale, sentimentale nello specifico.

Alla proposta del dottor Machold di ricoverarsi in ospedale, Knulp reagisce con inedita violenza – è la prima volta che lo vediamo reagire in un modo così scomposto e brutale -: «Tira via […] e lascia che mi rovini! Tanto, non c’è rimedio, lo sai anche tu. Perché dovrei farmi rinchiudere?» (276). Ormai Knulp ha la morte dentro, la morte già lo possiede. Di vivere non gli importa molto, anche perché negli ultimi anni le strade hanno perduto molto del loro fascino – certamente anche per colpa della modernità, del progresso, che aggredisce e violenta la natura -, ma intende fermamente tornare nel suo paese, Gerbersau, anche perché, mentre gli anni di vagabondaggio gli appaiono insignificanti, inutili, sprecati, «l’epoca misteriosa dell’infanzia acquistava nuovo splendore e nuova attrattiva» (277). Vuole accomiatarsi dal suo fiume Knulp, dal suo ponte, dalla sua piazza, dal suo giardino e da Francesca. Il richiamo delle radici, che lo attirano e quasi lo pretendono a sé.

Il senso vivido della fine ha ormai pervaso Knulp, consapevole dell’imminenza della propria morte e incapace d’illudersi. Così, anche esaminando le proprie scarpe, anche trovandole in un pessimo stato, ormai inservibili nella stagione invernale che incombe, comprende perfettamente che procurarsene di nuove non avrebbe alcun senso: «era una preoccupazione inutile: probabilmente quel vecchio paio di scarpe gli sarebbe sopravvissuto e avrebbe fatto buon servizio anche dopo la scomparsa di lui dalle vie del mondo» (278). Ormai è questione di giorni, ma non c’è disperazione in Knulp, da sempre contraddistinto dalla consapevolezza del destino tragico degli uomini, quella consapevolezza che gli altri, i borghesi, non hanno e non vogliono avere, così attaccati alle cose, ai beni materiali da non volerli lasciare più. I versi che il protagonista lascia in dono al dottor Machold – nei quali torna tra l’altro il paragone tra l’uomo e il fiore – sono una testimonianza luminosa della sua consapevolezza e del suo atteggiamento di pacifica resa alla fine:

«Tutti i fiori
devono appassire
quando viene la nebbia,
e gli uomini
debbon morire
e, morti, si calan nella fossa.
Anche gli uomini son fiori,
e quando è primavera
ritornano tutti.
Poi non s’ammalan più.
E tutto è perdonato» (279).

Tornato finalmente nel suo paese, Knulp ricorda vividamente gli anni dell’infanzia, osservando la casa paterna, e ricorda Francesca, fonte di rimpianto, un rimpianto inatteso, se vogliamo, conoscendo la sua natura ilare, gioviale, spensierata:

«”E se non mi avesse fatto aspettare invano”, pensò Knulp “tutto sarebbe stato diverso. Anche trascurando il latino e lo studio avrei trovato abbastanza energia e volontà per diventare qualcuno.” Com’era semplice e chiara la vita! Allora si era buttato via e non aveva voluto saperne di niente, e la vita aveva accettato e non aveva preteso nulla da lui. Era rimasto fuori, giramondo e spettatore di frodo, benvoluto negli anni buoni della gioventù, isolato e abbandonato nella malattia e nella vecchiaia» (286).

Rimpianto che ridimensiona, diciamo pure invalida la sua vita leggendaria di vagabondo, di uomo irriducibilmente libero? Forse. O forse è solo l’ombra della morte che s’allunga sull’esistenza di Knulp contaminandola e immiserendola. Del resto anche Cristo, inchiodato alla croce, al culmine della disperazione si rivolge a Dio domandandogli perché lo abbia abbandonato. Inoltre Knulp scopre che Francesca non vive già più e ogni cosa impallidisce di colpo – anche qui l’ombra avvelenata e miseranda della morte – e gli sembra di essersi spinto fino a Gerbersau solo per lei.

Come tutti i suoi conoscenti – sin dall’inizio dell’opera -, anche lo spaccapietre Schaible rimprovera a Knulp la sua vita raminga, vagabonda, che lo ha ridotto in quel misero e pietoso stato. Ma il protagonista rivendica con forza la propria solitudine: «Si scende dalla montagna e la discesa diventa di giorno in giorno più veloce. E in questo caso è meglio esser soli e non essere di peso a nessuno» (288). La vita è una discesa e Knulp la terminerà libero, senza essere d’impaccio per nessuno – piccolo ed estremo orgoglio dell’uomo solo alla fine dei suoi giorni. Lo spaccapietre, incatenato alla logica della produttività, torna alla carica, e questa volta persino con ferocia. Nella risposta Knulp ritrova finalmente quel suo ironico brio messo a dura prova dalla malattia e dall’incombenza della morte:

«Lo spaccapietre scosse la testa, sopra pensiero:
“Ascoltami: avresti potuto diventare qualcosa di meglio che un povero compagno di bettola” disse lentamente. “È un vero peccato. Knulp, tu sai che non sono bigotto, ma a quel che dice la Bibbia ci credo. Anche tu ci devi pensare. Dovrai render conto e non sarà facile. Avevi doti migliori degli altri, eppure non sei diventato niente. Non avertene a male se te lo dico.”
Knulp sorrise, e i suoi occhi ebbero un barlume dell’antica innocente furberia. Posò amichevolmente una mano sul braccio del compagno e si alzò.
“Questo si vedrà, caro Schaible. Può darsi che il buon Dio non mi chieda affatto: ‘Perché non sei diventato pretore?’. Forse mi dirà soltanto: ‘Sei qui di nuovo, bambinone?’. E lassù mi assegnerà un lavoro facile come la custodia dei bambini o qualcosa di simile.”» (289).

La gretta logica borghese della produttività, dell’utilità sociale non risparmia neppure lo spirito, ma Knulp rimette le cose a posto con la sua briosa battuta. Ecco tutta la distanza tra due mondi inconciliabili, quello borghese, schiavo e falso, e quello vagabondo, libero e autentico. In questa terza parte dell’opera si acuisce la distanza che separa Knulp dagli altri, fino a rasentare l’incomprensione e l’incomunicabilità, con lo spaccapietre che rimprovera al protagonista d’immaginare un Dio benevolo e spiritoso, ritratto evidentemente blasfemo ai suoi occhi miopi.

Knulp fa i conti con la sua vita sbagliata, mentre giunge implacabile, inesorabile l’inverno, portando con sé la neve. Tutto ormai gli appare estraneo e ostile nel suo paese. Ma Knulp non è solo. C’è infatti il «buon Dio» con lui, ad accompagnarlo in questi ultimi giorni della sua vita, supremo compagno di strada. Knulp e Dio conversano «dell’inutilità della sua vita, e come si sarebbe potuto guidarla diversamente e perché una cosa o l’altra avesse dovuto svolgersi così e non in altro modo» (291). Knulp arriva persino a rimproverare Dio di non averlo fatto morire a quattordici anni, quando la sua «vita sarebbe stata bella e perfetta come una mela matura». Dio lo ascolta e sorride benevolo, comprensivo, mentre il suo volto scompare a intervalli nella neve che scende copiosa, quindi gli ricorda la gioventù, la sua gioventù e gli domanda se non sia stata bella: «Bello era stato, Dio mio, bella la gioia e bella la tristezza, e se qualcuno di quei giorni fosse mancato, sarebbe stata grande iattura» (ibidem). Dio riconduce Knulp a ritroso nel suo passato, tra ricordi e amori perduti, dimenticati, e lo costringe a riconoscere quanto sia stato bello, soddisfacente, significativo. Alla fine il buon Dio rivela al protagonista il senso della sua esistenza, perché un senso la sua esistenza ce l’ha avuto eccome:

«Ancora non capisci, bamboccione, il significato di tutto ciò? Non vedi che hai dovuto fare il vagabondo per poter portare dovunque un po’ di stoltezza infantile e di risate puerili? Affinché tutti gli uomini dovessero volerti un po’ di bene e prenderti in giro ed esserti un po’ grati?» (292).

Knulp è dunque stato per la società ciò che Erminia sarà per Harry Haller nel Lupo della steppa [4]. Ma Knulp prova a resistere e resta ancorato ai suoi rimpianti, inconsolabile. Dio lo scuote, fissandolo con i suoi «occhi luminosi, spalancati e raggianti come il sole»:

«”Ora devi essere contento” lo esortava Dio. “A che serve lamentarsi? Non riesci davvero a comprendere che tutto si è svolto giustamente e nulla avrebbe dovuto essere altrimenti? Vorresti proprio essere un signore o un capo operaio e avere moglie e figli e leggere la sera il settimanale? Non scapperesti subito per dormire nel bosco con le volpi e tender trappole agli uccelli e addomesticare lucertole?”» (293).

Knulp finalmente ritrova entusiasmo ed approva, mentre Dio insiste:

«”Vedi”, diceva “non mi potevi servire se non come sei. In nome mio hai girato il mondo e hai potuto recare ai sedentari un po’ di nostalgia della libertà. In nome mio hai fatto sciocchezze e ti sei fatto schernire: io stesso sono stato schernito e amato in te. Tu sei figlio e fratello mio e una parte di me, e nulla hai gustato e sofferto che io non abbia gustato e sofferto con te”» (ibidem).

Ecco che in queste righe si rivela chiaramente l’analogia tra Knulp e Cristo, che scorre sotterranea lungo tutta l’opera. Entrambi sono portatori di messaggi benefici, salutari, luminosi all’umanità, entrambi sono stati sacrificati da Dio all’umanità (in questo dialogo, è come se Dio rispondesse al disperato quesito di Cristo crocifisso: «perché mi hai abbandonato?») – anche nella nostra letteratura dell’epoca, e penso soprattutto ai celebri personaggi palazzeschiani come l’incendiario e Perelà [5], si ritrova questo stesso riflesso di Cristo -. Grazie alle parole di Dio Knulp ritrova il sorriso e la serenità. Compreso finalmente che «tutto è come dev’essere», può morire, in pace con se stesso, con la propria vita, e godersi il meritato riposo eterno.

Epilogo

Knulp è l’ultimo uomo al mondo ad avere il privilegio di parlare con Dio, l’ultimo uomo che può essere considerato suo figlio e fratello. La modernità e il progresso svuotano gli uomini della spiritualità e della coscienza ed essi non sono più figli né fratelli di nessuno, orfani vuoti abbandonati a se stessi, destinati a un’esistenza misera, insignificante e insensata. E senza più Knulp al loro fianco, non proveranno più neppure nostalgia per quella libertà barattata in cambio della sostanza e per sempre perduta.

Knulp è portatore di un’idea di mondo e di vita autentica che è andata perduta per sempre, soppiantata da un’idea di mondo e di vita inautentica, dominata dall’interesse e dal superfluo, espressione del dominio borghese, della tirannia borghese, e che condurrà l’uomo alla catastrofe (le due guerre mondiali, qualora fosse necessario specificarlo). Catastrofe che non ha impedito a questa seconda idea inautentica di rigenerarsi, di evolversi e di imporsi in modo ancor più subdolo, forte e duraturo che in passato, ma di cui oggi siamo costretti drammaticamente a constatare la fragilità e l’inadeguatezza.

NOTE

[1] Hermann Hesse, Knulp, traduzione di Ervino Pocar, in Id., Romanzi, a cura di Maria Pia Crisanaz Palin, Mondadori, Milano 1977, p. 215. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul secondo Tolstoj rimando ai contributi Lev Tolstoj, «La confessione»: o Dio o la morte, Guerra e rivoluzione: l’anarchico Tolstoj contro la superstizione statalista, «Resurrezione», l’ultimo e più grande romanzo di Lev Tolstoj. Introduzione.

[3] Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo Thomas Mann, «Tonio Kröger»: la maledizione della letteratura.

[4] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Hermann Hesse, «Il lupo della steppa»: la guarigione di Harry Haller, dal rasoio al riso.

[5] Per un approfondimento su queste due figure rimando ai contributi L’originale futurismo di Palazzeschi – L’incendiario, Aldo Palazzeschi – Il Codice di Perelà.

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