«Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto».

Il saggio Sileno a re Mida

I. Settimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart, Lo scannatoio appare per la prima volta nel 1876, pubblicato a puntate nel «Bien publique». Come sottolinea lo stesso Zola nella Prefazione, Lo scannatoio incarna una svolta, e non solo in seno alla produzione zoliana, se è vero, come scrive Céline, che in seguito a quest’opera, nella letteratura francese, «non si è fatto di meglio» [1]: «È un’opera vera, il primo romanzo sul popolo, che non menta e che abbia lo stesso odore del popolo» [2]. Effettivamente Zola non mente, ed effettivamente egli riesce a imprimere alla sua creazione l’odore del popolo, o meglio, del sottoproletariato parigino: un odoraccio, misto di sudore, sporcizia, sgagna e vomito, insopportabile per le narici delicate dei borghesi, lettori e critici, che accolgono Lo scannatoio con disgusto, come una schifezza pseudo-letteraria priva di valore.

II. Il primo capitolo dello Scannatoio è davvero esplosivo. L’attesa sfibrante, snervante di Gervaise Macquart – la protagonista del romanzo, che avrebbe dovuto portare già nel titolo il nome della donna, il suo centro -, che osserva Parigi risvegliarsi, lentamente, inesorabilmente, mentre lei non ha chiuso occhio, Parigi che assume consistenza fisica, imponendosi come coprotagonista, e poi la rissa memorabile nella lavanderia pubblica tra Gervaise e Virginie, sorella dell’amante di Lantier, con la quale egli è fuggito abbandonando la sua donna e i suoi due figli nella miseria più nera. Infine l’angoscia di Gervaise, nella quale ella sprofonda osservando, ancora una volta, la città, metropoli mostruosa, perennemente, insaziabilmente fagocitante:

«A quell’ora del pomeriggio, la strada, surriscaldata dal viavai continuo, adesso era illuminata dal bagliore intenso sopra la città, dietro la cinta del dazio. E lei, proprio in mezzo a quella strada, in quell’aria soffocante, veniva gettata da sola insieme ai bambini. Guardò i boulevard esterni, a destra, a sinistra, indugiando sulle due stremità, e si sentì sopraffatta da un’angoscia sorda, come se la sua vita, ormai, fosse destinata a consumarsi tutta lì, fra un mattatoio e un ospedale» (42).

La scrittura di Zola, immediata, priva di orpelli letterari inutili, edulcoranti, dunque cruda, spietata, mette il lettore faccia a faccia con la miseria di Gervaise e dell’intero sottoproletariato metropolitano, recidendogli le palpebre, impedendogli di distogliere lo sguardo, in una Parigi che si configura come un immenso mattatoio di carne umana, di vite vuote devastate dall’indigenza – economica e di spirito, la seconda conseguenza della prima, secondo la prospettiva ideologica, talvolta eccessivamente ottimistica, di Zola – e condannate alla nascita.

III. Dopo l’abbandono di Lantier, Gervaise riesce comunque a costruirsi una nuova vita, sposando lo stagnaio Coupeau. Un legame frutto dell’insistenza, della testardaggine assillante dell’operaio, più che di una volontà condivisa (accettando la proposta di matrimonio Gervaise manifesta uno dei tratti principali della sua persona, quell’inerzia caratteriale che la condurrà alla rovina), e che non promette niente di buono, suggellata, proprio nel giorno delle nozze, dall’anatema – ovvero contro-benedizione – del becchino Bazouge, costante presenza diabolica immune alla piaga dell’alcol, pur facendone spropositatamente uso: «Quando si muore… statemi bene a sentire… si muore una volta sola» (114). Eppure Coupeau è un uomo buono e onesto, gran lavoratore libero dal vizio dell’alcol. Ma egli è pur sempre figlio di un alcolizzato – l’ereditarietà è un principio cardine dell’ideologia e dunque della poetica zoliana -, e con lo zampino del caso avviene l’inevitabile: in seguito a una rovinosa caduta da un tetto, che lo costringe per mesi a letto, Coupeau cambia completamente, e in peggio, divenendo uno sfaccendato, uno scansafatiche e un ubriacone.

L’alcol è il flagello del sottoproletariato parigino, e soprattutto degli uomini del sottoproletariato parigino, che dopo la sbornia si scagliano contro le loro mogli massacrandole di botte. L’alcol è molto più di un semplice vizio, è un vero e proprio demone che, una volta entrato nel corpo dell’uomo, non lo lascia più, abbruttendolo, riducendolo a una bestia violenta che non riconosce più niente e nessuno. Emblematico in questo senso il caso della famiglia Bijard:

«Gervaise salì di corsa. Era molto affezionata alla Bijard, la sua lavandaia era una donna che aveva coraggio da vendere. Sperava di riuscire a calmarlo. Di sopra, al sesto piano, la porta della camera era rimasta spalancata e qualche altro inquilino se ne stava lì impalato sul pianerottolo a godersi lo spettacolo, mentre la Boche era davanti alla porta che sbraitava:
“Ma insomma, la finiamo o no?… Guardate che andiamo a chiamare le guardie, eh?”.
Nessuno osava mettere piede nella stanza, perché sapevano benissimo la bestia furiosa che era Bijard, quando si riduceva in quello stato pietoso. E per la verità la sbornia, a quello, non gli passava mai. I rari giorni in cui il mastro ferraio si degnava di andare a lavorare, oltre alla morsa, dava una bella stretta anche alla bottiglia di acquavite, ogni mezz’ora. Ormai, riusciva a reggersi in piedi solo così; se qualcuno gli avesse messo un fiammifero acceso davanti alla bocca, avrebbe preso fuoco come la paglia.
“Ma non possiamo lasciare che la massacri,” disse Gervaise, tutta tremante.
Ed entrò. La camera, una mansarda tirata a specchio, era vuota e fredda, spogliata dal vizio del marito, che ormai si era bevuto pure le lenzuola. Nella lotta, il tavolo era finito vicino alla finestra e le due sedie erano andate a gambe all’aria. In mezzo alla stanza, sul pavimento, la Bijard, con le sottane ancora fradicie dell’acqua del lavatoio e appiccicate alle cosce, con i capelli strappati, sanguinante, rantolava affannosamente, con gemiti prolungati, “Oh, oh”, a ogni pestone di Bijard. L’aveva prima sbattuta a terra a suon di pugni, e adesso la stava mettendo sotto i piedi.
“Ah! mignotta!… Ah! mignotta!… Ah! mignotta!…” grugniva con voce strozzata, accompagnando ogni botta con quell’insulto, che ripeteva fino all’esasperazione; e più la voce gli si strozzava in gola, e più ci andava giù pesante.
Poi, all’improvviso perse la voce, e continuò a pestare come un ossesso, tutto contratto, con le brache e la casacca sbrindellate, il volto illividito sotto la barba sporca e la fronte calva coperta da grandi chiazze rosse. Sul pianerottolo, i vicini dicevano che la picchiava perché quella mattina si era rifiutata di sganciargli venti soldi. A un certo punto, si sentì la voce di Boche, in fondo alle scale. Chiamava la moglie, le strillava:
“Vieni giù, lascia pure che si ammazzino, un po’ di gentaglia in meno!”.
Intanto, il vecchio Bru aveva seguito Gervaise nella camera. E quei due, da soli, provavano a far ragionare il fabbro ferraio, e a spingerlo verso la porta. Ma lui gli si rivoltava contro, muto, come una belva; e in quegli occhi slavati, infiammati dall’alcol, brillava una furia omicida. Alla lavandaia fece un livido al polso, mentre il vecchio imbianchino lo fece volare sul tavolo. Per terra, la Bijard ansimava più forte, con la bocca spalancata e le palpebre chiuse. Adesso, Bijard non la beccava più; ripartiva alla carica, si scalmanava, ma colpiva a vuoto, fuori di sé, gonfio di rabbia, finiva per colpire se stesso coi cazzotti che menava alla cieca. E, per tutto il tempo che durò quello scempio, Gervaise vedeva, in un angolo della camera, la piccola Lalie, che ormai aveva quattro anni, e che guardava il padre massacrare di botte la madre. La bambina stringeva fra le braccia, come per proteggerla, sua sorella Henriette, svezzata da pochi giorni. Rimaneva in piedi, con la testa avvolta in una cuffia di indiana, bianca come uno straccio, con l’espressione seria. Il suo sguardo era perso in dilemmi profondi e neri, come i suoi occhi, che non eran gonfi né velati di lacrime.
Quando Bijard inciampò in una sedia e finì lungo disteso sul pavimento, lo lasciarono lì a ronfare, mentre il vecchio Bru aiutava Gervaise a sollevare la Bijard che, adesso, versava lacrime amare; e Lalie, che si era avvicinata, la guardava piangere, abituata com’era a quel trantran, già rassegnata. Mentre scendeva le scale, in mezzo al grande caseggiato ritornato alla calma, la lavandaia aveva fissa davanti agli occhi l’immagine di quella bambina di quattro anni, che aveva già il piglio severo e risoluto di donna già fatta» (226-228).

La povera Bijard finisce per morire a causa delle botte del marito:

«Allora, in preda a una tristezza atroce, con le lacrime agli occhi, Gervaise raccontò l’agonia della Bijard, la sua lavandaia, che era morta quella mattina, dopo indicibili sofferenze.
“È successo per colpa di un calcio che le ha tirato Bijard,” diceva con voce dolce e monotona. “Le si è gonfiata la pancia. Evidentemente, deve averle rotto qualcosa dentro. Dio mio! ci sono voluti tre giorni per mettere fine alla sua agonia… Ah! le galere sono piene di mascalzoni, che hanno fatto molto meno. Ma la giustizia avrebbe troppo da fare, se si dovesse occupare pure delle mogli massacrate di botte dai mariti. Un calcio in più o uno in meno, cosa volete che importi, quando una viene riempita di calci tutti i santi giorni, dico bene? Tanto più che quella poveraccia voleva strappare il suo uomo dalle mani del boia, e diceva a tutti che si era fatta male alla pancia cascando sopra una tinozza… Ha urlato per tutta la notte, prima di andarsene”» (296-297).

Bijard, non contento di aver ammazzato a calci la moglie, finirà per ammazzare anche la piccola Lalie, escogitando sulla figlia metodi di tortura ancor più sottili, come la frusta. Ecco il destino che attende chi ha la sfortuna di nascere in un sobborgo parigino: l’uomo alcolizzato, la donna pure lei alcolizzata e per di più massacrata di botte, ogni sacrosanto giorno. E ciò che fa più spavento è che non sembra esserci rimedio a questa sorte infame.

IV. Eppure Gervaise conosce il successo. Da semplice lavandaia diviene padrona di una splendida bottega, anche grazie all’aiuto di Goujet, che le presta il denaro necessario per aprire l’attività. Il momento culminante del successo della protagonista è rappresentato dalla sua festa di compleanno, caratterizzata da un pasto favoloso, con la lavanderia di Gervaise che per un giorno si trasforma nel paese di Cuccagna, divorato senza ritegno, disgustosamente, senza fame ma per pura gola, caratterizzata da litri e litri e litri di vino che scorrono sulla tavola come la Senna, e conclusa con il canto a squarciagola degli astanti – cui nel frattempo si è unito persino Lantier, ricomparso dal nulla dopo anni e anni, parassita attirato proprio dal successo della sua vecchia compagna – che coinvolge l’intero quartiere, tanto da far temere una sommossa a due guardie di passaggio:

«Altrettanto simbolica è la scena del banchetto per il compleanno di Gervaise: si assiste a una sorta di rito carnevalesco, dove, in un’orgia di odori e di sapori che scivolano e si intrecciano sullo sfondo unto e promiscuo della periferia parigina, si consuma l’apoteosi della storia della protagonista, l’acme della sua ascesa, che contemporaneamente sancisce però anche l’inizio del suo inesorabile declino. Da qui in poi (si noti che la scena è collocata da Zola, non a caso, esattamente al centro dell’intreccio narrativo) sarà una lunga e tragica quaresima dell’anima, oltreché dello stomaco, senza alcuna resurrezione ad attenderla, se non quella dell’evocazione letteraria» [3].

La festa di Gervaise per il suo compleanno rappresenta dunque il vertice massimo della parabola della protagonista. D’ora in poi, come scrive Salvatore, sarà una lenta, ma inesorabile caduta, fatta di schianti più o meno violenti, più o meno disastrosi, fino all’ultimo, estremo, definitivo schianto della morte.

V. Lantier è dunque ricomparso, e trova persino ospitalità nella bottega di Gervaise, che a questo punto è costretta a mantenere non solo quello sfaccendato ubriacone del marito, ma anche quello sfaccendato parassita del suo primo amante, con la bottega che cade a picco, mentre i debiti aumentano a dismisura, senza fine. Ma almeno in casa regna l’armonia – l’armonia, la convivenza pacifica è l’unica preoccupazione della protagonista, e ciò si rivela un’arma a doppio taglio per lei -. Dura poco, perché Lantier, caldeggiato, spalleggiato dalle donne del quartiere, che lo ammirano, inizia a insidiare Gervaise. Ma l’ubriacone Coupeau e il paraculo Lantier non sono gli unici uomini della protagonista, vivaddio. C’è anche Goujet, il fabbro, legato a Gervaise da un amore – ricambiato – muto, fatto di silenzi, di sguardi, di gesti. Goujet, soprannominato Boccadoro, fabbro-artista capace di lavorare il ferro con abilità e precisione michelangiolesche, minacciato dall’avvento della macchina, che porta alla diminuzione di tre franchi della paga giornaliera, uomo irreprensibile, gentile, sensibile, delicato, sobrio è tra i pochi portatori di umanità e di tenerezza nello Scannatoio. Tra tanta bestialità, egli risplende per la sua onestà, per la sua amabilità ed è l’unico uomo a regalare a Gervaise dei momenti di autentico affetto, davvero idilliaci, come quello seguente alla spiegazione della protagonista relativa all’abbraccio con Lantier sorpreso da Goujet (è stato il cappellaio ad aggredire Gervaise, che l’ha respinto):

«E, mentre parlava, il suo volto aveva un’espressione così bella, così piena di franchezza, che lui le prese la mano e la fece di nuovo sedere. Adesso, Goujet poteva ritornare finalmente a respirare, e dentro di sé sorrideva. Era la prima volta che le teneva così la mano e gliela stringeva nella sua. Rimasero entrambi in silenzio. Le nuvole bianche sembravano cigni che remigavano per il cielo. In un angolo del prato, la capra, che rivolta verso di loro li guardava, a lunghi intervalli regolari emetteva un belato dolcissimo. Senza lasciarsi le mani, con gli occhi lucidi per l’emozione, il loro sguardo si perdeva in lontananza, verso l’erta nera di Montmartre, in mezzo alla selva delle alte ciminiere delle manifatture, che solcavano l’orizzonte, in quella periferia plumbea e desolata, dove quel po’ di verde dei pochi alberi che crescevano intorno a qualche bettola malfamata li commuoveva fino alle lacrime» (298).

Goujet propone a Gervaise la fuga in Belgio, sapendola infelice. Il fabbro non si accontenta di una semplice tresca, come tutti, ma vuole salvare la donna amata. Gervaise naturalmente rifiuta la proposta: «Ci stimiamo, proviamo gli stessi sentimenti. Questo m’ha dato la forza di andare avanti un sacco di volte, e non è poco, anzi. Quando si riesce a rimanere onesti, nelle nostre condizioni, si è sempre ben ricompensati» (299). Goujet la stringe a sé, la abbraccia, in un impeto sfrenato d’amore la bacia con furia sul collo, ma la lascia andare, senza chiedere o peggio pretendere altro, come avrebbero fatto tutti gli altri uomini. Allora, per smaltire l’eccitazione, coglie fiori, e questa immagine idilliaca e al tempo stesso infantile rappresenta meglio d’ogni altra la sua natura, come l’albero morto alla base del quale i due si sono seduti l’impossibilità del loro amore:

«Intanto il fabbro, scosso da capo a piedi da un tremito convulso, si scostò, per non cedere al desiderio di riprenderla fra le braccia; si strascinava sulle ginocchia, e non sapendo come tenere occupate le mani, raccoglieva i fiori dei denti di leone, e da lontano li gettava nella cesta di Gervaise. Proprio lì, in mezzo all’erba bruciata, ce n’era una marea di quei fiori, gialli, bellissimi. Poco a poco, questo gioco lo calmò, lo divertì. Con le sue dita irrigidite a furia di tenere in pugno il martello, spezzava delicatamente i fiori, li lanciava uno per volta, e i suoi occhi da cagnolino affettuoso scintillavano di gioia, quando faceva centro. La lavandaia si era appoggiata all’albero morto, allegra e rilassata, alzando la voce per farsi capire, in mezzo al rantolo della segheria meccanica. Quando si allontanarono da quel terreno abbandonato, uno accanto all’altra, parlando di Étienne, che a Lille si trovava proprio bene, lei si caricò il suo cesto, colmo di fiori gialli» (300).

In conclusione dello stesso capitolo, a fare da contraltare all’idillio con Guojet e a dimostrazione del destino di infelicità di Gervaise, Zola colloca la scena raccapricciante di Coupeau addormentato nel suo stesso vomito, con il quale ha imbrattato tutta la bottega, dopo due giorni di assenza da casa, mentre Lantier insidia la protagonista: «Ah! era messa proprio bene, davanti ci aveva quello slandrone del marito, che le impediva di infilarsi sotto le coperte del suo letto, da donna onesta che era; e dietro quella specie di pervertito, che pensava solo ad approfittarsi della sua disgrazia per ricominciare a riaverla!» (317-318). Alla fine Gervaise, stordita dalla puzza del vomito e dalla rabbia per quello schifoso di Coupeau, cede alle pressioni di Lantier, che la conduce nella sua stanza: «”Se l’è cercata,” balbettava Gervaise, “è colpa sua, non ce la faccio… Oh mio Dio! oh mio Dio! mi scaccia dal mio letto, non ho più un letto… No, non ce la faccio proprio, è colpa sua”» (318). Parole che risuonano disperate come una giustificazione raccattata in fretta e furia e alla quale in fondo non crede neppure lei stessa. Come se non bastasse, tutta la terribile scena si svolge sotto gli occhi di Nanà, la figlia di Gervaise e Coupeau, dieci anni appena, eppure già vittima di quella sensualità bestiale, irrefrenabile di cui sono malati quasi tutti i personaggi dello Scannatoio. Non c’è dubbio, se la protagonista fosse fuggita in Belgio con Goujet, avrebbe consumato la propria vita con maggiore dignità.

VI. Nel quartiere inizia a circolare presto, diffondendosi di bocca in bocca, di famiglia in famiglia, la voce che ogni notte Gervaise va a ficcarsi sotto le lenzuola di Lantier, alimentata dalle malelingue consanguinee, e l’opinione pubblica condanna senza appello la protagonista, scusando invece quel paraculo di un cappellaio: «Di sicuro, era stata lei ad arruffianarsi il cappellaio. Ce l’aveva stampato in faccia. Eh sì, nonostante quello che si raccontava in giro, tutti continuavano a portare quel gran paraculo di un Lantier in palmo di mano, perché si atteggiava a gran signore, passeggiava sul marciapiede leggendo il giornale, con le donne era sempre gentile e premuroso, gli regalava fiori e caramelle. Dio buono! lui faceva il suo mestiere di galletto; l’uomo è uomo, non gli si può mica chiedere di resistere alle donne che gli si gettano ai piedi. Per lei, invece, non c’erano scuse; era lei che copriva di ridicolo tutta rue de la Goutte-d’Or» (322). Così Gervaise si divide tra il marito e l’amante, liberandosi presto del senso di colpa e smettendola, altrettanto presto, di strofinarsi le spalle, quasi le volesse scorticare, dopo essere stata a letto con Lantier: «Avrebbe voluto cambiar pelle, ogni volta che cambiava uomo. Ma, a poco a poco, ci faceva l’abitudine. Non era possibile lavarsi ogni volta» (323). Non c’è ribellione in Gervaise, come in nessun altro personaggio dello Scannatoio di fatto, come in Malpelo, guardando alla nostra letteratura [4]. Gervaise, a causa della sua inerzia caratteriale, si accontenta dell’armonia, della tranquillità:

«La pigrizia la rendeva indolente, e la voglia di essere felice la spingeva a trarre tutto il piacere possibile da quella situazione del cavolo. Era arrendevole con se stessa e con gli altri, cercava solo di conciliare le cose in modo che tutti stessero tranquilli. Alla fin fine, finché il marito e l’amante erano contenti, finché riusciva a mandare avanti la baracca senza troppi problemi, e tutti erano allegri dalla mattina alla sera, ben pasciuti e soddisfatti della bella vita che facevano, non c’era davvero niente di cui lamentarsi. E poi, a pensarci bene, non doveva essere un gran male, quello che faceva, visto che le cose si arrangiavano così bene e nessuno aveva niente da ridire; di solito si è puniti, quando ci si comporta male. E allora si abituò in fretta, a quella vita sregolata. Tutto a orari stabiliti, come il bere e il mangiare; le volte che Coupeau tornava a casa ubriaco, il che capitava almeno tre volte a settimana (il lunedì, il martedì e il mercoledì), lei si trasferiva da Lantier. Divideva le sue nottate. Addirittura, anche quando lo stagnaio russava troppo forte, finiva per mollarlo lì, nel bel mezzo della notte, e andava a infilarsi sotto le coperte del cappellaio. No, no, lo trovava solo più pulito, in camera sua si dormiva meglio, c’era un bel calduccio. Le sembrava quasi di farsi un bel bagno. Insomma, Gervaise assomigliava alle gatte, che gli piace intrufolarsi nella biancheria pulita» (323).

Questa inerzia caratteriale – la sua malattia mortale – condurrà Gervaise alla rovina, alla auto-distruzione. Eppure nella protagonista si manifestano talvolta impeti d’odio e di vendetta, come il seguente, feroce reazione agli insulti della suocera, in cui Gervaise compendia l’essenza della condizione, materiale e spirituale, miserevole, merdosa, senza girarci troppo intorno, del sottoproletariato parigino ammassato nei sobborghi – il nucleo del romanzo di Zola -:

«E, con un gesto ampio, Gervaise indicava il quartiere intero, poteva andare avanti anche un’ora, a sventolare i panni sporchi di tutti quanti, che dormivano come le bestie, padri, madri e figli ammucchiati, tutti insieme a rotolarsi nella stessa merda. Ah, ne sapeva di cose! le porcherie colavano da tutti i lati, appestavano tutte le case, lì attorno! Ma sì, bella schifezza, l’uomo e la donna, in quell’angolo di Parigi, dove si è costretti a vivere tutti ammassati gli uni sugli altri come sardine, per via della miseria! Se si ficcassero uomini e donne dentro a un mortaio, non se ne caverebbe nient’altro che un bel carico di letame, da concimarci tutti i ciliegi della piana di Saint-Denis» (324).

Da queste righe trasuda un pessimismo nero, irriducibile, che non risparmia e non salva nessuno, quel pessimismo proprio dell’individuo arreso alla propria condizione e al proprio destino di bestialità – come Malpelo, di nuovo -. Ma Zola non giudica, almeno per ora, scagiona il sottoproletariato parigino da qualunque responsabilità, da qualunque colpa. La sua condizione e il suo destino di bestialità sono un effetto collaterale della famigerata modernità (che ha in Parigi la sua capitale), dei cui benefici godono solamente signori e borghesi: «Gli operai crepano nei quartieri invivibili e squallidi dove sono costretti a vivere, ammassati uno sull’altro […]. Ogni nuovo boulevard che nasce li getta in gran numero nei falansteri delle periferie. E alla domenica, visto che non sanno dove altro andare a prendere una boccata d’aria pulita, sono costretti a rintanarsi in fondo alle bettole […]. Ma aprite l’orizzonte, chiamate il popolo fuori dalle fortificazioni, dategli delle feste all’aria aperta, e li vedrete lasciare, a poco a poco, i banconi delle bettole e riversarsi sui prati» [5]. Il generoso – eccessivamente generoso – umanitarismo di Zola.

VII. Il modo in cui Gervaise trascura i Goujet, madre e figlio, in quanto clienti, è la manifestazione forse più evidente della sua deriva, di come e di quanto si sia lasciata andare, buttandosi via. Ma l’affetto che nutre per il fabbro – al quale intanto hanno abbassato ulteriormente la paga giornaliera, da nove a sette franchi, a causa delle macchine, che rendono superfluo il lavoro umano (il progresso! [6]) – resta la sua unica ancora di salvezza.

La vecchia Coupeau, per vendicarsi di Gervaise, rivela a Goujet le scappatelle notturne della protagonista nel letto di Lantier, e il fabbro se ne torna a casa con le ossa rotte e la coda tra le gambe: «se ne stava sul letto, con gli occhi gonfi e la bella barba bionda ancora fradicia di pianto. Doveva aver sfondato il cuscino a furia di cazzotti, nel primo impeto di rabbia, perché dalla tela strappata uscivano le piume» (329). In questo stato lo trova Gervaise, entrando nella sua cameretta da quindicenne tappezzata d’immagini, dopo aver consegnato la biancheria alla Goujet. La vecchia Goujet, esasperata dalla deriva della protagonista, che le restituisce la biancheria in ritardo e neppure pulita e completa, arriva a rinfacciare a Gervaise il debito, i franchi prestati da Goujet e senza i quali sarebbe stato impossibile per la protagonista aprire la bottega, mai restituiti, ma il fabbro la rassicura: lei non ha nessun debito con lui. Tuttavia Goujet, il cuore spezzato, finisce per scoppiare davanti alla donna amata con tutto se stesso: «Oh mio Dio! oh mio Dio! non sarebbe mai successo, me l’avevate giurato! E adesso invece è successo, è successo!… Oh mio Dio! mi fa troppo male, andatevene!» (329-330). Gervaise se ne va, senza dire niente, senza replicare niente, e nell’appartamento perfettamente lindo e ordinato dei Goujet le sembra «di lasciare un po’ della sua onestà». «Stremata, con le ossa a pezzi, come se l’avessero riempita di botte» (arriveranno anche quelle, tra non molto), torna in bottega, pensando che, «in fin dei conti, la vita era troppo dura e che, a meno di non schiattare sul colpo, non ci si poteva mica strappare il cuore dal petto» (330). Da questo momento Gervaise, rassegnata, inizia a fregarsene di tutto e di tutti, abbandonandosi sempre di più, ogni giorno di più, all’unico piacere che le resta: «fare tre pasti al giorno». Il quartiere le rivolta le spalle, i clienti la rinnegano e lei li manda a quel paese, sbattendosene. La lavanderia casca a pezzi, ogni giorno un pezzo: è il «tracollo». Tracollo materiale, con il progressivo disfacimento fisico della bottega che s’impone come simbolo fisico del progressivo disfacimento morale della sua proprietaria, che in mezzo a quella rovina ci sta benissimo:

«Naturalmente, a mano a mano che la pigrizia e la miseria entravano nella casa, si portavano dietro pure la sporcizia. La bella bottega azzurra, color del cielo, che un tempo era stata l’orgoglio di Gervaise, ormai se ne cadeva a pezzi. Gli stipiti di legno e i riquadri della vetrina, che nessuno più si ricordava di lavare, rimanevano inzaccherati da cima a fondo dagli schizzi di fango delle carrozze. Appesi all’asta di ottone, pendevano solo tre straccetti grigi, lasciati da qualche cliente morta all’ospedale. E dentro era pure peggio: l’umidità dei panni appesi ad asciugare in alto, vicino al soffitto, aveva scollato la carta da parati; quella con i motivi rococò era tutta strappata, e quegli sbrendoli penzoloni sembravano ragnatele piene di polvere; la stufa, rotta, bucata a colpi di attizzatoio, pareva, nel suo angolo, un rottame di vecchia ghisa in vendita da un rivendugliolo; il banco da lavoro era così pieno di macchie di caffè e di vino, talmente impiastrato di marmellata e unto dopo le abbuffate del lunedì, che sembrava l’avesse usato come tavola un’intera guarnigione. Per di più, c’era un odore di amido inacidito, un fetore di muffa, di fritto e di sporcizia. Ma Gervaise ci sguazzava benissimo, lì dentro» (331).

La bottega, un tempo gioiello di tutta la Goutte-d’Or, tirato su col prestito di Goujet, diventa un letamaio. E per Gervaise, che inizia ad andare in giro con le gonne bucate e smette di lavarsi persino le orecchie, «la sporcizia era un nido caldo in cui le piaceva rannicchiarsi». Il lento, ma inesorabile, ormai inarrestabile sfacelo della protagonista:

«Lasciare che le cose si abbandonassero al loro lento ma inesorabile decorso, che tutto andasse a puttane, aspettare che la polvere tappasse i buchi e coprisse tutto con la sua patina di velluto, sentire la casa sprofondare in una languida indolenza, era per lei una vera voluttà, una voluttà che la stordiva. Innanzitutto, la sua tranquillità; del resto se ne sbatteva alla grande. Non se ne importava nemmeno di essere piena di puffi. Non si faceva più tanti scrupoli, se pagare o non pagare, la cosa rimaneva nel vago, preferiva non sapere niente. Quando smettevano di farle credito in un negozio, andava a farsi aprire un conto a quello a fianco. Così, si faceva terra bruciata in tutto il quartiere, ogni dieci passi ci aveva piantato un chiodo. Già solo in rue de la Goutte-d’Or, non osava più passare davanti al carbonaio, né davanti al droghiere, né davanti alla fruttivendola: perciò, le toccava fare il giro largo, da rue des Poissonniers, quando andava al lavatoio, una scarpinata di dieci minuti buoni. I fornitori venivano nella bottega e le davano della gaglioffa. Una sera, il tipo che le aveva venduto i mobili di Lantier mise a ferro e fuoco tutto il quartiere; gridava che le avrebbe tirato su le sottane e le avrebbe fatto la festa, se non sganciava subito i soldi. Certo, queste scenate le facevano friggere gli intestini in corpo; poi però si riscuoteva come un cane bastonato, e tutto finiva lì; non per questo, la sera, aveva meno appetito. Ma che andavano cercando da lei, quei cialtroni? se i soldi non ce li aveva, mica poteva andarli a zappare, no? E poi i commercianti già facevano abbondantemente la cresta, aspettare era il loro mestiere. E s’addormentava di nuovo nel suo buco, provando a non pensare a quello che prima o poi sarebbe successo. Sarebbe finita col culo per terra, ecco cosa!; però, fino a quel giorno, non voleva la testa riempita di chiacchiere» (332).

Alla morte della vecchia Coupeau, Goujet dà a Gervaise, senza il becco d’un quattrino, i soldi per il funerale. La protagonista pensa persino di domandargli in prestito i soldi necessari al pagamento dei due trimestri d’affitto arretrati, ma il fabbro fugge via – siamo dopo il funerale -, rassicurandola sul fatto che loro due non saranno mai litigati, ma dichiarando perentoriamente che tra loro «è tutto finito». Parole che Gervaise ripete al marito, all’amante e a tutti quanti, cedendo la bottega a Virginie, l’antica nemica (passaggio caldeggiato da Lantier, che, da perfetto parassita, dopo aver spolpato la lavanderia, intende ora spolpare l’attività di Virginie): «Avete finito, eh? Io me ne fotto della bottega. Non ne voglio più sapere… Avete capito bene, me ne fotto! È tutto finito!» (363). Per Gervaise è la fine di un’era: «in fondo alla fossa, in quel giardinetto di rue Mercadet, non ci aveva lasciato solo la vecchia Coupeau. Quel giorno aveva ficcato troppe cose tra quelle quattro assi: un pezzo della sua vita, la sua bottega, il suo orgoglio di padrona, e altri sentimenti ancora. Sì, le pareti erano vuote, come il suo cuore; era come uno smantellamento generale, come se fosse sull’orlo d’un precipizio. E lei si sentiva troppo stanca; si sarebbe tirata su dopo, se ci riusciva» (364). Smantellato quanto di buono aveva costruito in passato, Gervaise non ci riuscirà.

VIII. I Coupeau, lasciata la bottega a piano terra, si trasferiscono in uno squallido appartamento del caseggiato, nel sottotetto, nell’ombra perenne. Un bugigattolo buio nel quale Gervaise, diventata ormai una botte, piange sul suo destino misero, una «piccola Siberia» in inverno, quando non c’è lavoro e non resta altro da fare che ballare davanti alla credenza vuota. Insomma, la vita dei Coupeau è definitivamente «incarognita dalla miseria» e la protagonista e sua figlia, Nanà, sperano che arrivi presto il giorno della morte del marito e del padre, che si beve senza ritegno quel poco che guadagna. In questo quadro disperato Gervaise inizia inoltre a subire il fascino della morte, dell’autodistruzione, alimentato dalla vicinanza col becchino Bazouge. Una sera particolarmente complicata arriva persino a chiamarlo, a invocarlo per farsi portare via.

Coupeau inizia a nutrirsi solo ed esclusivamente d’alcol, schifando il pane, la carne e rigurgitando mezzo litro di sgagna al giorno: «era la sua razione, il suo cibo e la sua bevanda, il solo nutrimento che era in grado di digerire» (392). Ma Coupeau si becca la polmonite e viene ricoverato in ospedale. Due giorni dopo viene trasferito in manicomio: «L’alcol, che gli covava in corpo, aveva approfittato della polmonite che lo teneva inchiodato al letto, privo di forze, per attaccargli i nervi e farglieli saltare» (394). Coupeau vede i topi, ovunque, e tenta di acchiapparli, di annientarli, topi e uomini barbuti che gli sbucano alle spalle e tentano di afferrarlo, ma riesce a guarire. Viene dimesso e, in capo a quindici giorni, torna al suo «mezzo litro di torcibudella al giorno». Gervaise, da parte sua, si lascia andare, completamente, smette di lavorare, di pulire il suo bugigattolo e finisce persino per ubriacarsi col marito e la sua combriccola di beoni allo scannatoio. Diviene più o meno un’abitudine: «Quelle sere lì, a casa, Nanà ci aveva davanti proprio un bel quadretto: il padre ubriaco fradicio, la madre ubriaca fradicia, e quella topaia di merda, dove non c’era neanche un tozzo di pane e che puzzava d’alcol da fare schifo» (430). Un sabato Nanà, tornando a casa e trovando entrambi i genitori in uno stato pietoso, se ne va, per non tornare più. La fuga improvvisa della figlia finisce di affogare Gervaise nel fango. Fuori di sé dalla rabbia, la protagonista s’ubriaca per tre giorni di fila. Nel quartiere si diffonde la voce che Gervaise abbia venduto la figlia, voce alimentata dalla cognata, mentre lei tira l’anima coi denti, fregandosene delle chiacchiere. La protagonista precipita sempre pù in basso. Cacciata da tutte le lavanderie del quartiere dopo appena due o tre giorni di lavoro, lava i panni a giornata e il sabato si guadagna trenta soldi facendo le pulizie nella sua vecchia bottega, al cospetto di Virginie e di Lantier, nel frattempo divenuto suo amante, solito paraculo affondato ora nello zucchero: «Lì sul pavimento, tutta spettinata, faceva l’effetto di un mucchio di sudiciume: attraverso i buchi della vestaglietta, si vedeva il suo corpo gonfio, un ammasso di carne flaccida che si muoveva ballonzolando in su e in giù, in qua e in là, al ritmo di quel duro lavoro; e sudava tanto che dal suo volto fradicio colavano giù certi enormi goccioloni» (435). Comandando a bacchetta Gervaise prostrata nel fango, Virginie finalmente si vendica della memorabile ripassata ricevuta dalla protagonista anni e anni prima, in apertura del romanzo.

Gervaise e Coupeau scovano Nanà in una balera, sei mesi dopo la sua fuga, e la riconducono a casa, a furia di calci e di schiaffi. Dodici giorni dopo riprende il volo e i genitori vengono a sapere che s’è messa a fare la puttana nel quartiere. Gervaise, nella sua miseria nera, disperata, finisce persino per invidiarla, perché Lantier l’ha avvistata su una carrozza tutta agghindata:

«”Ho avuto notizie,” si decise poi a mormorare. “L’hanno vista, tua figlia… Eh sì, tua figlia è tutta bella apparecchiata e non ha più bisogno di te. Questa sì che è felice, altroché!… Perdio! non sai che darei, per stare al posto suo.”
Coupeau continuava a fissare il pavimento. Poi, alzò il suo volto devastato e balbettò, con una risatina da demente:
“Be’, allora, passerottino mio, fai pure, hai la mia benedizione… In fondo, non sei ancora malaccio, quando ti dai una sistemata. Lo sai, come si dice: non c’è marmitta tanto vecchia da non trovare il suo coperchio… Diamine! Se in questo modo riesci a portare a casa un po’ di companatico…”» (455).

Quel beone di Coupeau… privato dall’alcol della coscienza del bene e del male. S’ubriaca per sei mesi di fila, poi crolla e lo portano dritto in manicomio, dove resta per qualche settimana, quindi esce e ricomincia a sfasciarsi, con una testardaggine autodistruttiva davvero ammirevole. La sgagna se lo spolpa vivo ed egli diviene l’ombra di se stesso, il corpo imbevuto d’alcol rattrappito «come i feti che stanno dentro ai vasi, dai farmacisti». È proprio vero, al peggio non c’è mai fine.

IX. Gervaise non lavora più, ha fatto terra bruciata intorno a sé e ormai dorme su un cumulo di paglia, perché è stata costretta a vendere anche il letto: prima la lana del materasso, a manciate, poi la fodera, i cuscini, il capezzale e infine l’intelaiatura di legno. I Coupeau si sono impegnati tutto, tutto, anche le cornici delle foto di famiglia, e come se non bastasse i due coniugi si ammazzano di botte. Gervaise si abitua a tutto, anche alle mazzate del marito, perché a tutto ci si può abituare (nelle Memorie di una casa morta Dostoevskij scrive: «L’uomo è l’essere che a tutto si abitua, e io penso che sia questa la sua migliore definizione» [7]), tranne che a una cosa, la fame, ed è proprio la fame che fa sbarellare la protagonista, costretta a rovistare negli avanzi delle bettole, come i cani, con i cani:

«Era caduta così in basso che si racimolava pure gli avanzi delle bettole, dove per un soldo le davano delle lische di pesce assieme agli avanzi di arrosto andati a male. E scendeva sempre più in basso, mendicava da un oste benevolo i tozzi di pane duro lasciati dai clienti, e ci si faceva il pancotto, cuocendolo il più a lungo possibile, sul fornello di un vicino. Era arrivata al punto che certe mattine, che aveva una fame da non vederci più, si aggirava insieme ai cani per rovistare davanti alle porte delle botteghe, prima che passassero gli spazzini; e così, certe volte, le capitavano pure i cibi dei ricchi: meloni fradici, sgombri marci, certe costolette che prima doveva ispezionare l’osso, per paura di trovarci attaccati i vermi. Sì, si era ridotta in questo stato. Certo, a chi c’ha la puzza sotto il naso, gli viene lo schifo solo a pensarci; ma ci provassero loro a far ballare il mento per tre giorni di fila, e poi vediamo se fanno tanto gli schizzinosi: si butterebbero a quattro zampe e si metterebbero a mangiare in mezzo alle immondizie insieme agli altri, proprio come i compari, altroché! Ah! la micragna nera, le viscere vuote che urlano per la fame, il bisogno disperato che fa digrignare i denti e che riduce a ingozzarsi di cose immonde, in questa immensa Parigi, così dorata e scintillante!» (460).

Al culmine della disperazione, distrutta dalla fame, Gervaise tenta l’ultima carta, la prostituzione, e batte i marciapiedi di Parigi, nella notte gelida e infernale – sì, anche all’inferno è il gelo, e il ritratto della notte parigina, che termina a schifio, con le risse violente e i conati degli ubriachi sfatti, guastati dall’alcol, è davvero memorabile (ecco la splendida Parigi! i boulevard affollati di prostitute e sporchi di vomito) -, ma senza che nessun uomo trovi il coraggio di comprarsi questa creatura sfatta dalla miseria, questa storpia sformata dalle fatiche della vita. Tutto questo mentre Coupeau se la spassa in chissà quale scannatoio, naturalmente. Come se non bastasse inizia a nevicare: «E l’unica sensazione che resisteva, nell’annientamento di tutto il suo essere, era il freddo che ci aveva, un freddo mortale che pelava, un freddo che non aveva provato mai» (484). Gervaise è avvolta e travolta dalla tormenta di neve nelle strade ormai deserte di Parigi. Passa un uomo, l’ultimo uomo e Gervaise decide di prenderselo a tutti i costi, ma quell’uomo è Goujet! «Ma cosa gli aveva fatto al Signore, per essere torturata in questo modo fino all’ultimo? Questa era la mazzata finale, gettarsi ai piedi del fabbro, essere vista da lui ridotta in quello stato, come una scalorcia qualsiasi, livida e supplichevole» (486). Goujet, che intanto ha perso la madre e ha fatto tardi per vegliare un compagno ferito, la conduce a casa sua. Il fabbro prima la abbraccia, poi la sfama, e alla prima patata messa in bocca Gervaise scoppia a piangere. Le sue lacrime inzuppano il pane. Dopo il pasto, consumato velocemente dalla protagonista e quasi con vergogna, Goujet si inginocchia ai piedi di Gervaise e le rinnova il suo amore, sopravvissuto alla devastazione. Quindi le domanda se può baciarla, e la bacia, ma sulla fronte. Del resto, dopo la morte della madre, a Goujet non resta nessun altro oltre Gervaise. Dopo averla baciata Goujet si butta sul letto, «squassato dai singhiozzi». La protagonista scappa via: «Vi amo, monsieur Goujet, vi amo anch’io… Oh! non è più possibile, lo capisco benissimo… Addio, addio, che sennò scoppiamo tutt’e due» (490). Gervaise torna a casa, inferocita per aver detto per sempre addio a Goujet, e implora il becchino Bazouge, in ginocchio, di portarla via.

X. Coupeau, dopo un’intera settimana passata fuori casa a fare baldoria, schiatta in manicomio. Gervaise precipita definitivamente nel baratro: muore di fame ogni giorno un po’, appena ha due spicci se li beve, si trasferisce nel sottoscala lasciato libero dal vecchio Bru, dove resta fino alla morte:

«Se ne stava rintanata lì, a patire il freddo e la fame, con la pancia vuota e le ossa ghiacciate. La terra si era completamente dimenticata di lei. Più stava e più si rimbambiva, ormai non ci pensava neanche più a buttarsi giù dal sesto piano sul selciato del cortile, per farla finita. La morte doveva prendersela a poco a poco, un pezzetto alla volta, trascinandola così fino in fondo, in quella stramaledetta vita, di cui lei stessa era stata artefice. Anzi, nessuno seppe mai di preciso di cosa era morta. Si parlò di un colpo di freddo. Ma la verità era che Gervaise moriva per la miseria, il sudiciume e le fatiche di quella sua vita troppo a lungo stentata. Crepò di svaccamento, come dicevano i Lorilleux. Un mattino, siccome il corridoio puzzava, qualcuno si ricordò che non la si vedeva in giro da due giorni; la trovarono già verdastra, nella sua cuccia» (511-512).

Finalmente Bazouge può portarsi via Gervaise, per sempre, augurandole la buonanotte: «Sai… stammi a sentire un po’… sono io, Bibi-la-Gaieté, detto anche il consolatore delle signore… Su che adesso sei felice. Fai la nanna, bella mia!». La morte libera finalmente Gervaise dalle sofferenze quotidiane, dai tormenti di una vita devastata dalla miseria, e se le verità del saggio Sileno – «Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto» – valgono per l’intero genere umano, indistintamente, re Mida compreso, sembrano valere soprattutto per il sottoproletariato parigino, distrutto dalla povertà e dalla bottiglia. Sì, ha proprio ragione Bazouge, quando nei sobborghi di Parigi si muore, c’è di che essere felici, per se stessi e per gli altri.

XI. Nella Prefazione dello Scannatoio Zola solleva i propri personaggi da qualunque responsabilità morale: «i miei personaggi non sono affatto corrotti, è solo gente semplice, costretta a vivere in condizioni di estrema miseria, nell’indigenza più nera» (10). Tuttavia, nel passo dedicato alla morte di Gervaise un giudizio morale negativo appare, eccome, quando lo scrittore definisce la protagonista «artefice» della sua «stramaledetta vita» – del resto, Primo Levi in Se questo è un uomo [8] giudica i detenuti nel campo di sterminio, ergo… non esistono uomini esenti da responsabilità morale, in qualunque condizione sociale essi si trovino, sarebbe troppo comodo e così ottimistico crederlo, da rasentare il ridicolo -. Gervaise è dunque responsabile della propria rovina, della propria parabola tragica, con quella sua inerzia caratteriale, spesso sfociante in pigrizia, che la porta ad assuefarsi a tutto e soffoca sul nascere i rari slanci di ribellione. Lo evidenzia bene Salvatore:

«La parabola di Gervaise è emblematica e ci racconta il destino di una donna vittima non soltanto – come superficialmente si potrebbe tendere a credere data la portata anche sociologica dell’opera – del contesto in cui la sua vicenda umana si dipana, ma anche di se stessa, delle sue scelte, dei no mancati, dell’assenza di volitività nei momenti cruciali» [9].

E ancora:

«sembra […] disattendere, quasi con metodica scientificità, a quel rigore essenziale nel governo della propria esistenza quotidiana che solo può salvare chi, come lei e come l’umanità di cui fa parte, annega nella miseria e nel degrado.
L’errore più grande di Gervaise, però, rimane forse quello di aver voluto a tutti i costi tentare la via della conciliazione sempre e comunque, anche laddove questa è solo nociva e controproducente, anche quando essa si traduce in lassismo» [10].

Anche negli infernali sobborghi di Parigi devastati dalla miseria e nei quali scorre più alcol che sangue, è possibile essere differenti, è possibile restare onesti, restare umani, resistere a quell’epidemia di abbrutimento, di imbestiamento fisico e morale che coinvolge la maggior parte, quasi la totalità del sottoproletariato, e Goujet ne è la splendida dimostrazione: Goujet che non si accontenta di una tresca, ma vuole salvare la donna amata e le propone la fuga in Belgio, Goujet che quando raccatta questa stessa donna in strada, in veste di grottesca prostituta, la conduce a casa e la sfama, senza approfittarsi della sua disperazione e baciandola sulla fronte. Se esiste Goujet significa che essere Goujet è possibile, e non si tratta di una questione di uomini peggiori e uomini migliori, ma di uomini omologati alla bestialità e di uomini differenti, immuni a questa bestialità, che saranno pur sempre incapaci di combinare qualcosa di buono nella loro vita – il fabbro in fondo resta un eterno bambino, con quelle immagini appese alle pareti della cameretta e quella timidezza così profonda da rasentare talvolta la stupidità -, ma che almeno non fanno del male a nessun altro all’infuori di se stessi. E non è poco.

NOTE

[1] Louis-Ferdinand Céline, Omaggio a Zola, in Émile Zola, Lo scannatoio, a cura di Luca Salvatore, Feltrinelli, Milano 2018, p. 582.

[2] Émile Zola, Lo scannatoio, cit., p. 10. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Luca Salvatore, Cupio dissolvi, in Émile Zola, Lo scannatoio, cit., p. 555.

[4] Per un approfondimento sulla celebre novella di Giovanni Verga rimando al contributo Quel «malarnese» di Malpelo.

[5] Articolo di Zola pubblicato l’8 giugno 1872 sulla rivista «La Cloche» (citato in Émile Zola, Lo scannatoio, cit., p. 531).

[6] Come scrive Michelstaedter, «Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell’individuo» (Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 156).

[7] Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, traduzione di Alfredo Polledro, Rizzoli, Milano 2013, p. 18. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[8] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Primo Levi, Se questo è un uomo.

[9] Luca Salvatore, Cupio dissolvi, in Émile Zola, Lo scannatoio, cit., p. 539.

[10] Ivi, p. 541.

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