Seconda parte – La qualunque avventura

Scoperto il sentimento profondo, passionale che lo lega alla novizia – rivelazione con la quale si conclude la prima parte del Peccato, «Il limbo» -, B. è vittima di «un’agitazione dolorosa», non solo cerebrale ma anche fisica, la testa confusa e piena di soffi. Si getta nel lavoro letterario, a capofitto, ma l’impegno quotidiano, certosino della traduzione, dal tedesco, non allevia il turbamento, che ormai l’ha contagiato irreversibilmente e senza ch’egli capisca con esattezza a cosa sia dovuto. Dopo giorni e giorni di silenzio – in paese si vocifera che l’attrice-suora sia malata – l’armonium torna a suonare e il protagonista entra in chiesa ansimante. L’armonium s’interrompe e i due giovani si guardano «avidi, confusi, un istante». Poi la novizia fugge via e lui resta immobile, pietrificato, smarrito. Il cappellano – che sa, che ha capito e trema temendo lo scandalo – trascina fuori B. e gli parla confusamente del voto, della santità del voto, del voto, del voto, del voto… Ora il protagonista comprende cos’è, sa cos’è: è una «pazzia» e di questa pazzia si rimprovera dentro, s’incolpa «rude». Si fa forza, si risveglia con uno scossone, si strattona, torna alla traduzione dal tedesco, s’interessa d’affari e di liti. Il lavoro per strapparsi alla follia. Il lavoro per recuperare una normalità, una tranquillità ormai perdute per sempre. Sforzo stoico vanificato dall’incarico materno, che lo invia al convento per consegnare un involto e una busta alla superiora. Qui B. rivede Suor Maria, ponendole la domanda terribile concepita ma repressa già un anno prima, al tempo della loro conoscenza: «È contenta lei qui?». «Ho fatto i voti…», risponde la donna con forza e convinzione. «E non si possono sciogliere?», domanda ancora lui, tra il crudele e l’incosciente. «… e non ho nessuno fuori», replica lei. Risuonano i passi della superiora e la novizia fugge via, ancora una volta, l’ennesima volta. Una fuga che sa di rincorsa. Perché B. poco più tardi riceve dal sagrestano del convento un biglietto di Suor Maria, in cui lei scrive di volerlo incontrare, in chiesa, alle dieci di sera. Ormai incapace di razionalizzare lui va e la giovane novizia gli rivela di non poter più restare in convento, domandandogli per questo aiuto. Già il giorno successivo al loro incontro notturno, i due giovani sono vittima delle malelingue paesane, dei pettegolezzi subdoli e puntuti: «Maledetto paese. Sei spiato, ti contan addosso le pulci. San tutto, vedon tutto anche di più che tu stesso non sappia e non veda. È una specie di mistero come ciò avvenga ma san sempre tutto in un giorno, e tutta la città se ne riempie» [1].

«È troppo viva, è troppo intelligente per essere monaca e carmelitana ai giorni nostri», si dice B., domandandosi poi se non c’entri lui col rivolgimento interiore che ha sconquassato Suor Maria, prima del loro incontro arresa al suo destino di perpetua clausura, di esclusione dal mondo e dalla vita. «Sì, c’entro anch’io», conclude il protagonista ricordando il contatto con la mano della donna sul marmo gelido e lo strappo improvviso di lei. «Sì c’entro anch’io», conclude arrossendo al ricordo del contatto. Di nuovo il «sacristano bisunto delle Carmelitane», figura inquietante, demoniaca quasi, lo avvicina una sera «ch’era uscito giù verso il mare a pigliare finalmente una boccata di brezza» dopo giorni di vergognosa reclusione passati a rimuginare sul proprio rimorso alimentato dai pettegolezzi – dardi avvelenati -, di nuovo gli porge un biglietto di Suor Maria: «Mi fanno partire. Non posso, non posso». Di nuovo la novizia fissa un appuntamento, di nuovo alle dieci di sera, o magari più tardi, ma non in chiesa, bensì al muro di cinta dalla parte dei lecci sopra il convento, per non correre rischi, per non alimentare le chiacchiere. B., deciso ad agire razionalmente, si dirige dal prete, pronto a sostenere la causa dell’infelice, pronto persino a mostrare il biglietto disperato della giovane, ma non lo trova; il curato è a una sagra e starà fuori due giorni. Indeciso il protagonista erra vagabondo fuori di città, tra le vigne e gli ulivi, sale, scende, senza pensare, incapace «di mettersi innanzi chiara un’idea». Al rintocco dell’ore della chiesa più vicina – le nove e mezza – scatta, scatta «come se qualcosa gli fuggisse dinnanzi». Tra sterpi, sassi, scavalcando siepi, per sentieri tortuosi e deserti giunge al convento – sono le dieci. S’arrampica sui lecci, agile e rapido, come faceva da bambino per raccogliere le ghiande, si apposta sul «muretto irto di cocci puntuti a difesa», come un uccello notturno, e attende. Senza un pensiero, senza la minima traccia del turbamento passato, B. attende. «Attese queto: toglieva i vetri, i fondi di bottiglia, i bicchieri rotti e taglienti incastrati sulla cresta calcinosa, con le dita forzando; fece posto bene e sedette cavalcioni». Sottofondo il «frangersi ghiaioso del mare».

All’improvviso un’ombra. B. si sporge tutto in avanti, verso la pergola di viti sottostante più bassa di tre metri. È lei. Sì è lei. «Rimase un istante macchia allungata più scura sul fondo piatto a strapiombo, si torse a guardare a pigliar bene la mira e schiantò giù d’un tratto crosciando». Pali strappati, grappoli afferrati durante il volo, trattenuti, spremuti, la mano «rimasta tutta pastosa e odorosa di mosto». Poi qualcosa di caldo e il bruciore, «un dolore vivo sopra del polso, nel braccio». Un chiodo o forse un vetro ha squarciato la carne, rappresentazione materiale d’un invisibile squarcio interiore. Suor Maria, in apprensione, gli afferra il braccio, lo afferra, sbigottita, tremante, rimproverandolo d’essere saltato giù da cinque metri come un pazzo. Ma accanto a sé, su di sé B. non ha più Suor Maria, bensì una donna: «Era; non era? il capo innanzi a lui chino al suo braccio, non bendato, non velato era; capelli sciolti e lunghi. Lunghi, sì, mal trattenuti sul collo. E giù pel corpo non il mantello: l’abito solo in figura d’una veste femminile comune, stretto dalla cinta sui fianchi». A prendersi cura del protagonista, a fasciargli la ferita profonda dalla quale sgorga copiosamente sangue non è una monaca, no, ma una donna, una donna:

«Era una donna, una donna… Sentivi sotto l’abito lieve l’ansimare del petto; le ciocche abbondanti ai lati del viso in due bande giù; la radice del collo bianca (nuda) fin giù, lineata, allo scuro dell’abito; e (gli pareva), s’ella alzava lo sguardo un rilucere vivo negli occhi… era una donna, una donna…».

La donna dichiara al protagonista di voler andare via, di voler lasciare l’ordine e il convento. «Bisogna ch’io esca, ch’io esca», ripete invocando la mamma. «Era una bimba piangente, era una donna un cuor vivo in angoscie». B., colpito nel profondo dalla disperazione della donna in trappola, pensa di aiutarla, ma già lo perseguitano le chiacchiere, i pettegolezzi del paese, sussurrati spandersi per le piazze, per le vie, per le case della cittadina: «vide i mill’occhi su lui e i sorrisi e le risa e l’impaccio del camminare per strada, e i dubbi e i commenti e le boccaccerie senza più fine al caffè». Il protagonista consola la donna, la rincuora, la tranquillizza, come si consola, rincuora, tranquillizza un bambino triste, piangente; le afferra le mani calde e le stringe, mentre «qualcosa di sconosciuto» torna ad agitarsi, impetuoso, dentro di lui, a risvegliargli dentro la naturale, impetuosa fisicità e vitalità di giovane uomo di ventisei anni appena:

«Anche a lui si sollevava ora il petto con larghi respiri come se non la freschezza notturna ma il senso vivo della sua forte maschiezza lo gonfiasse in un ritmo sicuro. Gli parve ad un tratto come di farsi da vago reale; sentì la muscolosità del suo corpo robusto come qualcosa di pronto a lottare (qualcosa d’ignoto e di nuovo in lui d’un tratto) ben fermo, ben saldo. Aveva accanto una donna, appoggiata a sé languente una giovane donna… che certo l’amava (non aveva accanto a sé la sua donna?) E poteva esitare indeciso così come un debole abulico o come un leguleio invecchiato? E se le responsabilità c’erano se le sobbarcava. Anche gli impegni sì; ed appunto perché era giovane ed aveva ventisei anni soltanto. Vuoi camminar sempre con le mani innanzi e col tuo piano già fatto secondo le regole e l’uso? (Vuoi trarti dietro passo passo la legge e vivere per non tradirla e per essa? o devi vivere risoluto e violento perché la legge si crei, perché s’accresca la legge e lo spirito?) Questa donna soffre, ha bisogno di te, s’aggrappa a te e tu fai calcoli e tu concedi come un fariseo gli aiuti a metà? Tu pensi al mondo, alle chiacchiere del mondo, ai bisbigli scandalizzati della tua servente in casa (e di tua madre? Ma anche tua madre…) Tu pensi agli altri: fabbrichi la tua coscienza con detriti di chiacchiere d’altri e con pregiudizi. Fa, dunque, e svegliati dunque secondo l’impeto della tua stessa coscienza che è tempo tu viva. Tu vuoi vivere o tu vuoi queto dormire? Fa dunque secondo la tua coscienza viva, ché qui accanto c’è una donna che soffre… Una esaltazione di generosità lo scuoteva e qualcosa al di là della generosità e della composta onestà. Come il desiderio di buttarsi innanzi, sì, ancora di ribellarsi (di profanare) come per un attimo in chiesa la notte del convegno. Ribellione non sterile, non vuota, non per voluttà vuota e infeconda, ma per scuotere un giogo, per respirare più libero e largo, per farsi trascinar via dal gorgo intorno della vita vissuta e battercisi rude da uomo. Desiderio di rompere l’uso e la legge. Bruciante desiderio e sano di vita e di colpa».

Agire, fare, fare la vita, amare. Fare, svegliarsi, fare perché è giunto il tempo di vivere, di spaccare il giogo dell’astrattezza, dell’idealità sterile e vana, di quella coscienza inautentica, fasulla fabbricata «con detriti di chiacchiere d’altri e con pregiudizi». B. è afferrato prepotentemente – finalmente – dal desiderio di rompere «l’uso e la legge», «bruciante desiderio e sano di vita e di colpa». Sano: la morale boiniana autorizza, o meglio, ordina l’esperienza e anche se questa vuol dire colpa. Ma colpa per chi? Per gli altri, incatenati alla vecchia, trita e ritrita morale cattolica fatta di pregiudizi e luoghi comuni. Boine esorta a fare la vita e viene in mente, risemantizzata, laicizzata, ripulita dalle implicazioni religiose, la citazione giovannea posta da Dostoevskij in esergo alla prefazione dei Fratelli Karamazov [2]: «In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto». Morire, dunque magari sbagliare, soffrire – sbagliare e soffrire certamente -, ma fare. Del resto Zòsima, prima di morire, ordina ad Aleksej di rinunciare alla regola e di gettarsi nel mondo, di vivere, di soffrire e di trovare nel dolore la felicità:

«[…] sappi, figliolo […], che d’ora in avanti il tuo posto non è più qui. Tienilo a mente, ragazzo. Non appena Dio mi riterrà degno di presentarmi al suo cospetto, lascia il monastero. Lascialo per sempre.
[…] Che hai? Il tuo posto per ora non è qui. Ti consacro a una grande opera nel mondo. Dovrai percorrere ancora molta strada. E dovrai sposarti, dovrai farlo. Dovrai sopportare ogni cosa, prima di ritornare qui. E ci sarà molto da fare. Ma non dubito di te, ed è per questo che ti mando. Cristo è con te. Custodiscilo in te ed Egli ti custodirà. Conoscerai un grande dolore e nel tuo dolore sarai felice. Eccoti il mio testamento: nel dolore cerca la felicità. Lavora, lavora senza posa. Ricorda sempre quanto ti ho detto oggi, perché, anche se avremo modo di parlare ancora, non solo i giorni, ma anche le mie ore sono contate» [3].

È il momento decisivo della svolta, dello strappo, dopo il quale niente sarà più come prima e B. lo cavalca: si stringe alla donna e la consola, ma non più come se si rivolgesse a una bambina triste, piangente, bensì «come parli ad un’anima perché ti intenda, come parli nell’ansia ad una donna che ami». Anche nella donna qualcosa si ri-sveglia e tumultua, facendola «nuova risolutamente». Ed ecco che lei si piega verso di lui «con volontario atto», come se «decisa le ripigliasse dentro la vita, come se le si risaldasse nella giovane vita questa larga divaricata ferita di quattro lunghi inutili anni». Dopo quattro lunghi e inutili anni la donna rinasce, non più Suor Maria ma giovane e vigorosa donna di ventuno anni appena, viva, che stringe forte a sé l’uomo che ama. Le mura alte e gli alberi ancor più alti, mentre svetta silenziosa la massa oscura del convento e lo sciabordio delle onde del mare giunge attutito, proteggono questo abbraccio passionale al chiaro di luna tra il giovane intellettuale e la giovane novizia penitente, una delle immagini, uno dei quadri più intensi della letteratura italiana del primo Novecento.

NOTE

[1] Le citazioni sono tratte da Giovanni Boine, Il peccato, in Id., Il peccato; Plausi e botte; Frantumi; Altri scritti, a cura di Davide Puccini, Garzanti, Milano 1983. L’opera è gratuitamente scaricabile nella biblioteca digitale Liber Liber.

[2] Per un approfondimento sul romanzo rimando allo studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso.

[3] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 93.

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