Introduzione

Nato a Finale Marina (Savona) nel 1887, lo stesso anno di nascita di Carlo Michelstaedter, morto a Porto Maurizio (Imperia) appena trent’anni dopo, stroncato dalla tisi, che lo ha consumato a poco a poco, come un cero il fuoco (i primi sintomi della malattia risalgono infatti al 1908), Giovanni Boine è uno dei grandi protagonisti della letteratura italiana del primo Novecento. Critico letterario straordinario, come dimostra la sua raccolta di contributi critici Plausi e botte, tra i primi in Italia a sostituire il vecchio, stucchevole, aleatorio, fondamentalmente vuoto concetto di bello con il ben più attuale, efficace, pregnante concetto di grande, basato su una valutazione che tenga conto non solo dell’aspetto artistico, ma anche, e forse soprattutto, dell’aspetto filosofico e morale di un’opera, Boine è inoltre autore di un racconto che s’impone come uno dei testi più significativi – una vera e propria pietra miliare – della storia della letteratura italiana alternativa del primo Novecento: Il peccato, scritto nel 1913 e pubblicato l’anno successivo prima sulla «Riviera ligure», separatamente, poi presso le edizioni della «Voce», in volume.

Giovanni Boine

Micro-romanzo di formazione diviso in tre parti – «Il limbo», «La qualunque avventura», «Il tormento» -, Il peccato è il racconto del processo di umanizzazione del protagonista, B., intellettuale ventiseienne che, attraverso l’amore per una giovane novizia – il peccato appunto -, distrugge le catene dell’astrattezza, che lo tenevano legato, vincolato a una dimensione asettica, sterile, gelida, iperuranica dell’esistenza, e assume consistenza fisica, carnale, sanguigna, passionale, immergendosi finalmente nel tumulto della vita. Il peccato si configura così come una sorta di esortazione alla vita, ma la vita vera, disinquinata dalle categorie aristoteliche e dai tradizionali lacci morali, riportata alla sua dimensione originaria, primordiale e barbarica quasi, che affonda le radici, tra gli altri, nel Nietzsche più puro e autentico – non il Nietzsche ridicolo e semplicistico, dozzinale feticcio, di D’Annunzio -, in cui è possibile ravvisare numerose analogie con alcuni degli esiti filosofico-letterari più importanti dell’epoca, dalla Persuasione e la rettorica di Michelstaedter [1] al Mio Carso di Slataper [2], limitandomi a un paio di esempi.

Oltre ai temi, ciò che colpisce leggendo Il peccato è il modo in cui essi sono espressi. La scrittura di Boine è un vero e proprio fenomeno letterario: franta, spaccata, lacerata, spericolatamente funambolica, riproduce con incisività le spaccature, le lacerazioni e le acrobazie interiori del soggetto, rinunciando a qualunque mediazione – la punteggiatura stessa viene spesso abolita – e imponendosi così come uno degli esiti migliori di quel fenomeno raro che è l’espressionismo letterario italiano. Boine non ricerca il bello stile, non ricerca la pulizia, la compostezza, la placida fluidità, l’artificiosa scorrevolezza. Boine ricerca l’efficacia e lascia che la personalità del protagonista – la sua personalità, vista l’indiscutibile portata autobiografica del racconto – e la vita irrompano sulla pagina liberamente, inondandola e travolgendola.

Prima parte – Il limbo

All’inizio del Peccato Boine evidenzia subito lo stato di alterità – condizione tipica dell’artista nella modernità, da Baudelaire in poi [3], rappresentata con grande efficacia, restando sempre nell’ambito della letteratura italiana alternativa del primo Novecento, da Campana e Sbarbaro [4] – in cui si trova il protagonista all’interno della piccola e gretta realtà paesana, nella quale è rientrato al termine degli studi universitari, senza un lavoro stabile, comodo «nell’agio noncurante e discreto di una famiglia di patrizi antichi» [5]. Del giovane B. la gente del paese ha «un certo diffidente rispetto come per uno che è d’altra razza che noi», i politicanti del consiglio comunale lo giudicano un «originale». Né socialista né anti-socialista, oppure entrambe le cose, non prende parte alle conversazioni nei caffè, non gioca, non ha una donna: le «compagnie allegre», composte da quei «giovanotti che capiscon la vita e come si deve […] se la godono», lo hanno «in concetto tra di “prete” e babbeo». Per quanto riguarda le amicizie, B. si circonda di originali come lui, individui più o meno emarginati estranei alla beghina e angusta logica paesana: «ragazzi di diciassette diciotto anni senza un soldo, ragazzi di liceo smilzi a passeggio con sotto il braccio un libro; un giovane capitano di mare che chissà perché aveva piantato il mestiere d’un tratto, specie di matto solitario tutto il giorno a leggere libri […], tutto il giorno in un canto al sole a legger pallido, torvo i suoi libri in disparte; un altro giovane studente di lettere, malato di nervi, rabbuffato, occhialuto, grassoccio (repubblicano dicevano), anche lui “bigotto” giacché stava composto alla messa, innamorato chissà perché […] d’una sartinetta un po’ sciocca, sì, un po’ rauca, un po’ bionda e più innamorato di Wagner […]». A questi due personaggi singolari – il primo, il giovane capitano di mare anarchico lettore di Bakunin, ricorda certe figure-limite di Lorenzo Viani [6] – se ne aggiunge un terzo, «un vecchio prete che chiamavano il Santo, semplicione di prete sempre circondato di bimbi sempre sorridente cogli occhi cilestri e tutta la curva persona ai suoi bimbi d’intorno che gli chiedevan crocette ed imagini pinte, sempre a parlare di bimbi, ed a correr qui e là quando uno dei suoi bimbi ammalava».

B. se ne sta in disparte, «come non degnandosi», e per questo suo atteggiamento di distacco, d’indifferenza e per le sue amicizie originali è vittima della «grettezza maligna di una città di provincia e contrasti grotteschi». In realtà il degnarsi non c’entra, il protagonista non è «di quelli che fanno i “puah!” schifiltosi ad ogni cosa fuori di regola»; partecipa alle questioni cittadine, ai dibattiti, si esprime attraverso i giornali, ma l’incomprensione dei concittadini – «ma con chi è? ma cos’è dunque lui per suo conto?» si domandano questi ultimi perplessi leggendolo, proclamando un giorno la sua fede socialista, il giorno dopo rinnegandola – lo porta alla conclusione «ch’era meglio star zitti in disparte. Non c’era presa, non c’era glutine fra lui e questi altri d’intorno. E forse che in ultimo il torto era suo. Chi lo sa? Affondata così com’era nella sua torbidità elementare chissà che questa gente non avesse un suo più sicuro senso di vita, un suo fiuto a condurla diritta, che non lui maculato d’astratto e di poesie sebbene poi a parole sdegnasse la poesia e l’astratto». Come tutti i giovani B. è «assoluto», agogna la perfezione, «ma le cose del mondo son di loro natura imperfette e perciò non andate d’accordo». L’«idealità» giovanile non è frutto dell’esperienza, ma «presa fatta e come artificialmente aggiunta sulla iniziale coscienza morale loro. Non ci son giunti vivendo, togliendo, aggiungendo, vivendo. Non l’han fatta in loro, l’han di colpo affermata». Per questo motivo, perché priva della prova fondamentale della vita, l’«idealità» dei giovani è astratta e inconcludente, nient’altro che un cliché. Essi «ipostatizzano l’istinto morale, ne traggon l’essenza assoluta e la fan metro del mondo». Vogliono l’eroismo e detestano qualunque forma di compromesso – «guai dunque alla vita», che è per definizione compromesso -. Severi, intransigenti, «sono i giovani a “conservare” nel mondo», «son essi, i giovani, dunque, i vecchi davvero, son essi i morituri e gli astratti. Non sanno il peccato: han la purità della morte, non la purità della vita. Tu arrivi alla purità sostanziosa se hai molto peccato “fortemente peccato”. Se hai fatto e vissuto, se sei salito, se ti sei provato e risolto». I giovani non hanno mai fatto né il male né il bene, non conoscono il fare, non hanno una storia, non hanno niente dietro di loro, sono dei «vergini», degli «embrioni», sono «fuori del mondo, l’han tutto innanzi e di fuori, – non l’hanno ancora creato – e perciò come falsi iddii, manovrando con miti illusori di male e di bene, sono a vuoto severi e lo giudicano». B. dice di odiare l’astrattezza, la poesia, esorta se stesso e gli altri a mescolarsi «alla vita degli uomini così come viene», «ma in verità gli piaceva il guardarla come da una specola alta dal mezzo di questo suo cenacolo […] di strambi scontenti e di giudicarla inattivo e da lontano invece che farla, viverla tormentosamente ogni giorno». In questi passi, in questa aspra critica – e autocritica – della giovinezza è racchiuso il senso del racconto di Boine, il senso della vicenda del suo protagonista ovvero il passaggio, attraverso il peccato – definito tale perché definito e giudicato tale dalla morale pubblica, incatenata a vecchi e stantii pregiudizi che l’autore esorta a scardinare -, dalla «purità della morte» alla «purità della vita», l’emancipazione dall’astrattezza, dall’«idealità», l’uscita dal limbo in favore della vita, del fare la vita, vivendola «tormentosamente ogni giorno».

Dimostrazione di quanto l’astrattezza sia radicata in B., rappresentando la sua condizione esistenziale, è la scelta di tornare, terminati gli studi universitari, nella casa natale, che ama nel profondo, con tutto se stesso, e che rappresenta il rifugio ideale nel quale invecchiare tranquillamente, placidamente – invecchiare è il pensiero del protagonista ad appena ventisei anni, non gioire, non soffrire, non odiare, non temere, vivere insomma, ma invecchiare -, immerso nel silenzio, nel vuoto, nella sottile malinconia antica, decadente. Ma ecco che giunge l’«avventura», subdola, insinuante a stravolgere completamente i suoi piani:

«[…] amava la sua casa tranquilla, lo zittire dormiente della sua grande casa dove fin da bimbo era cresciuto su solitario (penombra per tutto, eco di vuoto, sottile odore di antico ed anche fuori, chiassuoli deserti nella calda quiete del sole); amava i suoi libri ordinati ed anche questo qualcosa di triste come un dolore sotterrato, affondato negli anni, nel pur placido e semplice viso della madre affettuosa. Amava starsene in pace qui e chissà? anche lui distillare pian piano qualche discreta dissertazione, qualche commentario alla maniera dei mistici tutto polposo, tutto buono di vita modestamente profonda e disperderlo anche lui come il nonno, qui, fra i testamenti e gli atti a far meditare e sognare qualche lontano nipote. Pareva dunque ch’egli dovesse lento (s’era dunque proposto di) placidamente invecchiare così, di cullarsi zitto e composto in questa specie (non nuova) di spiritual epicureismo, quando subdola, senza ch’egli se n’accorgesse agli inizi, non disturbando, non urtando la voluta quietudine del naturale suo, quasi un delicato dimonio la conducesse insinuante, ecco cominciò l’avventura».

Durante il suo placido vagabondare nel meriggio estivo, «barbaglio accecante bianchiccio, cose nette, sfacciate senz’ombra», d’un tratto un suono d’armonium proveniente dal convento delle Carmelitane trafigge B. «Profonda, lenta, come non curante della sfacciata trionfale arsura del sole al di fuori, musica come una sicura anima giù in un immobile corpo nascosta a meditare quieta-canora». Ed è proprio il suono di questo armonium, «questo ricco, pastoso, pingue d’anima eco d’armonium, il Galeotto della storia sua». A suonare l’armonium, e cantare, è Suor Maria, «una francese – si dice -, un’attrice che suonava e cantava, ora, al convento; e la storia che correva che si fosse fatta monaca la volta che “a Parigi” bruciandole intorno il teatro ella aveva fatto alla Madonna un voto se la salvava». Genesi dell’avventura, del peccato. Origine della vita. B. inizia a recarsi tutti i pomeriggi in chiesa per ascoltare l’armonium, nella frescura buia del tempio vuoto, e ci si trova bene:

«Ci si trovava bene, la musica ed il luogo gli muovevano dentro tutto il suo più antico essere, gliel’esaltavano: sentimenti, paure vaghe scordate di lui bambino, mansuetudine religiosa della sua composta educazione famigliare, improvvisi gridi nell’anima inquieta del suo misticismo a diciott’anni… navigava, sognava cullato e si sorprese una volta uscendo a pensare “se tu fossi nato duecento anni fa e non avessi il cervello, come l’hai, impiastricciato di libri e di dubbi, tu saresti volentieri entrato in convento”».

B. riesce finalmente a conoscere Suor Maria, alta, «gli occhi nel viso ovale grandi, maravigliati neri, ridenti». I due parlano, mentre addobbano l’altare con fiori freschi, odorosi, il parroco accaldato assopito in un angolo, ed è come se si conoscessero da un pezzo. La donna racconta di sé: è in convento da tre anni, ne ha ventuno ed è novizia da un anno; vi è entrata dopo la morte del padre – non le resta che una zia, badessa nell’Ordine, che l’ha convinta a farsi suora. Durante il racconto della donna è «come se quel che di stilizzato disumano e lontano ch’è in una figura ammantata dall’abito sacro, si disciogliesse pian piano, si rimpolpasse di buona vita vicina, si rifacesse comprensibile e vivo». Della sua conoscenza con Suor Maria B. non parla con nessuno: «Fu, ch’egli, senza volere, s’era dentro creata come una nicchia di segreto romantico dove ci stava in un religioso ondeggiamento d’armonium una figura di giovane monaca da nessuno conosciuta e solo da lui». Insomma, è come se la conoscenza della novizia, e la novizia stessa, fossero un frutto della sua immaginazione, una piacevolissima fantasia, o meglio, un piacevolissimo sogno nel quale rifugiarsi a occhi aperti, tra una riflessione e l’altra. Il narratore stesso sottolinea l’aspetto sognante, onirico dell’avventura: «la cosa, un po’ strana, gli pigliò dentro l’aspetto vago di un sogno a cui egli cedesse nel torpore della estiva calura». Tra i due giovani intanto si sviluppa una «curiosa amicizia», «amicizia tutta riguardose delicatezze quasi fanciullesche, fatta di cento cosette tollerate-proibite, ma infine ingenua ed onesta». B. scivola così, giorno dopo giorno, in un perenne stato di ebbrezza in cui tutto vibra di vita, tutto vive, ogni singolo oggetto inanimato, morto, acquisendo un significato misterioso, come un geroglifico: «era come in una sconfinante ricchezza, come in un gorgogliante abbondare di sentimento su ad invadergli la netta intelligenza, a parlargli di vita gli oggetti e le più consuete cose». L’armonium di Suor Maria, ascoltato – precipitasse il mondo – quotidianamente, agisce sul protagonista come una droga, come hashish, come oppio, eccitandolo, fumigandogli la fantasia, mentre il mondo s’arricchisce, tripudia «abbondante e più vasto al di là della geometricità definita».

La prima parte del Peccato si conclude con la presa di coscienza, da parte di B. e della novizia, del sentimento profondo – troppo profondo -, passionale – troppo passionale, per entrambi, entrambi aspiranti asceti – sbocciatogli dentro, inesorabilmente, dopo un lento processo interiore lungo un intero anno, e l’ultima esecuzione di Suor Maria all’armonium risuona angosciante e disperata, lacerante come «un grido, un grido umano d’aiuto», seguito dal tonfo sordo dello sgabello rovesciato e dal rumore dei passi della donna «precipitosi in fuga». Qualcosa in entrambi si è strappato per sempre.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera e, più in generale, sul pensatore, scrittore e poeta goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[2] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Il barbaro Slataper e il suo Carso.

[3] Per un approfondimento sul tema rimando al contributo Charles Baudelaire, il primo poeta moderno.

[4] Per un approfondimento sui due grandi poeta rimando ai contributi I «Canti Orfici» di Dino Campana: nella poesia, come nella vita, il trionfo dell’irregolarità, Camillo Sbarbaro: «Pianissimo», fino al silenzio.

[5] Le citazioni sono tratte da Giovanni Boine, Il peccato, in Id., Il peccato; Plausi e botte; Frantumi; Altri scritti, a cura di Davide Puccini, Garzanti, Milano 1983. L’opera è gratuitamente scaricabile nella biblioteca digitale Liber Liber.

[6] Per un approfondimento sul pittore e scrittore viareggino rimando al contributo Lorenzo Viani scrittore. Prima parte, Seconda parte, Terza parte e Bibliografia.

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