Giacomo Leopardi non è solo i Canti, le Operette morali e lo Zibaldone. Giacomo Leopardi è anche, e per certi versi soprattutto, i Paralipomeni della Batracomiomachia, poemetto satirico e zooepico di otto canti in ottave, che l’autore, secondo una finzione filologica consueta (si pensi ad esempio all’introduzione del Cantico del gallo silvestre [1]), presenta come continuazione, completamento (παραλειπόμενα significa appunto “cose tralasciate”, “cose omesse”) del poema pseudoomerico Batracomiomachia, tradotto da Leopardi ben tre volte, nel 1815 (La guerra dei topi e delle rane), nel 1821-1822 (Guerra de’ topi e delle rane), e infine nel 1826 (Guerra dei topi e delle rane). Iniziato nel 1831, Leopardi vi lavora fino agli ultimi giorni della sua vita (ulteriore dimostrazione dell’importanza del poemetto all’interno della sua produzione), ma senza riuscire a terminarlo.

Nel poemetto l’ironia leopardiana raggiunge punte di acredine davvero straordinarie, ridicolizzando e corrodendo con spietatezza i protagonisti – tutti, senza rettoriche distinzioni – degli eventi prerisorgimentali che segnano il decennio 1821-1831: i liberali in genere, «ma soprattutto gli spiritualisti cattolici della Napoli in cui si trovò a vivere negli ultimi anni della vita» [2], rappresentati dai topi, i conservatori, con preciso riferimento alle milizie pontificie, rappresentati dalle rane, e infine gli austriaci, rappresentati dai granchi. Quanto in questa sorprendente opera il riso leopardiano risulti particolarmente efficace e caustico, oltre che fondato e, soprattutto, giusto, lo dimostra il giudizio espresso da uno degli esponenti più illustri e importanti del Risorgimento italiano, Vincenzo Gioberti: «I popoli italiani sono forse educati alle grandi imprese? Il Leopardi verso la fine della sua vita scrisse un libro terribile, nel quale deride i desideri, i sogni, i tentativi politici degl’Italiani con un’ironia amara, che squarcia il cuore, ma che è giustissima. Imperocché tutto ciò che noi abbiam fatto in opera di polizia da mezzo secolo in qua è così puerile, che io non vorrei incollerire contro gli stranieri quando ci deridono, se anch’essi non fossero intinti più o meno della stessa pece» [3].

Nei Paralipomeni della Batracomiomachia la grande missione leopardiana di demolizione, senza alcuna pietà e con lucidissima, asciutta, implacabile determinazione, delle rassicuranti, ma illusorie e false sovrastrutture ideologiche erette dall’uomo nel corso dei secoli – da Platone, colpevole di aver insinuato per primo l’esistenza di una dimensione trascendentale, ultraterrena, spianando così la via alla menzogna di Dio, ai liberali e agli spiritualisti cattolici appunto, scioccamente, disonestamente convinti della perfettibilità dell’essere umano – nel vano, goffo e ridicolo tentativo di mascherare il proprio stato miserevole, si misura con la storia e i suoi protagonisti, raggiungendo vette di mordacità difficilmente eguagliabili e consegnando «ai posteri una lettura certamente non conformista degli eventi prerisorgimentali, elaborata sullo sfondo di uno scenario di cui ormai l’autore ha smascherato ogni ornamento pseudoculturale o ideologico, ogni supporto aprioristico e consolatorio», ma la dimensione delle ottave che compongono il prezioso poemetto è ben più ampia, situandosi «anche in una prospettiva più generale», ricollegandosi «al complessivo discorso poetico dell’ultimo Leopardi: sopra e oltre le vicende degli uomini, le loro micro e macro storie, incombe un “sistema” antiprovvidenziale, ugualmente indifferente a umani e bestie, impossibilitato nei suoi meccanismi essenziali a mutare o migliorare, identificabile con una natura “carnefice e nemica” o almeno non finalizzata alla cura degli eventi degli uomini» [4].

Passando alla trama del poemetto, Leopardi riparte dall’episodio che conclude la Batracomiomachia, la sconfitta dei topi contro le rane e i granchi loro alleati. Dopo aver perso in battaglia il re Mangiaprosciutti, i topi eleggono l’impavido Rubatocchi capo ad interim e spediscono il conte Leccafondi come ambasciatore nell’accampamento nemico (Canto primo). Il generale dei granchi, Brancaforte, dopo essersi inizialmente rifiutato di riconoscere il mandato di Leccafondi, per ordine del suo re, Senzacapo, espone al conte le condizioni di pace: l’elezione, da parte dei topi, di un re legittimo e lo stanziamento di una guarnigione di trentamila granchi nella capitale degli sconfitti, Topaia (Canto secondo). Rubatocchi porta in salvo l’esercito all’interno di Topaia e rifiuta il potere che gli viene offerto, quindi i topi eleggono re Rodipane, genero di Mangiaprosciutti, e costituiscono un regime costituzionale (Canto terzo). A questo punto dell’opera Leopardi inserisce un ampio e corrosivo excursus polemico contro le teorie provvidenzialistiche della storia, proprie non solo dei reazionari cattolici, ma anche di molti progressisti, cattolici e non, secondo le quali è la perfezione della civiltà a costituire lo stato originario, naturale dell’uomo, di cui la condizione arretrata, bestiale dei selvaggi non è altro che una degenerazione:

«E che quei che selvaggi il volgo appella
che nei più caldi e nei più freddi liti
ignudi al sole, al vento, alla procella,
e sol di tetto natural forniti,
contenti son da poi che la mammella
lasciàr, d’erbe e di vermi esser nutriti,
temon l’aure, le frondi, e che disciolta
dal Sol non caggia la celeste volta;
non vita naturale e primitiva
menan, come fin qui furon creduti,
ma per corruzion sì difettiva,
da una perfetta civiltà caduti
nella qual come in propria ed in nativa
i padri de’ lor padri eran vissuti:
perché stato sì reo, come il selvaggio,
estimar natural non è da saggio;
non potendo mai star che la natura,
che al ben degli animali è sempre intenta,
e più dell’uom che principal fattura
esser di quella par che si consenta
da tutti noi, sì povera e sì dura
vita ove pur pensando ei si sgomenta,
come propria e richiesta e conformata
abbia al genere uman determinata.
Né manco sembra che possibil sia
che lo stato dell’uom vero e perfetto
sia posto in capo di sì lunga via
quanto a farsi civile appar costretto
il gener nostro a misurare in pria,
u’ son cent’anni un dì quanto all’effetto:
sì lento è il suo cammin per quelle strade
che il conducon dal bosco a civiltade.
Perché ingiusto e crudel sarebbe stato,
né per modo nessun conveniente,
che all’infelicità predestinato,
non per suo vizio o colpa anzi innocente,
per ordin primo e natural suo fato
fosse un numero tal d’umana gente,
quanta nascer convenne, e che morisse
prima che a civiltà si pervenisse.
Resta che il viver zotico e ferino
corruzion si creda e non natura,
e che ingiuria facendo al suo destino
caggia quivi il mortal da grande altura,
dico dal civil grado, ove il divino
senno avea di locarlo avuto cura:
perché se al ciel non vogliam fare oltraggio,
civile ei nasce, e poi divien selvaggio» [5].

Il poemetto riprende con la costituzione del governo liberale a Topaia. Consigliere e ministro degli interni del nuovo re Rodipane viene nominato Leccafondi, liberale che s’impegna da subito per il progresso culturale, civile ed economico dello stato. Senzacapo, re dei granchi, impensierito dalla svolta politica impressa dal nuovo governo, invia nella capitale dei topi Boccaferrata, suo preposto (Canto quarto). Boccaferrata impone a Rodipane di regolarizzare, diciamo così, il proprio potere, stabilendo che esso gli pertiene per diritto dinastico, non per volontà popolare. Rodipane rigetta l’ordine e scoppia di nuovo la guerra, ma i topi se la danno a gambe alla sola vista del nemico. L’unico a morire in battaglia è l’impavido Rubatocchi (Canto quinto). I granchi impongono come ministro il reazionario Camminatorto, che annulla tutti i provvedimenti del conte Leccafondi, diffondendo tra il popolo, per prima cosa, l’ignoranza. Le conseguenze delle riforme reazionarie imposte da Camminatorto sono terribili: l’industria languisce, aumenta l’usura, si propaga la povertà, la vita pubblica, abbandonata dagli ingegni, è in balia di sciocchi e ribaldi, il popolo peggiora ogni giorno, sempre più sfrontato e traditore. In questa situazione di disfacimento ed abbandono, i topi non sanno far altro che organizzare cospirazioni folli, inattuabili, inconcludenti, ed è evidente in queste ottave il riferimento causticamente ironico alle congiure carbonare, di cui Leopardi fa esperienza in prima persona a Napoli:

«Allor nacque fra’ topi una follia
degna di riso più che di pietade,
una setta che andava e che venia
congiurando a grand’agio per le strade,
ragionando con forza e leggiadria
d’amor patrio, d’onor, di libertade,
fermo ciascun, se si venisse all’atto,
di fuggir come dianzi avevan fatto,
e certo quanto a sé che pur col dito
lanzi ei non toccheria né con la coda.
Pure a futuri eccidi amaro invito
o ricevere o dar con faccia soda
massime all’età verde era gradito,
perché di congiurar correa la moda,
e disegnar pericoli e sconquasso
della città serviva lor di spasso.
Il pelame del muso e le basette
nutrian folte e prolisse oltre misura,
sperando, perché il pelo ardir promette,
d’avere, almeno ai topi, a far paura.
Pensosi in su i caffè, con le gazzette
fra man, parlando della lor congiura,
mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
cantando arie sospette ivano a schiere.
Al lutto si ridea Camminatorto
di sì fatte commedie, e volentieri
ai topi permettea questo conforto,
che con saputa sua senza misteri,
lui decretando or preso, or esser morto,
gli congiurasser contro i lustri interi […]» [6].

L’ironia caustica, spietata di Leopardi non risparmia nessuno degli attori degli eventi prerisorgimentali descritti nei Paralipomeni della Batracomiomachia, colpisce e ridicolizza oppressi e oppressori, liberali e reazionari, senza distinzione, distante da qualunque rettorica patriottica (si pensi di nuovo alle parole di Gioberti). Ecco dunque che le congiure carbonare non sono altro che farse, «commedie» tollerate dagli austriaci, che ne sono perfettamente a conoscenza. Nel frattempo il conte Leccafondi, esiliato, si rifugia nel palazzo di Dedalo, l’unico personaggio umano del poemetto (Canto sesto). Dedalo, certo dell’immortalità dell’anima degli animali, guida Leccafondi verso il loro particolare oltretomba (Canto settimo), dove il conte si rivolge ai topi defunti chiedendo loro un consiglio. Qui troviamo il vero colpo di genio dei Paralipomeni della Batracomiomachia: i topi morti rispondo a Leccafondi con una sonora e irrefrenabile risata che scuote l’intero oltretomba:

«Non è l’estinto un animal risivo,
anzi negata gli è per legge eterna
la virtù per la quale è dato al vivo
che una sciocchezza insolita discerna,
sfogar con un sonoro e convulsivo
atto un prurito della parte interna.
Però, del conte la dimanda udita
non risero i passati all’altra vita.
Ma primamente allor su per la notte
perpetua si diffuse un suon giocondo,
che di secolo in secolo alle grotte
più remote pervenne insino al fondo.
I destini tremàr non forse rotte
fosser le leggi imposte all’altro mondo,
e non potente l’accigliato Eliso,
udito il conte, a ritenere il riso» [7].

I morti ridono, ridono di cuore, a crepapelle, delle vicende dei viventi, e viene in mente una frase di Leopardi contenuta nell’ultima operetta morale, Dialogo di Tristano e di un amico, frase che marca tutta la distanza tra la condizione di colui che ancora è e la condizione di coloro che non sono più: «Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei» [8], perché, come recita la conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, «dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale» [9].

Dopo la fragorosa, memorabile risata i topi defunti consigliano a Leccafondi di rientrare in Topaia e di rivolgersi al vecchio generale Assaggiatore. Il conte rientra in patria e interroga più volte il generale, ma invano. Il poemetto termina proprio quando Assaggiatore decide di rispondere alle domande di Leccafondi, il punto in cui, secondo la finzione filologica, s’interrompe il manoscritto sul quale l’autore dichiara di aver basato la propria storia (Canto ottavo). Si concludono così i Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi, una delle opere più irriverenti, caustiche, mordaci dell’intera storia della letteratura italiana, un piccolo e potentissimo ordigno che annienta le sovrastrutture ideologiche di un intero secolo, riportando l’uomo al suo stato originario, miserevole e disperato.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’operetta rimando al contributo Giacomo Leopardi, «Cantico del gallo silvestre»: dell’infelicità permanente e della distruzione.

[2] Novella Bellucci, Per leggere Leopardi, Bonacci, Roma 1988, p. 194.

[3] Vincenzo Gioberti, Il gesuita moderno, vol. III, Bonamici, Losanna 1847, p. 484.

[4] Novella Bellucci, Per leggere Leopardi, cit., p. 194.

[5] Giacomo Leopardi, Paralipomeni della Batracomiomachia, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, pp. 253-254, IV, 4-9.

[6] Ivi, pp. 263-264, VI, 15-18.

[7] Ivi, p. 274, VIII, 24-25.

[8] Giacomo Leopardi, Operette morali, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 606.

[9] Giacomo Leopardi, Canti, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 164. Per la lettura e l’analisi del componimento rimando al contributo Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati.

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