Stiamo annegando sotto un mare di immagini di Venezia in versione novella Atlantide, anche se questa volta la furia di Poseidone non c’entra.
Le lingue più illustri schioccano violentemente sul palato nel tentativo di dire qualcosa di sensato, producendo un rumore simile a quello delle onde che spinte dallo scirocco stanno schiaffeggiando San Marco in queste ore. Questo dovrebbe quantomeno ricordarci della fragilità dell’ecosistema Venezia. Ma quel suono ci racconta anche di una città morente e stanca, che forse non ha più memoria di se stessa.

I problemi della laguna, principalmente legati a fenomeni naturali come le maree e la posizione nella grande piscina che è l’Adriatico, negli anni stanno aumentando anche a causa dell’innalzamento dei mari per via di un clima impazzito.
Se a questo aggiungiamo che Venezia sprofonda di 20 cm ogni secolo, viene da sé pensare che la situazione drammatica che la città sta vivendo in questi giorni non può che aggravarsi se non si prendono le dovute precauzioni.

Ai danni climatici vanno aggiunti quelli di natura socio-culturale: chi di voi è stato a Venezia negli ultimi anni? La laguna è divenuta sempre più un luogo dedito al folklore, piegata al turismo, schiacciata dai visitatori. La vita le è stata succhiata via dal midollo giorno dopo giorno, un’emorragia controllata che l’ha spogliata di ogni tradizione autentica, lasciandola in mano a dei bacari da quattro soldi, quando va bene.

Qualche anno fa Salvatore Settis pubblicò un libro bellissimo dal titolo emblematico “Se Venezia muore” (Einaudi editore, 2014). In queste pagine l’archeologo e storico dell’arte avanzava tre motivi principali attraverso i quali definire una città trapassata: il primo era per distruzione di un nemico feroce, il secondo per l’insediamento di un popolo straniero ed il terzo quando gli abitanti perdono la memoria di sé diventando nemici a se stessi e alla loro patria.

Quest’ultimo è forse il caso più appropriato a Venezia, che nel suo brodo adriatico annega nonostante la sua bellezza.

Il problema della memoria e della differenza tra folklore e passato lo aveva sollevato più volte anche la contessa Teresa Foscolo Foscari, figura di spicco della cultura veneziana e coda di un mondo antico che non c’è più. Intervistata da Enzo Biagi nel 1998 alla domanda “Che futuro vede per Venezia?”, rispose più o meno così: “mi è molto difficile parlarne, ne sono estremamente rattristata. Lo vedo in pericolo. Resterà, resterà questa architettura straordinaria, resterà la storia, ma chi si occuperà di studiare la vera storia? Resterà il folklore.”

Come in molti hanno affermato in questi ultimi anni, oltre all’erosione del mare vi è da segnalare un fenomeno altrettanto grave, ovvero l’abbandono della laguna da parte dei veneziani, costretti a fuggire per lasciare spazio a orde di turisti inferociti pronti ad accaparrarsi una gondola in plastica da riportare in Kansas o a Pechino. La prospettiva di una città “parco giochi” senza abitanti ma solo passanti è grave almeno quanto l’acqua alta.

Da qui la domanda, provocatoria ovviamente, e se Venezia fosse già morta? Il sospetto, passeggiando per quelle calli umide, tra le mura avvolte nel muschio, sicuramente vi sarà venuto, ne sono certo.
E allora dopo questa chiacchierata, provate a riavvolgere quella sequenza di immagini fatte di turisti divertiti dal fenomeno eccezionale dell’acqua alta in piazza San Marco. Non sono forse il simbolo della lontananza da quella realtà cittadina? Non risultano distanti come la terra e la luna da quel disagio che sembra non riguardarli?

Dobbiamo definitivamente convincerci che la bellezza da sola non basterà a salvare Venezia, tanto meno i veneziani. Per salvare la città e la sua anima, bisogna proteggere il fuoco della cultura, le pagine della sua storia, assopite sotto un velo di maschere e cenere.

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