1. Ivan, l’autobiografismo

1.1. La scrittura

Nel vasto e variegato insieme di personaggi creati da Dostoevskij – un’intera umanità – pochi, pochissimi possono essere considerati autenticamente autobiografici. Tra questi pochissimi figura, in una posizione di rilievo, Ivan Petrovič, il narratore del romanzo Umiliati e offesi, pubblicato per la prima volta a puntate sul «Tempo», la rivista fondata da Fëdor Dostoevskij e suo fratello Michail, nel 1861. Ivan è un giovane scrittore di venticinque anni, ricoverato in ospedale e ormai prossimo alla morte. Scrive per mitigare le impressioni brucianti che lo angosciano, lo tormentano, legate a ricordi relativi tutti all’ultimo anno della sua breve vita, scrive perché la scrittura ha su di lui un effetto tranquillizzante, e per avere un’occupazione che lo tenga impegnato e che riempia almeno parte dei lugubri e avvilenti giorni trascorsi in ospedale, in attesa di una fine con ogni probabilità oramai imminente, ma con la lucida e amara consapevolezza dell’inutilità di queste sue memorie: «Sì, ho avuto una buona idea. Così potrò anche lasciare un’eredità al mio infermiere; se non altro il mio manoscritto gli potrà servire come carta da incollare alle finestre quando metterà i doppi infissi, all’inizio dell’inverno» [1]. Eppure Ivan ha conosciuto il successo, un grande successo, e già con la sua prima opera, che entusiasma pubblico e critica, soprattutto il più importante critico russo dell’epoca, Vissarion Belinskij. Dostoevskij attribuisce dunque a Ivan le stesse fortunatissime circostanze del proprio esordio letterario, con la corrispondenza tra autore e personaggio che diviene pressoché esatta, perfetta allorquando Ivan accenna al contenuto del suo primo romanzo, in cui è facile riconoscere Povera gente, il primo romanzo di Dostoevskij [2]: «[…] tutto era semplice, conosciuto, proprio simile a quanto accade attorno di solito. Almeno l’eroe fosse stato un uomo grande o interessante o qualche personaggio storico, sul genere di Roslavlev o di Jurij Miloslavskij; invece no, era un impiegatuccio meschino, malconcio e perfino un po’ stupido, il quale, per di più, indossava un’uniforme a cui mancavano i bottoni; e tutto era descritto con semplicità, proprio come si parla tra di noi…» (43). Inoltre Dostoevskij attribuisce a Ivan il proprio modus operandi, irregolare, tormentato e dispendioso, persino nocivo, con le opere del narratore che «sanno sempre di sudore», come si esprime efficacemente un critico, rivelando il modo in cui egli si «affatichi per portarle a uno stato tale di finitezza che può anche sembrare esagerato» (457). Ivan scrive, si affanna, si danna l’anima, mettendo a dura prova la sua salute cagionevole, e quando Nataša, la cara Nataša, protagonista femminile di Umiliati e offesi, allude a grandi scrittori contemporanei come Tolstoj e Gončarov sottolineandone la scarsa vena creativa, egli risponde così: «essi sono ricchi e scrivono senza lo spauracchio di un termine fisso, mentre io sono una bestia da soma» (461). In queste poche parole è racchiuso il destino di Dostoevskij, per anni e anni perseguitato dalla miseria, costretto a impegnare l’ultimo paio di pantaloni e a vendere agli editori un’idea ancor prima che un libro.

1.2. Il sacrificio

Ivan ama Nataša da sempre, di un amore profondo, incondizionato e nel momento più bello, dorato della sua breve vita, il momento della pubblicazione del suo primo romanzo, riesce a strapparle un sì, ma la giovane fugge con un altro uomo, l’ingenuo e infantile Alëša, figlio del diabolico principe Valkovskij, così ingenuo e infantile da risultare un personaggio inevitabilmente ridicolo nel complesso. Nonostante questa delusione cocente, cui si associa la delusione per i successivi insuccessi letterari, Ivan non abbandona Nataša, non le volta le spalle, anzi, ne diviene il fratello e si adopera per agevolare la sua relazione con Alëša, in un impeto sacrificale che ricalca quello di Dostoevskij nei confronti di Marija Dmitr’evna, con lo scrittore pronto a farsi da parte e favorire l’unione della donna con il «rivale fortunato» Vergunov [3]. Nonostante il temibile concorrente Dostoevskij sposerà comunque Marija Dmitr’evna, mentre Ivan, nonostante la rottura tra Nataša e Alëša, che alla fanciulla bella ma povera preferisce la fanciulla bella e ricchissima, assecondando la volontà paterna, resta solo, con le parole conclusive del romanzo che suggellano il destino di infelicità del narratore e della sua amata: «Avremmo potuto essere per sempre felici, insieme!» (487).

2. Nataša, la necessità del dolore

L’amore di Nataša per il ridicolo Alëša è così forte, così totalizzante da condurre la giovane a rinnegare la promessa di unione fatta a Ivan e, soprattutto, decisione moralmente ben più grave e compromettente, ad abbandonare la casa paterna, arrecando ai genitori, già provati dalla causa snervante  intentata contro di loro dal principe Valkovskij, il padre di Alëša, un’offesa e un dolore enormi, insostenibili. In Nataša, nel suo sentimento ardente e onnicomprensivo per l’ingenuo rampollo, ritroviamo un aspetto caratteristico di molte eroine dostoevskiane – penso a Polina nel Giocatore, a Nastas’ja Filippovna nell’Idiota, a Grušen’ka nei Fratelli Karamazov, tanto per citare alcuni dei più celebri personaggi femminili ideati dallo scrittore russo [4] -, ovvero l’atavica vocazione al sacrificio, che abbiamo già trovato in Ivan, e dunque all’autodistruzione. Si legga, a titolo esemplificativo, il seguente passo, in cui Nataša spiega al narratore le ragioni, del tutto irragionevoli naturalmente, della sua irriverente, di fatto estrema decisione di abbandonare la casa paterna e fuggire con Alëša:

«No, Vanja, no! Tu non lo conosci, sei stato poco con lui; bisogna conoscerlo meglio e poi giudicare. Non c’è cuore più puro e più sincero del suo al mondo! E che, sarebbe forse meglio secondo te che egli m’ingannasse? Se si è invaghito di un’altra, non c’è niente di straordinario. Basterà che non mi veda per una settimana perché mi dimentichi e s’innamori di un’altra; ma che egli mi riveda, non fosse che per un attimo, e sarà di nuovo ai miei piedi. No! È meglio che io sappia tutto, che non mi nasconda nulla: se dovessi sospettare, ne morirei. Sì, Vanja! Mi sono decisa: se non sarò con lui sempre, di continuo, ogni istante, egli smetterà di amarmi, mi dimenticherà e mi abbandonerà. Ecco com’è; qualunque altra donna può farlo innamorare. E che farò allora io? Morirò… Ma che è morire?! Sarei felice di morire ora! Ma come potrei vivere senza di lui? È peggio della morte, peggio di ogni tormento. Oh, Vanja, Vanja! Credi, c’è una ragione se io ho abbandonato per lui la mamma e il babbo! Non cercare di persuadermi: tutto è deciso! Deve essere accanto a me a ogni ora, a ogni istante; non posso tornare indietro. So che mi sono perduta e che ho portato alla perdizione gli altri… Oh, Vanja!» (61).

L’amore, unito alla vocazione sacrificale e autodistruttiva, diviene una malattia, una malattia mortale, alimentata peraltro da una gelosia malsana, e la donna perde completamente il controllo di sé, incapace di ragionare lucidamente: «Capii che Nataša aveva perduto ogni controllo su se stessa. Soltanto una gelosia cieca e folle, giunta al parossismo, poteva averla portata a una decisione tanto insensata» (62). L’amore come sacrificio, come olocausto, come suicidio, in definitiva, e Nataša, seppur naufraga nella sua irragionevolezza, ne è perfettamente consapevole, come tutte le donne di Dostoevskij affette da questo vero e proprio male:

«Sì, l’amo come una pazza […]. Non ti ho mai amato così, Vanja. Lo so anch’io di essere impazzita e di amare più di quanto si debba… Il mio è un amore morboso… Ascoltami, Vanja: anche prima, anche nei nostri momenti più felici, avevo sempre il presentimento che egli non mi avrebbe dato nulla che non fosse tormento. Ma che ci posso fare, se ora anche il tormento che mi viene da lui è per me la felicità? Vado forse da lui per cercare la gioia? Non so forse fin d’ora che cosa mi possa aspettare da lui e quanto dovrò soffrire per colpa sua? Giura di amarmi, mi ha fatto tante promesse; ma io non credo a nessuna di queste promesse, non do ad esse nessuna importanza, e anche prima non vi credevo, malgrado sapessi che non mentiva, che non è capace di mentire. Gli ho detto io stessa che non intendo legarlo in nessun modo. Con lui è meglio fare così: i legami non piacciono a nessuno, a me per prima. Tuttavia sono felice di essere la sua schiava, sono decisa a sopportare tutto, tutto da lui, purché egli sia con me, purché possa guardarlo! E ne ami pure un’altra, purché anch’io sia vicina a lui, accanto… Sono vile, Vanja? […] È vile avere dei sentimenti come questi? E allora? Vedi, lo riconosco io stessa; e se mi lasciasse, gli correrei dietro in capo al mondo, anche se mi respingesse, anche se mi cacciasse. Ecco, tu adesso vuoi persuadermi a tornare a casa mia; a che servirebbe? Se tornassi oggi, me ne andrei domani, se egli me l’ordinasse, se mi chiamasse con un fischio come si chiama un cagnolino, gli correrei dietro… Le sofferenze! Non temo nessuna sofferenza che mi venga da lui! Avrò la coscienza di soffrire per lui… Oh, non si può spiegare questo, Vanja!» (62-63).

La donna resa folle da questo amore malsano, malato non cede all’idealizzazione e all’illusione, mai, conosce l’amato per quello che effettivamente è, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, i secondi di gran lunga maggiori dei primi, e sa che la attendono giorni, mesi, anni di sofferenze e di umiliazioni. Eppure non si tira indietro, non demorde! Lei non cerca e non vuole la felicità ma il dolore. Il dolore si impone come una vera e propria necessità, oltre che componente inscindibile, indissolubile dall’esperienza vitale, esistenziale, dell’essere, nella quale e attraverso la quale trovare la gioia: «Bisogna in qualche modo soffrire ancora per poter conquistare la felicità futura, meritarla, questa felicità, a prezzo di nuovi tormenti; la sofferenza purifica tutto… Oh, Vanja, quanto dolore c’è nella vita!» (119). Viene in mente il «testamento» dello stàrec Zòsima rivolto ad Alëša, nei Fratelli Karamazov naturalmente: «Conoscerai un grande dolore e nel tuo dolore sarai felice. Ecco il mio testamento: nel dolore cerca la felicità» [5]. Ma nonostante il dolore Nataša, come Ivan, non sarà mai felice. Avrebbe potuto esserlo, se non si fosse legata al ridicolo Alëša, che ovviamente finisce per abbandonarla, ma a colui che l’ha amata per una vita e con un ardore ineguagliabile, il narratore, come rivelano le ultime, amarissime parole del romanzo, riportate già in conclusione del primo capitolo di questo contributo, dedicato proprio a Ivan, e che mi permetto di ricordare: «Avremmo potuto essere per sempre felici, insieme!». Il condizionale pesa come un macigno, come una pietra tombale che serra per sempre qualunque possibilità di gioia.

3. Il principe Valkovskij, l’egoismo

Tra tutti i personaggi di Umiliati e offesi quello più straordinario è il principe Valkovskij, il primo, grande malvagio dostoevskiano, progenitore di Svidrigajlov [6] e Stavrogin [7]. Per centinaia e centinaia di pagine l’ombra del principe aleggia sinistra e impalpabile, sfuggente sui personaggi, sulle loro tristi vicende, fino al momento decisivo e, a suo modo, spettacolare dello svelamento. Nella scena più rilevante e notevole di Umiliati e offesi – questa sola basta a rivalutare l’intera opera, spesso etichettata schifiltosamente con la formula «romanzo d’appendice» – il principe, dinanzi a Ivan, spettatore unico di questo vero e proprio one man show, decide finalmente di togliersi la maschera e mostrarsi per quello che effettivamente è, un essere abietto, moralmente viscido, disgustoso, e in modo sottile, strisciante, irriducibilmente rispettoso delle convenzioni e delle buone maniere, perché, come dice lui stesso, se non si rispettassero le convenzioni sociali e ognuno fosse completamente sincero, nel mondo si spargerebbe un fetore insopportabile: «C’è una voluttà speciale nel togliersi improvvisamente la maschera, nel cinismo con cui un uomo può d’un tratto mostrarsi davanti a un altro senza nemmeno dargli la soddisfazione di vergognarsi dinanzi a lui» (349). Al cospetto di uno sdegnato, nauseato Ivan il principe Valkovskij rivela il proprio egoistico credo:

«Tutto è per me, il mondo è stato creato per me. Sentite, amico mio, io credo ancora che nel mondo si possa vivere bene. E questa è la fede migliore, perché senza di essa non si potrebbe nemmeno vivere male: bisognerebbe avvelenarsi. Dicono che così abbia agito un imbecille. Aveva filosofato tanto da distruggere tutto, persino la legge che regola le normali necessità umane; ed era giunto al punto che non gli era rimasto un bel nulla. Allora proclamò che nella vita la cosa migliore è l’acido cianidrico. Direte che costui è Amleto, la disperazione tragica, in una parola qualche cosa di così maestoso quale non potremmo vedere nemmeno in sogno. Ma voi siete poeta, mentre io sono un uomo comune e affermo che le cose bisogna prenderle dal lato più semplice e pratico. Io, per esempio, mi sono sciolto da tempo da ogni legame e da ogni dovere. Mi considero impegnato unicamente quando la cosa mi può essere utile. S’intende che voi non potete considerare le cose in questa maniera; voi avete le gambe legate e il gusto malato. Giudicate secondo ideali e virtù. Amico, sono pronto a riconoscere tutto ciò che volete, ma che cosa devo farci se so che alla base di ogni virtù c’è un profondo egoismo? Quanta più virtù c’è in una faccenda, tanto maggiore è l’egoismo. Ama te stesso – ecco l’unica legge che riconosco. La vita è un affare commerciale; non sprecate il denaro per niente; limitatevi caso mai a pagare i servizi che vi vengono resi; avrete fatto così il vostro dovere verso il prossimo. Ecco la mia moralità; se però ne volete sapere assolutamente di più, vi confesserò che, secondo me, è ancora meglio, il prossimo, non pagarlo, ma riuscire a fargli fare le cose gratis. Io non ho ideali e non voglio averne, non ne ho mai sentito il bisogno. Nel mondo si può vivere così allegramente, così graziosamente anche senza ideali… e, en somme, io sono molto contento di poter fare a meno dell’acido cianidrico. Se io fossi un po’ più virtuoso forse non potrei farne a meno, come quel filosofo imbecille (senza dubbio tedesco!). No! Nella vita vi sono molte cose buone. Mi piace avere una bella posizione, un certo grado, una casa elegante, la possibilità di giocare forte (io adoro le carte). Ma l’importante… l’importante sono le donne… le donne in tutti i sensi; mi piace anche la dissolutezza oscura e nascosta, bizzarra e originale, anche fangosa, purché nuova… Ah-ah-ah!» (353).

Il principe Valkovskij è un nichilista, convinto della vanità, dell’insensatezza, della nullità della vita, ma troppo sensuale per uccidersi, per spararsi un colpo di pistola in testa come Svidrigajlov, oppure per impiccarsi come Stavrogin. Tutto compreso nella sua dimensione carnale, materialista a tal punto da rinnegare qualsiasi ideale, egli fonda la propria esistenza sull’egoismo («Ama te stesso – ecco l’unica legge che riconosco»), uno degli aspetti caratteristici del sottosuolo, il polo negativo del pensiero dostoevskiano [8] e dei suoi uomini – da Goljadkin, protagonista del Sosia, primo membro effettivo di questa fortunatissima categoria esistenziale [9], a Ivan Karamazov, l’ultimo componente [10], passando per l’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo [11] e per i già citati Svidrigajlov e Stavrogin -, imponendosi come una sorta di esasperazione, di estremizzazione di quella filosofia dell’egoismo teorizzata da Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà, l’opera più irrispettosa e sgarbata dell’intera storia del pensiero occidentale, veicolante la sola, vera filosofia del martello [12], profondamente osteggiata da Dostoevskij. Perché, a ben vedere, l’egoismo del principe Valkovskij, estraneo a ogni rimorso, come spiega egli stesso – «I rimorsi di coscienza non mi hanno mai dato noia. Accetto tutto, purché stia bene io. E badate che di individui come me ce n’è a schiere e tutti stanno bene. Nel mondo tutto può sparire, ma noi non spariremo. Esistiamo da quando esiste il mondo. Tutto il mondo potrà un giorno sprofondare, ma noi torneremo a galla (354) -, è l’esatto opposto di quella distruzione dell’io individuata dallo scrittore russo quale «evoluzione ultima e suprema della personalità individuale», ispirata da Cristo, il supremo ideale umano [13]. Ma in Umiliati e offesi non c’è posto per Cristo, per la sua luce e la sua salute, non ancora. Tutto è nero e nocivo: Ivan e Nataša sono condannati all’infelicità, mentre il mondo è degli egoisti come il principe Valkovskij, che alla fine vede realizzato ogni suo desiderio – l’unione di Alëša con la milionaria Katja, il matrimonio con una ricchissima fanciulla, la morte di Nelly, sua figlia nascosta -, travolto da una pioggia di milioni di rubli, da investire nella soddisfazione delle sue brame arriviste e lussuriose.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Umiliati e offesi, traduzione di O. Felyne, L. Neanova e C. Giardini rivista da Serena Prina, Mondadori, Milano 2013, p. 20. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul primo romanzo dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Povera gente»: la nascita del genio.

[3] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 180.

[4] Per un approfondimento su questi celebri personaggi femminili rimando ai contributi Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione, L’idiota, il fallimento della bellezza, Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quarto – La flessuosa Grùšen’ka.

[5] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 93. Per un approfondimento sull’ultimo e più grande romanzo dello scrittore russo rimando al già citato studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso.

[6] Per un approfondimento sul romanzo in cui compare Svidrigajlov rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[7] Per un approfondimento sul protagonista dei Demòni rimando al contributo Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Seconda parte.

[8] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[9] Per un approfondimento sul protagonista del secondo romanzo dello scrittore russo e il romanzo stesso rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Il sosia»: l’annientamento del signor Goljàdkin, il primo uomo del sottosuolo.

[10] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quinto – Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[11] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte.

[12] Per un approfondimento sul pensatore tedesco e la sua opera rimando al contributo Max Stirner, L’unico e la sua proprietà.

[13] Fëdor Dostoevskij, Pensieri sulla morte e sull’immortalità, citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, cit., p. 154.

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