«Ma io la capisco, la capisco! Ma di che si tratta, in fin dei conti? Di nulla, proprio di nulla! Le ripeto che, almeno a mio modesto parere, non c’è motivo di preoccuparsi».

I. Jàkov Petròvič Goljàdkin, protagonista del Sosia, la seconda opera di Dostoevskij dopo Povera gente [1] (la differenza tra i due romanzi mostra evidentemente come l’entusiastico giudizio di Belìnskij, critico di sinistra teorico della “scuola naturale” e della “letteratura accusatoria”, su Povera gente sia frutto di un equivoco), è un modesto, comunissimo impiegato di mezza età, solo, ferocemente solo, schivo, goffo e insicuro dunque ridicolo (talvolta una vera e propria allegoria della ridicolaggine), inadeguato e inopportuno, affetto da manie di persecuzione (sono continui, ossessionanti i riferimenti a presunti nemici che concerterebbero, tramerebbero alle sue spalle per rovinarlo, per distruggerlo), un «vile e sudicio straccio» insomma, ma «uno straccio dotato di amor proprio, di un’anima e di sentimenti» [2]. Tutti questi aspetti accomunano Goljàdkin al suo predecessore, il Makàr Devuškin di Povera gente, anch’egli modesto, comunissimo e ridicolo funzionario, ma rispetto al protagonista maschile del primo romanzo di Dostoevskij, un’ombra sinistra, vagamente maligna segna Jàkov Petròvič: egli è il primo, vero uomo del sottosuolo. È lo stesso scrittore russo a inserirlo in questa particolare categoria [3], che si impone come il polo negativo della dostoevskiana Weltanshauung, opposto a Cristo, il luminosissimo polo positivo [4]. Un funesto, dannoso, di fatto ingiustificato amor proprio, che non significa affatto consapevolezza della propria umana dignità, la completa autoreferenzialità, la tendenza ad esasperare tutto, l’isolamento, l’odio quale sentimento spesso dominante, la disposizione a contraddire e disdire continuamente se stesso, a pensare una cosa e farne sistematicamente un’altra: sono questi alcuni degli aspetti che fanno di Goljàdkin un autentico uomo del sottosuolo. Del signor Goljàdkin Dostoevskij nel Sosia rappresenta il progressivo annientamento, la lenta, delicata, piana, impercettibile dissolvenza nel nulla, come emerge dalle parole dello stesso scrittore dedicate alla storia del verbo «stuševat’sja» nel fascicolo di novembre del Diario di uno scrittore – 1877:

«A proposito dell’origine e dell’uso di parole nuove. Nella nostra letteratura c’è un verbo, stuševat’sja, da tutti adoperato, sebbene, pur non essendo nato ieri, sia nato da non molto tempo, da non più di due o tre decenni; ai tempi di Puškin era del tutto sconosciuto; non fu adoperato da nessuno. Adesso invece si può trovare non soltanto nei letterati e “belletristi”, in tutti i sensi, dal più scherzoso al più serio, ma anche nei trattati scientifici, nelle dissertazioni, nei libri filosofici: e non basta, lo si può trovare nelle pratiche degli uffici, nei rapporti, nei rendiconti, perfino negli ordini: è noto a tutti, tutti lo capiscono, tutti l’usano. E, tuttavia, in tutta la Russia c’è un solo uomo, il quale sappia la precisa origine di questa parola e il momento della sua invenzione e della sua comparsa nella letteratura. Quest’uomo sono io, perché io per la prima volta ho introdotto e usato nella letteratura questa parola. Questa parola apparve sulla stampa per la prima volta il 1° gennaio 1846 nelle “Otèčestvennye Zapiski” nel mio racconto: Il sosia, avventure del signor Goljàdkin.
[…] La parola stuševat’sja significa scomparire, annientarsi, ridursi, per così dire, a nulla. Ma annientarsi non all’improvviso, non scomparire nella terra, con tuoni e lampi, ma, per così dire, delicatamente, pianamente, impercettibilmente, sprofondandosi nel nulla. A quel modo in cui l’ombra nella parte sfumata di un disegno si distende dal nero gradualmente passando al più chiaro fino al completamente bianco, al nulla» [5].

Il sosia è precisamente il racconto del progressivo, graduale, delicato, piano, impercettibile, ma inesorabile annientamento del modesto, comunissimo impiegato Jàkov Petròvič Goljàdkin, della sua dissolvenza nel nulla, la cui ragione, oltre che nella follia del protagonista, è forse da ricercare nell’assurdità dell’esistenza, soluzione pienamente plausibile, persino verosimile in un mondo ancora privo di Cristo, del suo luminoso, salutare, salvifico ideale.

II. Il sosia si apre con il risveglio di Goljàdkin, come Il processo e La metamorfosi di Kafka si aprono con i risvegli, rispettivamente, di Josef K. e di Gregor Samsa [6]. Una circostanza che, in tutte e tre le assurde vicende, genera il sospetto della prosecuzione di un incubo. Sospetto alimentato, nel caso del Sosia, dallo stesso Dostoevskij, quando sottolinea l’incertezza del risveglio:

«[…] ancora per un paio di minuti egli se ne restò disteso immobile nel suo letto, come se non fosse tuttora pienamente certo di essersi destato o di non stare ancora dormendo, e come in dubbio se tutto ciò che lo circondava gli apparisse nella veglia della realtà o non fosse piuttosto il prolungamento delle sue sconclusionate fantasie notturne» (41).

L’incubo vero e proprio si materializza al termine della giornata, la prima e più lunga (cinque capitoli) del Sosia. Goljàdkin ha appena subito la più cocente umiliazione della sua vita, cacciato in malo modo dalla casa del consigliere di stato Olsùfij Ivànovič Berendèev, un tempo ormai per sempre perduto suo benefattore. «Distrutto completamente e nel senso preciso della parola», Goljàdkin, in piedi per miracolo, vaga per Pietroburgo, indifferente all’implacabile tormenta, che lo sferza e lo schiaffeggia, anch’essa, disperato, desideroso solo di sparire, di «distruggersi, ridursi in polvere». Ed è proprio in questo distruttivo momento che, sulla Fontànka, avviene lo strappo decisivo nel tessuto nervoso del protagonista e, più in generale, nel tessuto dell’esistenza, dopo il quale niente sarà più come prima: Goljàdkin incontra il suo sosia:

«Il signor Goljàdkin avrebbe voluto gridare, ma non poté, avrebbe voluto in qualche modo protestare, ma gli mancarono le forze. I capelli gli si rizzarono sul capo e, dallo spavento, cadde privo di sensi là dove si trovava. E in realtà c’era di che spaventarsi; il signor Goljàdkin aveva definitivamente riconosciuto il suo visitatore notturno: quel visitatore notturno non era altri che lui stesso, lo stesso signor Goljàdkin, un altro signor Goljàdkin assolutamente identico a lui, cioè, per dirla in una parola, ciò che si suol chiamare il suo perfetto sosia sotto tutti i rapporti» (95-96).

Il giorno seguente all’apparizione del suo sosia, Goljàdkin ritrova l’altro se stesso in ufficio, assunto come impiegato, ed è la normalità, l’impassibilità con le quali i colleghi accolgono il fatto che esaspera il protagonista, già teso, quella stessa normalità, quella stessa impassibilità nell’assurdità caratteristica di Kafka e dei suoi memorabili personaggi (Josef K. non si stupisce dell’arresto, del processo e neppure della condanna a morte, ma il caso più clamoroso è quello di Gregor Samsa, che non si stupisce né spaventa della sua metamorfosi in scarafaggio):

«Il signor Goljàdkin rimase di sasso dallo stupore, e per qualche istante fu come se avesse perso la lingua. Com’era possibile prendere così alla leggera un fatto tanto sconcertante, tanto inaudito, addirittura unico nel suo genere, un fatto che avrebbe immediatamente colpito perfino l’osservatore più distratto e disinteressato! Parlare di una cert’aria di famiglia, quando per il signor Goljàdkin era come se si guardasse allo specchio!» (104).

A parlare di una semplice «aria di famiglia» è l’impiegato Antòn Antònovič, che tenta di tranquillizzare Goljàdkin:

«Ma io la capisco, la capisco! Ma di che si tratta, in fin dei conti? Di nulla, proprio di nulla! Le ripeto che, almeno a mio modesto parere, non c’è motivo di preoccuparsi. E che c’è di strano? È un impiegato come un altro» (106).

In un mondo privo dell’ideale e del senso cristiano, che Dostoevskij scoprirà in seguito, dopo e grazie ai quattro anni di lavori forzati rievocati artisticamente nelle Memorie di una casa morta [7], l’assurdità è una possibilità plausibile, persino verosimile, ed è a questo insensato aspetto dell’esistenza che bisogna ricondurre il progressivo, graduale processo di annientamento, di dissolvenza nel nulla del signor Goljàdkin, oltre che alla follia, perché il sosia è riconosciuto da tutti, accolto e accettato da tutti gli altri personaggi del romanzo. Il sosia esiste, non è solamente e semplicemente l’allucinazione di un uomo esasperato, roso dall’interno, sgretolato dalle proprie manie. Follia e assurdità sono componenti inscindibili, impossibili da escludere. I successivi casi di sdoppiamento in Dostoevskij, penso a Versilov [8] e a Ivàn Karamazov [9], saranno di altra natura, saranno davvero esiti estremi di una follia completa e completamente autonoma. Come scrive giustamente Olga Belkina è Cristo «l’anello mancante» nel Sosia: Dostoevskij «denuncia la malattia della società contemporanea nel fenomeno dello sdoppiamento e nella mancanza di stabilità dovuta all’assenza di salde fondamenta nel suolo materno, ma non sa ancora come curarla» [10]. Nel Sosia l’apparizione dell’altro Goljàdkin è frutto dell’assurdità e alimenta i disturbi psichici del protagonista, mentre nei Fratelli Karamazov l’apparizione del diavolo è frutto di una follia che si impone come l’ultimo e più estremo esito negativo di un uomo, Ivàn, che ha rinnegato Cristo e si è colpevolmente allontanato dal suo popolo, il popolo russo. Per questo motivo, per l’assenza totale della componente cristiana, dunque di una controparte che bilanci ed equilibri le forze, con l’assurdità e la follia che dominano incontrastate e senza che ad esse si opponga una reale alternativa, tanto che a dominare nel romanzo è davvero quel nulla terribile verso il quale sfuma il povero Goljàdkin, Il sosia occupa una posizione particolarissima nel corpus letterario di Dostoevskij. Con il suo secondo romanzo lo scrittore russo inaugura, stimolato certamente dalla lettura di Gogol’, quella florida tradizione letteraria e filosofica dell’assurdità dell’esistenza proseguita poi da Kafka, con il quale raggiungerà i risultati massimi, di fatto ineguagliabili, e da Sartre, che nella Nausea definisce l’Assurdità «chiave dell’Esistenza», con «ogni esistente» che «nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione» [11]. Quest’aria di nudo e arreso nichilismo spira anche nelle pagine del Sosia. Non scomparirà in Dostoevskij, anzi, e si pensi a grandi nichilisti come Raskòl’nikov [12], in parte, Stavrògin [13], Kirìllov [14], il già citato Ivàn Karamazov, ma verrà affiancata e spesso spazzata via – emblematica in tal senso la resurrezione di Raskòl’nikov in Delitto e castigo – dal luminoso, salutare, salvifico, inossidabile «Credo» di Cristo, così formulato dallo scrittore russo nella celebre lettera alla Fonvìzina del gennaio-febbraio 1854, al termine della dolorosa, ma fondamentale esperienza-di-vita della katorga:

«Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità» [15].

III. Superato l’iniziale stupore, Goljàdkin accoglie il sosia in casa e in lui trova un’anima affine, in lui vede un alleato e persino un fratello. Quest’uomo solo, ferocemente solo, abbandonato a se stesso, in balia delle sue manie, delle sue ossessioni, delle sue debolezze, trova finalmente un essere al quale legarsi, un essere con il quale entrare in sintonia e stabilire un legame affettivo. Il sosia porta calore nella gelida esistenza del signor Goljàdkin:

«Ecco, d’ora in poi tu e io, Jàkov Petròvič, andremo sempre d’accordo, […] noi due saremo inseparabili, Jàkov Petròvič, come il pesce e l’acqua, come due fratelli carnali; noi, amico mio, ci faremo furbi, intrigheremo di concerto tra noi… organizzeremo un bell’intrigo contro di loro… contro di loro ordiremo le nostre trame. Ma tu diffida di tutti quanti loro. Io ti conosco, Jàkov Petròvič, e capisco bene il tuo carattere; tu sei capace di spifferare tutto quanto, perché sei un’anima sincera! Ma tu, fratello, tienti alla larga da tutti loro.
[…] Sai che ti dico, Jàša, […] tu, Jàša, ti devi stabilire da me per qualche tempo, o magari per sempre. Andremo d’accordo. Che ne dici, fratello? E non starti a confondere e a lagnare per questa strana circostanza che ci accomuna; lagnarsene sarebbe peccato, fratello, perché è la natura che ha voluto così! E madre natura è generosa, ecco com’è, fratello Jàša! E io questo te lo dico perché ti amo, ti amo come un fratello. Noi due, Jàša, ci faremo furbi, gli scaveremo il terreno sotto i piedi e li lasceremo con un palmo di naso!» (119-120).

Jàša, il sosia, racconta a Goljàdkin la propria storia e Goljàdkin si commuove. Entusiasta della nuova conoscenza, offre all’ospite rum, ponce, travolto dalla felicità e dall’emozione. Ma è proprio qui che risiede l’aspetto tragico del romanzo, complessivamente orientato verso il comico, perché il sosia, già dal giorno successivo, non si dimostra affatto un alleato o addirittura un fratello, ma l’ennesimo nemico, anzi, il peggiore dei nemici del signor Goljàdkin! Il sosia ruba al protagonista la pratica destinata a sua eccellenza e la consegna lui stesso, quindi, quando Goljàdkin gli chiede spiegazioni l’altro lo distrugge pubblicamente. Il sosia diviene così l’«usurpatore». È la fine del signor Goljàdkin:

«Il signor Goljàdkin-senior riusciva appena a respirare.
“Egregio signore,” prese finalmente a dire, “vorrei proprio sapere in che modo lei ora mi spiegherà la stranezza del suo comportamento con me.”
“Be’, continui pure.” E così dicendo il signor Goljàdkin-junior si guardò in giro e ammiccò agli impiegati lì intorno, come a dire: ora staremo a vedere come finirà questa commedia.
“L’insolenza e la sfrontatezza del suo modo di comportarsi con me nel caso presente, mio egregio signore, l’accusano più chiaramente… di tutte le mie parole. Non speri di cavarsela con i suoi soliti giochetti, non le serviranno a nulla…”
“E allora mi dica, Jàkov Petròvič, ha riposato bene stanotte?” replicò il signor Goljàdkin-junior, guardando direttamente in faccia il signor Goljàdkin-senior.
“Lei, egregio signore, sta trascendendo,” prese a dire con aria smarrita il consigliere titolare, che cominciava a sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. “Spero bene che vorrà cambiare immediatamente tono…”
“Tesoruccio mio!” lo apostrofò d’improvviso il signor Goljàdkin-junior, abbozzando una smorfia piuttosto sgradevole all’indirizzo del signor Goljàdkin-senior, e a un tratto, nella maniera più inattesa, con un gesto falsamente affettuoso, lo afferrò con due dita per il ganascino della sua grassoccia guancia destra. Il nostro eroe si fece di brace… Non appena l’amico del signor Goljàdkin-senior si rese conto che il suo antagonista, tremando in tutto il corpo, ammutolito dal furore, rosso come un gambero, spinto all’estremo, poteva anche risolversi a passare a concrete vie di fatto, prese subito le sue misure, e nel modo più sfacciato, per prevenire uno scoppio. Dopo avergli assestato un paio di buffetti e averlo titillato sulla guancia, prendendosi gioco del poveretto, impietrito e quasi fuori di sé per l’indignazione, con non poco sollazzo della circostante gioventù, il signor Goljàdkin-junior, con una sfacciataggine addirittura rivoltante, gli assestò una bottarella sulla pancetta sporgente e, con un sorriso velenoso e chiaramente allusivo, gli disse:
“Eh, tu fai troppo il bricconcello, Jàkov Petròvič, anima mia! Ci faremo furbi noi due, Jàkov Petròvič, ci faremo furbi”» (133-134).

Eppure Goljàdkin dichiara che sarebbe stato disposto a perdonare il suo sosia se solo questi si fosse limitato al furto della pratica e non lo avesse umiliato pubblicamente, davanti ai giovani colleghi. Tra i due inizia così una sottile guerra psicologica, di nervi, di colpi bassi, di pettegolezzi, di sciocche lettere, d’intrighi (un’analoga guerra sottilmente psicologica vedrà impegnati Vel’čàninov e l’eterno marito nell’omonimo racconto [16]), eppure Goljàdkin si dichiara sempre pronto a perdonare il suo infido, crudele, spietato «usurpatore» e instaurare un rapporto d’amicizia con lui, mentre il sosia, dopo aver stretto schifiltosamente la mano del protagonista ripulisce la sua, disgustato, e proprio davanti al suo simile e ai colleghi d’ufficio. Ripeto, insieme al suo progressivo, graduale, inesorabile annientamento, questa disperata ricerca di un rapporto umano amichevole e sincero da parte di Goljàdkin, rappresenta il versante drammatico del romanzo. Il sosia, come già Povera gente, mostra da subito che in Dostoevskij non è possibile, mai, separare, distinguere nettamente comico e tragico, legati indissolubilmente, anche quando la prima componente sembra dominare incontrastata, come nel caso della presente opera. L’illusione di un accordo umano, non solo con il suo sosia, ma con l’intera alta società, accompagna Goljàdkin anche nell’ultimo atto del suo processo di annientamento, quando, attirato in casa del consigliere di stato Berendèev con una fasulla lettera d’amore (in questo senso Il sosia è un romanzo perfettamente circolare), viene consegnato al dottor Rutenspitz, messo su una carrozza e condotto in manicomio:

«Il signor Goljàdkin avvertiva un dolore sordo al cuore, il sangue gli batteva alle tempie, si sentiva soffocare, tanto che avrebbe voluto slacciarsi l’abito, denudarsi il petto, bagnarlo d’acqua o cospargerlo di neve. Infine cadde in deliquio… Quando tornò in sé vide che i cavalli lo portavano per una strada a lui sconosciuta. Sia a destra che a sinistra nereggiavano dei boschi; il luogo era muto e deserto. A un tratto il nostro eroe si sentì morire: due occhi di fuoco lo fissavano nell’oscurità, due occhi che scintillavano di una gioia maligna, mefistofelica. Ma quello non era Krest’jàn Ivànovič! Chi era mai? Oppure era lui? Ma sì, era lui! Era proprio Krest’jàn Ivànovič, ma non quello di prima, bensì un altro! E questo Krest’jàn Ivànovič metteva spavento!…
“Krest’jàn Ivànovič, io… io, a quanto mi sembra… non fa niente, Krest’jàn Ivànovič,” cominciò a dire timidamente il nostro eroe con voce tremante, cercando di muovere almeno un po’ a compassione, con un atteggiamento umile e sottomesso, quel terribile Krest’jàn Ivànovič.
“Lei ricefere apitazione gofernatifa, con legna per scaltare, licht e serfizio, ma lei non meritare tutto questo.” Tale fu la risposta di Krest’jàn Ivànovič, pronunciata in un tono così inesorabilmente severo da sembrare una condanna.
Il nostro eroe emise un grido e si prese la testa fra le mani. Ahimè, già da un pezzo egli aveva presentito tutto questo!» (227-228).

Il motivo diabolico, che attraversa, più o meno sotterraneamente, l’intero romanzo, in queste righe conclusive si presenta con particolare evidenza, attraverso lo sguardo infuocato del dottor Rutenspitz, infuocato come lo sguardo del dantesco Caronte, nocchiero infernale. La carrozza trasporta Goljàdkin in un luogo isolato, tra i boschi, e vengono in mente certi luoghi selvaggi, tenebrosi, isolati del Faust di Goethe [17] prima e del Maestro e Margherita di Bulgakov [18] poi. In ogni caso, al di là di queste faustiane suggestioni, al termine del Sosia il progressivo, graduale processo di annientamento, di nullificazione del signor Goljàdkin è davvero concluso. Il protagonista scompare dalla scena, distrutto dall’assurdità dell’esistenza e dalla follia ovvero, in entrambi i caso, da se stesso. Come scrive Olga Belkina, «Nel mondo descritto nelle pagine del Sosia domina non soltanto la legge homo homini lupus, ma anche quella che il nemico più terribile e malvagio per ogni uomo è se stesso. In realtà tutti gl’intrighi di cui Goljàdkin ha tanta paura sono un nulla in confronto alla forza distruttiva delle contraddizioni proprie della sua natura» [19]. L’uomo nemico di se stesso e, di conseguenza, degli altri: aspetto caratteristico dell’uomo del sottosuolo, quale è Goljàdkin, primo esemplare di questa oscura categoria umana ufficialmente, diciamo così, teorizzata nelle omonime Memorie [20], in assoluto una delle opere più importanti e fertili di Dostoevskij, capace di influenzare molta della grande letteratura europea ad esse successiva. A proposito di quest’opera, del confronto tra il suo protagonista e il protagonista del Sosia, la Belkina scrive che «la condizione di Goljàdkin appare anche più disperata di quella dell’uomo del sottosuolo, giacché, a differenza di quest’ultimo, non gli viene concesso neanche per un istante di provare un sentimento umano per qualcuno» [21]. In realtà, abbiamo visto come Goljàdkin, superate le iniziali perplessità, le iniziali paure, accolga entusiasticamente il proprio sosia, definendolo persino «fratello». Tra i due personaggi, colui che è davvero incapace di provare un «sentimento umano» – l’accezione dell’espressione è evidentemente positiva – stabile e duraturo è l’uomo-topo protagonista delle Memorie, prigioniero a tal punto del sottosuolo, da offendere, umiliare, distruggere anche l’unica, santa creatura capace di amarlo, la povera prostituta Lisa, che si dona a lui, completamente, e che lui insegue per deporre nella sua mano una manciata di denaro: un eccezionale capolavoro di crudeltà, di anaffettività, che neppure un duplice omicidio come quello di Raskòl’nikov, o un suicidio come quello di Kirìllov, possono eguagliare, perché più sottile, ma non meno distruttivo, anzi.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul primo romanzo dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Povera gente»: la nascita del genio.

[2] Fëdor Dostoevskij, Il sosia, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2019, p. 136. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Dostoevskij definisce Goljàdkin uno «dei primi eroi del sottosuolo» (citato in Olga Belkina, Prefazione a Fëdor Dostoevskij, Il sosia, cit., p. 30).

[4] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[5] Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore, traduzione di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2010, pp. 1143-1145.

[6] «Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Ciò non era mai accaduto. K. aspettò ancora un po’, guardò dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonò. Subito qualcuno bussò e entrò un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa. Era snello eppure ben piantato, indossava un vestito nero attillato che, come gli abiti da viaggio, era dotato di diverse pieghe, tasche, fibbie, bottoni e di una chiusura e che di conseguenza, benché non fosse chiaro a cosa dovesse servire, sembrava particolarmente pratico. “Chi è lei?”, chiese K. sollevandosi a metà sul letto» (Franz Kafka, Il processo, traduzione di Giuseppe Landolfi Petrone e Maria Martorelli, in Id., Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 179. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Franz Kafka, Il processo: colpevole senza colpa e per legge di natura). «Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo poteva vedere la sua pancia convessa, color marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta, pronta a scivolar via, si reggeva appena. Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi» (Franz Kafka, La metamorfosi, traduzione di Luigi Coppé, in Id., Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, cit., p. 523. Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo La metamorfosi. L’incredibile risveglio di Gregor Samsa).

[7] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[8] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo terzo del contributo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij, Versilov, l’«uomo libresco».

[9] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo quinto del contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[10] Olga Belkina, Prefazione a Fëdor Dostoevskij, Il sosia, cit., p. 28.

[11] Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 2014, p. 174 e p. 180. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Jean-Paul Sartre, La nausea: l’Assurdità chiave dell’Esistenza.

[12] Per un approfondimento su Raskòl’nikov e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[13] Per un approfondimento sul protagonista dei Demòni rimando al contributo Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Seconda parte.

[14] Per un approfondimento sull’ingegnere dei Demòni rimando al contributo Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio.

[15] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 51.

[16] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «L’eterno marito»: due uomini del sottosuolo a duello.

[17] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

[18] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Il Maestro e Margherita: la ri-scrittura del mito. Prima parte, Seconda parte.

[19] Olga Belkina, Prefazione a Fëdor Dostoevskij, Il sosia, cit., p. 25.

[20] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte.

[21] Olga Belkina, Prefazione a Fëdor Dostoevskij, Il sosia, cit., p. 30.

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