L’arco vertiginoso di Mazzarò, la sua sbalorditiva e inarrestabile ascesa da misero bracciante impiegato a giornata a ricchissimo proprietario terriero: è questo il nucleo narrativo della novella di Verga La roba, sorta di cartone preparatorio del secondo e ultimo romanzo dell’incompiuto ciclo dei «vinti» inaugurato dai Malavoglia, Mastro-don Gesualdo [1].

«- Tutta roba di Mazzarò. – Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia» [2].

Grazie alla sua «testa come un brillante», Mazzarò ha accumulato un’enorme, sterminata quantità di «roba», in quei luoghi dove prima, povero bracciante senza scarpe né cappotto, zappava dalla mattina alla sera, potava e mieteva, quando quelli che ora gli danno «dell’eccellenza» lo prendevano a calci nel sedere. Un mutamento radicale, così radicale da sembrare quasi favolistico – ma una testa brillante, abbinata a un furore faustiano, può tutto. Mazzarò non ha che la sua «roba», per la quale si sacrifica quotidianamente con ardore. La «roba» è lo scopo e il senso della sua vita.

«Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba».

Nella novella i rapporti umani sono completamente azzerati, annullati, aboliti. Mazzarò non ha nessun altro oltre se stesso e nient’altro oltre la «roba», in una condizione ancor più estrema e radicale rispetto al successivo Mastro-don Gesualdo, in cui all’ossessivo, patologico impeto dell’accumulo si affianca il tentativo disperato e fallimentare di creare nuovi legami affettivi con la formazione di una propria famiglia, sebbene il matrimonio resti pur sempre e principalmente un affare. A Mazzarò gli affetti non interessano, come non interessa il denaro, ma solo la «roba», accumularne indefessamente il più possibile, fino a eguagliare il re ed essere persino migliore del re.

«Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro, diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perché voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re, ché il re non può né venderla, né dire ch’è sua».

Ma giunge la morte e azzera tutto, annulla tutto, svuota completamente di senso l’ossessivo accumulo di «roba» di Mazzarò rivelandone spietatamente l’insensatezza, dunque l’insensatezza della sua vita, fondata proprio su quell’accumulo incessante. Alla fine dei suoi giorni, Mazzarò invidia il ragazzo seminudo, «curvo sotto il peso come un asino stanco», che gli passa davanti, povero e affaticato, sfruttato, umiliato dal lavoro ma ancora giovane, ancora molti anni a disposizione, e mentre ammazza a colpi di bastone anatre e tacchini, grida: «Roba mia, vientene con me!». La morte vanifica, nullifica il faustiano eroismo di Mazzarò, il suo lungo e inarrestabile processo di rivalsa, di riscatto sociale, e lo stesso accadrà, in modo ancor più umiliante, a mastro-don Gesualdo. Rispetto a Rosso Malpelo [3] e ai Malavoglia Verga, nella Roba e nel successivo romanzo che su di essa si basa, ampliandone i temi, approfondendoli, e inserendoli in un contesto storico-sociale rappresentato dettagliatamente, accoglie la possibilità, nelle precedenti opere negata in modo netto, reciso, di un mutamento da parte dell’uomo del proprio destino, di un miglioramento della propria condizione, del proprio stato – a Mazzarò e mastro-don Gesualdo riesce ciò che non è riuscito a padron ‘Ntoni e al nipote ‘Ntoni -, ma il suo profondo e cupo pessimismo non si alleggerisce, anzi, si aggrava, sprofondando nel nichilismo, con la morte dei due self-made men che rivela tutta l’insensatezza delle loro eroiche imprese, vane e inutili. Che si resti poveri pescatori, poveri minatori oppure che si arricchisca divenendo agiati proprietari terrieri, alla fine è comunque la morte e il nulla, in un mondo privato anche dell’illusoria consolazione di Dio.

NOTE

[1] Per un approfondimento sui due romanzi rimando agli articoli Giovanni Verga, «I Malavoglia»: la violazione e l’esclusione, Giovanni Verga, «Mastro-don Gesualdo»: ascesa e rovina del self-made man.

[2] Le citazioni sono tratte da Giovanni Verga, I grandi romanzi e tutte le novelle, Newton Compton editori, Roma 1992.

[3] Per un approfondimento sulla novella rimando all’articolo Quel «malarnese» di Malpelo.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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