Breve premessa d’obbligo: questo articolo apparentemente potrebbe esulare dagli argomenti che di solito trattiamo in questo sito, perdonate perciò se mi vedrete ricorrere alla prima persona singolare oltre a perdermi in cenni autobiografici. Sopportateli solo in questo caso poiché propedeutici al fine narrativo.

Da alcuni anni vivo a Milano, città nella quale non mi sono mai sentito straniero, anzi. Per motivi affettivi e dovere ambasciatoriale, ogni volta che un mio concittadino si avvicina al capoluogo lombardo sento il desiderio e il dovere di accoglierlo. Poi ci sono ospiti che sono più speciali di altri e non necessitano della mia accoglienza.

È questo il caso di Antonio Rezza, “il più grande performer vivente” – fino a prova contraria – e Flavia Mastrella, creatrice di mondi fantastici. Ogni volta che il duo si imbatte in un teatro milanese non resisto e mi incammino, ricolmo di stima e di orgoglio.

Così il 23 luglio scorso mi sono presentato puntualmente al cinema Mexico, tempio di proiezioni indipendenti meneghine, per assistere al conferimento del premio la “Rosa d’Oro della Milanesiana”, dopo il prestigioso Leone d’Oro alla carriera per il teatro del 2018.

Dopo la proiezione di Confusus (girato peraltro tra Nettuno e Anzio, specialmente nella riserva di Tor Caldara), si è passati all’intervista di rito, iniziata con una bruciante domanda sputata fuori da uno dei moderatori: “Come è finita la questione della Divina Provvidenza?”. Divina Provvidenza? La toponomastica nettunese mi mette sempre in agitazione, soprattutto se utilizzata in contesti lontani dal suo nido. Come siamo arrivati a questo?
L’impasse è presto rotta: “Non è finita, nel senso che non siamo ancora rientrati nello stabile. Questo è quanto – conclude Rezza – e per tale motivo non mi considero più un cittadino nettunese. Anzi la mia missione è girare e raccontare di quanta miseria è capace il comune di Nettuno. E con questo ho chiuso, non c’è altro da dire.”

La mia poltrona viene di colpo inghiottita in un crepaccio di vergogna. Sento quella municipale colpevolezza colorarsi sui miei vestiti segnalandomi alla sala. Vorrei alzarmi e confessare, avviandomi a una fine più dignitosa: “Si, lo ammetto, sono di Nettuno, scusatemi.”
Ma poi il Lorenzo codardo che è in me mi convince a nascondermi, benché l’eccessiva altezza mi renda perfettamente visibile da tutte le prospettive.
Che disfatta, il mio ambasciatore preferito è stato costretto a sconfessare le proprie origini: mi sono sentito un giapponese durante il “Tenno no ningen sengen“, ho perso un punto di riferimento culturale enorme. Così la mia mente ha deciso di volar via un attimo, per auto-difendersi da quel momento di rottura.

Certo, ero consapevole di non provenire dal granducato di Federico da Montefeltro, ma mai avrei creduto di dovermi vergognare per questo. La chiusura dell’unico centro culturale capace di movimentare il pianeggiante scenario nettunese è senza dubbio il picco massimo. Umiliazione ben più grande è constatare che i “coinquilini” con cui Rezza-Mastrella e altri centri culturali condividevano lo stabile, sono ancora lì. La chiesa e l’oratorio continuano a essere frequentati regolarmente pur facendo parte dello stesso complesso, condividendo lo stesso ingresso e in alcuni casi le stesse mura. Probabilmente una protezione divina o un’incoscienza terrena.

La mia testa corre ancora, scavalcando i tre recenti commissariamenti comunali, e arriva su Wikipedia in cerca di eroi: la voce “Figure noti”, in un italiano che definirò gentilmente “tirrenico”, preannuncia la sciagura. Non c’è spazio per la cultura.

Il tracollo mi catapulta di nuovo in sala, con la voce di Flavia che mi riporta in sella alla poltrona a una curva dalla fine: “le nostre opere fanno ridere sul momento, ma poi tornando a casa sei costretto a ripensarci, a riflettere”. Non so perché ma per un attimo ho pensato che stesse parlando proprio con me, vista la situazione emotiva.

Finita la chiacchierata, il pubblico si dilegua e i due vengono accerchiati per le foto di circostanza e le relative interviste. Io, miseramente, mi defilo senza salutare, per riflettere.
Finalmente fuori. Alla fermata dell’autobus, una signora chiaramente romana, mi chiede cortesemente se “i mezzi funzionano ancora a quest’ora”. Da lì ci imbattiamo in una conversazione avviata da una domanda a me rivolta: “Di dove sei?”. Per la prima volta, secco, come non sono mai stato da anni: “Di Nettuno”. Nettuno, avevo detto proprio Nettuno, città dalla quale realmente provengo ma della quale ho a volte taciuto il nome contraffacendo la mia provenienza, per vergogna verso accadimenti politici e umani poco felici avvenuti in passato.
“Come Antonio Rezza?” – risponde incuriosita la signora.

Ma perché costringerci allo status di “fuori sede” – chi per motivi geografici e chi per motivi culturali – e obbligarci a compiere bassezze simili? Perché far diventare Rezza-Mastrella un’ambasciata all’estero quando era un patrimonio da tutelare. Io, da nettunese, di questo mi vergogno.
Quella sera, ho confessato la mia provenienza per Antonio Rezza, non per Nettuno, di questo ne sono certo. Per manifestare la stima verso una persona che alla comunità ha dato tantissimo. Stima ben maggiore di quella che a volte ho mal riposto verso il mio comune.

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