«Non siate dunque come tutti; non siatelo, anche se doveste essere il solo».

VIII.I. L'”eroe” dei Fratelli Karamazov

Dostoevskij incentra la prefazione dei Fratelli Karamazov sulla complessa e provvisoria figura di Aleksèj Fëdorovič, il vero “eroe” del romanzo. Ma “eroe” tra virgolette, appunto, perché Alëša «non è affatto un grand’uomo». Inoltre egli è «un personaggio non ben definito, che non si è chiaramente rivelato». Dostoevskij evidenzia da subito, così, uno dei tratti caratteristici di Alëša: la sua giovane persona è in divenire e in questo senso, almeno concettualmente, I fratelli Karamazov si configurano come un vero Bildungsroman, anche se, tra le altre cose, la presenza ingombrante e autonoma di personaggi come Mìtja [1], Ivàn [2] e Zòsima [3] portano l’opera a distendersi, dilatarsi, ampliarsi ben oltre la riduttiva definizione di romanzo di formazione. Costringere l’ultimo e più grande romanzo dello scrittore russo entro un genere sarebbe oltremodo riduttivo e ingiusto. I fratelli Karamazov sono un «libro sacro», come li definì Borgese, il più grande romanzo della storia della letteratura, come li giudicava Freud (come li giudica, per quanto possa contare un parere insignificante, il sottoscritto). Ma torniamo ad Alëša. Qualche riga più avanti, nella prefazione, Dostoevskij lo definisce «un uomo strano, persino stravagante», stravagante che «non sempre è un fenomeno particolare e isolato, ma anzi potrà succedere che egli talvolta rechi in sé il midollo dell’universale, mentre tutti gli altri uomini della sua epoca si sono temporaneamente, chissà perché, distaccati da lui, come in una folata di vento…» [4]. Alëša dunque non è un «grand’uomo» ma reca in sé, nella sua persona e insieme nella sua vicenda esistenziale, il «midollo dell’universale»: è questo a renderlo il protagonista dei Fratelli Karamazov, mentre gli altri personaggi – eccezion fatta per Zòsima – da questo stesso midollo si sono allontanati. Una differenza che si misura soprattutto dal confronto tra Alëša e i suoi due fratelli – certi -, Mìtja e Ivàn, l’uno naufrago nella tempesta dei sentimenti, degli impulsi bestiali, l’altro in quella del nichilismo, della distruzione, dell’anarchia. Ma da queste illuminanti parole di Dostoevskij si può trarre, oltre alle contingenti indicazioni sulla figura del protagonista del romanzo, una regola generale del suo fare e intendere la letteratura – della sua poetica, insomma -: lo scrittore russo non cerca il caso stravagante e straordinario, aspetto peculiare della letteratura romantica, ma l’universale, ed è proprio per questo motivo, per questo proposito totalizzante, assoluto, non solo cercato ma realizzato, sempre, che le opere di Dostoevskij, seppur profondamente conficcate nel proprio tempo, come si deve a un autore e pensatore che il proprio tempo lo «soffra fortemente» [5], si caratterizzano per una bruciante, inestinguibile attualità. Dall’inizio alla fine della sua attività letteraria e filosofica Dostoevskij resta fedele a quell’aspirazione giovanile dichiarata in una lettera del 16 agosto 1839 al fratello Michaìl: «L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo» [6]. Dostoevskij scava in profondità nell’uomo, fino a raggiungerne il fondo, l’umido e buio sottosuolo, portando alla luce l’universale. Protagonista della sua opera non è solo l’uomo russo della seconda metà del XIX secolo, ma l’Uomo, in generale, dunque anche noi e anche coloro che verranno dopo di noi, e così fino all’estinzione della specie. Perché le condizioni esteriori non cambiano la sostanza umana, la sostanza ultima, profonda, atavica, e anche se impegnata in odissee spaziali, nell’umanità troverà posto sempre un Erostrato pronto a distruggere il tempio di Efeso per appagare la sua morbosa brama di gloria, per incidere il proprio nome nei secoli, o un Caino pronto a versare brutalmente il sangue di suo fratello Abele per invidia.

Come tutti i personaggi dei Fratelli Karamazov, anche Alëša è diviso e divisa è la sua stessa storia. Dostoevskij infatti nella prefazione ci informa che quello che abbiamo sotto gli occhi, stringiamo tra le mani, non è che la prima parte della biografia del protagonista, un momento della sua prima giovinezza, svoltosi tredici anni prima, mentre oggetto della seconda parte è la sua attività nel momento attuale. A causa della morte improvvisa dello scrittore questo secondo romanzo non vedrà mai la luce, ma ne conosciamo l’esplosivo nocciolo, cui accennerò alla fine di questo ultimo capitolo.

VIII.II. Un uomo strano

Alëša è il terzo e ultimo dei fratelli Karamazov, il più giovane, vent’anni appena – il più giovane dei maggiori personaggi di Dostoevskij dopo Arkàdij Dolgòrukij, protagonista dell’Adolescente [7] -. Figlio, come Ivàn, della klikuša Sòf’ja Ivànovna, condivide con i fratelli il destino d’erranza successivo alla prematura scomparsa della madre e causato dalla bestiale negligenza, apostasia paterna di Fëdor Pàvlovič [8]. Egli è stato il primo dei tre fratelli a fare ritorno a Skotoprigònevsk, la città natale, e vive in monastero, indosso la tonaca da novizio. Lo scrivo per l’ennesima volta, l’odio è il sentimento dominante nel romanzo, il principale motore dell’intera vicenda, ed è proprio per sfuggire all’odio, o meglio, anche per questo, che Alëša ha scelto – autonomamente, in piena libertà – la via del monastero:

«[…] se aveva preso la via del monastero era unicamente perché essa sola lo aveva impressionato a quel tempo e gli aveva indicato, diciamo così, l’ideale liberazione della sua anima dalle tenebre dell’odio terreno, cui si sforzava di fuggire, verso la luce dell’amore» (36).

Mentre dunque Fëdor Pàvlovič, Mìtja, Ivàn, Smerdjàkov [9], Kàtja [10], Grùšen’ka [11] naufragano colpevolmente nell’odio, travolti da esso, Alëša vi si oppone, con una convinzione e un ardore rivelati dalla scelta radicale del monastero. Rifuggire l’odio è una predisposizione innata nel giovane Karamazov, trasmessagli forse dalla madre, la povera klikuša, di cui conserva un ricordo nitido, al contrario dei fratelli, ricordo che s’impone, alla luce del testamento dostoevskiano espresso proprio da Alëša in conclusione del romanzo, come un bene d’inestimabile valore, da custodire per sempre:

«Egli ricordava una calma sera d’estate, una finestra aperta, i raggi obliqui del sole al tramonto (quei raggi obliqui, più di ogni altra cosa); in una camera, nell’angolo, un’immagine sacra, con un lume acceso davanti, e in ginocchio davanti all’immagine, singhiozzando come in una crisi isterica, tra strepiti e grida, la sua mamma, che l’aveva stretto tra le braccia fino a fargli male, e pregava per lui la Vergine, lo tendeva con tutt’e due le braccia verso l’immagine, come per metterlo sotto la protezione della Vergine…» (36).

Sin dall’infanzia Alëša è poco espansivo e poco loquace, tende a rifugiarsi in se stesso, nel silenzio, e non per sospetto, per timidezza o per una precoce e cupa misantropia, come Arkadij – al quale ricorro così di frequente perché lui e Alëša sono i due più celebri e importanti adolescenti dostoevskiani, ed è significativo che lo scrittore russo faccia di due giovanissimi i protagonisti dei suoi ultimi romanzi -, ma per un’«intima tensione personale», che lo porta persino a dimenticarsi completamente del prossimo, lui che ama gli uomini, dal profondo, visceralmente, e verso i quali avrà per tutta la vita una fiducia piena, totale, sconfinata (come Zòsìma e Cristo, a differenza di Ivàn e del Grande Inquisitore). Fiducia che lo porta a quell’astensione del giudizio che rappresenta uno degli ultimi e più intensi messaggi di Dostoevskij, veicolato nel romanzo, come abbiamo visto nel capitolo precedente, dalle parole dello stàrec Zòsima:

«C’era in lui qualcosa che diceva e faceva pensare (e così fu sempre) che egli non voleva esser giudice degli uomini, e che non avrebbe mai voluto arrogarsi il diritto di pronunciare sentenze o condannare chicchessia. Sembrava anzi che ammettesse ogni cosa, senza condannare in alcun modo, benché spesso provasse grande amarezza. Ma non basta: in questa sua condotta era arrivato al punto che nessuno riusciva più a sorprenderlo, né a spaventarlo, e ciò fin dalla sua prima giovinezza. Quando a vent’anni si presentò dal padre, in quel covo di turpe depravazione, egli, casto e puro, si limitava ad allontanarsi in silenzio quando gli era intollerabile guardare, ma senza la minima aria di disprezzo e di condanna per nessuno» (37).

Ciò che Zòsima si sforza di trasmettere, non di insegnare ma di dare, di donare – come il persuaso michelstaedteriano – agli altri, ai fedeli e ai monaci che lo accompagnano nel trapasso, Alëša lo porta innatamente dentro di sé. Aleksèj Fëdorovič Karamazov, il «midollo dell’universale».

Alëša combatte l’odio con l’amore e trasmette amore. Tutti lo amano, persino il padre, l’insensibile, depravato e bestiale Fëdor Pàvlovič, solitamente incapace di provare questo sentimento. A scuola è il beniamino dei compagni, anche se di rado è allegro e vivace. Ma questa sua imperturbabile pacatezza non è frutto – di nuovo – di tetraggine, bensì di equilibrio e di serenità. Alëša è ardito, coraggioso, impavido, ma senza neppure accorgersene e dunque senza farne un vanto. Dimentica presto le offese e all’offensore si rivolge come se non fosse accaduto nulla:

«E non che allora avesse l’aria di essersi dimenticato per caso dell’offesa, o di averla perdonata di proposito; bensì, semplicemente, non la considerava un’offesa, ed era questo che incantava e donava pienamente l’animo dei ragazzi» (38).

Alëša si distingue inoltre per una «selvaggia, esaltata pudicizia e castità». A differenza del fratello Ivàn e del suo alter ego Arkadij, che pone la ricchezza a fondamento della propria esistenza – diventare un Rothschild è la sua idea -, del denaro non interessa assolutamente nulla:

«Aleksèj era proprio uno di quei giovani che somigliano agli juròdivye e che, se gli fosse improvvisamente capitato tra le mani anche tutto un capitale, non avrebbe esitato a darlo via alla prima richiesta, sia per un’opera buona, sia per accontentare – magari – un abile imbroglione che glielo avesse domandato» (39).

Non si tratta di noncuranza, di indifferenza; Alëša ignora completamente il valore del denaro e quei pochi spiccioli che ha nelle tasche possono restare lì, intatti, per intere settimane, oppure sparire in un momento:

«Ecco forse l’unico uomo al mondo che se all’improvviso fosse lasciato solo e senza denaro sulla piazza di una città sconosciuta abitata da un milione di persone, non si perderebbe mai e né morirebbe di fame o di freddo, perché subito lo sfamerebbero, subito gli troverebbero un posto dove stare; se poi non glielo trovassero, lui stesso lo troverebbe da sé in un momento; e ciò non gli costerebbe alcuno sforzo, o umiliazione, né sarebbe un peso per chi lo accogliesse, ma anzi, piuttosto, un piacere» (39).

Alëša emana bontà, generosità, solidarietà – un aspetto in comune con il Cristo ideato da Ivàn nel poema Il Grande Inquisitore, e non possiamo escludere che il giovane intellettuale abbia tratto ispirazione proprio dal fratello nella creazione del suo Cristo -, ispira queste rare qualità in tutti coloro che hanno a che fare con lui, e già al primo sguardo. La sua bellezza – in questo senso possiamo considerare il principe Myškin vero e proprio archetipo del più giovane dei Karamazov [12] – risplende e contagia – un contagio positivo e salutare, naturalmente.

Alëša decide di non terminare neppure gli studi ginnasiali, a differenza di Arkadij, e di tornare nella sua città natale, in cerca della tomba della madre. In realtà, dietro il suo ritorno a Skotoprigònevsk si celano ragioni allora ignote persino a lui stesso, e che si concretizzano nella decisione di entrare in monastero:

«[…] egli si era avviato per quella strada unicamente perché a quel tempo essa sola l’aveva fortemente impressionato, indicandogli, tutto in un colpo, l’ideale liberazione della sua anima dalle tenebre, cui si sforzava di fuggire, verso la luce» (44).

Perché Alëša è bello, sano e pratico, ciò che porta e custodisce dentro di sé non si concretizza in inutili, sterili e pericolose elucubrazioni, funambolismi filosofici che spesso finiscono per abbracciare, in una stretta mortale, il nulla, ma in una prassi esistenziale che rappresenta il trionfo dell’obbedienza. Egli non conosce altre vie, perché anche Alëša, come il suo predecessore e alter ego Arkadij, e in generale come molta, se non addirittura tutta la gioventù russa, si distingue per uno spiccato radicalismo, secondo cui tutto è bianco o nero e non ci sono possibilità di compromesso (aspetto caratteristico di molti personaggi dostoevskiani e declinato la maggior parte delle volte in negativo, si pensi agli eclatanti casi di Raskòl’nikov [13], Stavrògin e Kirìllov [14]):

«Non appena si era convinto, dopo una seria riflessione, che l’immortalità e Dio esistono, subito naturalmente si era detto: “Io voglio vivere per l’immortalità, e non ammetto alcun compromesso”. Allo stesso modo, se avesse concluso che l’immortalità e Dio non esistono, si sarebbe subito unito agli atei e ai socialisti […] Ad Alëša sembrava persino strano e impossibile vivere come prima. È stato detto: “Dà via tutto ciò che hai e seguimi, se vuoi essere perfetto”. E Alëša si disse: “Non posso dar via solo due rubli invece di ‘tutto’, e andare semplicemente a messa invece di ‘seguirlo'”. Forse tra i suoi ricordi d’infanzia si era conservato quello del nostro monastero suburbano, dove la madre poteva averlo condotto a messa. E forse avevano esercitato il loro influsso anche quei raggi obliqui del sole al tramonto e quell’immagine verso la quale lo tendeva sua madre, la klikuša. Era allora venuto da noi tutto assorto, forse solo per vedere se anche lì dentro si trattava “di due rubli”, oppure “di tutto”, e nel monastero incontrò quello stàrec…» (44).

Da questo passo emerge l’importanza fondamentale del ricordo materno e tutto il radicalismo di Alëša, per il quale, tra le altre cose, secondo l’ipotesi del narratore, la conoscenza si configura come un’esperienza immersiva: egli intende scoprire quanto coloro i quali hanno fondato la propria esistenza su Cristo gli siano effettivamente fedeli. In questo senso, nello stàrec Zòsima troverà l’incarnazione di un «cristiano puro e ideale», come lo definisce Dostoevskij stesso nella lettera a Ljubimov dell’11 giugno 1879 [15].

VIII.III. Alëša e il suo stàrec

Entrato in monastero, come previsto dalla pratica dello stàrčestvo, Alëša rimette la propria volontà e la propria anima allo stàrec Zòsima, con il quale condivide la cella, un enorme privilegio. Il giovane Karamazov crede ciecamente, senza il benché minimo dubbio, nella potenza miracolosa dello stàrec, la cui gloria è «per lui come un trionfo personale». Più di ogni altro nel monastero Alëša è convinto che, dopo la morte oramai imminente, Zòsima procurerà al convento di Skotoprigònevsk fama e grandezza straordinarie. Questo è il suo sogno:

«[…] egli è santo, e nel suo cuore è racchiuso il segreto del rinnovamento per tutti, quella potenza che instaurerà infine la verità sulla terra; tutti allora saranno santi, tutti si ameranno l’un l’altro, e non ci saranno più né ricchi né poveri, superbi o umiliati, ma tutti saranno figli di Dio, e giungerà il vero Regno di Cristo» (48).

Insomma, a Zòsima Alëša non demanda solo la propria volontà e la propria anima, ma il destino dell’intero genere umano, la venuta del Regno di Cristo.

Lo stàrec, ed è il suo principale e più temuto potere, dispone totalmente delle esistenze dei suoi sottoposti. Ciò che, dopo la scandalosa riunione della famiglia Karamazov nella sua cella, ordina ad Alëša è davvero sorprendente, ma dovuto al presentimento bruciante dell’imminente tragedia, oramai inevitabile, nonostante lo sbalorditivo ed enigmatico – per gli altri – inchino di Zòsima al cospetto di Mìtja:

«[…] sappi, figliolo […], che d’ora in avanti il tuo posto non è più qui. Tienilo a mente, ragazzo. Non appena Dio mi riterrà degno di presentarmi al suo cospetto, lascia il monastero. Lascialo per sempre.
[…] Che hai? Il tuo posto per ora non è qui. Ti consacro a una grande opera nel mondo. Dovrai percorrere ancora molta strada. E dovrai sposarti, dovrai farlo. Dovrai sopportare ogni cosa, prima di ritornare qui. E ci sarà molto da fare. Ma non dubito di te, ed è per questo che ti mando. Cristo è con te. Custodiscilo in te ed Egli ti custodirà. Conoscerai un grande dolore e nel tuo dolore sarai felice. Eccoti il mio testamento: nel dolore cerca la felicità. Lavora, lavora senza posa. Ricorda sempre quanto ti ho detto oggi, perché, anche se avremo modo di parlare ancora, non solo i giorni, ma anche le mie ore sono contate» (93).

Zòsima ordina ad Alëša di tornare nel mondo, di sposarsi, di lavorare, lavorare «senza posa», di fare e di sopportare, di soffrire e di cercare nella sofferenza la gioia, di vivere nell’eterno ricordo delle sue parole. Il giovane Karamazov accoglie l’ordine e il testamento con profonda commozione e cieca fiducia, mentre sente montare dentro di sé, come una marea, l’angoscia per l’imminente distacco dal suo maestro:

«Quando varcò in fretta il recinto dell’eremo per arrivare al convento prima che cominciasse il pranzo dell’igùmeno (solo per servire a tavola, s’intende), avvertì un’improvvisa e dolorosa stretta al cuore, e si fermò: sentiva risuonare ancora una volta le parole dello stàrec, che annunciavano la sua fine ormai prossima. Quel che lo stàrec aveva predetto, e per giunta con tanta precisione, doveva senza dubbio avverarsi; Alëša ci credeva religiosamente. Ma come avrebbe potuto vivere senza di lui, come avrebbe fatto, senza vederlo o sentirlo, mai più? E dove sarebbe andato? Gli ordinava di non piangere e di uscire dal monastero, oh Dio! Da tempo ormai Alëša non provava una simile angoscia. Si inoltrò rapidamente nel bosco che separava l’eremo dal monastero, e incapace ormai di sopportare i propri pensieri – tanto se ne sentiva oppresso – si mise a guardare i pini secolari ai lati del sentiero» (94).

È un momento decisivo per il giovane Karamazov, di svolta. La morte del suo stàrec, il suo maestro, la sua guida, al quale ha affidato la sua giovane esistenza, è ormai questione di ore e Alëša è costretto a invertire completamente rotta, a lasciare la pace del monastero per immergersi nel caos del mondo, nell’intrico di tensioni, di spinte e controspinte che lo avviluppa e lo stritola. Lo spaesamento e l’angoscia sono sentimenti del tutto naturali in un giovane di appena vent’anni che, dopo aver deciso di dedicarsi all’ideale cristiano nel suo esito esistenziale più radicale ed estremo, si ritrova catapultato nel mondo, mentre sulla sua famiglia aleggia l’ombra sinistra del delitto, a cui anche Alëša, pur nella sua sconfinata fiducia nei confronti del genere umano, confessa, al socialista arrivista Rakìtin, di aver già pensato.

VIII.IV. Sensuale da parte di padre, juròdivyj da parte di madre

Rakìtin sottolinea provocatoriamente – nel socialista arrivista avido di denaro, scarabeo stercorario che insinua ovunque le sue luride zampette, tutto è provocazione e dissacrazione – la sorprendente distanza che, al momento, separa ancora Alëša dagli altri componenti della sua famiglia, animati tutti, in modo più o meno appariscente ed eclatante – da Fëdor Pàvlovič, che dichiara senza troppi giri di parole di voler vivere fino all’ultimo dei suoi giorni nel lerciume, a Ivàn, che cela la «forza terragna dei Karamazov» dietro la maschera dell’intellettuale austero e integerrimo, passando per Mìtja, candela che brucia da entrambi i lati, impetuoso e impulsivo persino più del padre -, da una sensualità furiosa e viscerale:

«È solo di te, Alëša, che mi meraviglio: come mai sei vergine? Eppure sei anche tu un Karamazov! Nella vostra famiglia la sensualità è spinta fino al delirio» (96).

E ancora:

«Sei anche tu un Karamazov, un perfetto Karamazov: significherà pure qualcosa la razza e la selezione! Sensuale da parte di padre, juròdivyj da parte di madre» (96).

Rakìtin rivela così la doppia natura di Alëša, e la sua scelta del monastero è dovuta proprio al prevalere della positiva natura materna su quella paterna, negativa, oscura, bestiale, che pure è lì, in agguato, sempre pronta a prendere il sopravvento, ad aggredire, e che nel mondo, a cui Zòsima ha destinato il suo prediletto discepolo, trova il suo terreno fertile. Sì, il mondo, con il suo caos e la sua irrisolvibile tensione tra forze negative, di gran lunga maggiori, e forze positive è un pericolo per un giovane di vent’anni appena per metà juròdivyj e per l’altra metà sensuale. Alëša stesso, accogliendo la confessione di Mìtja, «cuore ardente», si riconosce simile al fratello, dimostrando una lucida consapevolezza, cui si mescola una sorta di fatalistica rassegnazione alla propria karamazoviana natura, ineludibile e invincibile (essere un Karamazov è una maledizione):

«Siamo entrambi sulla stessa scala. Io al gradino più basso, e tu più su, al tredicesimo o giù di lì. Io la vedo così, ma è proprio la stessa cosa, identica. Chi ha messo il piede sul primo gradino dovrà inesorabilmente passare a quello successivo» (126).

Ma ineludibile e invincibile, tanto quanto la natura karamazoviana, è anche la materna natura da juròdivyj, che si riflette non solo nel pensiero e nello spirito, nell’anima, ma anche nel corpo, negli atteggiamenti esteriori, nei gesti:

«”Ascolta Alëša: io la tua povera mamma la sorprendevo sempre, solo che il risultato era diverso. Non l’accarezzavo mai, ma tutt’a un tratto, quando arrivava il momento, mi prodigavo in effusioni, strisciavo in ginocchio, le baciavo i piedi e ogni volta, ogni volta – me ne ricordo come se fosse ora – le provocavo una risatina convulsa, acuta, sommessa, nervosa, tutta speciale. Rideva sempre così. Sapevo che la sua malattia all’inizio si manifestava sempre in quel modo, che il giorno dopo si sarebbe messa a gridare da klikuša, e che la risatina di quel momento non era un segno di gioia, ma soltanto un’apparenza di gioia. Ecco quel che significa saper trovare in ogni cosa il punto buono! Un giorno Beljàvskij – era un ricco dongiovanni di qui che le faceva la corte e aveva cominciato a venire qui da me – mi diede uno schiaffo in casa mia e in sua presenza per giunta. Lei era mite come una pecorella, ma credevo che per quello schiaffo mi volesse sbranare, tanto mi si avventò contro: ‘Sei stato picchiato, picchiato’, diceva, ‘ti sei preso da lui uno schiaffo! Tu volevi vendermi a lui’, diceva, ‘come ha osato colpirti in mia presenza? Bada a non farti vedere, mai più! Corri e sfidalo a duello, subito!’. Io la portai allora al monastero perché la calmassero, i santi padri dissero su di lei delle preghiere. Ma, te lo giuro davanti a Dio, Alëša, io non ho mai offeso la mia piccola klikuša! Solo una volta, forse, era ancora il primo anno di matrimonio: aveva già cominciato a pregare molto, osservava con devozione soprattutto le feste della Beata Vergine, e allora mi cacciava dalla camera e mi spediva nello studio. Ora glielo faccio passare io tutto questo misticismo, pensai. ‘Vedi’, le dico, ‘vedi questa tua icona? Ecco, ora te la levo. Guarda bene, tu credi che sia miracolosa, e invece adesso ci sputo sopra davanti ai tuoi occhi, e non mi succederà nulla…’. Quando mi vide, ‘Signore’, pensai, ‘ora mi ammazza’; lei invece si alzò di scatto, batté le mani, si coprì il viso, fu presa da un sussulto e cadde a terra… Si accasciò… Alëša, Alëša, che hai?”.
Il vecchio era saltato su dalla sedia in preda allo sgomento. Da quando aveva cominciato a parlare di sua madre, Alëša aveva pian piano cambiato espressione. Era diventato rosso, gli occhi erano accesi, le labbra frementi… Il vecchio ubriacone continuava a schizzarsi di saliva e non si era accorto di nulla, finché ad Alëša non successe un fatto stranissimo, e cioè si ripropose in lui, punto per punto, quanto il padre stava raccontando proprio allora della klikuša. Alëša si alzò di scatto da tavola, esattamente come sua madre in quella descrizione; batté le mani, si coprì il viso, ricadde sulla sedia come falciato e cominciò a sussultare in un’improvvisa crisi di pianto, convulso e silenzioso. Fu quella sua straordinaria somiglianza con la madre che impressionò di più il vecchio.
“Ivàn, Ivàn! Sbrigati, prendi dell’acqua! Ha fatto proprio come lei, punto per punto, come sua madre! Spruzzalo d’acqua con la bocca, facevo così con lei. È a causa di sua madre, di sua madre…”» (152-153).

L’opposizione tra le due nature di Alëša, quella materna, religiosa, tendente al misticismo, e quella paterna, sensuale, si concretizza dell’opposizione tra monastero e mondo: «Qui la pace, qui la santità e laggiù il tumulto, l’oscurità, in cui subito ci si perde e ci si smarrisce» (172). Questo conflitto, di per sé atavico nel giovane protagonista dei Fratelli Karamazov, viene acutizzato, esacerbato, inasprito dall’ordine di Zòsima di lasciare l’eremo, ordine spaesante, angosciante, che deve inoltre fare i conti con i gravi dissidi familiari. Ad Alëša non resta altro da fare che rifugiarsi nella preghiera ovvero nel dialogo diretto con Dio, nel tentativo di ritrovare quella «tenerezza» perduta caratteristica della sua persona, ma senza dimenticare il prossimo, mai:

«Nella sua ardente preghiera, non chiedeva a Dio di rischiarare il suo turbamento, ciò che bramava era solamente quella gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre, che non mancava mai di visitare il suo animo dopo che aveva venerato e glorificato Dio – e in questo consisteva di solito tutta la sua preghiera serale.
[…] “Signore, abbi pietà di loro, proteggi queste anime infelici e violente, guidale. Tu hai tante vie: conducile su di esse verso la redenzione. Tu sei l’amore, Tu donerai loro anche la gioia!”» (173-174).

Il caos del mondo, nella prospettiva di Alëša dunque dell’intero romanzo, si riflette nell’opposizione tra Mìtja e Ivàn:

«Li amava entrambi, ma cosa avrebbe potuto desiderare per l’uno e per l’altro in mezzo a così terribili contraddizioni? In un ginepraio del genere era facile smarrirsi completamente, ma il cuore di Alëša non poteva sopportare l’incertezza, perché il suo amore aveva sempre avuto un carattere attivo. Egli non sapeva amare passivamente; una volta che amava, subito si preparava anche ad aiutare. Ma per fare ciò doveva fissarsi una meta, doveva sapere per certo cosa fosse opportuno e necessario per ciascuno dei due: una volta che si fosse assicurato della validità della meta, avrebbe saputo aiutarli entrambi nel modo più naturale e spontaneo. Al posto di una meta sicura, invece, egli non vedeva che oscurità e confusione intorno a sé» (200-201).

Si tratta di un passo davvero interessante, rivelatore. Innanzitutto emerge l’incertezza, la disorientante incertezza di Alëša, frutto della nuova condizione di abitante del mondo, un «ginepraio» in cui è facile perdersi. Inoltre affiora la predisposizione del giovane Karamazov all’amore attivo, secondo il messaggio di Zòsima, che lo teorizza in opposizione all’amore contemplativo. Ma l’amore attivo, almeno in Alëša, ha bisogno di certezze, di mete chiare, definite. Nell’indeterminatezza vacilla ed esita a manifestarsi. L’ennesima dimostrazione dell’influenza del mondo sul protagonista del romanzo, influenza contraria, contrastante, ambigua, fondamentalmente negativa, che può portare persino a mettere in dubbio convinzioni che sembravano ormai acquisite come assolute verità. Così Alëša può arrivare nientedimeno che a dubitare della sua fede in Dio: «E pensare che io, forse, non credo neanche in Dio!», confessa a Lise, la sua conturbante fidanzata. Parole inattese e non del tutto chiare, neppure per lui stesso, ma che avranno risvolti immediati, rinfocolate dal colloquio con Ivàn.

Come tutti i personaggi dei Fratelli Karamazov, salvo – emblematicamente – Smerdjàkov, anche Ivàn si confessa ad Alëša. Egli è una sorta di universale passepartout che permette di penetrare i vari caratteri del romanzo, e in profondità, fino a coglierne la contraddittoria essenza. Potremmo persino sostenere che le esistenze di molti personaggi dei Fratelli Karamazov siano subordinate a quella di Alëša, ma non in un rapporto demiurgico, come accade nei Demòni con Stavrògin, bensì dialogico, ovvero secondo una prerogativa eminentemente cristiana che nel romanzo viene sistematicamente adottata anche da Zòsima. Alëša corre da una parte all’altra di Skotoprigònevsk, incontra, ascolta, parla: è il vero pneuma dell’universo karamazoviano.

Ora, senza ripercorrere l’intero, fondamentale colloquio tra Alëša e Ivàn, mi limito a sottolineare un paio di aspetti. Il primo riguarda l’opposizione tra amore per la vita e amore per il senso della vita, con il minore dei fratelli che si dichiara apertamente dalla parte del primo:

«Io penso che tutti debbano amare la vita più di ogni altra cosa al mondo».
«Anche più del senso della vita?».
«Proprio così, amarla più della logica, come dici tu, anche più della logica, e solo allora se ne afferrerà anche il senso. Ecco ciò che occupa ormai da tempo i miei pensieri» (242).

La vita preferita alla logica. La vita per giungere al senso della vita. Azione contro contemplazione. Un’opposizione caratteristica dell’opera e della riflessione di Dostoevskij, che trova spazio in numerosi testi e il suo più organico, diffuso, compiuto sviluppo in Delitto e castigo, con il processo di resurrezione di Raskòl’nikov e il suo passaggio dalla dialettica – finalmente – alla vita. Lo scrittore russo si schiera sempre dalla parte di quest’ultima, evidenziando i pericoli terribili di una riflessione astratta – moltissimi dei personaggi negativi di Dostoevskij sono malati di astrattismo, dall’uomo del sottosuolo protagonista delle omonime Memorie [16] a Versilov, il padre di Arkadij nell’Adolescente, «uomo libresco», «di carta stampata» [17] -, divelta dalla vita e sospesa nel nulla, tendente al nulla, completamente fine a se stessa, inadeguata e vana. Ma spesso terribile nei suoi esiti radicali, come il suicidio o l’omicidio, ed è il caso di Smerdjàkov, contemplatore ingenito.

L’altro aspetto della conversazione tra i due fratelli che intendo sottolineare, riguarda la motivazione che spinge Ivàn, più che ad aprirsi, a spalancarsi ad Alëša, come non ha mai fatto con nessun altro uomo, rivelando le sue più profonde convinzioni, il suo estremo rifiuto di Dio e del senso del mondo creato da Dio, anche attraverso il racconto del Grande Inquisitore, poema fino a quel momento del tutto inedito. In questo senso Ivàn è chiarissimo e le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni:

«Tu mi sei caro, io non voglio lasciarti e non ti lascerò al tuo Zòsima» (254).

Ecco allora che nella divisione che caratterizza la figura di Alëša si apre un altro e più sanguinoso fronte, oltre a quello relativo all’opposizione genitoriale tra sensualità e fede: l’opposizione tra Zòsima e Ivàn ovvero tra Cristo e il nichilismo, l’ateismo, la distruzione, l’anarchia, che avrà effetti immediati anche se non definitivi, e porterà poi Alëša, nel corso della sua vita, a rendersi protagonista di un gesto clamoroso e ineguagliabile, il supremo gesto di ribellione e di distruzione, che forse neppure un nichilista estremo come il fratello, seppur creatore di cosmici cataclismi, avrebbe saputo anche solo immaginare.

VIII.V. La crisi

Come ho già scritto in un altro luogo del presente contributo molte, se non addirittura tutte le esistenze dostoevskiane procedono per strappi e crisi. In particolare, questo aspetto riguarda tutti i personaggi dei Fratelli Karamazov, come spero di aver evidenziato, dunque anche Alëša. La scandalosa vicenda del cadavere di Zòsima, immediatamente aggredito dalla decomposizione, con l’odore della putrefazione che infesta la cella e costringe a spalancare le finestre, alimentando a dismisura le malignità degli avversari, laici e religiosi, dello stàrec, sconvolge il protagonista del romanzo, generando in lui una repentina e drammatica metamorfosi, che in realtà aveva dato segni già nelle pagine precedenti e soprattutto nella misteriosa confessione a Lise. Ma il profondo turbamento che assale Alëša ha proprio «origine dalla sua grande fede», dalla fiducia viscerale nella capacità taumaturgica di Zòsima, il cui corpo, al contrario delle sue enorme aspettative, inizia a decomporsi in fretta, troppo in fretta. Lo stàrec rappresenta per il giovane Karamazov un vero e proprio «ideale», sul quale ha concentrato tutto il suo vigore e tutti i suoi desideri, e ora questo «ideale» viene brutalmente offeso e umiliato:

«Non era di miracoli che aveva necessità, ma soltanto della “suprema giustizia” che, secondo il suo punto di vista, era stata violata; ed era questo che immediatamente aveva trafitto il suo cuore in modo così crudele» (346-347).

Rispetto ai detrattori di Zòsima, che accolgono l’odore della putrefazione con gioia maligna, trasformando, distorcendo un evento perfettamente naturale in una rivincita divina, Alëša ne fa una questione di giustizia, di «suprema giustizia», orribilmente calpestata:

«[…] egli era assetato di giustizia, di giustizia e non di miracoli! Accadde però che proprio l’uomo che, secondo le sue speranze, avrebbe dovuto essere innalzato al di sopra di chiunque, invece di ricevere la gloria che gli era dovuta, era stato gettato nella polvere e disonorato! Perché? Chi l’aveva giudicato? Chi aveva il diritto di giudicare? Questi erano i dubbi che torturavano il suo cuore puro e innocente. Non poteva non sentirsi offeso e carico di rabbia per il fatto che il più giusto fra i giusti venisse abbandonato allo scherno maligno di una massa così volubile e a lui tanto inferiore. Accettava che non avvenissero miracoli, che nulla di prodigioso si annunciasse e che la speranza non fosse immediatamente soddisfatta; ma perché quell’orrore? Perché era stata permessa quell’onta? Perché quella precoce putrefazione, “che aveva precorso la natura”, come sentenziavano i monaci ostili? Perché quel “segno” che loro, con aria di vittoria, adesso acclamavano insieme a padre Ferapònt? E come si erano arrogati il diritto di farlo? Dov’erano la Provvidenza e la sua mano? Per qual motivo si era tirata indietro “proprio nel momento decisivo” (pensava Alëša), come se avesse voluto sottomettersi alle leggi cieche, insensibili e crudeli della natura?» (347).

Ciò che ferisce Alëša nel profondo è il disgustoso atteggiamento dei nemici di Zòsima, che esultano e non si curano neppure di farlo a bassa voce. Lo stàrec meriterebbe ben altro trattamento. Niente miracoli, d’accordo, ma almeno il rispetto, di tutti. Invece no, sorrisi e chiacchiere di scherno e di soddisfazione, che esasperano il giovane protagonista e ne schiacciano la razionalità, come dimostra l’ultimo interrogativo del passo sopracitato. La forza cieca della natura è un fatto, un fatto in nessun modo contrastabile, se non attraverso una fede irriducibile in Dio. E la fede di Alëša vacilla pericolosamente, scossa inoltre dal ricordo della conversazione con Ivàn, fino ad andare in frantumi. Il giovane Karamazov allora nega e cita il fratello: «Non mi ribello al mio Dio, ma “non accetto il suo mondo”» (349). Quindi si lascia condurre da Grùšen’ka, per rovinarsi, per traviarsi, ma in lei non trova quella donna terribile condannata dalla società, quella sfacciata e lussuriosa mantenuta, quella poco di buono a causa della quale Fëdor Pàvlovič e Mìtja sono in guerra tra di loro, dimentichi d’essere padre e figlio l’uno dell’altro. Alëša trova in Grùšen’ka una donna superiore a tutti in amore e la sua anima si risana. Lei vola dal suo primo amore, mentre il giovane Karamazov torna in monastero, rinfrancato.

Alëša entra nella cella di Zòsima – è notte ormai -, si inginocchia al cospetto del feretro mentre padre Pàisij legge il Vangelo. Dentro di sé ha tutt’altre sensazioni rispetto al giorno ormai strascorso; l’odore della putrefazione non lo angoscia e non lo indigna più, nel suo cuore regna incontrastato un sentimento pieno e saldo, che lo rasserena. Alëša ascolta il brano evangelico delle nozze di Cana mentre oscilla tra il sonno e la veglia. Ascolta e riflette.

«Quando fece il primo miracolo, Cristo non ebbe davanti agli occhi il dolore ma la gioia degli uomini, servì alla gioia degli uomini…
[…] E il gran cuore di quell’altra eccelsa creatura che era là, sua madre, sapeva che egli non era venuto soltanto per la sua missione altissima, ma che il suo cuore era disponibile anche all’allegria semplice e ingenua degli uomini ignoranti e senza malizia, che l’avevano invitato in segno di amicizia alle loro povere nozze» (367).

Non solo la «missione altissima» della salvezza degli uomini, la croce e la resurrezione, ma anche l’«allegria semplice e ingenua degli uomini»: Cristo figlio dell’Uomo, non solo di Dio. E Lei, la Madre, che lo ha portato dentro di sé, lo sa, perfettamente, per questo incita il figlio a compiere il suo primo miracolo per un piacere modesto, per una letizia familiare. E Lui non si tira indietro. Nel caos del mondo, tra le tragedie che quotidianamente lo segnano, lo sconvolgono, lo insanguinano e listano a lutto, qualche ora di spensierata allegria assume un valore enorme, e contribuire a salvaguardare e perpetuare il lieto momento non è meno importante dell’altissima missione dell’umana salvezza. Salvare un istante di gioia, mantenere intatta l’«allegria semplice e ingenua» e protrarla: non è e non può essere un caso che Cristo destini a questo umile, modesto, familiare, quasi crepuscolare scopo il suo primo miracolo. In macroscopica antitesi con l’odio e le tensioni che attraversano e finiscono per distruggere la famiglia Karamazov: un esito inevitabile in un nucleo, in un grumo di sangue dove Lei, la madre, è assente.

Alëša ri-vede e ri-ascolta il suo stàrec, che lo prende amorevolmente per mano e lo invita alle nozze di Cana. Alëša si sveglia, si alza, si avvicina alla bara, osserva per qualche secondo il cadavere di Zòsima, poi corre fuori. E avviene una scena memorabile: Alëša si getta a terra, abbraccia e bacia la terra, e piange:

«Scese giù velocemente, senza fermarsi un istante sulla scala. La sua anima in estasi era assetata di libertà, di ampi spazi, d’infinito. Sopra di lui la volta celeste, disseminata di quiete stelle luminose, si aprì immensa, sconfinata. Dallo zenit all’orizzonte si diramava, vaga, la Via Lattea. Tutto era immobile e la notte fresca e tranquilla avviluppava la terra. Le torri bianche e le cupole dorate della cattedrale risaltavano sullo sfondo di un cielo di zaffiro. I bellissimi fiori autunnali, che adornavano le aiuole intorno alla casa, si erano addormentati aspettando il mattino. Il silenzio della terra e del cielo erano una cosa sola, il mistero terrestre si univa a quello del firmamento… Alëša stava in piedi a contemplare e, a un tratto, come spinto da una forza, si gettò a terra.
Senza sapere perché stava abbracciando la terra e non comprendeva quel suo desiderio irresistibile di baciarla. Continuava a baciarla e piangeva singhiozzando, la bagnava delle sue lacrime, e giurava, nella sua esaltazione, che l’avrebbe amata in eterno. “Bagna la terra con le lacrime della tua felicità e ama queste lacrime…”, gli risuonò nell’anima. Perché stava piangendo? Oh, egli nell’estasi piangeva anche per quelle stelle che dall’abisso delle tenebre gli donavano la loro luce, e “non provava vergogna per la sua esaltazione”. Era come se i fili degli infiniti mondi divini si fossero intrecciati insieme nella sua anima ed essa vibrasse “al contatto con altri mondi”. Avrebbe voluto perdonare tutto a tutti e chiedere perdono, non per se stesso, ma per tutti e per tutto, “per me saranno gli altri a chiederlo”, gli risuonò ancora nell’anima. Ma a ogni istante percepiva con più chiarezza, quasi a poterlo toccare, che qualcosa di forte e d’incrollabile, come quella volta celeste, gli scendeva nell’animo. Una certezza s’impadroniva del suo spirito, e ormai per tutta la vita e per l’eternità. Fragile e adolescente era caduto a terra, ma ora alzandosi aveva avuto coscienza, proprio nello stesso momento della sua estasi, di essere un lottatore, temprato per tutta la vita. E nei giorni a venire, per tutta la sua esistenza, Alëša non poté mai e poi mai dimenticare quel momento. “Qualcuno visitò l’anima mia in quell’ora!”, diceva, credendo fermamente alle proprie parole…
Tre giorni dopo lasciò il monastero, in accordo con le parole del suo defunto stàrec, che gli aveva ordinato di “abitare nel mondo”» (368-369).

La tensione accumulata nel corso della giornata, l’angoscia e il dubbio culminati nella citazione del fratello Ivàn e nel proposito di rovinarsi, vanificato dalla scoperta di una Grùšen’ka diversa, completamente diversa rispetto al giudizio comune, si sciolgono nell’«estasi», con Alëša che in questo passo si avvicina moltissimo alla figura del mistico, come nessun altro personaggio dostoevskiano, forse, neppure lo stàrec Zòsima. Il giovane Karamazov sancisce la sua definitiva unione con la terra e, al tempo stesso, sente «i fili degli infiniti mondi divini» intrecciarsi nella sua anima, vibrante «al contatto con altri mondi». Terra e cielo si congiungono in colui che conserva il «midollo dell’universale», e non perché egli sia un uomo speciale, unico, straordinario, no, niente affatto: perché egli è il solo a non essersene allontanato, come invece hanno fatto tutti, «come in una folata di vento». È un punto fondamentale questo: il «midollo dell’universale» risiede in ogni singolo uomo; sta a lui preservarlo e non distaccarsene, e nessuno come noi oggi se ne è distaccato – irreversibilmente? -, noi che abbiamo svenduto le nostre coscienze in cambio di un’agiatezza e di un’immediatezza vane, tutte esteriori e apparenti. Al fondo cosa resta? Niente. Il vuoto. Il nulla. Altro che «midollo dell’universale». L’inconsistenza del contingente piuttosto. Inautenticità, ovunque, in chiunque. Rettorica, rettorica, rettorica, ricordando Michelstaedter [18].

In «estasi», misticamente in accordo con l’universo, con la terra, il cielo e gli «infiniti mondi divini», Alëša vorrebbe «perdonare tutto a tutti e chiedere perdono», secondo uno dei messaggi più forti, vibranti, rivoluzionari di Zòsima e di Dostoevskij stesso: «Tieni soprattutto a mente che non puoi essere giudice di nessuno. Infatti, nessuno su questa terra può giudicare il delinquente senza aver prima riconosciuto di essere egli stesso un delinquente come colui che gli sta davanti, e che di quel delitto egli è forse più responsabile di chiunque altro. Quando l’avrà compreso, potrà anche essere giudice. Per quanto ciò sembri assurdo, è la verità. Dal momento che se io stesso fossi davvero un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente di fronte a me» (328-329). Inoltre Alëša, sprofondato nell’incertezza dopo l’ordine del suo stàrec di «abitare nel mondo», in questo momento decisivo, topico acquisisce una certezza fondamentale e definitiva: «di essere un lottatore, temprato per tutta la vita». Ora Alëša è pronto per fare il suo ingresso nel mondo, per fronteggiarne il caos, e la prima prova è terribile: fare i conti con l’assassinio del padre.

VIII.VI. Un nuovo Alëša

Ritroviamo Alëša alcuni mesi dopo l’«estasi», la tragedia e l’arresto di Mìtja, alla vigilia del processo, cambiato, senza più la tonaca da novizio indosso, ma «una giubba di ottima fattura, un cappello floscio tondo e […] i capelli corti». Il viso «simpatico» è sempre lo stesso, allegro, «ma di un’allegria dolce e tranquilla», quella stessa allegria preservata e protratta da Cristo durante le nozze di Cana con il primo miracolo. Inoltre Alëša, da devoto discepolo, dopo la morte di Zòsima si fa maestro, maestro dei piccoli compagni di scuola del povero Il’juša, ormai alla fine dei suoi giorni. Il giovane Karamazov, mettendo in pratica le parole del suo stàrec, sparge semi negli animi fertili dei ragazzi, come quando esorta Kòlja a conservare intatta la propria individualità, il «midollo dell’universale» che custodisce nella sua giovane, precocemente orgogliosa, scettica e diffidente persona:

«Non siate dunque come tutti; non siatelo, anche se doveste essere il solo» (548).

Oppure quando, il giorno dei funerali del povero Il’juša, nel discorso presso la pietra che conclude I fratelli Karamazov, esorta i ragazzi, le sue giovani «colombelle», a conservare, a custodire con cura i piacevoli, positivi ricordi infantili:

«Sappiate dunque che non esiste niente di più nobile, e forte, e importante, e utile per la vostra vita futura, dei buoni ricordi, soprattutto se appartengono ai primi anni della vostra vita, alla casa dei genitori. Quante volte si parla della vostra educazione! Eppure uno di questi buoni e cari ricordi, portato nel cuore fin dall’infanzia, è forse la migliore delle educazioni. Se l’uomo può tenere con sé molti di questi ricordi e serbarli per la vita, è salvo per sempre. Ma se anche un solo buon ricordo ci accompagnasse sempre, anche quello basterebbe un giorno alla nostra salvezza. Forse, anche noi un giorno diventeremo malvagi, non saremo in grado di astenerci dalle azioni crudeli, ci befferemo del dolore degli altri, e di coloro che affermano, come Kòlja poco fa: “Voglio soffrire per tutti gli uomini”, anche di questi forse rideremo malvagiamente. E tuttavia, per quanto la nostra natura potrà diventare cattiva, e mi auguro che Dio ce ne scampi, quando ci ricorderemo come abbiamo salutato per l’ultima volta Il’juša, come l’abbiamo amato negli ultimi giorni, e come ora abbiamo parlato tutti insieme, da amici, vicino alla sua pietra, allora neppure il più spietato e il più cinico di noi, se mai dovessimo diventare tali, avrà il coraggio, nel suo animo, di prendersi gioco dei buoni sentimenti provati in questo momento! Potrebbe anche accadere che proprio questo ricordo possa distoglierlo dal fare del male; egli tornerà sulle sue decisioni, e penserà: “Sì, allora ero buono, coraggioso e integro”. Ne rida pure tra sé, non importa, spesso l’uomo deride ciò che è buono e bello: questo accade solo per superficialità; ma vi assicuro, amici miei, che appena ne avrà riso, subito si dirà dentro di sé: “No, ho fatto male, perché di questo non si può ridere!”» (746).

Nei Fratelli Karamazov Alëša diviene così il portavoce di quello che possiamo considerare il vero e proprio testamento di Dostoevskij, espresso dallo stesso scrittore nel celebre Discorso su Puškin [19]. Un testamento giovanile, perché è soprattutto ai giovani che si rivolge Dostoevskij al termine della sua viscerale e tormentata vicenda esistenziale, facendone i protagonisti degli ultimi suoi due romanzi (Arkadij nell’Adolescente e Aleksèj nei Fratelli Karamazov), nel coraggioso tentativo di salvare la gioventù russa e dunque la Russia stessa dal male del socialismo, dell’anarchia, della distruzione. E la salvezza non è fuori ma dentro gli uomini, in quei positivi ricordi infantili che rappresentano una vera e propria «base» morale, «qualche cosa di fermo e d’incrollabile», sul quale poter fondare con fiducia la propria esistenza, abbandonando astratte ideologie il cui esito non può essere altro che la devastazione.

VIII.VII. Da monaco a terrorista

Termina così, con il discorso presso la pietra e l’urrà dei ragazzi entusiasti, la prima parte della biografia di Aleksèj Fëdorovič Karamazov, il primo dei due romanzi annunciati da Dostoevskij nella prefazione. Il secondo non vedrà mai la luce, per la morte improvvisa dello scrittore, ma ne conosciamo l’esplosivo nocciolo: diviso tra Zòsima e Ivàn, Alëša abbraccerà sorprendentemente il pensiero anarchico e distruttivo del fratello, spingendosi là dove nessun personaggio dostoevskiano si è mai spinto: attentare alla vita dello zar. Una clamorosa metamorfosi da monaco in terrorista, agevolata dal fatto che Alëša non conosca mezze misure, compromessi. Bianco o nero, caldo o freddo, tutto o niente. Mai grigio, tiepido, mediocre. E così come la fede lo aveva condotto in monastero, l’anarchia lo condurrà allo zaricidio.

Ma la metamorfosi di Alëša da monaco in terrorista resta un progetto, un disegno letterario, per dirla con Leopardi, irrealizzato. Il protagonista dei Fratelli Karamazov rimane e rimarrà per sempre quel giovane credente che esorta i suoi piccoli amici a non omologarsi, non uniformarsi alla massa e preservare intatto il «midollo dell’universale», senza temere la solitudine, che rivela loro, presso la pietra di Il’juša, il valore salvifico dei ricordi. A uccidere lo zar Alessandro II saranno dei terroristi reali, membri dell’organizzazione Narodnaja Volja, e appena un mese dopo la morte dello scrittore russo, il primo marzo 1881. Fëdor Dostoevskij: scrittore, pensatore, profeta.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul maggiore dei fratelli Karamazov rimando al capitolo secondo del presente contributo, Mìtja, una candela che brucia da entrambi i lati.

[2] Per un approfondimento sul secondo dei fratelli Karamazov rimando al capitolo quinto del presente contributo, Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[3] Per un approfondimento sullo stàrec rimando al capitolo settimo del presente contributo, Zòsima, il monaco russo.

[4] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 21. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[5] «Ma che cosa ha comunque da fare lo scrittore che non desidera scrivere nel solo genere storico e che soffra fortemente il suo tempo? Indovinare e… sbagliare» (Fëdor Dostoevskij, L’adolescente, introduzione di Eridano Bazzarelli, BUR, Milano 2011, p. 758).

[6] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 26.

[7] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo secondo – L’idea di Arkadij.

[8] Per un approfondimento sul vecchio Karamazov rimando al primo capitolo del presente contributo, Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[9] Per un approfondimento sull’assassino del vecchio Karamazov rimando al sesto capitolo del presente contributo, Smerdjàkov, l’anima nera del romanzo.

[10] Per un approfondimento sulla fidanzata di Mìtja rimando al capitolo terzo del presente contributo, L’orgogliosa Kàtja.

[11] Per un approfondimento sulla donna contesa da Fëdor Pàvlovič e Mìtja rimando al capitolo quarto del presente contributo, La flessuosa Grùšen’ka.

[12] Per un approfondimento sul principe Myškin e il romanzo di cui è protagonista rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[13] Per un approfondimento su Raskòl’nikov e il romanzo di cui è protagonista rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[14] Per un approfondimento sui due, più importanti personaggi dei Demòni rimando agli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte, Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio.

[15] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 159.

[16] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

[17] Per un approfondimento sul padre naturale di Arkadij rimando al contributo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco».

[18] Per un approfondimento sul filosofo, scrittore e poeta goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[19] «Ella sa fermamente che in sostanza egli [Onegin] ama soltanto la sua nuova fantasia e non lei, e non la Tat’jana ancora umile come prima. Ella sa che egli la prende per qualcosa di diverso e non per quello che è realmente, che egli non ama lei e forse non ama nessuno e che non è neppure capace di amare qualcuno, nonostante la sua sofferenza. Ama la fantasia, anzi egli stesso è una fantasia. Se ella lo seguisse, egli sarebbe già deluso l’indomani e parlerebbe con tono canzonatorio del suo stesso entusiasmo. Egli non ha alcuna base; è un filo d’erba in balìa del vento. Non così Tat’jana; in lei anche nella disperazione, anche nella tormentosa coscienza che la sua vita è distrutta, c’è sempre qualche cosa di fermo, di incrollabile, su cui si appoggia la sua anima. Sono i ricordi della sua infanzia, del suo paese nativo, della sua campagna deserta, in cui era cominciata la sua vita pura ed umile, “la croce e l’ombra dei rami sulla tomba della sua povera njanja“. Questi ricordi e queste immagini del passato sono per lei ora più preziosi di tutto, queste immagini soltanto le sono rimaste, ma sono esse che salvano il suo animo dalla disperazione definitiva. Ciò non è poco, no, anzi è molto, perché è tutta una base, qualche cosa di fermo e d’incrollabile. C’è qui il contatto con la propria terra e il proprio popolo, con tutto ciò che esso ha di sacro. Ma egli che cosa ha e com’è? Non vorrete mica che ella lo segua per compassione, per consolarlo, per donargli almeno momentaneamente, per l’infinita pietà dell’amore, l’illusione della felicità, sapendo fermamente in precedenza che il giorno dopo egli guarderà con aria canzonatoria questa stessa felicità! No, vi sono anime profonde e ferme che non possono in coscienza dare all’obbrobrio tutto ciò che hanno di più sacro, neanche per una sconfinata pietà. No, Tat’jana non poteva seguire Onegin» (Fëdor Dostoevskij, Puškin, in Id., Diario di uno scrittore, traduzione di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2007, pp. 1272-1273).

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