«No, tu non sei un idiota, sei molto più intelligente di quanto immaginassi…»

VI.I. Il contemplatore

Figlio della juròdivaja Smerdjàščaja e presunto figlio illegittimo di Fëdor Pàvlovič, Smerdjàkov, insieme con l’austero Grigòrij e la timorata Màrfa Ignàt’evna, di fatto suoi genitori adottivi, compone la servitù di casa Karamazov. Ventiquattro anni come Ivàn, suo funesto mentore [1] – potremmo dire che Smerdjàkov sta a Ivàn come Wagner a Faust nell’opus magnum di Goethe [2] -, è «terribilmente misantropo e taciturno», esageratamente orgoglioso, e sembra che disprezzi tutti. Epilettico, ha un colorito malsano, giallastro, e il suo volto, a dispetto della giovane età, è precocemente avvizzito, crivellato di rughe. Somiglia a uno skopèc, membro di un’assurda setta religiosa che praticava l’evirazione. Il giovane servo si distingue inoltre per una spiccata attitudine alla riflessione, alla contemplazione, che Dostoevskij evidenzia, cosa assai rara nella sua opera, ricorrendo a un dipinto di Kramskoj, intitolato appunto Il contemplatore, riportato in copertina (l’arte è una presenza forte e costante nell’universo letterario dello scrittore russo, si pensi ai riferimenti alla Madonna Sistina di Raffaello, in assoluto l’opera d’arte più amata, tanto da conservarne una riproduzione fotografica nello studio, appesa alla parete, o al Cristo morto di Holbein, citato nell’Idiota [3], o ancora ad Aci e Galatea di Lorrain, citato nei Demòni prima e nell’Adolescente poi [4], ma raramente compare, come in questo caso, con una funzione descrittiva, svolgendo quasi sempre una funzione filosofica):

«Il pittore Kramskoj ha dipinto un quadro notevole dal titolo Il contemplatore: vi si raffigura un bosco, d’inverno, e sulla strada che attraversa il bosco si vede un contadinotto assorto, nella più completa solitudine, con indosso un logoro caffettano e dei sandali di corteccia di tiglio; se ne sta lì e sembra pensieroso, ma non sta pensando: sta “contemplando” qualcosa. Se lo si urtasse, avrebbe un sussulto e vi guarderebbe come chi si sveglia di soprassalto, ma senza capire niente. Certo, si riprenderebbe subito, ma se gli si domandasse a cosa stava pensando, non si ricorderebbe nulla; in compenso, però, conserverebbe certamente dentro di sé l’impressione che lo aveva dominato durante la sua contemplazione. Queste impressioni gli sono care, ed egli le accumula senza volere, senza rendersene conto; perché lo faccia e a quale scopo, anche questo lo ignora: forse un giorno, dopo aver accumulato simili impressioni per anni e anni, pianterà tutto e se ne andrà a Gerusalemme, a peregrinare per il mondo e a fare penitenza; o forse darà fuoco al proprio villaggio natio, e magari entrambe le cose. Di individui contemplativi, nel popolo, ce ne sono parecchi. E anche Smerdjàkov era sicuramente uno di essi; di certo anche lui accumulava avidamente le sue impressioni, quasi senza sapere ancora bene il perché» [5].

Il misticismo o la violenza: sono questi i due esiti opposti, diametralmente opposti che Dostoevskij immagina per il contemplatore, i possibili risultati delle sue impressioni accumulate per anni e anni. Le contemplazioni di Smerdjàkov sfoceranno nel secondo, drammatico esito, e in un individuo esageratamente orgoglioso come lui, animato dall’odio, un odio profondo, sordo, cieco verso l’intero genere umano, compreso se stesso, non poteva andare diversamente.

VI.II. L’odio

Come ho già scritto più volte nel corso del presente contributo, l’odio è il sentimento dominante nei Fratelli Karamazov, e tra tutti i personaggi del romanzo colui che odia di più è proprio Smerdjàkov. Il generale sentimento di avversione, di disprezzo nei confronti del genere umano, la sua profonda e irriducibile misantropia sono emersi già nel paragrafo precedente, ma l’odio del servo si dirama anche in altre direzioni, investendo, travolgendo la vita stessa, e soprattutto la sua, segnata da una nefasta e velenosa discrepanza tra condizione e ambizione, e la Russia, aspetto sommamente negativo quest’ultimo secondo la concezione dostoevskiana, che, al contrario, la pone al vertice della sua Weltanschauung, quale ultimo baluardo dell’autentico e puro messaggio cristiano, visione compendiata nell’idea del messianismo russo [6]:

«Potrei fare ben altro e potrei sapere ben altro, se non mi fosse toccato questo destino fin dall’infanzia. Sfiderei alla pistola chiunque mi dicesse che sono un miserabile, perché sono nato, senza padre, dalla Smerdjàščaja; è questo che mi rinfacciavano anche a Mosca, perché la notizia era giunta fin lì grazie a Grigòrij Vasìl’evič. Grigòrij Vasìl’evič mi rimprovera di rivoltarmi contro la mia nascita: “Tu”, dice, “le straziasti le viscere”. E sia, ma io mi sarei lasciato ammazzare mentre ero ancora nel suo ventre, pur di non venire al mondo. Al mercato dicevano […] che aveva i capelli fetidi e pieni di pidocchi, e che era alta un metro o qualcosina di più. Ma perché qualcosina, non poteva dire semplicemente “qualcosa”, come fanno tutti? E lo riferiva con un tono compassionevole, ma non erano che lacrime e sentimenti da contadinotta. Ma che sentimenti può avere un contadino in confronto a una persona istruita? Non si può certo dire che abbia dei sentimenti, tanta è la sua ignoranza. Fin da bambino, quando sentivo quel qualcosina, mi sarei scagliato contro un muro. Io odio tutta la Russia […].
Nel ’12 ci fu in Russia la grande invasione dell’imperatore francese Napoleone I, il padre di quello attuale, e sarebbe stato bene se quei francesi allora ci avessero conquistato: una nazione intelligente ne avrebbe sottomessa un’altra stupidissima e l’avrebbe annessa a sé. Le cose qui sarebbero completamente diverse» (236).

Ora, al di là del furore nichilistico di Smerdjàkov, che trova nel pensiero anarchico e distruttivo di Ivàn il sostegno filosofico, l’odio nei confronti della Russia, frutto di un primitivo occidentalismo di marca francese (quanto Dostoevskij disprezzasse i francesi emerge con particolare evidenza, tra gli altri testi, nel Giocatore, organica espressione artistico-letteraria dei suoi giudizi sui paesi e sui popoli europei [7]), si impone come un aspetto determinante nella valutazione negativa della figura del servo, che aggrava ulteriormente la sua posizione nello scacchiere dei Fratelli Karamazov. Smerdjàkov è un concentrato di tutto ciò che Dostoevskij reputa negativo e che ha condannato con forza, con ostinazione, quasi con testardaggine nei suoi rocamboleschi sessant’anni di vita: il nichilismo, l’occidentalismo, la violenza, verso gli altri e, soprattutto, verso se stessi, perché, dopo aver fracassato il cranio di Fëdor Pàvlovič a colpi di fermacarte, Smerdjàkov si suicida, decretando la condanna definitiva di Mìtja e di Ivàn. Per questo motivo, per questo suo configurarsi come una sintesi, in una sola parola, del male, Smerdjàkov si impone come la vera anima nera dei Fratelli Karamazov, più del suo funesto mentore, Ivàn, in cui pure resistono, nonostante tutto, aspetti positivi, e in cui la negazione, seppure estrema, è impegnata in una quotidiana e straziante lotta contro l’affermazione, come abbiamo visto nel capitolo a lui dedicato. Un’ulteriore conferma di ciò viene dall’influsso negativo del servo sul piccolo Il’juša, aspetto forse meno eclatante di quelli sottolineati finora, ma non meno grave e condannabile, vista la grande attenzione dedicata da Dostoevskij ai bambini nella sua ultima opera – si ricordino le parole di Ivàn, che sulle insensate sofferenze dei fanciulli fonda il suo estremo rifiuto di Dio e, soprattutto, del senso del mondo creato da Dio, e dello stàrec Zòsima (i due poli opposti, negativo e positivo, qui si incontrano): «Amate più di ogni cosa i bambini, perché anch’essi sono senza peccato, come gli angeli, e vivono per intenerire i nostri cuori, per purificare le nostre anime, e sono per noi come un esempio. Guai a chi offende i bambini!» (327). Il piccolo Il’juša negli ultimi giorni di vita è angustiato dal ricordo del crudele scherzo fatto al cane Žučka, scherzo suggeritogli proprio da quell’anima nera di Smerdjàkov:

«[…] aveva conosciuto, non so come, Smerdjàkov, il domestico di vostro padre (che all’epoca era ancora vivo), e quello stolto gli aveva insegnato uno scherzo ignobile, cioè crudele e vigliacco: mettere uno spillo dentro un pezzo di mollica di pane e darlo a qualche cane da cortile, di quelli che, per fame, mandano giù qualsiasi cosa senza masticare, per vedere che cosa sarebbe successo. Prepararono dunque un boccone così e lo gettano proprio a quello Žučka di cui parlavamo; un cane da guardia, di un cortile dove nessuno gli dava da mangiare, e che abbaiava inutilmente tutto il giorno. […] Quello come vide il pane ci si avventò, lo inghiottì e mandò un lamento, poi prese a girare su se stesso e a correre, e correva e guaiva, finché non lo videro più: così mi raccontò lo stesso Il’juša. Mentre raccontava piangeva, e mi abbracciava scosso dai singhiozzi: “Correva e guaiva, correva e guaiva”, continuava a ripetere, tanto era rimasto colpito da quella scena. Era pentito» (527).

Un’ulteriore conferma, sottile forse, ma inequivocabile, del fatto che Smerdjàkov si imponga come la vera anima nera dei Fratelli Karamazov, un concentrato del male – nichilista, occidentalista, omicida e infine suicida – forse senza eguali nel pur vasto universo dostoevskiano.

VI.III. L’equivoco

A Smerdjàkov tocca lo stesso destino di un altro celebre epilettico dostoevskiano – il più celebre -, il principe Myškin [8], acuito dalla sua umile e umiliante condizione sociale: a causa della malattia viene considerato da tutti un idiota, e trattato, o meglio, maltrattato come tale, come si conviene a uno stupido e fragile servo, soprattutto da Mìtja e Ivàn, che non si sforzano neppure di nascondere il loro disprezzo, anzi, non perdono occasione per manifestarlo apertamente, senza troppi giri di parole. Un equivoco, un grossolano equivoco di cui Ivàn è costretto ad accorgersi quando Smerdjàkov, nel corso del loro terzo e ultimo colloquio, confessa di aver ucciso Fëdor Pàvlovič, raccontandogli nel dettaglio l’omicidio – «Allora afferrai quel pesante fermacarte di ghisa che stava sul tavolo, ricordate? Alzai il braccio e da dietro gli sferrai un colpo alla testa, con lo spigolo. Non fece neppure un grido. Si piegò su se stesso, e io lo colpii ancora, e ancora! Al terzo colpo sentii che gli avevo fracassato il cranio» (613) – e spiegandogli lo stratagemma della busta contenente i tremila rubli:

«C’è un motivo. Infatti, un uomo attento e concreto, come me per esempio, che avesse saputo prima di quel denaro e che poi avesse visto anche confezionare il pacco, sigillarlo e apporci la scritta, perché mai quest’uomo, se fosse stato l’autore dell’assassinio, sarebbe rimasto lì dopo il delitto ad aprire la busta, dal momento che ne conosceva il contenuto e doveva scappare via al più presto? Un ladro come me, infatti, si sarebbe ficcato velocemente in tasca la busta, senza aprirla, e se la sarebbe data a gambe. Mentre Dmìtrij Fëdorovič si sarebbe comportato diversamente: lui sapeva della busta solo per sentito dire, non l’aveva mai vista con i suoi occhi; quindi, appena trovata, diciamo sotto il materasso, l’avrebbe aperta all’istante per assicurarsi del contenuto. Poi l’avrebbe buttata là, senza preoccuparsi che più tardi sarebbe potuta diventare una prova a suo carico, non essendo un ladro esperto, ma uno che rubava per la prima volta, un nobile che, oltretutto, se aveva commesso un furto, aveva creduto solo di riprendersi quello che gli era dovuto, come in precedenza aveva spifferato a tutta la città vantandosi addirittura che sarebbe andato a recuperare quello che gli era stato tolto da Fëdor Pàvlovič. Questa teoria, senza esporla chiaramente, ma accennandola soltanto, la feci intuire al procuratore nel mio interrogatorio, come se io non mi rendessi conto dell’importanza, ma l’avesse concepita lui stesso: al signor procuratore, a quella mia indicazione, gli venne persino l’acquolina in bocca…» (614).

Altro che idiota, Smerdjàkov si rivela un astuto e gelido calcolatore! Ed è quanto è costretto ad ammettere Ivàn, avvedendosi di colpo, come se qualcuno gli avesse reciso le palpebre con un taglio netto e improvviso, del clamoroso equivoco nel quale è caduto, come quasi tutti gli altri personaggi del romanzo: «No, tu non sei un idiota, sei molto più intelligente di quanto immaginassi…» (615). No, Smerdjàkov non è un malato stolto, fragile, timoroso, pavido, Smerdjàkov è un assassino freddo e accorto che non sbaglia una sola mossa, che pianifica e agisce alla perfezione, servendosi abilmente di quell’ingeneroso e sbagliato giudizio che gli altri hanno di lui, volgendolo a proprio vantaggio. L’equivoco resiste ancora nell’arringa di Ippolìt Kirìllovič – l’accusa -, non in quella di Fetjukòvič – la difesa -, che presenta Smerdjàkov per quello che effettivamente è, o meglio, era, un uomo diffidente, rancoroso, ambizioso, vendicativo, anti-russo, esageratamente orgoglioso:

«Niente affatto ingenuo, al contrario, mi è parso che sotto una maschera di candore celasse una grande diffidenza, e una mente in grado di elaborare molte congetture! Oh, l’accusa è stata troppo superficiale, considerandolo un povero di spirito! L’impressione che ha suscitato in me è molto nitida: io me ne andai da lui con la convinzione che quell’uomo era pieno di rancore, di un’ambizione sconfinata, desideroso di vendetta e oppresso dall’invidia. Ho messo insieme qualche informazione: odiava la propria origine, provava vergogna e ricordava, con rabbia, di essere “figlio di una donna indegna”. Non era rispettoso nei confronti del servo Grigòrij e della moglie, che erano stati i protettori della sua infanzia. Ingiuriava e derideva la Russia. Sognava di trasferirsi in Francia per diventare cittadino francese. Già da tempo si lamentava spesso di non avere mezzi sufficienti per farlo. A me pare che quell’uomo non fosse in grado di amare se non se stesso, aveva di sé un concetto altissimo fino alla stravaganza. La civiltà stava secondo lui nell’eleganza, nelle camicie pulite e negli stivali lucidi. Reputandosi (si sa, con sicurezza) figlio illegittimo di Fëdor Pàvlovič, riteneva ingiusta la sua posizione di fronte ai figli legittimi del suo padrone, loro avevano tutto e lui niente, a loro tutti i diritti, l’eredità, mentre lui era solo un cuoco. Mi raccontò di aver sistemato lui stesso, con Fëdor Pàvlovič, i soldi in una busta. La destinazione di quella somma – somma che avrebbe potuto realizzare i suoi sogni – gli risultava oltremodo sgradita. Inoltre, aveva visto tremila rubli in banconote da cento fiammanti (lo interrogai apposta sull’argomento). Oh, mai mostrare a un uomo invidioso e presuntuoso molti soldi insieme! Ora, lui vedeva per la prima volta una cifra tanto sostanziosa tutta in una mano. L’impressione ricevuta dal mucchio colorato poté lasciare un’ombra maligna nella sua fantasia […]» (715).

Ecco il vero volto di Smerdjàkov, sconosciuto ai più; ecco il volto dell’assassino – materiale – di Fëdor Pàvlovič. Fetjukòvič smaschera il servo, ma ormai è tardi: egli si è impiccato proprio alla vigilia del processo.

VI.IV. La vendetta

Smerdjàkov uccide, brutalmente, fracassa il cranio a Fëdor Pàvlovič, ruba il denaro e la fa franca; sebbene Mìtja, Alëša, Grùšen’ka lo accusino dell’omicidio del vecchio Karamazov, non ci sono prove della sua colpevolezza, e l’epilessia è un alibi di ferro. Smerdjàkov, freddo e lucido, è stato perfetto, non ha sbagliato una mossa, favorito dal caso. Diabolico calcolatore, in tasca i tremila rubli sottratti alla vittima, può finalmente lasciare la Russia, che tanto odia, e trasferirsi in Francia, la patria dell’eleganza, in cui per lui, servo figlio di una povera disgraziata senza tetto affetta da gravi disturbi psichici, violentata e morta subito dopo averlo messo al mondo, a causa del parto, risiede la civiltà. In possesso del denaro necessario, Smerdjàkov può ora realizzare i suoi sogni di gloria, dimostrarsi all’altezza delle proprie ambizioni, lasciare il suo stupido paese e diventare cittadino francese. Con intelligenza e spietatezza egli ha posto da sé, con le sue sole forze, le basi per un avvenire luminoso, ma qualcosa s’inceppa. Anche in Smerdjàkov, così freddo, così indifferente, così preciso nella sua furia omicida, il castigo rivendica la propria esistenza e pretende il proprio prezzo, altissimo. Proprio come Raskòl’nikov, che uccide due insignificanti pidocchi per farsi Napoleone [9], Smerdjàkov è capace di versare il sangue, forse di suo padre, ma in questo stesso sangue resta impantanato, intrappolato, come in una sabbia mobile. Egli si ritrova diviso così tra l’ambizione e la disperazione, con la seconda che finisce per prevalere sulla prima: Smerdjàkov si impicca. Ma se è stato davvero lui a uccidere Fëdor Pàvlovič, si domanda l’accusa, perché prima di uccidersi non ha confessato, lasciando un biglietto? Questa l’illuminante risposta di Fetjukòvič:

«Ma permettete: prendere coscienza è già pentirsi, e l’assassino poteva anche non essere giunto al pentimento, ma soltanto alla disperazione. Disperazione e pentimento sono due cose completamente diverse. La disperazione può essere cupa e insanabile, e il suicida, nel momento in cui muoveva le mani contro di sé, poteva odiare con forza anche maggiore quelli che aveva invidiato per tutta la vita» (717).

Raskòl’nikov si pente, confessa tutto e inizia così il suo lungo e tortuoso percorso di resurrezione, Smerdjàkov no, e il suicidio, insieme all’omicidio di Fëdor Pàvlovič, è la massima manifestazione del suo feroce odio, che lo brucia come un incendio estivo alimentato dallo scirocco. Smerdjàkov odia tutti e togliendosi la vita, dopo averla tolta a colui che considerava suo padre, si vendica di tutti: Mìtja e Ivàn, coloro che più lo disprezzavano considerandolo solo un pavido idiota, pur essendo suoi fratelli, sono spacciati per sempre. Ed egli si vendica anche di se stesso, nato obtorto collo da una «donna indegna», lui che si sarebbe lasciato ammazzare quando era ancora nel ventre della madre pur di non venire al mondo. La distruzione e l’autodistruzione: sono questi gli esiti di anni e anni di contemplazioni. È certo, se Smerdjàkov non avesse deciso di suicidarsi non avrebbe mai consegnato i tremila rubli a Ivàn durante il loro ultimo colloquio, e Ivàn deve averlo capito in quel momento, se del suicidio dell’assassino di suo padre, ancor prima di Alëša, lo aveva informato il diavolo, ma la sua mente era ormai troppo sconvolta per prendere delle contromisure.

Smerdjàkov è l’ultimo suicida di Dostoevskij, l’ultimo di una lunga serie – Svidrigàjlov in Delitto e castigo, Kirìllov e Stavrògin nei Demòni [10], Kraft e Olja nell’Adolescente [11] -, e trattandosi dell’anima nera dei Fratelli Karamazov, l’opera che conclude l’esperienza letteraria e filosofica dello scrittore russo, ogni altro esito sarebbe stato davvero sorprendente. La sua parabola esistenziale si esaurisce presto, sfiorando appena il quarto di secolo, e di questo precoce esaurimento è sintomo la prematura vecchiezza, quel suo volto giallo e avvizzito già crivellato di rughe. Insomma, brutto fuori e dentro, Smerdjàkov è l’antitesi di quella natura umana pienamente bella che ha in Cristo il supremo ideale.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul secondo dei fratelli Karamazov rimando al capitolo quinto del presente contributo, Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[2] Per un approfondimento sull’opera dello scrittore tedesco rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

[3] Per un approfondimento sulla presenza del dipinto nell’Idiota rimando all’articolo Dostoevskij ed il “Cristo morto” di Holbein.

[4] Per un approfondimento sulla presenza del dipinto di Lorrain nei due romanzi rimando agli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco».

[5] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, pp. 142-143. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[6] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[7] Per un approfondimento sul romanzo breve rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione.

[8] Per un approfondimento sul romanzo di cui il principe Myškin è protagonista rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[9] Per un approfondimento sul romanzo di cui Raskòl’nikov è protagonista rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[10] Per un approfondimento su questi due personaggi dei Demòni rimando agli articoli Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio, Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parteNikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte.

[11] Per un approfondimento su questi due personaggi dell’Adolescente rimando all’articolo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo quinto – Kraft e Olja ovvero l’epidemia dei suicidi.

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