«Tutto è successo per causa mia».

IV.I. Ritratto

Come ho scritto già diverse volte nel corso del presente contributo, e a partire dall’Introduzione [1], nei Fratelli Karamazov è l’odio il sentimento dominante. A tal punto da imporsi come una delle principali forze di affermazione d’individualità – odio ergo sum, verrebbe da dire. Da questo profondo e intenso ri-sentimento scaturisce un desiderio di vendetta che rappresenta una delle maggiori fonti narrative, segnando alcuni degli eventi più significativi, violenti e dolorosi del romanzo: l’assassinio di Fëdor Pàvlovič [2] – l’evento per eccellenza dei Fratelli Karamazov – e il conseguente errore giudiziario, con la condanna di Mìtja [3], effetti della sconosciuta vendetta di Smerdjàkov, e indirettamente di Ivàn, e della pubblica vendetta di Kàtja [4], che, al culmine di una crisi di nervi e oramai incapace di gestire l’odio nei confronti dell’ex fidanzato dopo la folle, scandalosa, imbarazzante esibizione dell’altro suo uomo, Ivàn, consegna alla corte la compromettente lettera di Mìtja, accolta come l’ultima e definitiva, irrefutabile prova della sua colpevolezza, tradendolo e rovinandolo definitivamente. L’odio e la vendetta, dunque, caratteristici di molti personaggi dei Fratelli Karamazov, e di Grùšen’ka soprattutto, l’affascinante, spregiudicata, beffarda, ambigua Grùšen’ka (forma confidenziale di Agrafèna ovvero Agrippina – nome emblematico che rievoca l’Augusta madre di Nerone), primaria ragione del sanguinoso conflitto tra Fëdor Pàvlovič e il suo primogenito (perché, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, Mìtja non uccide il padre, pur avendone la tentazione, ma versa comunque il suo sangue, prendendolo a calci in faccia), entrambi follemente, ridicolmente – nel caso del vecchio, plautoniano Karamazov -, perdutamente – ma davvero – innamorati di lei.

Grùšen’ka, sostiene Mìtja, «è la flessuosità in persona […], la flessuosità penetra tutto il suo corpo, fino alla punta dei piedi, fino al mignolo del piede sinistro» [5]. Flessuosità fisica, ma anche caratteriale, umorale e morale, che la rende incomprensibile, inafferrabile, inconquistabile – deve essere lei, lei sola, a volerlo -, fascinosa e vagamente peccaminosa nella sua natura felina, esasperante nella sua irriducibile ambiguità per colui che ha la disgrazia di innamorarsene. Flessuosità che si riflette, come emerge dalle precedenti parole risentite di Mìtja, che, pur amandola, non esita a definirla «canaglia», nella sua figura morbidamente sinuosa e nella sua attività da usuraia abilissima negli affari. Questo il – primo – ritratto di Grùšen’ka:

«La tenda si sollevò e… Grùšen’ka in persona, ridente e gioiosa, si avvicinò al tavolo. Alëša provò come una scossa. Le piantò gli occhi addosso e non li poté più distogliere. Eccola, quella donna terribile, la “belva”, come non aveva potuto fare a meno di dire mezz’ora prima suo fratello Ivàn. Eppure, la donna che ora si trovava davanti a lui sembrava, di primo acchito, la più comune e la più semplice delle creature: una donna buona, cara, bella se vogliamo, ma molto simile a tutte le altre donne belle e “comuni”! Certo era bella, notevolmente bella, di quella bellezza russa che tanti uomini amano fino alla frenesia. Era una donna alta […] formosa, con delle movenze morbide, felpate, rese persino sdolcinate da una certa leziosità, che si imprimeva anche nella sua voce. Non si avvicinò […] con un’andatura energica e risoluta, ma quasi senza farsi sentire. I suoi piedi non facevano alcun rumore sul pavimento. Si abbandonò mollemente su una poltrona, con un dolce fruscio del suo magnifico abito di seta nera, avvolgendo delicatamente il collo, bianco come spuma, e le larghe spalle, in un prezioso scialle di lana, anch’essa nera. Aveva ventidue anni e il suo volto indicava esattamente quell’età. Era bianchissima in viso, con una delicata sfumatura rosa sugli zigomi. Il suo ovale, forse, era un po’ troppo largo e la mascella inferiore sporgeva di un’inezia. Il labbro di sopra era sottile, mentre quello inferiore, leggermente prominente, era due volte più carnoso, quasi gonfio. Ma i meravigliosi, abbondantissimi capelli biondo cupo, le sopracciglia scure e vellutate, e gli splendidi occhi grigio azzurro, incorniciati da lunghe ciglia, avrebbero senza dubbio costretto anche il più indifferente e distratto degli uomini – per quanto in mezzo alla gente, a passeggio, nella ressa – a fermarsi di colpo davanti a quel volto per trattenerlo a lungo nella memoria. Ma quel volto colpì Alëša soprattutto per la sua infantile, ingenua espressione. Aveva uno sguardo fanciullesco, gioiva – chissà perché – come una bambina, e proprio come una bambina si era accostata al tavolo tutta gioiosa e come se da un momento all’altro si aspettasse qualcosa, con la più infantile, impaziente e fiduciosa curiosità. Il suo sguardo rallegrava l’anima, Alëša ne ebbe una vivida sensazione. Ma c’era in lei qualcos’altro, che egli non avrebbe potuto o saputo definire, ma che forse anche lui avvertiva inconsciamente: e cioè, ancora una volta, quella morbidezza, quella dolcezza nei movimenti del corpo, la loro felina silenziosità. E tuttavia il suo era un corpo vigoroso e opulento. Sotto lo scialle si disegnavano le larghe spalle piene e il florido petto, del tutto giovanile. Quel corpo prometteva forse le forme di una Venere di Milo, anche se in proporzioni senza dubbio alquanto accentuate: lo si intuiva. I conoscitori della bellezza femminile russa avrebbero potuto predire senza errore, guardando Grùšen’ka, che quella fresca e ancora giovane bellezza verso i trent’anni avrebbe perso la sua armonia, sformandosi; che il volto sarebbe appassito, piccole rughe sarebbero apparse con straordinaria rapidità intorno agli occhi e sulla fronte, il colorito avrebbe perso la sua delicatezza, e forse si sarebbe arrossato: in breve, la sua era quella bellezza effimera, fugace, che si incontra così spesso proprio nella donna russa» (163-164).

Bellezza, sì, ma «effimera, fugace», a breve termine, il destino di avvizzimento, di decadimento segnato, e con brutale esattezza: trent’anni. Poco importa, perché tutti i personaggi dei Fratelli Karamazov affermano ed esauriscono se stessi hic et nunc, nella necessità bruciante dell’attimo presente, nella perfetta corrispondenza tra desiderio e vita, e con slancio definitivo, disperato, da tutto per tutto, come se, per loro, non esistesse un domani, non esistessero seconde possibilità. Irruenti, impetuosi come fenomeni naturali estremi, essi muoiono alla fine di un capitolo e rinascono nel capitolo successivo. Solo al termine dei Fratelli Karamazov, con il discorso di Alëša presso la pietra, si spalanca davvero l’orizzonte dell’avvenire (che al romanzo è comunque immanente per la sua incompiutezza).

IV.II. Dietro il ritratto

Cinica, irriverente, beffarda, offensiva: così appare Grùšen’ka all’inizio del romanzo. Consapevole della propria bellezza, si prende gioco dei suoi poveri corteggiatori, getta benzina sul fuoco, offende crudelmente Kàtja, la fidanzata dell’uomo pronto a rovinare se stesso e gli altri per lei, rinfacciandole, in presenza di ospiti, la storia del denaro chiesto a Mìtja per salvare il padre e dell’inchino fino a terra. Ma Grùšen’ka è anche altro, dietro questa flessuosa e al tempo stesso dura e aspra scorza, si nasconde una giovane donna offesa dalla vita, umana, sensibile e disperatamente bisognosa d’amore. Dopo la morte dell’adorato stàrec Zòsima e lo scandalo dell’odore della putrefazione, Alëša si fa condurre da Grùšen’ka per lasciarsi traviare, ma è proprio in questo momento decisivo e delicatissimo della vita del giovane protagonista dei Fratelli Karamazov, che scopriamo l’inedito lato umano dell’avvenente seduttrice, ciò che si cela dietro il suo morbido ritratto. Certo di trovare «un’anima malvagia», Alëša scopre – e noi con lui – in Grùšen’ka «una vera sorella», «un bene prezioso», «un’anima capace di amare». Questo anche perché la donna si trova in una disposizione d’animo tutta particolare: l’ufficiale polacco che la sedusse e abbandonò quando aveva appena diciassette anni si è rifatto vivo e vuole rivederla. Colpita nel profondo dalle parole di Alëša, che vede in lei ciò che nessun altro ha visto e neppure tentato di vedere, incapace di spingersi oltre l’infamante etichetta di mantenuta, Grùšen’ka – come tutti gli altri personaggi dei Fratelli Karamazov, eccezion fatta, significativamente, per Smerdjàkov – spalanca il suo cuore al giovane protagonista, confessandogli che il suo scopo era proprio quello di traviarlo, ma ora non più, ora che il suo primo amore sta per tornare e ha rimescolato completamente le carte:

«Volevo traviarti, Alëša, è assolutamente vero, era il mio scopo: lo volevo tanto che avevo corrotto Rakìtka perché ti conducesse qui. Perché mi era venuto questo desiderio? Tu, Alëša, eri all’oscuro, mi evitavi, passando abbassavi gli occhi, ma io ti avevo guardato cento volte, e chiedevo a tutti informazioni sul tuo conto. Il tuo viso mi era rimasto nel cuore: “Mi disprezza”, pensavo, “non vorrà nemmeno guardarmi”. E avevo finito per essere coinvolta da un tale sentimento che io stessa ne ero meravigliata e mi chiedevo: “perché ho tanta soggezione di quel ragazzo? Ne farò un boccone e poi riderò”. Ero esasperata. Credimi: nessuno di qui osa dire o anche solo pensare che da Agrafèna Aleksàndrovna si venga per cose disoneste; io qui sto solo con il vecchio, mi sono venduta e legata a lui, ed è stato il diavolo ad unirci, però non c’è mai stato nessun altro. Ma quando ti vedevo, mi dicevo: ne farò un boccone. Poi ci riderò su. Vedi che cagna malvagia sono. E tu mi hai chiamato sorella! Adesso sta per arrivare questo mio seduttore, io sono qui che aspetto notizie. Ma sai tu cosa ha significato per me quest’uomo? Cinque anni fa, quando Kuz’mà mi portò qui, mi nascondevo alla gente per non essere vista né sentita; ero così magra e sciocca, non facevo che piangere e la notte non chiudevo occhio, chiedendomi: “Dove sarà mai, adesso, il mio seduttore? Si starà divertendo alle mie spalle con un’altra – pensavo – ma se potessi rivederlo, incontrarlo una sola volta, allora sì che mi vendicherei! Oh, se mi vendicherei!”. Nel buio della notte, singhiozzavo sul mio cuscino e ripensavo al passato, mi cullavo nel mio strazio, mi saziavo il cuore di odio: “Oh, mi vendicherò, mi vendicherò di lui!”. Così gridavo qualche volta nell’oscurità. Ma quando all’improvviso mi rendevo conto che non potevo fargli nulla e che lui rideva di me, e che forse mi aveva completamente dimenticata, dal letto mi buttavo sul pavimento, m’inondavo di lacrime impotente e mi agitavo fino all’alba. Al mattino mi alzavo più rabbiosa di una cagna, avrei voluto divorare l’universo. Poi sai cosa feci? Mi detti ad ammucchiare un capitale, diventai spietata, ingrassai: credi che sia rinsavita, eh? Niente affatto, nessuno lo vede e lo sa, ma qualche volta, di notte, proprio come cinque anni fa, quando ero una ragazzina, stringo i denti e piango tutta la notte. “Guai, guai a lui!”, penso. Hai sentito bene tutto quello che ti ho confessato? Adesso puoi capirmi: un mese fa inaspettatamente mi arriva questa lettera, dice che vuole venire qui, che sua moglie è morta, che vuole vedermi. Allora mi mancò il respiro. Oh Signore, pensai subito, adesso viene qui e mi fa un fischio, mi chiama, e io gli striscio incontro come una cagnetta maltrattata che si sente in colpa! Pensavo questo e non mi davo pace: “Sono davvero una vigliacca o no? Andrò di corsa da lui o non andrò?”. E in questo ultimo mese ho provato una tale rabbia contro di me, forse anche più forte di cinque anni fa! Puoi vedere ora, Alëša, come sono violenta, e aggressiva? Ti ho detto tutta la verità! Mi sono divertita con Mìtja per non correre da lui. […] Prima che voi arrivaste, ero qui distesa che aspettavo, e pensavo al mio triste destino, e non potreste mai immaginare cosa passava nel mio cuore. […] Nessuno al mondo sa come io mi senta adesso, nessuno può saperlo… Perché io, quando oggi andrò da lui, forse prenderò con me un coltello, ma ancora non sono sicura…» (360-361).

Grùšen’ka si denuda e rivela la ragione del suo odio, della sua rabbia e della sua sete di vendetta, del suo comportamento ambiguo con Mìtja: è l’ufficiale polacco la causa di tutto. Finalmente cade, o piuttosto precipita, il velo, si sgretola la dura scorza e Grùšen’ka si mostra per quello che effettivamente è: una donna offesa che, nonostante l’opulenza, la notte ancora stringe i denti e piange. Anche Grùšen’ka è una vittima, ma nei Fratelli Karamazov le vittime sono anche carnefici, tutti, secondo l’insegnamento di Zòsima, sono responsabili della tragedia, e Agrafèna ha grandi responsabilità, come confesserà pubblicamente lei stessa dopo l’assassinio del vecchio Fëdor Pàvlovič. Vittime e al tempo stesso carnefici – inevitabile in un’opera-mondo in cui l’odio è il sentimento dominante. Grùšen’ka, questa inedita Grùšen’ka, umana, sensibile, aperta entusiasma Alëša: «In amore lei è superiore a noi… […] In quest’anima è racchiuso un tesoro» (362). Ma Grùšen’ka, anche Grùšen’ka è e resta una natura divisa, contraddittoria, capace di passare repentinamente dall’odio e dalla vendetta al pianto, per poi tornare ancora, e con rinnovato furore, all’odio e alla vendetta, e non solo contro l’altro, contro il suo seduttore e l’intero genere maschile di cui si prende gioco, ma anche contro se stessa:

«Potrei andare da lui e dirgli: “Non mi hai mai vista così? Non ancora?”. Quando mi ha lasciato ero una ragazzina piagnucolosa di diciassette anni, esile, malaticcia. Mi metterò seduta accanto a lui, lo ammalierò, lo farò infiammare: “Hai visto come sono cambiata? Bene”, gli dirò, “questo è tutto, illustre signore, puoi leccarti i baffi, ma resterai a bocca asciutta!”. […] io sono brutale, Alëša, sono infuriata. Sarei capace di strapparle queste vesti. Rovinerò me e la mia bellezza, mi brucerò la faccia e me la sfregerò con un coltello, andrò anche a chiedere l’elemosina. Se mi decido, oggi non vado proprio in nessun posto e da nessuno, e se voglio, domani restituisco a Kuz’mà tutto quello che mi ha regalato, tutti i suoi soldi, e vado a lavorare a giornata per il resto della mia vita!» (363).

Inesauribile fonte di luce e di calore, di perdono, di pietà e di amore fraterno, attivo (a proposito dell’odio, nell’universo dostoevskiano l’amore carnale, definiamolo così, è spesso una sua fonte, per quanto possa sembrare paradossale, come mostra il caso clamoroso di Rogožin nell’Idiota [6], che arriva a uccidere la donna amata, e i casi meno clamorosi, ma comunque significativi di Aleksèj Ivànovič nel Giocatore [7] e, in parte, di Mìtja stesso nei Fratelli Karamazov – un tema che verrà ripreso e radicalizzato da Tolstoj e penso soprattutto alla Sonata a Kreutzer [8]), Alëša dona a Grùšen’ka ciò di cui aveva più bisogno e che nessuno, fino a ora, le aveva dato, aveva avuto il coraggio di darle, influenzandola positivamente e infondendole nuova energia. Senza questo fondamentale incontro con Alëša Grùšen’ka, forse, non avrebbe avuto la forza di reagire alla cocente delusione che la attende con il primo amore.

IV.III. La delusione e la reazione

Dalle Notti bianche [9] in poi, Dostoevskij lo ha sottolineato praticamente in ogni opera: la realtà non è mai all’altezza del sogno, non può esserlo, ed è questo incolmabile divario una delle principali ragioni del dramma umano. Così Grùšen’ka si precipita a Mòkroe, dove la attende l’ufficiale polacco, dove un mese prima ha amato per «un’oretta» Mìtja, ma, invece del primo amore idealizzato nelle sua fantasie, nei suoi sogni, nelle sue tormentate notti bianche passate a versare lacrime, trova un povero miserabile che cela la calvizie ricorrendo a un ridicolo parrucchino. In questi terribili cinque anni d’attesa lei è diventata un’orgogliosa, rabbiosa, spietata Venere di Milo capace di mettere insieme un discreto capitale, lui un disgraziato vedovo senza un soldo bucato in tasca, che si è rifatto vivo proprio perché a conoscenza delle risorse accumulate dalla sua antica vittima. Una delusione cocente, alla quale Grùšen’ka reagisce con impeto: «non mi sono negata a te per virtù, e neanche per paura di Kuz’mà, ma per camminare a testa alta di fronte a lui e per avere il diritto di dargli del mascalzone quando l’avessi incontrato» (432), dice a Mìtja e davanti al polacco, inferocita, delusa, offesa, sfoderando un orgoglio deciso che eguaglia quello della sua rivale, Kàtja. La delusione di Grùšen’ka prorompe:

«Che sciocca, che sciocca sono stata a disperarmi per cinque anni! Ma non era per lui che ero disperata, era l’odio che mi torturava! Del resto, non lo riconosco più. Chi è costui? Suo padre forse? Dove hanno confezionato la parrucca che porti? L’uomo che ho conosciuto era un falco, questo è un paperotto! Quello era allegro e mi cantava delle canzoni… E io che per cinque anni mi sono sciolta in lacrime, maledetta stupida che sono stata, vigliacca!» (432-433).

Ma Grùšen’ka non si lascia travolgere dalla delusione, non si lascia trascinare fino alla disperazione; reagisce gettandosi tra le braccia di Mìtja, che finalmente vede il suo sogno d’amore diventare realtà:

«Mìtja, Mìtja, io l’amavo! […] l’ho amato con tutto il cuore in questi cinque anni, per tutto questo tempo! Ma era lui che amavo o soltanto il mio rancore? No, era lui! Oh, è lui! Io mento anche a me stessa quando affermo che amavo il mio rancore e non lui! Oh Mìtja, avevo diciassette anni appena, ed egli era così amabile con me, così allegro, mi cantava delle canzoni… O almeno così mi sembrava, sciocca ragazzina… Ma ora, oh Signore, non è più lui, è un altro uomo. Anche il suo viso non è più lo stesso, non lo è più per niente. Pensa, nemmeno l’ho riconosciuto. Mentre ero in viaggio con Timofèj, per tutto il tempo non ho fatto che chiedermi: “Che accoglienza gli riserverò? Di cosa gli parlerò? Come ci guarderemo l’un l’altro?…”. Mi sentivo mancare, e ora ho l’impressione che mi abbia rovesciato addosso un secchio d’acqua sporca. Si rivolge a me come un maestro: tutti paroloni difficili, e mi ha accolta dandosi delle arie… Io sono rimasta di stucco. Non sapevo cosa dire. All’inizio ho creduto che avesse soggezione di quel suo amico polacco. Ero seduta e li guardavo pensando: “perché adesso non riesco a dire una parola? Sai, è stata sua moglie a rovinarlo, quella che sposò dopo avermi lasciato… È lei che l’ha ridotto così. Oh Mìtja, che vergogna! Mi vergogno tanto, Mìtja, mi vergogno per tutto quello che ho fatto! Maledetti, maledetti questi cinque anni, che siano maledetti! […]
Mìtja, colombella, resta qui, non andare, ti voglio dire solo una parolina […]. Ascolta, dimmi, chi amo io? C’è qui un uomo che amo. Chi è quest’uomo? Dimmelo. […] Poco fa entrò qui un falco e mi sono sentita mancare: “Che stupida sei, ecco l’uomo che ami!”, così mi parlò subito il cuore. Tu sei entrato e hai illuminato tutto. “Ma cosa teme?”, mi sono chiesta. Perché hai avuto paura, così tanta paura? Non riuscivi più a parlare. “Non è di loro che ha paura”, mi sono detta, “c’è forse qualcuno che ti intimidisce? Ha paura di me, solo di me”. Ti avrà raccontato Fènja, sciocchino, quello che gridai ad Alëša dalla finestra, che avevo amato Mìten’ka per un’oretta e che andavo ad amare… un altro. Oh Mìtja, Mìtja! Che sciocca sono stata! Come ho potuto pensare di amare un altro dopo di te? Vuoi perdonarmi, Mìtja? Vuoi? Mi ami? Mi ami?
[…] Mi perdoni per averti fatto soffrire tanto? La rabbia che mi tormentava il cuore mi ha fatto agire così. È per sfogare la rabbia che ho fatto impazzire il vecchio… Ricordi quella volta che a casa mia, dopo aver bevuto, rompesti il bicchiere? Oggi mi è tornato in mente e anch’io ho rotto il mio bicchiere, dopo aver bevuto “al mio vile cuore”. Mìtja, falco mio, perché non mi baci ancora? Dopo un solo bacio, ti allontani, mi osservi, mi ascolti… Perché starmi a sentire? Baciami, baciami ancora, ecco così. Quando si ama, si deve amare con tutto il cuore! Ora sarò la tua schiava, per tutta la vita! È dolce essere schiava!… Baciami! Picchiami, torturami, fa’ di me quello che vuoi… Oh, devi proprio farmi soffrire… Un momento! Non essere impaziente, aspetta, così non voglio… […] Va’ via, Mìtja, adesso mi ubriacherò, ho voglia di ubriacarmi, e dopo ballerò, è questo che voglio, questo!» (440-441).

Nel delirio di Mòkroe Grùšen’ka e Mìtja sanciscono la loro unione, ma irrompono gli inquirenti, accusando l’uomo dell’omicidio del padre. Grùšen’ka si dichiara subito colpevole: «Io, io sono la maledetta, sono io la colpevole! […] è per me che ha compiuto l’orribile gesto!… Io l’ho stregato e l’ho spinto a tanto! Ho tormentato anche quel povero vecchio, per dar sfogo alla mia rabbia, e l’ho portato alla morte! Sono colpevole, la vera, la maggiore colpevole!» (457). E ancora: «Processateci insieme! […] condannateci insieme, potrei andare con lui anche alla morte!» (458). La delusione cocente del primo amore, l’unione con il nuovo amore e infine la notizia della tragedia, tutto in poche ore, in una spirale d’emozioni, di sentimenti e risentimenti esasperata dall’alcol, dalla sfrenata gozzoviglia. È così che in Grùšen’ka avviene una violenta metamorfosi, così violenta, così radicale da renderla quasi irriconoscibile. Sorge una nuova Grùšen’ka, in cui ciò che stava nascosto e che si è manifestato per la prima volta durante il fatidico incontro con Alëša, erompe fuori e travolge ogni cosa. La donna che solamente un giorno prima si muoveva flessuosa nel salotto della signora Chochlakòv e offendeva crudelmente la sua rivale, Kàtja, lascia spazio alla donna che si dichiara colpevole davanti agli inquirenti e promette di seguire Mìtja fino al patibolo. E non si tratta di un semplice, momentaneo, teatrale slancio frutto dell’ebbrezza, no, Grùšen’ka ribadisce la sua fedeltà al povero Mìtja anche dopo che questi, al termine dell’estenuante e umiliante interrogatorio, viene condotto via, in carcere: «Ho detto che sono tua, e lo sarò; ti seguirò per sempre, dovunque decideranno di mandarti. Addio, uomo che si è perduto senza essere colpevole!» (504). Ancora una promessa d’amore eterno e un’ammissione di colpevolezza che scagiona l’amato – parole impensabili solo fino al giorno prima.

IV.IV. Un’altra Grùšen’ka

In molti, moltissimi personaggi di Dostoevskij, se non addirittura tutti, c’è una perfetta corrispondenza tra interno ed esterno, tra carattere, pensiero e corpo. Vale anche per Grùšen’ka, la cui figura riflette la metamorfosi avvenuta durante la delirante notte di Mòkroe, fisicamente acuita da una malattia lunga cinque settimane:

«La sua faccia era cambiata per la malattia: era scarna e gialla, sebbene già da una quindicina di giorni avesse ripreso a uscire di casa. Ma, agli occhi di Alëša, il suo viso aveva ora qualcosa di ancora più attraente e gli faceva piacere, quando andava da lei, incontrare i suoi occhi. Quello sguardo aveva assunto un’espressione determinata e riflessiva. Vi si manifestava come una ribellione morale, vi appariva il frutto di una decisione ferma, calma e buona, ma definitiva. Tra le sopracciglia, le era spuntata sulla fronte una piccola ruga verticale, che conferiva al suo bel volto un’aria concentrata e pensosa, a prima vista quasi severa. Non pareva si scorgessero più tracce della sua precedente leggerezza. Alëša era colpito anche dal fatto che, nonostante la disgrazia piovuta sulla povera donna, fidanzata di un uomo finito in prigione per un orrendo delitto quasi nell’attimo stesso del fidanzamento, nonostante poi ancora la malattia e la minaccia di una condanna quasi certa, Grùšen’ka non avesse perso del tutto la sua giovanile allegria. Nei suoi occhi prima fieri si era accesa ora una specie di dolcezza, sebbene… sebbene, a volte capitasse ancora di vedere in quegli occhi fiammeggiare una luce malvagia, quando veniva assalita dall’antica inquietudine, che non solo non si era placata, ma anzi nel suo cuore si era fatta più forte. La causa dell’inquietudine era sempre la stessa: Katerina Ivànovna, che Grùšen’ka aveva nominato spesso nel delirio della malattia. Alëša aveva capito che, nonostante Katerina Ivànovna non avesse mai visitato in carcere Mìtja, come avrebbe potuto fare se avesse voluto, Grùšen’ka però ne era gelosissima per via di lui, di Mìtja» (553).

Nella fase finale del romanzo ritroviamo un’altra Grùšen’ka, che mantiene fede alla promessa fatta a Mìtja di amarlo per sempre e di seguirlo ovunque, che ha fatto di Alëša il suo confidente, che ha accolto in casa il povero Maksìmov, il «parassita errante», e che è ancora in contatto con il primo amore, il miserabile polacco, mantenendolo e dimostrando così di aver superato il feroce odio maturato nei cinque anni precedenti. Una Grùšen’ka moralmente riabilitata, diciamo così, ma che non riesce ancora a superare la profonda avversione verso Kàtja, l’oramai ex fidanzata di Mìtja. Motivo dell’avversione è la gelosia, che Grùšen’ka manifesta pubblicamente, nel corso della prima udienza del processo, arrivando a definire l’acerrima rivale «senza vergogna». Inoltre, aspetto molto più importante, pubblicamente Grùšen’ka si accusa, come già aveva fatto a Mòkroe subito dopo l’irruzione degli inquirenti, fornendo così un’ulteriore e significativa prova della sua radicale trasformazione: «È mia la colpa di tutto, mi beffavo dell’uno e dell’altro – del figlio e del padre – e sono stata io a spingerli agli eccessi. Tutto è successo per causa mia» (663). La pubblica ammissione di colpevolezza è indice di grande maturità spirituale, di un sincero riconoscimento delle proprie responsabilità, indirette ma evidenti, innegabili. L’atteggiamento beffardo, ambiguo, flessuoso della prima Grùšen’ka non ha fatto altro che esasperare gli animi, che aggravare una situazione già critica di per sé, che alimentare le tensioni tra padre e figlio, al di là dell’innocenza di quest’ultimo. Grùšen’ka è perfettamente consapevole di figurare tra i responsabili morali dell’assassinio di Fëdor Pàvlovič – la principale responsabile morale agli occhi della pubblica opinione, mentre questo ruolo infame spetta piuttosto a Ivàn, come sappiamo bene noi lettori -, e riconoscerlo davanti a tutti, davanti alla corte, alla giuria, alla platea è un modo per espiare e ripartire. Mentre Kàtja, come abbiamo visto nel capitolo precedente, durante l’udienza agisce solo ed esclusivamente per orgoglio, cedendo infine all’odio, alla vendetta e rovinando definitivamente Mìtja, Grùšen’ka appare sinceramente pentita e non mette in dubbio neppure per un istante l’innocenza di Dmìtrij, perché lui «non è un uomo che può vivere nella menzogna» (664), sostiene lei con fermezza.

L’avversione, la profonda avversione di Grùšen’ka nei confronti di Kàtja è dovuta, come abbiamo visto, alla gelosia, ma non solo. Grùšen’ka ha infatti compreso, e da tempo, il carattere fondamentalmente insincero, artificioso, tutto esteriore dell’impeto sacrificale di Kàtja, della sua devozione incondizionata e umiliante verso Mìtja, nonostante il tradimento, e dopo la catastrofe, dopo che la virtuosa ex fidanzata si è lasciata andare all’odio e alla vendetta decretando la fine dell’imputato, lo grida con forza: «Mìtja! […] quella vipera ti ha rovinato! Ha mostrato la sua vera natura!» (672). Grùšen’ka si dimostra capace di amare sinceramente, con tutta se stessa (si ricordino le sue appassionate parole pronunciate a Mòkroe nel momento dell’unione con Mìtja: «Quando si ama, si deve amare con tutto il cuore!»), di riconoscere pubblicamente le proprie responsabilità e sforzarsi di cambiare, di ricominciare, malgrado tutto, mentre Kàtja resta intrappolata nell’orgoglio e finisce per rovinare, per tradire, per condannare l’uomo a cui voleva sacrificarsi.

Nella ricostruzione del carattere di Grùšen’ka, della sua complessa e flessuosa personalità, il procuratore Ippolìt Kirìllovič ricorre alle parole di Rakìtin, questo piccolo scarabeo stercorario malato di socialismo e spietato arrivista: «Una precoce delusione e una rovina precoce, il tradimento e l’abbandono del fidanzato seduttore, poi la miseria, la maledizione della sua rispettabile famiglia, e infine la protezione di un vecchio ricco, che lei stessa ancora oggi considera come il suo benefattore. Nel giovane cuore, che forse racchiudeva molte buone inclinazioni, troppo presto s’insinuò il rancore. E la trasformò in una donna calcolatrice, avida di denaro. Nacque in lei la necessità di beffarsi degli altri e di vendicarsi dei torti subiti» (682). Parole esatte, che rivelano il dramma celato dietro l’odio e la flessuosità di Grùšen’ka. Ma in questo passo è compendiato il senso della vicenda esistenziale della prima Grùšen’ka, cinica, beffarda, ambigua, offensiva. Nel frattempo ne è nata un’altra, capace di donarsi completamente al povero uomo che si è rovinato per lei e di riconoscere pubblicamente le proprie responsabilità, sinceramente pentita. Ma è solo l’inizio di un lungo e faticoso percorso di rinascita morale, che coinvolge con lei anche Mìtja, e che si dilata in un orizzonte sconfinato, temporale e geografico, ben al di là della conclusione dei Fratelli Karamazov e della Russia.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Introduzione.

[2] Per un approfondimento sul vecchio Karamazov rimando al capitolo primo del presente contributo: Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[3] Per un approfondimento sul maggiore dei fratelli Karamazov rimando al capitolo secondo del presente contributo: Mìtja, una candela che brucia da entrambi i lati.

[4] Per un approfondimento sulla fidanzata di Mìtja rimando al capitolo terzo del presente contributo: L’orgogliosa Kàtja.

[5] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 135. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[6] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[7] Per un approfondimento sul romanzo breve rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione.

[8] Per un approfondimento sul racconto rimando all’articolo «La sonata a Kreutzer»: Tolstoj contra il matrimonio.

[9] Per un approfondimento sul racconto rimando all’articolo Le notti bianche, il dramma del sognatore.

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