«Ed era solo per orgoglio che lei aveva iniziato ad amarlo di un amore eccessivo e tormentato, per orgoglio ferito. Un amore così, più che all’amore, somigliava alla vendetta».

III.I. Io lo salvo

L’orgoglio, ma un orgoglio esasperato, disperato, spinto fino al limite, oltre il limite, fino all’ossessione, fino alla malattia, espressione di una profonda tensione autopunitiva che sfocia nell’autodistruzione, è il tratto caratteristico di alcuni dei personaggi femminili più celebri di Dostoevskij: Nastas’ja Filippovna, oscillante tra Myškin e Rogožin e vittima dell’amore malato di quest’ultimo nell’Idiota [1], Polina Aleksàndrovna, crudele tiranna di Aleksèj Ivànovič nel Giocatore [2], Katerina Ivànovna, la fidanzata di Mìtja nei Fratelli Karamazov.

Kàtja sa, sa dell’amore di Mìtja per un’altra donna – e che donna, pubblicamente compromessa -, Grùšen’ka, eppure non molla: «Ama la propria virtù, e non me!» [3], esclama rabbiosamente il maggiore dei fratelli, per il quale il vecchio legame ormai non è che un ostacolo all’unione con la bella Agrafèna (fosse l’unico!) [4]. Ma l’ostinata, e per molti versi umiliante, ostinazione di Kàtja ha in apparenza una ragione d’ordine morale difficile da superare: la gratitudine. Come Mìtja salvò il padre di Katerina donandole i suoi ultimi cinquemila rubli, senza chiedere nulla in cambio, così Katerina vuole salvare Mìtja dalla discesa, sempre più rovinosa, sempre più precipitosa, nel fango olezzante del vizio. «Ma perché? Perché una fanciulla vuole far violenza alla propria vita e al proprio destino solo per gratitudine! È assurdo!» (133), esclama ancora Dmìtrij impelagato nell’enigma, della persona e della vita. Perché la gratitudine di Kàtja, come del resto ha evidenziato Mìtja stesso nella battuta precedente, è inquinata, avvelenata alla fonte dall’orgoglio. Possiamo affermarlo subito: nel suo impeto sacrificale non c’è niente di positivo, Kàtja non è Sòf’ja, né la Sòf’ja di Delitto e castigo che segue Raskòl’nikov in Siberia permettendogli di risorgere [5], né la Sòf’ja dell’Adolescente che segue Versilov ovunque come un’ombra, senza pretendere niente, zitta sempre zitta [6], le due figure femminili più luminose e positive dell’umanità di Dostoevskij.

Che Kàtja voglia salvare Mìtja è lei stessa ad affermarlo, ad Alëša, giovane parafulmine che attira a sé tutte le tensioni elettriche che galvanizzano i vari personaggi del romanzo: «Io voglio salvarlo per sempre» (162). E Mìtja vuole effettivamente salvarsi, vuole effettivamente rinascere, essere un uomo nuovo, libero finalmente dal giogo della lussuria, ma non per opera e in compagnia della fidanzata, bensì dell’altra, l’amante, Grùšen’ka. Attrito che sfrega gli attori di questo dramma amoroso – cui va aggiunto anche Ivàn – fino a incendiarli. L’opera buona di Katerina è destinata al fallimento. Il soggetto del suo malato istinto sacrificale la respinge. E lei più è respinta e più tenta. Tenta e ritenta, non molla. Più che a chiunque altro lo deve a se stessa. Neppure quando viene crudelmente offesa da Grùšen’ka demorde, anzi, il suo ardore da martire si rafforza, e con esso il proposito di salvare Mìtja, di donarsi completamente a lui, malgrado tutto: «anche qualora egli sposasse quella… creatura […] quella creatura che io non potrò mai, mai perdonare… nonostante tutto io non l’abbandonerò! D’ora in poi non l’abbandonerò mai più, mai più!» (202). L’offesa subita dall’amante del fidanzato alimenta la volontà d’olocausto di Kàtja, getta benzina sul fuoco insomma. Ma del sentimento amoroso che vi sarebbe alla base Alëša, ispirato, rivela l’insincerità, sostenendo poi che Kàtja sia innamorata in realtà di Ivàn: «come in un’illuminazione ho visto che mio fratello Dmìtrij, voi, forse non l’amate affatto… fin dal principio… E probabilmente anche Dmìtrij non vi ama affatto… fin dal principio… ma vi stima soltanto… […] Voi torturate Ivàn soltanto perché lo amate… e lo torturate perché il vostro amore per Dmìtrij è un tormento… una finzione… perché avete voluto persuadervi che sia così…» (205). Toccata nel profondo da queste parole Kàtja reagisce con sdegno e con rabbia, offendendo Alëša, dandogli del «povero juròdivyj», mentre Ivàn scoppia a ridere ed espone il suo punto di vista: no, Kàtja non lo ama, Kàtja si è servita di lui per vendicarsi, perché ama davvero Mìtja e di un amore frutto – di nuovo – di uno smisurato orgoglio:

«Hai sbagliato tutto, mio buon Alëša […]. Katerina Ivànovna non mi ha mai amato! Ha saputo per tutto il tempo che mi è sempre stata a cuore, per quanto non le abbia mai fatto parola del mio amore; lo sapeva, ma non mi amava. E non sono stato mai neanche suo amico, neppure un giorno: una donna orgogliosa come lei non aveva bisogno della mia amicizia. Mi tratteneva al suo fianco per le sue perpetue vendette. Si vendicava con me, e su di me, di tutte le offese che ha dovuto sopportare continuamente da parte di Dmìtrij per tutto questo tempo, fin dal primo loro incontro… Perché già il primo loro incontro ha ferito la sua anima come un affronto. Ecco com’è il suo cuore! In tutto questo tempo non ho mai fatto altro che ascoltare quanto mi diceva del suo amore per lui. Adesso me ne vado, ma sappiate, Katerina Ivànovna, che voi in realtà non amate che lui. E quanto più vi umilia tanto più lo amate. Ed è questo il vostro tormento. Voi lo amate proprio così com’è, amate in lui il vostro offensore. Se si correggesse, voi l’abbandonereste subito e cessereste completamente di amarlo. Ma egli vi è necessario solo per poter contemplare la vostra eroica fedeltà e rinfacciargli il suo tradimento. E tutto questo per il vostro orgoglio. Oh, sono molte le umiliazioni di cui dovete farvi carico, ma sempre per orgoglio. Io sono troppo giovane e vi ho amato troppo» (205).

Ivàn denuda Kàtja, rivelando quanto sia carico d’odio, il sentimento dominante nei Fratelli Karamazov, il suo amore per Mìtja – odio che, lo vedremo tra poco, eromperà impetuosamente e senza possibilità di essere arrestato proprio nel momento più delicato dalle vicenda esistenziale del fidanzato -, e quanto questo amore le sia necessario solo ed esclusivamente per godere della sua «eroica fedeltà» e per rinfacciare a Mìtja il suo tradimento. Tutto questo per orgoglio.

III.II. Io lo condanno

Kàtja è divisa. Divisa tra Mìtja e Ivàn. Ivàn la ama con tutto se stesso, con «karamazoviana passione», ma non basta. L’orgogliosa e «rigorosa fanciulla» resta fedele a Mìtja, anche dopo l’arresto. Tra Kàtja e Ivàn si instaura allora un rapporto complesso, conflittuale, «come due nemici innamorati l’uno dell’altra». Perché lei non è indifferente al fratello del suo oramai ex fidanzato, ma l’orgoglio le impedisce di legarsi a un altro uomo, soprattutto ora che Mìtja è stato arrestato. Kàtja non può certo farsi da parte in questo delicatissimo momento. La tragedia rafforza e legittima il suo impeto sacrificale, la sua volontà d’olocausto, che si rendono pubblici durante la prima udienza del processo, quando Kàtja, chiamata a testimoniare, racconta tutto, della richiesta di denaro fatta a Mìtja per salvare il padre e dell’«inchino fino a terra», compromettendosi pubblicamente. Abbassarsi fin dove è possibile, prostrarsi fino a strisciare e davanti a tutti, per svettare moralmente. E per alleggerire la posizione di Mìtja, che trae grande beneficio dalla positiva testimonianza dell’ex fidanzata. È ora possibile che gli concedano almeno le attenuanti, visto che all’errore giudiziario sembra in ogni caso impossibile porre rimedio. Ma la situazione improvvisamente si ribalta: vittima di un violento attacco isterico, seguente allo spettacolo pietoso offerto da Ivàn oramai preda della follia, Kàtja consegna alla corte la delirante lettera che inchioda Mìtja. Il proposito di salvare l’ex fidanzato si rovescia clamorosamente nel suo opposto: Kàtja si vendica, condannando Mìtja. E spiega a tutti – massima spettacolarizzazione del privato, del sentimento – le sue ragioni, rabbiosa:

«È vero, ho mentito, contro il mio onore e la mia coscienza, ma prima volevo salvarlo, proprio perché mi odiava e mi disprezzava tanto […]. Oh sì, mi disprezzava dal profondo del cuore, mi aveva sempre disprezzato e, vedete, fin dal momento in cui gli avevo fatto quell’inchino fino a terra per quei soldi. L’avevo capito… l’avevo capito subito, ma per molto tempo non volli confessarlo neanche a me stessa. Quante volte avevo riconosciuto quell’espressione, come se dicesse: “Tuttavia, allora venisti da me!”. Ma lui non aveva capito nulla, non aveva capito perché ero corsa da lui; è in grado solo di sospettare delle bassezze! Mi misurava con il suo metro, pensava che tutti agissero come lui […]. Voleva sposarmi soltanto perché avevo ricevuto un’eredità, solo per questo! L’ho sempre sospettato! Oh, è una bestia! Era sicuro che per tutta la vita avrei provato vergogna davanti a lui perché allora ero andata a casa sua, e che avrebbe avuto per sempre il diritto di disprezzarmi e di tenermi sottomessa, ecco perché aveva avuto intenzione di sposarmi! È così, è così! Ho cercato di migliorarlo con il mio amore, un amore infinito, avrei sopportato anche il suo tradimento, ma lui non ha capito. C’è forse qualcosa che può capire? È un mostro!» (670-671).

Kàtja si vendica misurando pubblicamente Mìtja con il suo, intransigente e intollerante metro, e l’odio profondo, intenso, accecante che ha sempre nutrito nei confronti dell’ex fidanzato, come se fosse stato lui a costringerla a inchinarsi, sgorga impetuoso fuori. Mentre, nel contempo, si manifesta e rafforza in Kàtja l’affetto per l’altro uomo della sua vita, Ivàn, condotto alla follia dal rimorso e salvato attraverso la condanna del fratello. Tutto si ribalta, in questo momento che rappresenta il vero e proprio strappo nella vita di Kàtja, il momento in cui la sua natura complessa, vittima della malattia mortale dell’orgoglio, si rivela in tutta la sua travolgente veemenza, incurante del giudizio severo del mondo, inevitabile effetto collaterale del pubblico sacrificio:

«Kàtja in quel momento era fedele alla sua natura. Era la stessa, impetuosa Kàtja che un giorno si era precipitata dal giovane libertino per aiutare il padre: la stessa che poco prima, davanti a tutto quel pubblico, fiera e casta, aveva dato in pasto sé e il suo pudore verginale a quella folla di curiosi, raccontando la “nobile azione di Mìtja”, soltanto per alleviare in qualche modo la sorte che lo attendeva. E anche ora si era sacrificata allo stesso modo, ma per un altro, e forse soltanto ora, soltanto in questo momento, aveva per la prima volta pienamente percepito quanto quell’altro le stesse a cuore! Nello stato di turbamento in cui versava, gli aveva offerto il suo sacrificio, immaginando che egli si fosse ormai rovinato con la sua dichiarazione di essere stato lui, e non il fratello, ad uccidere; e l’aveva fatto per salvare lui e il suo nome, la sua reputazione. Tuttavia si presentava un dubbio angoscioso: aveva forse calunniato Mìtja, descrivendo i loro antichi rapporti? No, lei non calunniava di proposito, gridando che Mìtja la disprezzava per il suo inchino fino a terra! Lei stessa lo credeva, era profondamente convinta, forse fin da quel saluto, che l’ingenuo Mìtja, che invece l’amava ancora, si prendesse gioco di lei, e provasse disprezzo nei suoi confronti. Ed era solo per orgoglio che lei aveva iniziato ad amarlo di un amore eccessivo e tormentato, per orgoglio ferito. Un amore così, più che all’amore, somigliava alla vendetta. Quel sentimento esasperato sarebbe potuto diventare un giorno vero amore, ed era forse quello che Kàtja desiderava intimamente, ma Mìtja con il suo tradimento l’aveva offesa ancora, fino in fondo all’anima, e quell’anima non aveva perdonato. E a un tratto era giunta inaspettata l’ora della vendetta, e tutto il dolore che per tanto tempo si era accumulato straziando il cuore della donna offesa, di colpo si era scatenato; aveva decretato la rovina di Mìtja, ma anche la propria rovina. E, naturalmente, appena si fu sfogata, non resse più a quella tensione, e la vergogna la annientò. Ebbe una nuova crisi di nervi, cadde a terra, tra grida e singhiozzi» (671-672).

Il giudizio di Kàtja su Mìtja è completamente alterato, distorto, sbagliato. Lei lo ama per orgoglio, costringe se stessa ad amarlo per orgoglio, ma un amore simile non ha futuro e finisce inevitabilmente per sfociare nell’odio e nella vendetta, conducendo alla rovina, di se stessi e dell’altro.

III.III. Una nuova Kàtja?

Dopo l’udienza, nel primo capitolo dell’Epilogo dei Fratelli Karamazov, l’attenzione viene posta subito su Kàtja. Ma lo strappo avvenuto durante il processo (molte, moltissime delle vite concepite da Dostoevskij procedono per strappi, lacerazioni, rovinosi sobbalzi e schianti) ci riconsegna, almeno in apparenza, una Kàtja diversa, più umana, diciamo così. L’interiorità della donna sembra spalancarsi a nuovi sentimenti, come una sofferenza estrema e il rimorso per aver determinato la durissima condanna di Mìtja, e a nuovi atteggiamenti. In apertura dell’Epilogo infatti Kàtja confessa ad Alëša di amare Ivàn, che, malato – irreversibilmente? -, ha accolto in casa sua.

«Kàtja non aveva mai parlato ad Alëša con tanta confidenza, e lui intuì che ella aveva toccato un livello estremo di sofferenza: quando anche l’animo più orgoglioso, a causa del dolore, tradisce la propria fierezza e cade sopraffatto dall’angoscia. Inoltre Alëša intuiva che quel malessere aveva ancora un’altra terribile origine […]. Lei non sopportava di “aver tradito” Mìtja in tribunale» (732).

Tradendo Mìtja Kàtja tradisce se stessa, il suo orgoglio, esponendosi al pubblico ludibrio. Ma c’è ancora una possibilità per rimediare e cioè contribuendo, con Ivàn – un altro che ha molto, moltissimo da farsi perdonare e soprattutto da se stesso, dalla sua coscienza spaccata -, alla fuga di Mìtja in America. Kàtja è ora persino capace di chiedere perdono, e nientemeno che alla sua rivale, Grùšen’ka, che fino a pochi mesi prima non era neppure capace di definire donna, ma solo, schifiltosamente, «creatura». Sì, Kàtja chiede perdono alla sua nemica, ma… non si tratta di una richiesta sincera, di un autentico slancio di zosimiana contrizione. È ancora l’orgoglioso ardore della martire, la deleteria ed egocentrica brama d’olocausto ad animare la donna ferita, in cui l’odio ribolle ancora feroce, pronto a esplodere da un istante all’altro come la lava nel vulcano.

«”No, non posso umiliarmi di fronte a quella! Le ho detto: ‘Perdonami’, perché volevo punirmi fino all’ultimo. Lei non ha perdonato… Io la amo per questo!”, aggiunse Kàtja con una strana voce, e i suoi occhi si accesero di un odio selvaggio» (739).

Sono queste le ultime parole, le ultime reazioni di Kàtja nei Fratelli Karamazov e, ancora una volta, amore e odio si presentano unite in un abbraccio mortale. Kàtja dichiara di amare Grùšen’ka per la sua incapacità di perdonare e in ciò la riconosce sua simile, ma, al tempo stesso, ciò alimenta in lei un «odio selvaggio», perché l’orgoglio, l’orgoglio esasperato, disperato, di fatto predominante motivo di affermazione della propria individualità dunque spinto fino al limite, oltre il limite, fino all’ossessione, fino alla malattia, impedisce di accettare pacificamente che qualcuno sia come noi, ci eguagli, nel bene come nel male, in positivo come in negativo. No, Kàtja non è cambiata, come potevamo pensare in apertura dell’Epilogo del romanzo; l’orgoglio resta la sua malattia mortale, nonostante lo strappo e la seguente vergogna. E anche il suo presunto amore per Ivàn non sembra che il disperato tentativo di colmare un vuoto affettivo, sentimentale causato dalla perdita – irreversibile, questa sì, per certo – di Mìtja, cui Kàtja ha contribuito decisivamente in un momento di violenta crisi, tradendolo. Le seguenti parole della donna, pronunciate nel corso della sua ultima visita all’ex fidanzato – dopo chiederà perdono a Grùšen’ka, quando questa si presenterà di sorpresa nella stanza facendola trasalire e gridare -, alimentano questo sospetto:

«Perché sono venuta? […] per gettarmi ai tuoi piedi, per stringerti le mani, forte, fino a farti male, ricordi? Come feci a Mosca, per dirti ancora che tu sei il mio dio, la mia felicità, per dirti che ti amo alla follia […].
L’amore è finito, Mìtja! […] ma quello che è stato mi è dolorosamente caro. Puoi esserne sicuro per sempre. Ma adesso, per un solo momento, torni come sarebbe potuto essere […]. Tu ora ami un’altra, e anche io amo un altro, ma ugualmente ti amerò per sempre, e tu amerai me. Sapevi tutto ciò? Te lo chiedo, amami, amami per tutta la vita!» (738).

Il dramma amoroso che coinvolge Kàtja, Mìtja, Grùšen’ka, Ivàn, questo guazzabuglio autodistruttivo appare davvero inestricabile, irrisolvibile. Forse solo l’in-giustizia vi porrà fine, con la forzata separazione degli interpreti, costretti a prendere strade diverse. Forse lontani gli uni dagli altri sapranno finalmente perdonare e amare, di un amore puro, incontaminato, autentico, strappato dall’odio e Kàtja mettere finalmente da parte quell’orgoglio che ne avvelena l’esistenza.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[2] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione.

[3] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 133. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Per un approfondimento sul maggiore dei fratelli rimando al secondo capitolo di questo contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo secondo – Mìtja, una candela che brucia da entrambi i lati.

[5] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[6] Per un approfondimento sulla madre di Arkadij rimando all’articolo Personaggi e temi dell’«Adolescente». Capitolo quarto – Sof’ja e Makar ovvero la Russia.

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