«voluttà diede agli insetti!»

II.I. L’ideale di Sodoma e quello della Madonna

Tra tutti i personaggi dei Fratelli Karamazov, Mìtja è quello in cui il tema della divisione si manifesta nel modo più vistoso, irruento, brutale. Ventotto anni, militare, è un uomo violento, dominato, tiranneggiato dalle passioni – come suo padre -, ferocemente impulsivo e impetuoso, leggero e gozzovigliatore seriale, capace di scialacquare enormi somme di denaro nel giro di poche ore – è così che dilapida tutto il suo patrimonio. Ma, al tempo stesso, è animato da slanci poetici di romantica, schilleriana memoria e da un profondo, intenso, bruciante bisogno d’onestà e di redenzione. Atteggiamenti, inclinazioni, necessità agli antipodi, in sanguinoso conflitto tra di loro, che fanno di Mìtja un personaggio lacerato, drammaticamente spaccato in due, e in cui la prospettiva di una resurrezione morale si spalanca solamente dopo il tragico precipitare degli eventi, quando tutto per lui sembra irrimediabilmente perduto e il suo destino – da parricida – segnato. Il doloroso e insolubile conflitto interiore che agita e tormenta Mìtja si riflette nella sua figura, anch’essa contraddittoria, come emerge dal breve ritratto fornito dal narratore:

«Dmìtrij Fëdorovič era un giovanotto di ventotto anni, di mezza statura e dal volto piacevole, ma sembrava molto più vecchio di quanto non fosse. Era muscoloso e si poteva intuire che fosse dotato di una notevole forza fisica; e tuttavia il suo viso mostrava un che di malaticcio. Era scarno, con guance infossate, e il suo colorito tendeva a un giallo malsano. Gli occhi scuri, abbastanza grandi e sporgenti, esprimevano una ferma insistenza, apparentemente, ma c’era in essi una certa vaghezza. Anche quando si agitava e parlava con irritazione, sembrava che il suo sguardo non corrispondesse al suo stato d’animo e comunicasse qualcosa di diverso, a volte del tutto dissonante con le circostanze del momento. “Non è facile capire cosa pensa”, dicevano spesso quelli che si intrattenevano con lui. Alcuni, che scorgevano in quegli occhi un che di pensoso e tetro, a un tratto venivano colti alla sprovvista da una sua brusca risata, che rivelava come i suoi pensieri fossero allegri e gioiosi, laddove il suo sguardo era invece così cupo» [1].

L’aspro contrasto tra Mìtja e suo padre, il famigerato Fëdor Pàvlovič, a cui ho dedicato il primo capitolo di questo modesto contributo [2], è il principale motore narrativo dei Fratelli Karamazov; contrasto originato da un contenzioso sull’eredità materna e acuito, o meglio, esasperato dall’amore dei due uomini per la stessa donna, la giovane, bella, flessuosa e beffarda Grùšen’ka. Un amore scandaloso, in entrambi i casi, perché rivolto a una donna pubblicamente compromessa, perché Mìtja è già legato a un’altra donna, l’orgogliosissima Kàtja, perché Fëdor Pàvlovič è più vecchio di lei di trent’anni e non esita a ricorrere ai suoi loschi mezzucci da usuraio per mettere fuori gioco il figlio, umiliandolo davanti a tutti. Neppure la riunione di famiglia organizzata nella cella dello stàrec Zòsima rasserena gli animi, che anzi si fanno ancora più tesi, con Mìtja e Fëdor Pàvlovič che si esibiscono in una vergognosa rissa verbale alla quale pone fine proprio il monaco, inginocchiandosi al cospetto dell’impetuoso militare – l’estremo tentativo di evitare una disgrazia che sembra ormai imminente e di cui tutti hanno l’inquietante sentore, compreso Alëša. A proposito di Alëša, vero centro del romanzo, è proprio a lui che Mìtja spalanca il suo cuore ardente, confessandosi, denudandosi, rivelando in prima persona la sua franta e contraddittoria essenza:

«Io cammino e non so se sono piombato nel fetore e nella vergogna, oppure nella luce e nella gioia. Ecco dov’è il guaio, tutto è un enigma, a questo mondo! E quando mi accadeva di tuffarmi nella più profonda e vergognosa depravazione (e non mi è capitato mai altro), leggevo sempre questa poesia su Cerere e l’uomo. È valsa a correggermi? Mai! Perché io sono un Karamazov. Perché se precipito nell’abisso, lo faccio a capofitto, testa in giù e gambe all’aria, e anzi sono contento di cadere in una posizione così umiliante, ci trovo qualcosa di bello. Ed ecco che proprio quando raggiungo il fondo di questa vergogna, intono tutt’a un tratto un inno! Non importa che io sia maledetto, che io sia basso e vile, ma che anch’io possa baciare l’orlo del manto in cui si avvolge il mio Dio! E anche se allo stesso tempo seguo le orme del diavolo, ciononostante sono pur sempre Tuo figlio, Signore, e Ti amo, e conosco quella gioia, senza la quale il mondo non potrebbe sussistere» (123-124).

Depravazione e redenzione, vergogna ed esaltazione, unite in un dramma interiore che scavalca la dimensione individuale imponendosi in quella familiare: «Perché io sono un Karamazov», esclama Mìtja e vengono in mente le parole di Rakìtin: «Nella vostra famiglia la sensualità è spinta fino al delirio» (96). Essere un Karamazov è qualcosa di molto simile a una maledizione; Fëdor Pàvlovič, Mìtja e Ivàn sono legati da una tensione lussuriosa familiare anche ad Alëša, sebbene con minore intensità, vista la sua condizione sospesa di coscienza in divenire. Del tanto amato Inno alla gioia di Schiller, recitato a memoria, Mìtja si sofferma su un verso in particolare, «voluttà diede agli insetti!», posto in epigrafe a questo capitolo quale motto esemplificativo dell’esperienza esistenziale del maggiore dei fratelli Karamazov:

«Ecco, fratello, io sono proprio uno di questi insetti, e quelle parole furono scritte proprio per me. E noi Karamazov siamo tutti così; anche in te, che sei un angelo, vive questo insetto e suscita nel tuo sangue delle bufere! Sono bufere, perché la lussuria è una bufera, peggio di una bufera! La bellezza è una cosa tremenda e spaventosa! Tremenda, perché indefinibile, e non si può definire, perché Dio non ha posto che enigmi. Qui gli opposti si toccano, qui tutte le contraddizioni convivono. Io, fratello, sono tutt’altro che colto, ma ho pensato molto a queste cose. Sono troppi i misteri! Troppi gli enigmi che opprimono l’uomo sulla terra. Scioglili come puoi e torna asciutto alla riva. La bellezza! Non posso sopportare che un uomo, magari nobile di cuore e di ingegno notevole, cominci con l’ideale della Madonna e finisca con quello di Sodoma. Ma ancor più terribile è il caso di colui che ha già nell’anima l’ideale di Sodoma, e tuttavia non rinnega l’ideale della Madonna, ma anzi il suo cuore arde per questo ideale, arde sinceramente, sinceramente, come negli anni innocenti della giovinezza. No, l’uomo è vasto, anzi, fin troppo vasto: io lo restringerei. Lo sa il diavolo che cosa sia, ecco! Ciò che alla mente appare come una vergogna, per il cuore non è che la bellezza. Si trova a Sodoma la bellezza? Credimi, è proprio a Sodoma che la scorge l’enorme maggioranza degli uomini: lo conoscevi questo segreto? È orribile che la bellezza sia una cosa non solo tremenda, ma anche misteriosa. È qui che il diavolo lotta con Dio e il campo di battaglia è il cuore degli uomini» (124-125).

Unito al tema della divisione, emblematizzato nell’opposizione tra l’ideale di Sodoma e quello della Madonna, torna in queste righe il grande tema della bellezza, al centro dell’Idiota [3], in cui trova il suo sviluppo più ampio e articolato. La bellezza, dove «gli opposti si toccano», dove «tutte le contraddizioni convivono», dove «il diavolo lotta con Dio e il campo di battaglia è il cuore degli uomini». Emerge inoltre in questo passo tutta la differenza tra Mìtja e suo padre, Fëdor Pàvlovič. Mentre infatti nel vecchio Karamazov l’ideale di Sodoma trionfa indisturbato, senza mai incontrare ostacoli morali – in ciò Fëdor Pàvlovič, rispetto agli altri personaggi del romanzo, è perfettamente intero, spaventosamente coerente nella sua insaziabile brama di lussuria -, in Mìtja è impegnato in una feroce lotta con il suo opposto, l’ideale della Madonna: «terribile è il caso di colui che ha già nell’anima l’ideale di Sodoma, e tuttavia non rinnega l’ideale della Madonna, ma anzi il suo cuore arde per questo ideale, arde sinceramente, sinceramente, come negli anni innocenti della giovinezza». In questo conflitto tra purezza e sensualità, tra morale e depravazione risiede il dramma di Mìtja, in cui l’insetto karamazoviano non trionfa pienamente – come nel padre -, ma non viene neppure schiacciato. Ne emerge una problematica convivenza tra bene e male che rende la vita un inferno e pone l’uomo in bilico, in precario equilibrio su un filo sottilissimo, al di sotto del quale si spalanca spaventoso l’abisso del delitto. Mìtja non conosce un solo attimo di pace e questo suo stato di perenne inquietudine alimenta pericolosamente nel suo cuore ardente la rabbia e l’odio. Rabbia e odio concentrati soprattutto contro suo padre, neppure più tale ormai ma semplice nemico e rivale, ma che non risparmia neanche la donna amata: «Te lo dico: è la flessuosità in persona. In Grùšen’ka, quella canaglia, la flessuosità penetra in tutto il suo corpo, fino alla punta dei piedi, fino al mignolo del piede sinistro» (135). Parole ispirate non solo dall’ambiguo e provocatorio comportamento della donna, che, di fatto, si prende gioco di entrambi gli spasimanti, ma da una concezione del sentimento amoroso conflittuale e contraddittoria – di nuovo -, naturale conseguenza dello stato di inquietudine e di esasperazione in cui versa il lacerato Mìtja: «innamorarsi non vuol dire amare. Si può essere innamorati di una donna e allo stesso tempo odiarla» (121). Mìtja si affianca così a Rogožin e ad Aleksej Ivanovič, l’assassino di Nastas’ja Filippovna nell’Idiota il primo, il precettore protagonista del Giocatore [4] il secondo, altri due celebri amanti esasperati dell’universo letterario di Dostoevskij.

Dopo tante minacce, dirette e indirette, dopo tante parole cariche d’odio, Mìtja agisce: irrompe nella casa materna (come ho già scritto nel capitolo precedente, egli non si muove, ma irrompe, con il suo travolgente passo da militare), credendo di avervi visto entrare Grùšen’ka, e davanti ai suoi fratelli atterra Fëdor Pàvlovič, prendendolo a calci in faccia fino a farlo sanguinare (in realtà lo colpisce con il tacco, quasi ne avesse ribrezzo, quasi colpisse un disgustoso animale). Nelle sue ultime parole al padre, riverso a terra, tramortito e sanguinante, Mìtja gli dichiara apertamente guerra: «Non mi pento di aver sparso il tuo sangue! […] sta’ in guardia, vecchio, difendi il tuo sogno, perché anch’io ne ho uno tutto mio! Sono io che ti maledico e ti rinnego per sempre!» (156). Mìtja picchia, maledice e rinnega suo padre: in questo memorabile momento, nell’aggressione e nel ruggito, nel sangue e nell’anatema, Dmìtrij Karamazov dà un saggio di ciò che può accadere quando il lato oscuro della sua natura, il lato impetuoso, violento, ferocemente passionale, prende il sopravvento: niente può fermarlo e men che meno un rapporto familiare – paterno – tale solo per la legge, non per il cuore.

Prima di concludere questo primo paragrafo, riporto ancora un esempio dell’intima, irriducibile contraddittorietà di Mìtja, marginale forse, ma efficacemente rappresentativo. Dopo aver aggredito il padre egli ha un ultimo colloquio con Alëša, a cui ha affidato il compito di interrompere la sua relazione con Kàtja per dedicarsi interamente a Grùšen’ka. Mìtja sorprende il fratello minore mentre questi, al termine di una giornata dispendiosissima, la prima dei Fratelli Karamazov, sulla quale si allunga inoltre l’ombra sinistra dell’imminente morte dello stàrec Zòsima, fa ritorno al monastero:

«Un momento. Guarda questa notte, guarda che notte cupa, che nuvole, e che vento si è levato! Io mi ero nascosto qui, sotto il salice, ti aspettavo, e improvvisamente ho pensato (Dio mi è testimone): “Ma perché soffrire ancora? Perché attendere? Ecco un salice, ho un fazzoletto, una camicia, si fa presto ad annodare un cappio, ho anche le bretelle… Non sarò più di peso alla terra, non la disonorerò più con la mia ignobile presenza!”. Ed ecco che ti sento arrivare. Signore! È stato come se giungesse qualcosa dal cielo, tutt’a un tratto! “Ma allora esiste un essere cui voglio bene, eccolo qui, questo piccolo uomo, il mio fratellino adorato, che amo più di ogni altro al mondo, il solo che ami!”. E ho sentito tanto amore per te, in quel momento ti ho voluto così bene da pensare: “Ora mi getto al suo collo!”. Ma mi è venuta un’idea stupida: “Voglio farlo ridere, gli faccio paura”. E allora ho gridato come uno sciocco: “O la borsa o la vita!”. Perdona la mia follia, queste non sono altro che sciocchezze, ma nell’anima… sono un galantuomo anch’io…» (169).

Ecco com’è fatto Mìtja: nel giro di pochi istanti passa dalla più cupa disperazione (il pensiero del suicidio è naturale in un uomo come lui, intimamente lacerato, tormentato, inquieto, e tornerà ancora, quando crederà di aver ucciso e di aver perduto Grùšen’ka per sempre) all’amore e infine allo scherzo. Egli è volubile come una giornata di marzo. Sturm und Drang, la celebre formula romantica racchiude bene il senso della sua natura, alla fine del romanzo vittima di se stessa e ben oltre le sue effettive responsabilità.

II.II. Delirio

Un destino terribile attende Mìtja; lo stàrec Zòsima, nella sua straordinaria capacità di indagine dell’animo umano, lo ha visto nello sguardo irrequieto del giovane militare, e anche per questo motivo si è inginocchiato, nello stupore generale, al suo cospetto, come spiega ad Alëša: «Io ieri mi sono inchinato di fronte all’immenso dolore che lo aspetta» (294). Mìtja sogna di conquistare Grùšen’ka, di condurla lontano e iniziare con lei una nuova vita, all’insegna della virtù e della rettitudine; di questa rinascita morale in compagnia della donna amata ha un disperato bisogno, come di restituire a Kàtja i tremila rubli che le ha sottratto e poi procurarsene degli altri per un eventuale fuga con Grùšen’ka. Tutto ciò mentre il demone della gelosia lo tormenta, lo rode nel profondo esasperandolo sempre di più. Prima della tragedia Mìtja corre come un ossesso da una parte all’altra, nel tentativo di racimolare denaro: si rivolge al mercante Samsònov, il protettore di Grùšen’ka, che si prende gioco di lui ma senza che egli se ne accorga, poi si precipita a Suchòj Posëlok, da Ljagàvyj, ma dall’uomo ubriaco non riesce a ottenere un solo rublo, infine ricorre alla signora Chochlakòv, che gli consiglia di farsi minatore. Stremato da tanto, infruttuoso e umiliante girovagare, stravolto dalla scoperta della menzogna di Grùšen’ka, Mìtja versa il sangue di Grigòrij, non quello di Fëdor Pàvlovič, sebbene ne abbia la tentazione, e scopre che la donna ha raggiunto nel villaggio di Mòkroe il suo primo amore, un certo ufficiale polacco colpevole nei suoi confronti e che si è rifatto vivo, cinque anni dopo. Mìtja reagisce d’impulso, come suo solito: decide di uccidersi, compilando persino il biglietto d’addio («Faccio giustizia su di me, e mi punisco per tutta la vita», scrive), ma prima, in pieno stile Dmìtrij Karamazov, un’ultima notte di furiosa baldoria in compagnia di Grùšen’ka e del suo primo amore, in loro onore! Certo di aver ucciso un uomo – Grigòrij -, certo di aver perduto per sempre la donna amata e condannatosi a morte da sé, Mìtja scuce l’amuleto, attinge anche all’altra metà dei tremila rubli rubati a Kàtja e vola a Mòkroe:

«Oh, desiderava così tanto vederla, anche solo di sfuggita, da lontano! “Ora è con lui; va bene, la vedrò con lui, con il suo vecchio amore, non chiedo altro”. E mai il suo cuore era stato tanto colmo d’amore per quella donna a lui fatale, di un sentimento così nuovo e sconosciuto: un sentimento che a lui stesso risultava sorprendente, una tenerezza che si spingeva fino alla supplica, all’aspirazione di sparire dinanzi a lei. “E io sparirò!”, disse a un tratto, in un accesso d’irrequieto entusiasmo» (414).

Finalmente il sentimento di Mìtja inizia a evolversi, finalmente egli inizia ad accorgersi che il suo amore per Grùšen’ka è molto più profondo ed elevato, moralmente elevato di quanto abbia creduto finora, come mostra questa intensa preghiera levata al Signore mentre la carrozza guidata da Andrèj è ormai in prossimità del villaggio di Mòkroe:

«Signore, accoglimi con tutta la mia scelleratezza, ma non giudicarmi. Lasciami entrare senza giudicarmi… Non giudicarmi, perché io stesso mi sono dato la condanna: non giudicarmi, perché ti amo, Signore! Sono spregevole, ma ti amo; se mi manderai all’inferno, ti amerò anche là. E di là griderò il mio amore eterno… Ma lasciami amare fino all’ultimo… qui, adesso, per cinque ore ancora, finché non sorga il tuo raggio luminoso… Perché io amo la regina del mio cuore. L’amo e non posso farne a meno. Tu stesso mi vedi. Arriverò là e mi mostrerò davanti a lei: “Hai avuto ragione di passar oltre… Addio e dimentica la tua vittima, e non avere rimpianti per causa mia!”» (416).

Mìtja crede ciecamente in tutto ciò che dice, sempre, come crede ciecamente in ognuna delle sue bizzarre fantasie, che mette in pratica con l’irruenza propria del fenomeno naturale. Incapace anche solo di immaginare una via di mezzo, un compromesso, per Mìtja vale la regola dei personaggi radicali di Dostoevskij (come Raskòl’nikov [5], come Stavrògin [6], come Kirillov [7], come Arkadij [8]), la regola del caldo o freddo, del bianco o nero, del tutto o niente, e se Grùšen’ka non gli avesse dichiarato il suo amore, non si fosse donata a lui, il giovane e impetuoso militare si sarebbe sparato davvero un colpo di pistola alla testa al primo raggio del nuovo sole. Il primo, l’indiscusso, l’ufficiale polacco antico amante di Grùšen’ka si rivela un miserabile e la donna, delusa, si getta tra le braccia di Mìtja e i due, nel delirio di Mòkroe, sanciscono la loro unione, mentre la gozzoviglia infuria e il pensiero del sangue di Grigòrij, versato poco prima, impedisce al maggiore dei fratelli Karamazov di abbandonarsi completamente alla gioia. Il sogno di Mìtja diviene realtà, Grùšen’ka è sua e il pensiero del suicidio si dissolve nel nulla, ma vivere il suo sogno non gli è concesso, perché gli inquirenti fanno irruzione nella locanda e lo accusano dell’omicidio di Fëdor Pàvlovič, suo padre.

II.III. L’umiliazione e il pupetto

Inizia l’estenuante interrogatorio e Mìtja si definisce una vittima dell’onestà, quell’onestà bramata e inseguita come una chimera, evidenziando ancora una volta da sé, in prima persona, ma a una platea più ampia rispetto al solo Alëša – l’interlocutore privilegiato -, preludio della massima spettacolarizzazione processuale, la sua natura intimamente, irriducibilmente contraddittoria:

«Sapete, signori, ho l’impressione che voi mi stiate considerando come un uomo del tutto diverso da quello che in realtà sono […]. Quello che avete di fronte è un galantuomo, un perfetto galantuomo, certo è un uomo che si è macchiato di innumerevoli meschinità, ma è sempre stato ed è rimasto – non dimenticatelo mai! – una persona sostanzialmente onesta, nell’intimo, nel profondo, insomma, non so se mi sono spiegato… Ed è appunto questa natura che mi ha tormentato per tutta la vita, questo bisogno di onestà; in un certo senso sono stato una vittima dell’onestà, e l’ho cercata con il lanternino, con la lanterna di Diogene, e intanto in tutta la mia vita non sono riuscito a fare che delle bassezze, come tutti del resto, signori… cioè no, intendevo come io solo ne ho fatte, signori, non tutti, ma io, io ho mancato, io solo, io solo!… Signori, mi fa male la testa […], vedete, signori, non sopportavo il suo aspetto, c’era qualcosa di malvagio in lui, l’ostentazione e il disprezzo di ogni cosa sacra, le pagliacciate e la miscredenza, mi faceva venire la nausea, la nausea! Ma adesso che è morto, i miei sentimenti sono cambiati» (462).

L’odio di Mìtja nei confronti del padre si arricchisce di un’ulteriore sfumatura (oltre alla questione dell’eredità e alla gelosia), di ordine prettamente morale, che tradisce un risentimento antico e profondo, sebbene subito dopo dichiari di non avere il diritto di disprezzare Fëdor Pàvlovič, non avendo «un bell’aspetto» neppure lui. Per Mìtja l’interrogatorio è un incubo, una lunga e stordente umiliazione che raggiunge il culmine quando è costretto a spogliarsi, a restare nudo prima e a indossare abiti altrui poi. L’accusato si innervosisce ed è fermo nella decisione di non rivelare la provenienza del denaro scialacquato, aspetto sul quale gli inquirenti insistono tanto (i conti non tornano e non possono tornare, perché Mìtja non ha derubato il padre, ma solo Kàtja):

«Signori, voi mi avete umiliato! Come potete pensare che io, se avessi veramente ucciso mio padre, potrei nascondervelo, nicchiare, mentire, far finta? Non è di questa pasta Dmìtrij Karamazov, non potrebbe sopportarlo; e, se fossi davvero colpevole sul mio onore, non avrei aspettato voi, né il sorgere del sole, come avevo progettato all’inizio, ma mi sarei ucciso all’istante, senza aspettare un nuovo giorno! Ora lo so. In venti anni della mia vita non ho imparato tanto quanto in questa notte maledetta!… E credete che se avessi davvero ucciso mio padre, durante questa maledetta notte e in questo momento, sarei potuto stare seduto qui con voi, e avrei potuto parlare e muovermi in questo modo, e guardare così voi e tutti gli altri, quando anche quell’assassinio involontario di Grigòrij non mi ha dato pace per tutta la notte, e non per paura, non solo per paura della vostra condanna? Oh, vergogna! E voi volete che a gente beffarda come voi, che non si accorge di nulla e a nulla crede, cieca come le talpe e offensiva, io riveli ancora un’altra mia viltà, un mio nuovo disonore, anche se questo potesse salvarmi dalla vostra imputazione? Piuttosto l’ergastolo! Chi ha aperto la porta di mio padre e per quella porta è entrato, è colui che l’ha assassinato, che l’ha derubato. Chi è? Io mi torturo e mi perdo, ma non è Dmìtrij Karamazov, state pur certi. Questo è quello che posso dirvi, nient’altro, niente, non insistete… Esiliatemi, giustiziatemi, ma non tormentatemi oltre» (483).

Mìtja la mette sul piano morale, ne fa una questione d’onore, ma quel che conta sono i fatti, le prove e allora, quando gli viene mostrata la busta di Fëdor Pàvlovič contenente i tremila rubli destinati a Grùšen’ka, è costretto a rivelare agli inquirenti la sua nuova viltà, il suo nuovo disonore, tornando poi su quell’insegnamento – drammaticamente tardivo – già accennato nel passo precedente, chiarendolo: «questa notte ho imparato molto! Ho imparato che non soltanto non si può vivere da mascalzone, ma neanche morire da mascalzone… No, signori, bisogna morire da onesti!…» (490). Terminato finalmente l’interrogatorio e raccolte le testimonianze degli altri partecipanti all’ebbro delirio di Mòkroe, Mìtja si addormenta, sfinito. È in questo momento di riposo, di distacco dalla turbolenta realtà che la possibilità di una nuova esistenza, onesta, virtuosa e retta, si schiude dentro di lui, con il sogno del pupetto:

«Fece uno strano sogno, che non aveva legami né con il luogo, né con la circostanza che stava vivendo. Stava viaggiando nella steppa, dove tanto tempo prima aveva prestato servizio, e un contadino lo conduceva con un tiro a due cavalli, in mezzo alla melma. A Mìtja sembrava di sentire freddo, doveva essere l’inizio di novembre, la neve cadeva a grossi fiocchi che, toccando terra, si scioglievano immediatamente. E l’uomo faceva procedere il carro veloce, schioccando abilmente la frusta: aveva una lunga barba rossiccia, doveva avere una cinquantina d’anni e indossava un vecchio pastrano grigio da contadino. Non lontano c’era un villaggio, si intravedevano le isbe nere nere, e metà del villaggio era bruciato, restavano solo delle assi carbonizzate. Sulla strada, all’inizio del villaggio, si erano messe in fila delle donne, molte donne, e tutte magre, smorte, con i visi scuri. Una in particolare, fra le prime, era molto ossuta, alta, dimostrava una quarantina d’anni, ma poteva averne anche solo venti; aveva un viso lungo e magro, e fra le braccia teneva un bimbetto in lacrime: dal suo seno completamente vizzo non doveva uscire più una goccia di latte. E il bimbo continuava a piangere, a tendere le braccette nude, livide per il freddo, con i piccoli pugni serrati.
“Perché piangono? Per quale motivo?”, domandò Mìtja, mentre passavano veloci davanti a loro.
“È il pupetto”, gli rispose il vetturino, “il pupetto che piange”. E Mìtja restò colpito dal fatto che egli l’avesse chiamato in quel modo, alla contadina, “pupetto”, e non bambino. E gli piacque quel modo di chiamarlo “pupetto”: gli sembrava che esprimesse più compassione.
“Ma perché piange?”, insisteva Mìtja, come intontito. “Perché ha le braccette nude, perché non lo coprono?”.
“Il pupetto è intirizzito, la sua veste è congelata, non lo può scaldare”.
“Ma perché succede questo? Perché?”, si ostinava a chiedere Mìtja senza capire.
“Sono poveri, hanno perduto tutto nell’incendio, non hanno neanche il pane, chiedono la carità in giro tra le rovine del paese”.
“No, no”, Mìtja sembrava ancora non capire, “spiegami: perché quelle madri stanno lì senza più la casa? Perché quella gente è ridotta così male? Perché il pupetto è povero? Perché questa steppa così deserta? Perché non si abbracciano e non si baciano, perché non cantano canzoni allegre? Perché la miseria nera le ha così annerite, perché non allattano il pupetto?”.
E sentiva che, per quanto insensate e folli fossero quelle domande, lui non poteva fare a meno di porle, perché erano necessarie. Sentiva anche che una tenerezza sconosciuta gli gonfiava il cuore, che gli veniva da piangere, che avrebbe voluto fare del bene a tutti, per non sentire più piangere il pupetto, perché non piangesse nemmeno la madre del pupetto, esausta e livida, perché da quel momento in poi nessuno dovesse più versare una lacrima, e avrebbe voluto farlo immediatamente, immediatamente, senza aspettare e senza alcuna paura, con tutto l’impeto di un Karamazov.
“Ci sono io qui con te, non ti lascerò più, verrò con te per tutta la vita”, sentì accanto a sé le dolci, commosse parole di Grùšen’ka. E il suo animo avvampò e si protese verso una luce lontana, sentiva di voler vivere, vivere, e avviarsi, avviarsi per una strada ignota verso quella nuova luce che lo chiamava, ma in fretta, subito, immediatamente!» (501-502).

Il sogno del pupetto si configura come una sorta di ideale ricongiungimento con la terra e con il popolo della Russia, con i suoi valori cristiani, e veicola la prospettiva di un’esistenza nuova, ben più autentica della prima, abbruttita e straziata dal vizio. Finalmente una luce risplende e rischiara le tenebre, e Mìtja vi si slancia con entusiasmo, confortato e fortificato dalla presenza della donna amata. Ancora una volta il sogno si impone come un momento decisivo nella vicenda di un personaggio di Dostoevskij, segnandone la svolta (nei Karamazov accade anche agli altri due fratelli di Dmìtrij, Ivàn e Alëša, come vedremo nei rispettivi capitoli a loro dedicati). Rinnovato e rinfrancato dallo splendido sogno, Mìtja ammette le proprie colpe e accetta il calvario, anche se non è lui l’assassino di suo padre, perché moralmente è giusto così, perché per un uomo come lui non c’è altra via di salvezza (Dmìtrij Karamazov eguaglia Raskòl’nikov):

«Signori, noi tutti siamo crudeli, noi tutti siamo delle creature orribili, tutti facciamo piangere gli uomini, le madri e i bambini, ma fra tutti – adesso lo si affermi! – fra tutti il serpente più immondo sono io! E sia! Ogni giorno della mia vita, riconoscendo le mie colpe, mi proponevo di correggermi e ogni giorno mi trovavo a compiere le stesse cattive azioni. Ora mi rendo conto che per uno come me ci vuole un colpo del destino, che lo intrappoli e lo vinca con una forza esterna. Da solo non sarei mai, mai stato in grado di rialzarmi! Ma il colpo è arrivato. Accetto i tormenti delle accuse e della pubblica infamia, io voglio soffrire ed essere purificato dal dolore! E forse mi purificherò, signori, non è forse possibile? Ma ascoltatemi per l’ultima volta: della morte di mio padre sono innocente! Accetto la condanna non perché l’abbia compiuto quel crimine, ma perché avrei voluto compierlo e forse l’avrei per davvero ucciso… Intendo tuttavia oppormi a voi, ve lo annuncio. Mi opporrò a voi finché avrò vita, poi sarà Dio a giudicare!» (503-504).

Con tutto l’impeto di un Karamazov Mìtja imbraccia la propria croce e inizia il proprio calvario, il proprio faticoso processo di purificazione attraverso il dolore. Non sarà solo, lo accompagnerà Grùšen’ka, che gli giura amore eterno: «Ho detto che sono tua, e lo sarò; ti seguirò per sempre, dovunque decideranno di mandarti. Addio, uomo che si è perduto senza essere colpevole!» (504).

II.IV. Un uomo nuovo

All’arresto del maggiore dei fratelli Karamazov, che conclude la terza e penultima parte del romanzo, segue una pausa narrativa di due mesi. Due mesi in cui Mìtja, rinchiuso in carcere, ha sentito nascere e svilupparsi dentro di sé un uomo nuovo, antitesi del vecchio insetto violento e lussurioso, animato da un’intensa brama di fede in Dio, di vita vera e di adeguata, autentica affermazione di individualità, sempre all’insegna di quel simbolico pupetto vittima della miseria sognato emblematicamente nel momento più complicato della sua turbolenta esistenza e miracoloso veicolo di un’insperata prospettiva di resurrezione. È Mìtja stesso a parlarne, ancora una volta, ad Alëša, e proprio alla vigilia dell’attesissimo processo:

«Sai, è già da un pezzo che volevo dirti molte cose, tra queste mura scalcinate, ma non ti parlavo della questione più importante: non mi sembrava ancora il momento. Ho atteso l’ultimo giorno per aprirti il mio cuore. Fratello, in questi due mesi ho sentito nascere dentro di me un uomo nuovo, un uomo nuovo è risorto! Era chiuso in me, ma non si sarebbe mai mostrato se non in seguito a quella batosta. E ho paura! Non m’importa se dovrò passare vent’anni a spaccare pietre nelle miniere. Non è questo che mi spaventa, adesso temo un’altra cosa: che quest’uomo resuscitato possa abbandonarmi! Anche laggiù nelle miniere, sottoterra, puoi incontrare, in un altro assassino recluso, un cuore umano, e intenderti con lui, perché anche là si vive e si ama, e si soffre! Si può far risvegliare in quel prigioniero il cuore intorpidito, si può avere cura di lui per anni, e infine riportare alla luce, dall’oscurità, un’anima grande, una coscienza sofferente, far rifiorire un angelo, risuscitare un eroe! E ce ne sono molti, sono centinaia, e noi siamo colpevoli per loro! Perché proprio in quel momento sognai il “pupetto”? “Perché è povero il pupetto?”. In quel momento per me fu un’illuminazione! Andrò laggiù per il “pupetto”. Perché tutti siamo colpevoli per tutti. Per tutti i “pupetti”, perché ci sono bambini piccoli e bambini grandi. Sono tutti “pupetti”. E io andrò lì per tutti loro, perché qualcuno deve sacrificarsi per gli altri. Non ho ucciso nostro padre, ma è necessario che vada. Sono pronto! Questi sono stati i miei pensieri… tra le mura scalcinate della prigione. E ne troverò molti laggiù, a centinaia, sottoterra, a spaccare sassi. Oh, certo, avremo le catene ai piedi, non saremo liberi, ma laggiù, in mezzo al nostro immenso dolore, resusciteremo alla gioia, senza la quale l’uomo non può vivere, né Dio esistere, poiché Dio concede la gioia, è questo il suo grande dono… Oh Signore, che l’uomo si immerga nella preghiera! Come potrei io resistere, sottoterra, senza Dio? Rakìtin mente: se Dio sarà cacciato dalla terra, noi lo andremo a cercare sottoterra! Un prigioniero non può vivere senza Dio, meno ancora di chi è libero! E allora noi, uomini delle miniere, canteremo dalle viscere della terra un doloroso inno a Dio, Signore della gioia! Evviva Dio e la sua gloria! Io lo amo!
[…] No, la vita, la vita vera c’è anche sottoterra! […] Tu non puoi immaginare, Alëša, quanto sia potente ora il mio desiderio di vivere, quanta sete di esistere e di sentire sia sbocciata in me proprio tra queste mura! […] Che cos’è poi la sofferenza? Non la temo, fosse anche eterna. Prima la temevo, adesso non più. Sai, forse in tribunale non risponderò neppure… Ho come la sensazione, grazie alla grande forza che mi sostiene, che avrò la meglio su tutto. Sono disposto a sopportare qualunque sofferenza, pur di poter dire in ogni momento: io sono! Fra mille dolori, io sono! Mi contorco per le torture, ma sono! Sono alla gogna, ma esisto anch’io, vedo il sole, e, se non lo vedessi, comunque so che esiste. E sapere che c’è il sole è già tutta la vita» (578-579).

La prigionia, il forzato isolamento dal mondo, si rivela salutare e fecondo per Mìtja. Un’esperienza-limite vissuta in prima persona da Dostoevskij, nei quattro anni di katorga in Siberia, dal 1850 al 1854, rievocati nelle Memorie di una casa morta [9], e di cui, in questo passo, riecheggia uno dei temi principali, la presenza di una umanità viva e splendente anche nel luogo inumano e innaturale per eccellenza, la prigione. Mìtja intuisce tutto ciò in anticipo ed è questa una vivida manifestazione della sua rinascita, come il riconoscimento e l’ammissione della propria responsabilità rispetto alle colpe, ai crimini altrui, uno dei maggiori insegnamenti dell’ultimo Dostoevskij, già espresso per bocca di Tichon nei Demòni e ribadito con forza dallo stàrec Zòsima nei Fratelli Karamazov: «Tieni soprattutto a mente che non puoi essere giudice di nessuno. Infatti, nessuno su questa terra può giudicare il delinquente senza aver prima riconosciuto di essere egli stesso un delinquente come colui che gli sta davanti, e che di quel delitto egli è forse più responsabile di chiunque altro. Quando l’avrà compreso, potrà anche essere giudice. Per quanto ciò sembri assurdo, è la verità. Dal momento che se io stesso fossi davvero un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente di fronte a me» (329). Privato della sua avvelenata libertà, costretto entro le quattro pareti scalcinate della cella, Mìtja acquisisce verità fondamentali, sebbene numerosi dubbi lo tormentino ancora, e incassa la definitiva assoluzione dell’amato Alëša:

«”Non ho mai creduto, neanche per un istante, che tu fossi un assassino”, dichiarò a un tratto Alëša con voce tremante, e alzò al cielo la mano destra, come per chiamare Dio a testimone delle sue parole. Un’espressione di perfetta beatitudine distese in un attimo i lineamenti del volto di Mìtja» (584).

Nella sua infinita umanità, a poche ore dal giudizio degli uomini, Alëša dona al povero fratello tutto ciò di cui ha più bisogno, il perdono, da cui scaturisce una gioia ineffabile. La giuria non saprà fare altrettanto, naufragando nell’errore e condannando un uomo innocente.

II.V. Mìtja nelle arringhe dell’accusa e della difesa

Nello studio dei caratteri che apre l’arringa di Ippolìt Kirìllovič, portavoce dell’accusa, la maggiore attenzione è dedicata a Mìtja, e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi dell’imputato. Del maggiore dei fratelli Karamazov il procuratore evidenzia subito l’aspetto caratteriale che lo contraddistingue e sul quale ho fondato questo capitolo, e, più in generale, questo studio, la divisione e la contraddittorietà: «noi abbiamo un “carattere capiente”, alla Karamazov – e questo è il punto – in grado di contenere in sé tutti i possibili contrasti e di prevedere a un tempo i due abissi: lo spazio che ci sovrasta, quello dei supremi ideali, e l’abisso che è ai nostri piedi, l’abisso del più spregevole e infimo degrado. […] “A questi caratteri smodati e irrefrenabili, lasciarsi andare alle sensazioni infime è necessario quanto provare sensazioni che nascono dalla più alta virtù”, ed è vero: loro hanno appunto un continuo, costante bisogno di accedere ad esperienze opposte. Due abissi, due abissi, signori, nello stesso momento!» (679-680). Così Mìtja è capace di donare cinquemila rubli, i suoi ultimi cinquemila rubli a Kàtja per salvare il padre di lei, senza chiedere nulla in cambio, e, al tempo stesso, servirsi del denaro della fidanzata per spassarsela con l’amante. Perché, dichiara Ippolìt Kirìllovič, «Karamazov vive solo nel presente», come dimostra soprattutto la parabola esistenziale di Fëdor Pàvlovič, riassunta, dallo stesso procuratore, nell’espressione après moi le déluge. Particolarmente interessante, anche se a volte eccessivamente patetica e tendenziosa, è la ricostruzione di Ippolìt Kirìllovič dell’ultima, delirante notte da uomo libero di Mìtja, a partire dalla decisione di togliersi la vita, presa dopo aver versato il sangue – del padre, secondo la prospettiva dell’accusa – e aver perduto la donna amata, fuggita con il suo primo amore:

«Karamazov muore, Karamazov si spara, tutti se ne dovranno ricordare! Non per nulla siamo poeti, non per nulla abbiamo consumato la nostra vita come una candela che brucia da tutti e due i lati. “Da lei, da lei, e là, oh! Là una festa indiavolata, come non ce ne sono mai state, perché la gente se ne ricordi e ne parli a lungo! Fra urla selvagge, canzoni scatenate e danze zingaresche, alzeremo i calici per brindare alla nuova felicità della donna adorata; e poi… là, ai suoi piedi, ci fracasseremo il cranio e sconteremo le colpe della nostra vita passata! Lei si ricorderà un giorno di Mìtja Karamazov, capirà allora quanto Mìtja l’abbia amata e lo rimpiangerà!”. In tutto questo agiscono molte suggestioni, l’esaltazione romantica, gl’impeti incontrollati e la sensibilità da Karamazov, ma c’è anche dell’altro, signori giurati, qualcosa che grida dall’intimo, che assilla senza tregua lo spirito e avvelena il cuore fino alla morte: questo qualcosa è la coscienza, signori giurati, il suo giudizio, i suoi atroci rimorsi! Ma la pistola metterà tutto a tacere, la pistola è l’unica salvezza, non ce n’è altra, e di là… Io non so se Karamazov si chiedesse in quel momento quello che ci sarebbe stato di là, e se un Karamazov sia capace, come Amleto, di riflettere. No, signori giurati, altrove esistono gli Amleti, noi invece abbiamo ancora i Karamazov!» (695).

Amleto riflette [10], mentre Karamazov consuma la propria vita come una candela che brucia da entrambi i lati, egli stesso è una candela che brucia da entrambi i lati. Abolita la ragione, egli è tutto istinto, Sturm und Drang, tempesta e impeto. Mìtja crede di aver ucciso e aver perduto per sempre la regina del suo cuore, ma non è così, ed è a questo punto che Ippolìt Kirìllovič paragona lo stato d’animo dell’imputato, nel delirio di Mòkroe, a quello del condannato a morte:

«quella donna, oggetto della sua passione, era stata per lui fino all’ultimo, fino al momento dell’arresto, un essere inaccessibile, desiderato ardentemente, ma irraggiungibile. Ma perché, perché egli non si uccise allora, perché abbandonò il suo progetto già definito e si dimenticò persino delle sue pistole? Fu fermato proprio dalla brama appassionata d’amore e dalla speranza di poterla saziare, là, quella notte. Nell’euforia della festa egli si è legato alla sua amata, che sembra divertirsi insieme a lui, bella e affascinante come non l’ha mai vista: lui non la lascia e, colmo di ammirazione, rimpicciolisce di fronte a lei. La felicità per quell’amore ha potuto cancellare per un attimo non solo la paura dell’arresto, ma anche i rimorsi della coscienza! Per un attimo, oh, solo per un attimo! Mi immedesimo nello stato d’animo in cui egli si trovò in quei momenti, nella sua cieca, totale sottomissione a tre condizioni che l’hanno completamente soggiogato: in primo luogo, l’ubriachezza, l’effetto dell’alcol e il fracasso, il ritmo della danza, i canti, e lei, lei, che infuocata per il vino, canta e balla, e gli sorride, ubriaca! In secondo luogo, il pensiero confortante che il tragico epilogo si sta allontanando, almeno, non è più così prossimo: forse non verranno ad arrestarlo prima del mattino seguente. Ancora alcune ore a disposizione: e gli sembrano molte, moltissime! Si possono immaginare tante cose, in alcune ore! Suppongo che abbia provato sentimenti simili a quelli che prova il delinquente condotto al patibolo: la via da percorrere è lunga, per di più camminando lentamente, davanti a migliaia di persone, poi si girerà per un’altra strada, e soltanto alla fine di questa appare la terribile piazza! È come se all’inizio del tragitto il condannato, sulla sua infamante carretta, possa immaginare di avere ancora dinanzi a sé una vita senza fine. Ma, oltrepassando una casa dopo l’altra, la vettura continua ad avanzare, oh! Non importa, manca tanto alla svolta, ed egli guarda ancora con fierezza a destra e a sinistra quelle migliaia di individui noncuranti, che fissano gli sguardi su di lui, e prova ancora la sensazione di essere uno di loro. Ma arriva la svolta. Oh, non fa niente, non fa niente, c’è ancora una strada intera davanti! E per quanto le case gli scorrano di lato, continuerà a pensare: “Ce ne sono ancora molte!”. E così sino alla fine, sino a quella piazza. Così immagino il tragitto di Karamazov» (696-697).

Si tratta di riflessioni frutto dell’esperienza diretta di Dostoevskij, presenti già nell’Idiota, dove il tema della pena di morte è tra i più importanti [11], e che riproducono con grande fascino ed efficacia lo stato tormentato di Mìtja in quella notte, la tanto agognata unione con Grùšen’ka avvelenata dal rimorso per il sangue versato – di Grigòrij e di nessun altro, naturalmente -. Insomma, dal punto di vista del procuratore Mìtja incarna alla perfezione quel degrado morale di cui sarebbe vittima la società russa e allegorizzato nella poderosa immagine della tròjka impazzita. Ippolìt Kirìllovič porta così, secondo il modo stesso di Dostoevskij di fare e intendere letteratura, il caso Karamazov da una dimensione particolare a una dimensione universale, chiedendo fermezza e severità di giudizio ai giurati, affinché non si perdoni il parricidio e si alimenti l’odio europeo nei confronti della Russia. Ma il semplice fatto che l’intervento del procuratore si basi su un errore lo svuota di senso e ne invalida il messaggio. Fermo restando che la ricostruzione caratteriale dell’imputato coglie globalmente nel segno, anche se quel Mìtja non esiste più, o quantomeno dovrebbe e, soprattutto, potrebbe non esistere più. Come coglie nel segno la ricostruzione caratteriale realizzata dal difensore di Mìtja, che, rispetto a Ippolìt Kirìllovič, insiste sulla parte positiva della natura del suo assistito. L’assoluzione permetterebbe a Mìtja di rinascere definitivamente:

«Signori giurati, questi uomini apparentemente duri, passionali e violenti, come il mio cliente, hanno in realtà un cuore carico di tenerezza, ma non lo dimostrano. Non ridete, non ridete della mia affermazione! Il geniale accusatore poco fa si beffava senza pietà del mio cliente, sottolineando come egli ami Schiller, come ami “le cose sublimi”. Io, al suo posto, al posto dell’accusatore, non l’avrei fatto! Sì, questi cuori – oh, permettete che per una volta prenda le parti di questi cuori così di rado e così mal compresi! – sono molto spesso desiderosi di tenerezza, di bellezza e di giustizia, come per contrasto con se stessi, con la loro inquietudine e ostilità: loro ne hanno, inconsapevolmente, un estremo bisogno. Esteriormente irruenti e brutali, sono capaci di amare una donna fino allo strazio, e di un amore puro e nobilissimo. Ve lo chiedo ancora, non ridete di me: è proprio ciò che spesso caratterizza questi soggetti! Ma non sono in nessun caso capaci di nascondere le loro passioni, talvolta assai rozze, ed è questo che fa impressione, è questo che si nota, mentre nessuno scorge i loro sentimenti più intimi. Tutti i loro slanci si placano rapidamente accanto a una creatura gentile e generosa, e l’uomo che appare maleducato e violento cerca di migliorarsi, cerca la possibilità di perfezionarsi, di correggersi, di diventare virtuoso e giusto, “sublime”, per quanto questa parola suoni ridicola!
[…] Oh, io so, conosco il suo cuore, quel cuore selvaggio ma generoso, signori giurati! Si prostrerà di fronte al vostro gesto, lui ha bisogno di un grande gesto d’amore, se ne nutrirà e tornerà a vivere. Ci sono delle anime che, nella loro pochezza, se la prendono con il mondo intero. Ma fate traboccare la sua anima di indulgenza, offritele la dimostrazione del vostro amore, ed essa maledirà ciò che ha compiuto, perché è carica di buoni germogli. Quell’anima si schiuderà e vedrà quanto Dio sia misericordioso, comprenderà la bontà e la rettitudine degli uomini. Il pentimento e l’immensità della colpa da espiare che gli si prospetta la colmeranno di timore, e di oppressione. E allora non penserà: “Ho pagato il mio debito”, ma: “Sono colpevole di fronte al mondo intero e sono il più indegno”. Con le lacrime di pentimento e di rovente, dolorosa dolcezza esclamerà: “Gli uomini sono stati migliori di me, loro non hanno voluto la mia perdizione, ma la mia salvezza!”. Oh, non vi sarà difficile realizzare quest’atto di misericordia, perché, non avendo in mano nessuna prova certa, sarebbe troppo arduo per voi affermare: “Sì, è colpevole”. Meglio assolvere dieci colpevoli che condannare un solo innocente: non sentite voi il monito di questa voce nobile che giunge dal secolo passato della nostra storia gloriosa?» (719-724).

Fetjukòvič domanda ai giurati di partecipare attivamente alla resurrezione di un uomo, ma il suo appello non viene accolto e Mìtja viene condannato a vent’anni di lavori forzati, senza neppure un’attenuante. Una pena ingiusta e che mostra tutti i limiti della giustizia umana. Un innocente viene severamente punito per un delitto che non ha mai commesso e il rischio maggiore è che quell’uomo nuovo che Mìtja ha sentito nascere dentro di sé vada in pezzi per non ricomporsi mai più. Una riforma umana fondata sugli insegnamenti dello stàrec Zòsima è necessaria più che mai.

II.VI. La Siberia e l’America

La condanna a vent’anni di lavori forzati nell’inospitale Siberia rappresenta il culmine del dramma esistenziale di Mìtja, che, oltre a non meritare la pena, non potrebbe proprio sostenerla. D’accordo imbracciare la croce e intraprendere il proprio calvario, risorgere e purificarsi attraverso il dolore, soffrire per tutti i pupetti, ma così è troppo. Dmìtrij Karamazov non è nato martire: «Le guardie mi danno del “tu”. Questa notte non ci ho dormito: non me l’aspettavo! Supera le mie forze! Avrei voluto intonare un “inno”, ma le guardie mi danno del “tu”!» (736). E il tu delle guardie è niente rispetto al gelo, alla sporcizia, alla convivenza forzata con decine e decine di veri criminali, da ladri, di assassini, e così per vent’anni! Non resta che una cosa da fare: fuggire in America. Ma prima Mìtja ha bisogno del consenso morale di Alëša, che glielo concede, perché le croci pesanti non sono per tutti:

«Ascoltami, fratello, una volta per tutte […] ti dico quello che ne penso. E sai che non ti dirò una menzogna. Stammi a sentire: tu non sei preparato, e una simile condanna non è per te. Voglio spiegarmi meglio: non solo non sei pronto ma non c’è motivo perché tu debba subire un tale martirio. Se tu avessi veramente ucciso tuo padre, faticherei a sopportare che tu non accettassi il tuo castigo. Ma sei innocente e una tale punizione è ingiusta. Tu volevi, grazie alla sofferenza, far nascere in te un altro uomo, allora ascoltami attentamente: ricordarti sempre, per tutta la vita e dovunque tu debba rifugiarti, dell’altro uomo: questo ti basterà. Il fatto di non avere accettato la loro condanna ti farà sentire un impegno anche maggiore, e questo sentimento insopprimibile contribuirà d’ora innanzi e per tutta la vita alla tua rigenerazione forse più che se tu andassi laggiù. Perché laggiù tu non avresti la forza di sopravvivere senza recriminare e alla fine penseresti: “Ho pagato il mio debito”. L’avvocato in questo caso aveva ragione. Le croci pesanti non sono per tutti, c’è chi non ce la fa a portarle… questo è quello che penso, se ci tieni a saperlo. Se della tua fuga venissero incolpati altri, ufficiali, soldati, allora non “ti darei il permesso” di andartene […]. Ma siamo stati assicurati (l’ha confermato a Ivàn lo stesso comandante di tappa) che, sapendo come muoversi, non subiranno punizioni gravi, se la caveranno con inezie. Certo la corruzione è sempre disonesta, ma in nessun caso io giudicherò, perché, francamente, se per esempio, Ivàn e Kàtja mi avessero chiesto di occuparmi di te, io non avrei certamente esitato a usare la corruzione: sento il dovere di dirti tutto. Non sta a me giudicare la condotta che tu seguirai. Ma voglio dirti che io non ti condannerò mai. E poi, ragiona, come potrei io giudicarti in questa faccenda? Be’, credo di aver detto tutto» (736).

La Siberia, la reclusione e i lavori forzati da una parte, l’America, la libertà e una vita davvero nuovo in compagnia di Grùšen’ka, la donna amata fino allo strazio, dall’altra: la divisione finisce per geografizzarsi. Ma anche la fuga nasconde delle insidie non di poco conto, su tutte la lontananza dalla terra russa, quanto più doloroso nella prospettiva di Dostoevskij. L’ennesima conferma della profondità del dramma di Mìtja, che appare davvero irrisolvibile e che finisce per dilatarsi in una sorta di orizzonte utopico di cui non conosceremo mai l’esito. Il destino di Mìtja resta sospeso, così come è vissuto, sospeso tra due abissi, e la candela brucerà per sempre da entrambi i lati, senza esaurirsi mai.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, pp. 84-85. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo primo – Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[3] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[4] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione.

[5] Per un approfondimento su Raskòl’nikov e il romanzo di cui è protagonista rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[6] Per un approfondimento sul protagonista dei Demòni rimando agli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parteNikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte.

[7] Per un approfondimento sul personaggio dei Demòni rimando all’articolo Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio.

[8] Per un approfondimento sul protagonista dell’Adolescente rimando all’articolo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo secondo – L’idea di Arkadij.

[9] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». IntroduzioneDostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Prima parteDostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Seconda parte.

[10] Per un approfondimento sull’opera di Shakespeare rimando all’articolo La professione di nullismo di Amleto.

[11] Per un approfondimento rimando all’articolo Il principe Myškin e la pena di morte.

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