«après moi le déluge».

I.I. I matrimoni

Il primo personaggio dei Fratelli Karamazov presentato da Dostoevskij, all’inizio del romanzo, è Fëdor Pàvlovič, il padre; proprio come in apertura dei Demòni [1], a guisa di introduzione, presenta un altro padre, Stepàn Trofìmovič Verchovenskij, padre del terrorista Pëtr Stepànovič, saltimbanco del male modellato sulla figura di Nečaev, e idealmente di tutti i demòni. Negli ultimi romanzi di Dostoevskij – I demòni, L’adolescente, I fratelli Karamazov – si configurano due categorie paterne, diciamo così: i padri dotati di una coscienza, ma una coscienza malata, avvelenata di occidentalismo, di europeismo, come il già citato Stepàn Trofìmovič e come il Versilov dell’Adolescente [2], e i padri invece completamente incoscienti, in balia della bestialità e dei sensi, come Fëdor Pàvlovič (a queste due categorie se ne potrebbe aggiungere una terza, quella dei padri spirituali, baluardi dell’autentico messaggio cristiano e dell’essenza russa, come il pellegrino Makàr nell’Adolescente [3] e lo stàrec Zòsima).

Fëdor Pàvlovič, possidente, è un uomo orribile, «abietto», «dissoluto» e persino «insensato», ma di quegli insensati «che sanno sistemare egregiamente i propri affarucci e interessi, e a quel che sembra questi soltanto» [4]. «Farabutto» e «maligno buffone», Fëdor Pàvlovič ha alle spalle due matrimoni, il primo con Adelaìda Ivànovna, rapita sfruttando la sua indole romantica e sposata per riscuotere la dote di venticinque mila rubli. Adelaìda scappa con un seminarista squattrinato e muore a Pietroburgo, la capitale della miseria, in una soffitta, secondo alcuni di tifo, secondo altri di fame. Irriducibilmente fedele alla sua natura di uomo sensualissimo, Fëdor Pàvlovič si dimentica del tutto del piccolo Mìtja, il figlio donatogli dalla sfortunata consorte, e organizza in casa un vero e proprio harem. Quindi si sposa di nuovo, con Sòf’ja Ivànovna, un’orfanella «liberata appena in tempo da un cappio che aveva appeso a un chiodo del ripostiglio» (31) (attenzione al nome della donna, lo stesso dei due personaggi femminili in assoluto più luminosi di Dostoevskij, la Sòf’ja di Delitto e castigo, la prostituta pura che permette persino a un duplice omicida come Raskòl’nikov di risorgere [5], e la Sòf’ja dell’Adolescente, madre di Arkadij, entrambe creature sfiorate dalla santità [6]). Anche in questo caso Fëdor Pàvlovič adotta il metodo romantico e violento del rapimento, ma senza ricevere un solo centesimo dalla famiglia della povera sedicenne; del resto ottenere denaro questa volta non è l’obiettivo principale dell’uomo: «Quegli occhietti innocenti mi ferirono l’anima come un colpo di rasoio» (31), confessa il buffone. Che approfitta della condizione drammatica della moglie, del suo carattere mite e remissivo facendo della sua casa un bordello. Sòf’ja inoltre viene colpita da una grave malattia nervosa, la malattia nervosa delle klikuši, ovvero “urlone”, termine popolare con cui vengono apostrofate le ossesse, che con i «suoi terribili attacchi isterici, di tanto in tanto faceva perdere all’inferma persino la ragione» (31-32). Sòf’ja mette al mondo due figli, Ivàn e Aleksèj, e quando la madre muore ai due bambini tocca la stessa sorte toccata al loro fratello maggiore, Mìtja: abbandonati dal padre, dapprima vengono accolti dal servo Grigòrij, poi sbattuti qua e là come pacchi, in diverse famiglie. Questo il turbolento passato del sensualissimo buffone Fëdor Pàvlovič.

I.II. Vent’anni dopo

Vent’anni dopo troviamo Fëdor Pàvlovič ricongiunto con i suoi figli, anche se il solo Ivàn vive con lui, nel ruolo di paciere tra il padre e il fratello maggiore, Mìtja, in aspro conflitto per la questione dell’eredità materna, mentre Alëša ha preso la via del monastero. Proprio per tentare di risolvere una volta per tutte i contrasti tra Fëdor Pàvlovič e il primogenito, la famiglia Karamazov si riunisce nella cella dello stàrec Zòsima – è il vero e proprio inizio del romanzo, il primo atto dell’ultima tragedia dostoevskiana. Ma neppure al cospetto del religioso, malato e a un passo dalla morte ormai, Fëdor Pàvlovič riesce a contenersi, ad assumere per una volta nella vita, almeno per una volta, un contegno posato, serio, dignitoso, facendo sfoggio della sua ridicola, vergognosa e imbarazzante arte claunesca. Quando poi nella cella dello stàrec irrompe Mìtja tra padre e figlio inizia una scandalosa rissa verbale, che culmina nel rabbioso ruggito di Dmìtrij: «Che vive a fare un uomo simile? […] no, ditemi, gli si può ancora permettere di disonorare la terra con la sua presenza?» (91). Fëdor Pàvlovič, dal canto suo, lo apostrofa già come parricida… Alla turpe, vergognosa sceneggiata pone fine Zòsima, inginocchiandosi enigmaticamente, ed emblematicamente, ai piedi di Mìtja, tentando così di evitare un tragico epilogo che sembra ormai scontato e imminente.

L’eredità non è il solo motivo di attrito tra padre e figlio; oltre a ciò Fëdor Pàvlovič e Mìtja sono innamorati della stessa donna, la flessuosa Grùšen’ka. Una situazione riassunta efficacemente dal giovane arrivista Rakìtin: «Nella vostra famiglia la sensualità è spinta fino al delirio» (96). Nessuno dei due ha intenzione di rinunciare al proprio amore per Grùšen’ka (l’intenso sentimento amoroso arricchisce il vecchio Karamazov di una sfumatura comica plautoniana che lo rende ancora più ridicolo) e si arriva allo scontro fisico: Mìtja, che sorveglia di nascosto la casa paterna temendo un arrivo improvviso della donna, vi fa irruzione (Dmìtrij Karamazov non si muove, irrompe) e atterra Fëdor Pàvlovič, prendendolo a calci in faccia, fino a farlo sanguinare. Ancora una volta, la sensualità spinta fino al delirio. Ma prima dell’intervento di Mìtja e delle botte, in compagnia degli altri suoi due figli, il vecchio Karamazov, ubriaco, rivela il suo sensuale e depravato credo:

«Per me […] per me… Eh, ragazzi! Figli miei, miei piccoli porcellini, per me… In tutta la mia vita, non c’è stata mai una donna brutta, ecco la mia regola! Mi potete voi capire? Ma come potreste? Nelle vostre vene, invece del sangue, scorre ancora il latte, non siete ancora usciti dal guscio! Secondo la mia regola, si può trovare in ogni donna – che il diavolo mi porti! – qualcosa di estremamente interessante, qualcosa che non si troverà in nessun’altra; bisogna soltanto saperlo trovare, ecco il busillis! È un talento speciale! Per me non sono mai esistite donne brutte: basta che si tratti di una donna e si è già a metà dell’opera… Ma come potreste capire? Alle volte persino le vecchie zitelle hanno qualcosa che ti fa meravigliare di tutti gli imbecilli che le hanno lasciate invecchiare senza accorgersi di loro! Con una ragazza scalza, o una brutta, bisogna prima di tutto fare colpo, ecco come si deve fare. Non lo sapevi? Bisogna farla rimanere a bocca aperta fino a farla sentire completamente invasa dall’entusiasmo e dalla confusione, al pensiero che un signore simile si sia innamorato di una poveraccia come lei. Per fortuna al mondo ci sono – e ci saranno sempre – servi e signori, e ci saranno sempre anche simili sguattere con i relativi padroni, e per la felicità dell’esistenza non occorre altro!» (152).

Fëdor Pàvlovič è tutto qui, nell’esposizione del suo credo, della sua «regola», nell’ebbra e sfrenata esaltazione dei più bassi istinti carnali. Quegli istinti sui quali fonda la propria squallida esistenza e per soddisfare i quali non si ferma davanti a nulla, dimenticando i suoi figli prima, umiliandoli pubblicamente poi. Invaghitosi di una donna più giovane di lui di trent’anni, Fëdor Pàvlovič non esita a mettersi in competizione con il suo primogenito, a schiacciarlo con tutte le armi da usuraio che ha a disposizione, esasperandone colpevolmente la natura già di per sé tormentata e violenta. Alla sfrenata sensualità si aggiunga la vocazione buffonesca, una provocatoria miscredenza e il quadro è completo. La libertà individuale ha dei limiti di buonsenso, di dignità, di umanità che non può varcare, e che invece il vecchio Karamazov varca sistematicamente, trovandone persino un depravato e quasi macabro godimento. Uomini come Fëdor Pàvlovič, ancor più se padri, sono cancri della società ed è anche per causa loro, come per causa di presunti pensatori imbevuti di occidentalismo, che l’umanità non può progredire e migliorare, raggiungere quell’estremo, luminosissimo punto posto al vertice dell’umana evoluzione: Cristo.

I.III. La morte e il processo

Una vita moralmente violenta termina con una morte violenta (Dostoevskij nelle sue opere mostra come ciò sia qualcosa di molto simile a un assioma): a Fëdor Pàvlovič fracassano il cranio. Della morte del vecchio Karamazov Mìtja è ritenuto l’unico responsabile e come tale viene condannato a vent’anni di lavori forzati nell’inospitale, estrema siberia, tradizionalmente terra-simbolo di rinascita nell’esperienza biografica e artistico-filosofico-letteraria di Dostoevskij (grazie ai quattro anni di katorga rievocati nelle Memorie di una casa morta [7] nasce un nuovo Dostoevskij e in Siberia Raskòl’nikov risorge), ma non qui – troppo grande e ingiusta è la pena. Durante il processo sia l’accusa che la difesa, nelle loro rispettive arringhe, parlano della vittima, e non potrebbe essere altrimenti. L’arringa del procuratore Ippolìt Kirìllovič si apre con lo studio dei caratteri dei protagonisti del caso Karamazov. Questo il suo ritratto di Fëdor Pàvlovič:

«Considerate questo vecchio disgraziato, smodato e corrotto, questo “padre di famiglia” morto così tragicamente. Nobile di nascita, si avvia a una carriera da misero parassita; un inaspettato e fortunato matrimonio gli permette di mettere le mani su una dote piuttosto sostanziosa; dapprima non è altro che un furfantello e un servile buffone, sebbene non gli manchino buone capacità intellettuali, ma soprattutto è un usuraio. Con il passare degli anni, e con l’aumento del suo capitale, si rinfranca. La modestia e il servilismo vengono meno, e non rimane che un cinico beffardo e spietato, preda dei sensi. La sua anima è muta, ma la sua smania di vivere è straordinaria. E arriva al punto che il suo unico interesse è il godimento dei sensi, e così educa i figli, verso i quali non sente nessun dovere morale. Se ne infischia, lascia crescere i suoi bambini nel cortile, dietro la casa, ed è lieto che glieli levino di torno. A dire il vero se ne dimentica completamente. In un motto sono racchiusi tutti i principi morali del vecchio: après moi le déluge. Esattamente al contrario di quello che comunemente è il comportamento di un cittadino, si isola dal resto della società nel modo più assoluto, anzi più ostile: “Che bruci pure il mondo intero, purché io possa godermela”. E se la gode, è pienamente soddisfatto, non chiede di meglio che continuare a vivere così ancora per venti o trent’anni. Defrauda il proprio figlio dell’eredità della madre, e con quella, con i soldi dell’eredità di cui si è appropriato, cerca di sottrargli anche l’amante. No, non ho intenzione di cedere del tutto la difesa dell’accusato all’eminente collega di Pietroburgo. Anch’io dirò la verità, anch’io posso immaginare come il disprezzo abbia soffocato il cuore di questo figlio. Ma lasciamo, lasciamo ora da parte questo disgraziato vecchio: egli ha pagato il suo tributo. Diciamo soltanto che era un padre, uno dei padri del nostro tempo. Offenderò la società affermando che era uno dei tanti padri del nostro tempo? Forse molti di loro non si mostrano cinici a tal punto, perché hanno ricevuto una migliore educazione, sono più istruiti, ma, a guardar bene, hanno quasi la stessa filosofia» (676).

In poche parole lo “psicologo” Ippolìt Kirìllovič riassume la vita dissoluta del «cinico beffardo e spietato» Fëdor Pàvlovič, compendiandone efficacemente il senso nell’espressione francese après moi le déluge ovvero “dopo di me il diluvio”. Il vecchio Karamazov è un uomo che si esaurisce interamente nell’attimo, nel piacere effimero dell’attimo, senza porsi il problema dell’avvenire, eppure dovrebbe, essendo padre di tre figli. Ma Fëdor Pàvlovič mostra con abbacinante e spaventosa chiarezza tutta la relatività della paternità, tema che avrà grande risonanza nella letteratura europea del primo Novecento, e penso al nostro Federigo Tozzi, che lo sviluppa ad esempio nel romanzo Con gli occhi chiusi [8], all’interno di una riconsiderazione generale in negativo dei rapporti umani, e a James Joyce, nel cui capolavoro, Ulisse, Stephen Dedalus vi dedica queste illuminanti riflessioni:

«La paternità, in quanto generazione cosciente, è sconosciuta all’uomo. È uno stato mistico, una successione apostolica, dall’unico generatore all’unico generato. Su quel mistero e non sulla madonna che lo scaltro intelletto italiano ha gettato in pasto alle genti d’Europa è fondata la chiesa e fondata irremovibilmente in quanto è fondata, come il mondo, macro e microcosmo, sul vuoto. Sull’incertezza, sull’improbabilità. Amor matris, genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l’unica cosa vera nella vita. La paternità forse è una finzione legale. Chi è il padre di un qualsiasi figlio perché qualsiasi figlio debba amarlo o viceversa?» [9].

La morte violenta di Fëdor Pàvlovič non produce una sola lacrima. E neppure l’accusa si sforza di mitigare la bestialità della vittima, alleggerendo, in un certo senso, almeno dal punto di vista morale, la posizione di colui che ritiene responsabile dell’assassinio, il povero Mìtja. Ippolìt Kirìllovič, al di là del grossolano errore giudiziario da lui commesso, si distingue per una certa negatività di giudizio ingiustificata e sbagliata dal punto di vista dostoevskiano (la sua trojka di gogoliana memoria, risemantizzata però in negativo, al cui prepotente passaggio i popoli europei si spostano per paura e forse per disgusto ma non per rispetto, si contrappone, di fatto, all’idea del messianismo russo di Dostoevskij), ma non quando definisce Fëdor Pàvlovič «uno dei padri del nostro tempo», in cui il cinismo supera ogni altro sentimento e finisce per sovrastare, schiacciare, frantumare l’amore paterno. La differenza la fa solamente l’«educazione» ed è vero, se al vecchio Karamazov si paragona il penultimo padre dostoevskiano, il Versilov dell’Adolescente, di certo ben più colto, istruito, cortese, educato, ma comunque cinico, seduttore di una serva e padre di un figlio abbandonato, allontanato dalla madre e rinchiuso in istituti dove è costretto a subire continue e brucianti umiliazioni, Arkadij. Cambiano gli atteggiamenti esteriori, più o meno brutali (anche se dopo il suo sdoppiamento Versilov eguaglia in brutalità Fëdor Pàvlovič), ma la sostanza resta la stessa: il cinismo è la piaga di una generazione di padri alla quale appartiene lo stesso Dostoevskij, un dato questo che evidenzia l’importanza del personaggio di Fëdor Pàvlovič (al di là della necessità narrativa), a cui tra l’altro lo scrittore dona il proprio nome, in una sorta di esame di coscienza, di processo di autocritica riguardante la propria funzione paterna. Ma nei Fratelli Karamazov Dostoevskij non compare solamente come autore e padre, bensì anche come figlio, e lo vedremo più avanti, analizzando la figura di Ivàn.

Se Ippolìt Kirìllovič dedica attenzione alla figura di Fëdor Pàvlovič all’inizio della sua arringa, Fetjukòvič, l’illustre difensore di Mìtja giunto a Skotoprigònevsk da Pietroburgo, vi si sofferma nella fase finale del suo vibrante e apprezzatissimo intervento, e il giudizio sulla vittima è naturalmente ben più severo di quello del procuratore. Fetjukòvič definisce Fëdor Pàvlovič una «sventura», senza mezzi termini, lascia che Mìtja cresca «nell’abbandono, cioè come una bestia selvaggia», e quando il figlio finalmente torna da lui viene accolto con distacco, con ironia, con diffidenza; il padre lo scredita pubblicamente, in società, tentando persino di rubargli l’amante con quei soldi che gli spetterebbero di diritto. Fetjukòvič poi, ricorrendo emblematicamente al Vangelo, la suprema guida filosofico-spirituale all’interno dell’universo dostoevskiano, opera una rivalutazione del ruolo paterno – proprio come Stephen Dedalus nel passo dell’Ulisse sopracitato -, giungendo infine a rifiutare la definizione di parricidio per il caso in questione. Leggiamo.

«Poco fa ci chiedevamo: che cos’è un padre? E ho affermato che questa è una parola nobile, un nome prezioso. Ma le parole, signori giurati, vanno usate secondo coscienza, io proverò a chiamare le cose con il loro proprio nome. Un padre come il vecchio Karamazov non può essere chiamato padre, non ne è degno. L’amore di un figlio per un padre indegno è innaturale, un’assurdità. Non si può creare l’amore dal nulla, solo Dio crea dal nulla. “Padri, non rattristate i figli vostri”, scrive l’apostolo, con il cuore acceso di amore. Non solo per il mio cliente cito ora queste sante parole, le rinnovo a tutti i padri. […] Non parlo solo ai padri qui presenti, ma mi rivolgo a tutti: “Padri, non rattristate i vostri figli!”. Sì, mettiamo in pratica noi prima di tutto l’insegnamento di Cristo, solo allora avremo il diritto di chiedere qualche cosa anche dai nostri figli. Altrimenti non saremo per loro dei padri, ma dei rivali, né loro saranno per noi dei figli, ma nemici, e saremo stati noi a renderli tali! “Con la misura con la quale misuri gli altri, sarai rimisurato”, non sono io che lo dico, è il Vangelo che prescrive: usate lo stesso metro che si usa per voi. Come incolpare i nostri figli, se ci giudicano secondo il nostro metro? […] Mostriamo forza d’animo, signori giurati, mostriamo anche ardimento, dobbiamo anzi, in questo momento, esser forti e arditi e non temere certe parole e certe idee, come le mercantesse di Mosca, che temono il “metallo” e lo “zolfo”. No, noi dimostreremo che, al contrario, lo sviluppo degli ultimi anni ha influito anche sulla nostra crescita e diremo con sincerità: chi ha procreato non può ancora dirsi padre, si chiama padre colui che ha procreato e ha conquistato questo nome. Oh, certo, si dà alla parola anche un altro significato, un’altra interpretazione, affermando che il padre, solo perché ha generato, sia comunque il padre, anche se è un essere abietto, anche se è ingiusto verso i suoi figli. Ma questo, diciamo così, è il significato mistico, che non si spiega razionalmente, ma che posso accettare con la fede o, più esattamente, come materia di fede, come molte altre cose che non comprendo, ma che la religione mi impone di credere. Tuttavia sono questioni dottrinali estranee alla vita reale. Invece nell’ambito della vita reale, in cui non valgono solo i diritti, ma sussistono anche grandi doveri, in questo ambito, se vogliamo essere umani, insomma sottoposti all’insegnamento di Cristo, abbiamo il dovere e l’obbligo di seguire solo le convinzioni giustificate dalla ragione e dall’esperienza, passate per il vaglio dell’analisi, in una parola di agire in modo ragionevole, e non dissennato come nel sogno o nel delirio, per non nuocere agli altri, per non farli soffrire e causarne la perdita. Allora ci saremo comportati da veri cristiani, e non soltanto da mistici, e avremo agito ragionevolmente, umanamente…
[…] Credete, signori giurati, che simili comportamenti possano passare inosservati ai nostri bambini, quando già cominciano a ragionare? No, certamente, e non chiediamo loro di far finta di niente! L’esempio di un padre indegno, specialmente se messo a confronto con quelli più degni, degli altri fanciulli, suoi compagni di scuola, fa nascere in un ragazzino, involontariamente, delle domande angosciose. A queste domande si è soliti rispondere: “Egli ti ha generato, e tu hai il suo stesso sangue, perciò devi anche amarlo”. Ma il fanciullo è portato a riflettere: “Mi amava forse, quando mi ha generato?”, si domanda, sempre più dubbioso, “gli ho chiesto io di mettermi al mondo? Egli non sapeva niente di me, neanche il mio sesso, in quel momento: nel momento della passione, forse suscitata dal vino, forse non mi ha trasmesso che l’inclinazione al bere, ecco tutti i suoi benefici… Perché dovrei amarlo, per il solo fatto che mi ha generato, senza poi interessarsi a me per il resto della vita?”. Oh, forse queste domande possono sembrarvi brutali, crudeli, ma non chiedete a un cuore giovane un’impossibile disponibilità: “Se cacciate la natura dalla porta, essa rientrerà dalla finestra”, e soprattutto, soprattutto non dobbiamo mostrare paura del “metallo” e dello “zolfo” e risolviamo i problemi come ci insegnano l’intelligenza e l’amore per il prossimo, e non secondo le idee mistiche! Ma come dobbiamo risolverli allora? Ecco come: il figlio si presenti davanti a suo padre e domandi direttamente a lui: “Spiegami, papà, perché dovrei amarti? Dimostrami che il mio amore ti è dovuto!”, e se il padre sarà in grado di dargli una risposta e di provarglielo, allora saremo di fronte a una famiglia normale, non basata sul pregiudizio mistico, ma su principi ragionevoli, naturali e rigorosamente umani. Al contrario, se il padre non fornirà nessun motivo, sarà forse la fine di quella famiglia: egli non si può definire padre, e il figlio riconquista d’ora in avanti la libertà e il diritto di pensare a suo padre come a un estraneo, e anche come un nemico.
[…] Un simile assassinio non è un assassinio. Ma soprattutto non siamo di fronte a un parricidio. No, l’uccisione di un padre del genere non si può definire parricidio. Non può essere nominata parricidio che per un pregiudizio!» (720-723).

Emerge con evidenza la differenza tra la strategia dell’accusa e quella della difesa, la prima culminante nell’immagine spaventosa della trojka impazzita, la seconda nell’immagine rassicurante e imponente della «regale carrozza russa che avanza solenne e serena verso la meta»: Ippolìt Kirìllovič definisce Fëdor Pàvlovič un padre del nostro tempo, e va da sé che ciò non autorizzi i figli a versare il sangue dei propri padri, per quanto abietti (l’assoluzione di Mìtja veicolerebbe proprio il messaggio opposto, secondo il punto di vista dell’accusa, barbaramente sanguinoso e in linea con il degrado morale della società russa evidenziato dal procuratore), mentre Fetjkòvič rifiuta al vecchio Karamazov la definizione di padre, alleviando sensibilmente la posizione dell’accusato anche qualora venga giudicato colpevole. Ora, il pensiero dostoevskiano non si riflette interamente in nessuno dei due interventi, né in quello dell’accusa, che, in quanto tale, è inquinata alle radici dall’errore, né in quello della difesa, attraversato da una tensione positivista lontana anni luce dalla concezione filosofico-letteraria di Dostoevskij. Ma così come nell’arringa del procuratore, anche nell’arringa del difensore è possibile trovare qualcosa di profondamente dostoevskiano: l’appello alla conquista del «nome prezioso» di padre, appello che riecheggia prepotente anche nel romanzo precedente ai Fratelli Karamazov, L’adolescente. Nei due ultimi romanzi Dostoevskij elegge i giovani quali suoi lettori ideali, quali principali destinatari del suo messaggio intimamente, autenticamente cristiano, ed è naturale che in un processo di crescita, di formazione il giovane si confronti con il proprio genitore. All’ancestrale conflitto tra padri e figli è dedicato uno dei principali monumenti della letteratura russa e, in generale, della letteratura universale, Padri e figli appunto, ma se Turgenev pone il confronto generazionale su un piano intellettuale, con l’irruzione sulla scena filosofica russa del nichilismo, indimenticabilmente incarnato nel giovane medico Bazarov (celebre la sua definizione del nichilista: «Un nichilista è un uomo che non s’inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio come fede, di qualunque rispetto questo principio sia circondato» [10]), Dostoevskij lo riporta su un piano esistenziale, naturale, mitico, quasi biblico, secondo quella «forza terragna» dei Karamazov che attraversa e scuote il romanzo dalla prima all’ultima pagina. Dostoevskij pone sempre al centro della sua attività letteraria e filosofica l’uomo, ma l’uomo assoluto; anche partendo da un fatto di cronaca si sforza di scoprire e portare in superficie quello che, nella Prefazione dei Fratelli Karamazov, definisce «midollo dell’universale», e in ciò risiede la sua inesauribile attualità. Lo scrittore russo fa dei giovani i destinatari e i depositari del suo testamento, espresso nell’ultimo romanzo dallo stàrec Zòsima, supremo veicolo dell’autentico messaggio cristiano, e da Alëša nel discorso presso la pietra che conclude l’opera, con l’esaltazione dei positivi ricordi infantili (espressa anche nel Discorso su Puškin, che sancisce in modo definitivo la fama di Dostoevskij, permettendogli, proprio alla vigilia della morte, di riconciliarsi con molti degli occidentalisti a lui ostili, Turgenev su tutti), da custodire gelosamente per tutta la vita quali stelle polari nel tortuoso e complicatissimo orientamento esistenziale, ma si rivolge anche ai padri, ricordando loro tutta l’importanza del ruolo, da svolgere con coscienza e responsabilità mettendo da parte il cinismo e pensando anche all’avvenire, perché la vita di un uomo non si esaurisce nell’attimo, ma si dilata fino ad abbracciare l’eternità.

I.IV. Ancora un paio di questioni

Prima di concludere il capitolo, vorrei affrontare velocemente ancora un paio di questioni, la prima delle quali relativa alla giustizia. Rappresentando un errore giudiziario di una tale portata, Dostoevskij mostra tutti i limiti della giustizia umana, limiti di cui bisogna essere perfettamente consapevoli in vista di un suo miglioramento, con il monito di Fetjukòvič che s’insinua inesorabilmente nelle coscienze di noi lettori: «Meglio assolvere dieci colpevoli che condannare un solo innocente». Ma ancor più che dei limiti dell’umana giustizia bisogna essere perfettamente consapevoli delle proprie responsabilità, uno dei principali insegnamenti (qui si va al di là del semplice messaggio) dello scrittore russo, già enunciato da Tichon nei Demòni e ribadito con ardore dallo stàrec Zòsima:

«Tieni soprattutto a mente che non puoi essere giudice di nessuno. Infatti, nessuno su questa terra può giudicare il delinquente senza aver prima riconosciuto di essere egli stesso un delinquente come colui che gli sta davanti, e che di quel delitto egli è forse più responsabile di chiunque altro. Quando l’avrà compreso, potrà anche essere giudice. Per quanto ciò sembri assurdo, è la verità. Dal momento che se io stesso fossi davvero un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente di fronte a me» (328-329).

L’errore giudiziario che conclude I fratelli Karamazov rivela la necessità di una profonda riforma della giustizia, che si basi necessariamente su queste parole di Zòsima, ovvero su un profondo rivolgimento delle singole coscienze che porterà di conseguenza a un miglioramento non solo giuridico, ma, in generale, esistenziale.

La seconda e ultima questione riguarda invece un vuoto, il cosmico vuoto materno che si spalanca nei Fratelli Karamazov. Nell’ultimo romanzo di Dostoevskij la figura della madre è completamente assente, e le conseguenze di questa assenza sono terribili: un mondo senza madri sprofonda nel caos e nella violenza. Non a caso Mìtja ripete come siano state le preghiere della madre a salvarlo dalla tentazione di uccidere il padre, non a caso Alëša, insieme a Zòsima il personaggio più luminoso e positivo dei Fratelli Karamazov, è l’unico a conservare un ricordo nitido della madre, la povera klikuša offesa, umiliata da Fëdor Pàvlovič, e non un ricordo qualunque, ma, di nuovo, il ricordo della preghiera:

«Egli ricordava una calma sera d’estate, una finestra aperta, i raggi obliqui del sole al tramonto (quei raggi obliqui, più di ogni altra cosa); in una camera, nell’angolo, un’immagine sacra, con un lume acceso davanti, e in ginocchio davanti all’immagine, singhiozzando come in una crisi isterica, tra strepiti e grida, la sua mamma, che l’aveva stretto tra le braccia fino a fargli male, e pregava per lui la Vergine, lo tendeva con tutte e due le braccia verso l’immagine, come per metterlo sotto la protezione della Vergine» (36).

Perché, ricorrendo ancora all’alter ego di Joyce, Stephen Dedalus, «Amor matris, genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l’unica cosa vera nella vita», come luminosamente dimostra, nell’universo letterario di Dostoevskij, Sòf’ja, la madre dell’Adolescente, quando, in una delle scene più toccanti del romanzo, va a trovare il figlio abbandonato, per volontà del padre, e si inginocchia al suo cospetto, benedicendolo più volte, donandogli le sue ultime monete e, cosa ben più importante, uno di quei fondamentali ricordi infantili positivi che possono salvare un uomo, ciò che effettivamente accade, con il ricordo di quella antica visita che soccorre Arkadij proprio nel momento più critico della sua giovane vita, quando, dopo essere stato offeso e umiliato come mai prima, ha la tentazione di spargere morte e distruzione [11].

Nei Fratelli Karamazov Fëdor Pàvlovič è la vittima, ma, al tempo stesso, uno dei principali carnefici. Nessuno versa una sola lacrima per la sua morte, per quanto barbara, perché chi sparge violenza raccoglie violenza, e durante il processo, pubblica rappresentazione e spettacolarizzazione dei sentimenti e delle azioni dei componenti della famiglia Karamazov e delle persone ad essa legate, la figura di Fëdor Pàvlovič, nella ricostruzione dell’accusa tanto quanto in quella della difesa, si impone come supremo esempio negativo da condannare, da stigmatizzare, per tutti quei padri che sono come lui e che hanno ancora la possibilità di redimersi, e per tutti quei figli che un giorno saranno padri.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte, Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio, Scigaliovismo.

[2] Per un approfondimento sul padre naturale di Arkadij rimando all’articolo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco».

[3] Per un approfondimento sul padre legale di Arkadij rimando all’articolo Personaggi e temi dell’«Adolescente». Capitolo quarto – Sof’ja e Makar ovvero la Russia.

[4] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 25. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[5] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[6] Per un approfondimento sulla madre di Arkadij rimando all’articolo già citato nella nota numero 3.

[7] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». IntroduzioneDostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Prima parteDostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Seconda parte.

[8] Per un approfondimento sul romanzo dello scrittore senese rimando all’articolo Federigo Tozzi, «Con gli occhi chiusi»: la relatività dei rapporti umani.

[9] James Joyce, Ulisse, traduzione di Giulio de Angelis, Mondadori, Milano 2000, p. 202. Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’Ulisse di Joyce: amor matris.

[10] Ivan Turgenev, Padri e figli, traduzione di Giuseppe Pochettino, Einaudi, Torino 1998, pp. 26-27. Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo Ivan Turgenev, Padri e figli: il dramma del nichilista.

[11] Per un approfondimento sul protagonista del penultimo romanzo dello scrittore russo rimando all’articolo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo secondo – L’idea di Arkadij.

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