«[…] noi abbiamo un “carattere capiente”, alla Karamazov – e questo è il punto – in grado di contenere in sé tutti i possibili contrasti e di prevedere a un tempo i due abissi: lo spazio che ci sovrasta, quello dei supremi ideali, e l’abisso che è ai nostri piedi, l’abisso del più spregevole e infimo degrado. […] “A questi caratteri smodati e irrefrenabili, lasciarsi andare alle sensazioni infime è necessario quanto provare sensazioni che nascono dalle più alte virtù”, ed è vero: loro hanno appunto un continuo, costante bisogno di accedere ad esperienze opposte. Due abissi, due abissi, signori, nello stesso momento!»

Introduzione

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij è un libro necessario, come pochi altri nella storia della letteratura. Necessario per chiunque senta il bisogno – atavico, primordiale come sottolinea Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia [1], e invece sempre più raro nella nostra epoca vuota, dominata dall’apparenza, dalla stupidità, la Grande Stupidità di manniana memoria [2], dall’ignoranza, dall’incoscienza, dall’inautenticità in sostanza, dalla rettorica, del male come del bene – di non arrestarsi alla superficie, ma di penetrare in profondità, fino a decifrare, o almeno tentare di decifrare, il «mistero» uomo [3]. E nell’ultimo e più grande romanzo dello scrittore russo (in realtà, come ho già scritto altrove, d’accordo con Freud reputo I fratelli Karamazov non solo il più grande romanzo di Dostoevskij, ma il più grande romanzo dell’intera storia della letteratura) arte, filosofia e morale, i tre parametri boiniani ai quali ho sempre fatto riferimento nella valutazione di un testo, interagiscono e si fondono in un’opera monumentale che ha il supremo valore del «libro sacro» [4].

La creazione di un libro totale, definitivo, che contenga e veicoli l’ultima, estrema, severa parola, dopo il quale poter morire più o meno serenamente, in pace con se stessi e in accordo con la propria missione, senza dover temere o rimpiangere di non essere riusciti a dire tutto ciò che doveva essere detto, tutto ciò che era necessario fosse detto, è un’idea fissa per molti scrittori, soprattutto per quegli scrittori che alla vocazione letteraria abbinano una spiccata vocazione filosofica e morale. Alcuni di essi falliscono, altri invece riescono, e tra questi vi è Dostoevskij, che, giunto alla fase conclusiva della sua tormentata e romanzesca esistenza, crea I fratelli Karamazov, il suo libro totale, definitivo, veicolo della sua ultima, estrema, severa parola, ideale sintesi artistico-letteraria del suo pensiero [5].

Dopo queste preliminari considerazioni di carattere generale – superflue, come tutte le mie parole del resto, ma doverose -, possiamo iniziare a occuparci del romanzo più nello specifico, ma partendo da lontano, da un testo di Dostoevskij di molti anni precedente ai Fratelli Karamazov, i Pensieri sulla morte e sull’immortalità. Siamo nella primavera del 1864 e Dostoevskij, impegnato allora nella scrittura delle Memorie dal sottosuolo [6], tra tutte le opere dello scrittore russo forse quella che più influenzerà la letteratura europea del Novecento, mentre veglia il cadavere della sua prima moglie, Màrija Dmìtr’evna, prende i seguenti appunti:

«Màša distesa sulla tavola. La rivedrò io mai? Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo. […] Ma, almeno secondo la mia facoltà di giudizio, sarebbe assolutamente insensato raggiungere uno scopo così alto se, al momento del raggiungimento di tale fine, tutto dovesse spegnersi e scomparire, e cioè se non ci fosse più vita per l’uomo dopo averlo raggiunto. Ne consegue che esiste una vita futura, il paradiso» [7].

Distruggere l’io dunque. È ciò che fa l’indimenticabile principe Myškin, struggente figura di Cristo drammaticamente votata al fallimento, nell’Idiota [8]. È ciò che, tornando ai Fratelli Karamazov, fanno lo stàrec Zòsima, incarnazione del polo positivo del pensiero dostoevskiano (polo positivo che trova in un passo della lettera alla Fonvìzina del gennaio-febbraio 1854, scritta al termine dell’esperienza-di-vita della katorga rievocata artisticamente nelle Memorie di una casa morta [9], la sua formulazione più celebre: «Di me le dirò che io sono figlio del mio secolo, figlio della miscredenza e del dubbio, e non solo fino ad oggi, ma tale resterò (lo so con certezza) fino alla tomba. Quali terribili sofferenze mi è costata – e mi costa tuttora – questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nella mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti ad essa contrari! Ciononostante Iddio mi manda talora degl’istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegl’istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità» [10]), opposto a Ivàn Karamazov, incarnazione di quello negativo e nella sua forma più estrema, e in parte, perché la sua persona è in divenire, sospesa proprio tra i due sopracitati poli, tra il monaco suo mentore e il fratello maggiore, Aleksèj Karamazov, il giovane eroe del romanzo. Ma Zòsima e Alëša, per quanto luminosi, sono solamente due personaggi; tutti gli altri – Fëdor Pàvlovič, Mìtja, Ivàn, Smerdjàkov, Kàtja, Grùšen’ka – si caratterizzano per una disperata affermazione di individualità: «Non sono personaggi, sono forze della natura. […] Guardate con che ansia e urgenza ciascuno di essi si sforza, ogni volta, in ogni episodio, di rivelarsi tutt’intero, di arrivare assolutamente e il più in fretta possibile in fondo a sé medesimo e di trascinarsi fuori “nel modo più brutale”, “una volta per tutte”» [11]. Ma i personaggi dei Fratelli Karamazov interi non lo sono affatto ed è questa la loro principale caratteristica. L’umanità che compone l’ultimo romanzo di Dostoevskij è intimamente, irriducibilmente lacerata, spaccata, divisa, eccezion fatta, forse, per il solo Fëdor Pàvlovič, sempre coerente nella sua insaziabile brama di lussuria e di buffoneria: Mìtja è diviso tra la bestialità e l’onestà, l’onore, tra il fango nel quale si getta a capofitto, con autodistruttivo entusiasmo, e il sublime cui anela con romantica, schilleriana tensione, tra Kàtja e Grùšen’ka; Ivàn, in definitiva, tra l’amore e l’odio, tra Cristo e il Grande Inquisitore, protagonisti del suo grandioso poema; Smerdjàkov tra l’ambizione della rivalsa e la disperazione, che infine lo abbatte, portandolo al suicidio (come Raskòl’nikov il presunto figlio illegittimo versa il sangue, ma in questo stesso sangue resta intrappolato, incapace di superare l’ostacolo [12]); Kàtja tra l’amore, l’orgoglio – il suo male – e la vendetta, tra Mìtja e Ivàn; Grùša lo stesso, ma tra Mìtja e il suo primo, indiscusso amore. Ma la divisione interessa anche i due personaggi positivi dei Fratelli Karamazov: l’esperienza biografica dello stàrec Zòsima si divide perfettamente in due, prima e dopo il duello ovvero prima e dopo la conversione (proprio come il manzoniano fra Cristoforo [13]), e Alëša, come ho già scritto, è una coscienza in fieri che oscilla tra il monaco russo e suo fratello Ivàn, dunque, in sostanza, tra Cristo e il socialismo, l’anarchia, l’ateismo, il nichilismo – il sottosuolo del sottosuolo insomma -, che si impone come il conflitto per eccellenza del romanzo e, più in generale, del pensiero dostoevskiano.

Quello dell’uomo diviso è uno dei temi principali dell’opera dello scrittore russo, che in questo modo precorre quella crisi dell’individuo che si impone come uno dei motivi precipui della grande letteratura europea del Novecento (Kafka, illustrissimo discepolo di Dostoevskij, Joyce, Musil, Mann, Svevo, Pirandello [14]): dalle Memorie dal sottosuolo, in cui il protagonista, l’uomo-topo, è attraversato da una tensione contraddittoria che scuote il romanzo dalla prima all’ultima pagina, all’Adolescente, in cui Arkadij è diviso tra il padre biologico Versilov e il padre legale Makàr [15], passando naturalmente per Delitto e castigo, in cui Raskòl’nikov il tema della divisione lo porta inscritto nel nome, L’idiota, soprattutto nella figura di Nastas’ja Filippovna, e I demòni, dove uno dei supremi emblemi del male nell’universo dostoevskiano, Stavrògin, è capace di slanci solidali, pacifici, come dimostra il sogno dell’età dell’oro confessato, insieme con il più terribile peccato, l’abuso sessuale di una bambina poi suicida, a Tichon [16].

La distruzione dell’io conduce direttamente a quell’amore attivo teorizzato con passione dallo stàrec Zòsima, la disperata affermazione di individualità invece, nel migliore dei casi, all’amore contemplativo, tutto esteriore, nel peggiore al risentimento, all’odio ed è questo, proprio questo il sentimento dominante nei Fratelli Karamazov, costituendone il motore narrativo e filosofico: il padre odia il primogenito, il primogenito odia il padre, la fidanzata del primogenito odia il fidanzato, il secondogenito odia il padre e il fratello maggiore, il servo odia tutti e via dicendo. Nell’ultimo romanzo di Dostoevskij l’odio si impone come una forza fisica, potente e invincibile tanto quanto la forza di gravità.

Premesso ciò, possiamo iniziare l’analisi dei singoli personaggi dei Fratelli Karamazov con le loro strutturali divisioni. Questo l’ordine: Fëdor Pàvlovič, Mìtja, Kàtja, Grùšen’ka, Ivàn, Smerdjàkov, Zòsima, Alëša. Vengono a formarsi così delle coppie strettamente legate tra di loro: il padre e il presunto parricida, le due donne rivali, il responsabile morale e il responsabile materiale della tragedia, il monaco e il suo discepolo. Rivelato più o meno anche il senso dell’architettura di questo contributo, possiamo davvero procedere.

NOTE

[1] Per la lettura e una succinta analisi del componimento rimando all’articolo Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati.

[2] Thomas Mann, La montagna incantata, traduzione di Ervino Pocar, Corbaccio, Milano 1992, pp. 588-599. Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’evoluzione di Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann.

[3] Ricordo le parole scritte da un giovanissimo Dostoevskij, appena diciassettenne, al fratello Michail in una lettera dell’agosto 1839, alle quali lo scrittore russo resterà fedele per tutta la vita: «Riesco abbastanza bene nello studio del “significato dell’uomo e della vita”; posso studiare i caratteri mediante la lettura degli scrittori in compagnia dei quali trascorro liberamente e gioiosamente la parte migliore della mia vita; non ti dirò più nulla su di me. Mi sento sicuro di me. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo» (Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 26).

[4] A proposito dei Fratelli Karamazov scrive Giuseppe Antonio Borgese: «Vanno oltre il bello. Essi raggiungono la dignità del libro sacro» (citato in Igor Sibaldi, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori, Milano 1994). Per un approfondimento sul critico e scrittore siciliano rimando agli articoli Giuseppe Antonio Borgese, il padre dei crepuscolari, Rubè.

[5] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[6] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

[7] Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, pp. 153-154.

[8] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[9] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Prima parte, Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Seconda parte.

[10] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 51.

[11] Igor Sibaldi, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, cit.

[12] Per un approfondimento sul romanzo di cui Raskòl’nikov è protagonista rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[13] Per un approfondimento sul frate cappuccino e, in generale, sul romanzo rimando agli articoli Alessandro Manzoni, «I promessi sposi»: la ribalta degli inosservati. Prima parte, Alessandro Manzoni, «I promessi sposi»: la ribalta degli inosservati. Seconda parte, Alessandro Manzoni, «I promessi sposi»: la ribalta degli inosservati. Terza parte.

[14] Per un approfondimento su questi autori, eccezion fatta per Mann, a cui rinvio già nella nota numero 2, rimando agli articoli Franz Kafka, Il processo: colpevole senza colpa e per legge di natura, L’Ulisse di Joyce: amor matris, Ulrich, l’uomo senza qualità. Prima parte, Ulrich, l’uomo senza qualità. Seconda parte, La coscienza di Zeno: originalità e malattia della vita, Vivo morto, morto vivo… insomma, Mattia Pascal.

[15] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Introduzione, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo primo – La famiglia casuale, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo secondo – L’idea di Arkadij, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco», Personaggi e temi dell’«Adolescente». Capitolo quarto – Sof’ja e Makar ovvero la Russia, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo quinto – Kraft e Olja ovvero l’epidemia dei suicidi, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Conclusione.

[16] Per un approfondimento sul protagonista dei Demòni rimando agli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte.

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