L’attività critica di Giuseppe Baretti – il primo vero critico militante della storia della letteratura italiana – si caratterizza per l’energia polemica, con cui si scaglia contro l’accademismo e la poesia arcadica, ma senza lesinare sferzate ad autori distanti da tali esperienze, e penso ad esempio a Goldoni, di cui Baretti stronca le commedie definendole senza mezzi termini «plebee» e, allargando l’orizzonte letterario, a Voltaire [1] – più in generale a tutti gli illuministi francesi, i «tanti goti e vandali, che dal gelato Settentrione dell’ignoranza sono venuti a manomettere, a vituperare e a imbarbarire il nostro bellissimo e gloriosissimo Stivale» (metafora all’epoca assolutamente nuova, inedita per indicare l’Italia) -, bersaglio nel capolavoro critico di Baretti, il Discorso su Shakespeare e su Voltaire (1777), per il suo giudizio negativo nei confronti del grande drammaturgo inglese. Energia polemica che, grazie alla lezione di Francesco Berni [2], nel segno del quale Baretti esordisce nell’universo letterario, con le Piacevoli poesie (1750), raccolta di quarantasette componimenti burleschi, ricorre sistematicamente all’arma del comico, e ad un suo filone in particolare, il grottesco, raggiungendo così un’efficacia particolarmente caustica e velenosa, che ridicolizza gli avversari, come nel caso del povero Giambattista Felice Zappi, tra i fondatori dell’Accademia d’Arcadia, i cui frivolissimi e spesso, diciamolo pure, sciocchi Sonetti Baretti giudica così: «il mio lezioso, il mio galante, il mio inzuccheratissimo Zappi […] il poeta favorito di tutte le nobili damigelle che si fanno spose, che tutte lo leggono un mese prima e un mese dopo le nozze loro, [massimo campione] della poesia eunuca. Oh cari que’ suoi smascolinati sonettini, pargoletti piccinini, mollemente femminili, tutti pieni d’amorini!» (1763). Baretti dichiara guerra alla frivolezza, al cattivo gusto e all’inconsistenza morale della letteratura italiana contemporanea, preferendo ad essa la naturale immediatezza, moralmente profonda, di un Benvenuto Cellini [3], in cui il critico ritrova quell’esaltazione individualistica che caratterizza la sua persona, e che si riversa come un fiume in piena in tutti i suoi scritti.

Il nome di Baretti è legato soprattutto alla «Frusta letteraria», periodico edito a Venezia ogni quindici giorni dal primo ottobre 1763 al 15 gennaio 1765, e dal 19 aprile al 15 luglio 1765. Come indica chiaramente il titolo – «titolo chiaro e intelligibile e nulla bisognevole di commento» -, la rivista si caratterizza per il tono critico particolarmente violento e ardimentoso. Baretti, nella sua lotta contro gli «scrittoracci moderni», ricorre ad un redattore fittizio, l’innatamente bizzarro Aristarco Scannabue, di cui il critico fornisce l’originalissimo ritratto nell’Introduzione a’ leggitori che inaugura «La Frusta Letteraria».

«Quel flagello di cattivi libri, che si vanno da molti e molti anni quotidianamente stampando in tutte le parti della nostra Italia, e il mal gusto di cui l’empiono, e il perfido costume che in essa propagano, hanno alla fin fine mossa tanto la bile ad uno studioso e contemplativo galantuomo, che s’è pur risoluto di fare nella sua ormai troppo avanzata età quello che non ebbe mai voglia di fare negli anni suoi giovaneschi e virili, cioè si è risoluto di provvedersi d’una buona metaforica Frusta, e di menarla rabbiosamente addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione, che non hanno in sé il minimo sugo, la minima sostanza, la minimissima qualità da renderle o dilettose o giovevoli ai leggitori ed alla patria.
Molto magnanimo, come vedete, signori miei, molto magnanimo è il motivo che induce questo vegeto e robusto vecchio a dichiarare, come solennemente dichiara, una disperatissima guerra ai tanti goti e vandali, che dal gelato Settentrione dell’ignoranza sono venuti a manomettere, a vituperare e a imbarbarire il nostro bellissimo e gloriosissimo Stivale. Ma chi è, direte voi, questo bravaccio, il quale con questa sua terribile Frusta in pugno si lusinga così baldantemente di far più che non fece Morgante [4] col battaglio, o Dama Rovenza col martello? Chi è costui che viene così d’improvviso ad attaccare tutti i nostri paladini del calamaio, e si propone di trattarli come i discoli ragazzacci sono trattati dagli austeri e collorosi pedanti? Chi è costui che giudica le sue forze proporzionate a tanto vasta, a tanto ardua, a tanto pericolosa intrapresa?
Chi egli sia, leggitori, non vi si può peranco dire per alcune ragioni, che troverete buonissime quando verrà il tempo che vi sieno manifestate. Dunque abbiate un po’ di flemma, e vedetelo prima adoperare alquanto questa sua Frusta sul deretano a qualche dozzina di questi scrittoracci moderni. Quand’egli avrà fatte rosseggiare alquanto le carni di questi poltronieri, e quando avrà fatte loro alzare le grida pel dolore delle prime frustate, allora si torrà del viso quella maschera che si propone di portare alcun tempo per maggiormente atterrirli; allora si lascerà guardare nella fisionomia; e sarete allora informati pel lungo e pel largo della sua nascita, della educazione sua, della sua indole, de’ suoi costumi, degli studi suoi, del suo general modo di pensare e di vivere; ed in sostanza saprete allora fino il numero dei denti che gli rimangono ancora in bocca, se mostrerete voglia di saperlo. Ma per ora egli non vuol essere che una specie d’indovinello, e si vuol celare sotto il misterioso nome di Aristarco, e sotto l’allegorico cognome di Scannabue [5].
Non v’aspettaste però, leggitori, di sentire cose comunali e da nulla, quando questo Aristarco Scannabue in questi suoi fogli verrà dandovi a mano a mano un minuto ragguaglio di se stesso, e raccontandovi pezzo per pezzo tutti i casi suoi. La vita di quella mansueta ed innocua gente, che noi volgarmente chiamiamo letterati, non è, e non può essere, gran fatto piena di strani accidenti, né troppo feconda di maravigliose varietà, perché è per lo più una vita vissuta tutta in un paese solo, e tutta limitata in un ristretto cerchio d’amici, la maggior parte ignoranti affatto o appena iniziati negli elementi del sapere. Ma la vita del nostro Aristarco Scannabue è stata una cosa assai diversa, ve l’assicuro. Quando alla Madre Natura venne in capriccio di formare il suo individuo, parve proprio si proponesse di fare una singolar cosa, poiché gli è certo che si stette di molte settimane rimescolando assai ignee materie, che infuse quindi nella sua corporea sostanza. E quando l’ebbe tutto formato in guisa da farlo poi riuscire, come riuscì di fatto, un uomo di statura poco meno che gigantesca, quella buona Madre Natura lo produsse al mondo in uno de’ più ardenti giorni della canicola; onde non è da stupirsi se Aristarco non potette poscia stare per un lungo tempo fisso in un luogo, e se de’ quindici lustri già da esso vissuti ne passò dieci intieri sempre avvolgendosi come una fiamma per diverse regioni del mondo. Nella sua prima fanciullezza egli non ha, a dir vero, operata alcuna cosa molto rimarchevole, se non vogliam dire che fosse rimarchevole il passare ch’egli faceva molte e molte giornate in un giardino di casa, diligentemente cercando scorpioni pe’ fessi de’ muri, e di sottovia de’ vasi di creta e di legno, e schiacciando quegli scorpioni se li trovava piccini, o riponendoli vivi in un fiasco d’olio se s’abbattevano ad esser grandi, pigliandoli sempre su colle sue proprie dita, senza punto di paura delle loro velenose code. Ma se Aristarco fece poco nella sua fanciullezza, voi avete a sapere, leggitori, ch’egli spese l’adolescenza in istudiare sotto il celebre Diogene Mastigoforo [6], insigne papasso d’Antiochia, alcune delle lingue d’Oriente, dopo d’essersi molto bene insignorito del latino e del greco; e fu tanto costante l’ostinatezza da lui principalmente usata nello apprendere il parlare degli arabi e quello del Mogol, che non aveva ancora diciassett’anni compiuti quando finì di tradurre la Fiammetta del Boccaccio in prosa arabesca [7], e i tre primi libri del Calloandro fedele in versi mogollesi. La Fiammetta egli la dedicò poi alcuni anni dopo così tradotta al famoso Sul Im Addin, primo visirre del soffì di Persia, e que’ tre libri del Calloandro li regalò al formidabil tartaro Krab Kul Kan Kon, generalissimo di tutto l’Indostan. Que’ due gran personaggi egli se gli fece molto amici, e li trattò con molta domestichezza, massime nel secondo viaggio che fece per quelle rimote contrade, conchiudendo anzi in quel viaggio un difficile trattato di pace e di commercio fra di essi. E allora fu che Aristarco, deposto l’abito europeo, s’avvezzò a coprirsi il capo d’un turbante, a indossare una lunga zimarraccia foderata di pelliccia, a portare un gran paio di mustacchi sotto il naso, a cingersi una lunga scimitarra al fianco, e a valersi sovente di quelle militari cognizioni da esso pochi anni prima acquistate servendo come volontario in Fiandra ne’ granatieri dell’immortale duca di Marlborough, e poi in Ungheria ne’ dragoni dell’invincibile principe Eugenio.
Dopo che Aristarco ebbe spesa la miglior parte della sua travagliosa vita, ora vibrando spuntone o sciabla per gli eserciti d’Europa e d’Asia, ora maneggiando spada o moschetto sulle flotte inglesi e giapponesi, ora soffrendo caldo e freddo nello attraversare province e mari, ed ora zerbinescamente avvolgendosi per palagi e per corti, sempre sottilmente notando costumi, né mai trascurando i libri e lo studio; e trovandosi pur un tratto sei buone croci sulle spalle, se ne volle finalmente tornare di donde era partito quarant’anni prima, cioè a casa sua. Egli cominciava a sentirsi talvolta fiacco dopo un violento esercizio, e talvolta le vertigini lo facevano barcollare dopo una lunga applicazione. E poi non poteva non accorgersi d’avere una gamba meno di quello che hanno gli altr’uomini, poiché la sua gamba manca egli l’aveva veduta distaccarsi dal suo ginocchio e cascar nell’Oceano, vicino allo stretto di Gibilterra, per la possente virtù d’una palla di cannone, che uscì una mattina con troppa furia da un brigantino corsaro di Marrocco. Ben potete credere, leggitori, che dopo un tale accidente qualche porzione di quelle tante particelle sulfuree che la Madre Natura aveva mischiate nella sostanza del suo individuo, cominciarono a svaporare e ad ammorzarsi; onde non è strano se, trovandosi con una gamba di legno sotto il ginocchio sinistro, s’indusse tosto a dar volta e a tornare ad patrios Lares. Sono dodici anni omai, ch’egli se la passa bel bello in un soggiorno campestre poco distante da una delle più cospicue metropoli d’Italia nostra, vivendo i suoi dì molto solitariamente per mancanza di parenti, di cui non gliene rimane più alcuno vivo, e per mancanza d’amici, di cui ebbe sempre scarsezza grande, come è il caso di tutti gli uomini onesti. La sua giornaliera compagnia e divertimento sono alcuni cani d’Irlanda e del Canadà, alcuni gatti d’Angola e del Malabar, e alcuni uccelli e scimmiotti di varie parti d’America, tutti nati da altri cani, gatti, uccelli e scimmiotti recati con sé quando tornò da quelle regioni. Di libri, come vi potete immaginare, Aristarco ne ha una quantità esorbitante, sì degli stampati che de’ manoscritti, sì degli europei che degli asiatici, e specialmente degli arabici, degli etiopici e de’ cinesi, che dopo la sua morte, se il suo già fatto testamento avrà il debito effetto, non saranno una spregevole aggiunta ad una delle nostre più celebrate pubbliche biblioteche. Il suo principal passatempo è la lettura di que’ suoi libri, la coltura di un suo orticello botanico, e il perpetuare, come s’è detto, le razze de’ sopraddetti cani, gatti, uccelli e scimmiotti. Que’ cani, que’ gatti e quegli uccelli si multiplicano con qualche difficoltà, ma que’ scimmiotti non si può dire quanto sieno fecondi e prolifici nel nostro clima, grazie alle sue stufe di cui avrà forse un giorno occasione di parlare. Uno solo ne genererebbe cento in pochissimo tempo, se Aristarco lasciasse fare; ma egli ne annega alcuni de’ piccini di tanto in tanto, ed a que’ che sono di razza grande fa fare uno scherzo dal norcino; e così intende di continuar quindinnanzi finché avrà fiato e vita. A ognuno di quei scimmiotti che Aristarco lascia vivi, egli ha capricciosamente posto un nome di poeta o di prosatore moderno, secondo il carattere ch’egli crede scorgere in questo o in quell’altro scimmiotto, come anderete da esso intendendo a misura ch’egli anderà tirando innanzi con questi suoi fogli intitolati La Frusta Letteraria. Siccome e’ se ne sta quasi sempre in quel suo soggiorno campestre, e si lascia veder di rado nella vicina metropoli, continua vestirsi alla persiana per una spezie di grata commemorazione della buona memoria del primo visirre Sul Im Addin, che gli fu tanto amico in diebus illis; onde, sia per cagione di quell’abito esotico, sia perché settantacinqu’anni non fanno gola, sia perché gli manca la gamba sinistra, sia per que’ due gran mustacchi ch’e’ porta sul labbro superiore, o sia perché ha eziandio qualche difetto nel labbro inferiore, baciatogli quasi tutto via in Erzerum dalla dammaschina sciabla d’un soldato circasso, le donne del villaggio non si curano troppo di trattar familiarmente con Aristarco, e gli uomini anch’essi di rado s’arrischiano a parlargli, tanto più che alcuni lo hanno anche in qualche leggier sospetto di negromante, o, come dicono essi, di stregone; cosicché gli è forza si contenti della conversazione di Macouf suo schiavo turco e di barattare qualche parola con un don Petronio Zamberlucco, il quale è curato del luogo dov’egli dimora. Questo dabben religioso si compiace di passare qualche sera di domenica con Aristarco, fumando seco un paio di pipe, aiutandolo con assai modestia a vuotare qualche fiasco, e stendendo con molto grave taciturnità gli orecchi quand’egli ciancia de’ suoi viaggi, de’ suoi tanti pericoli passati, delle mode e costumanze de’ lontani paesi, delle varie favelle e della varia letteratura di varie nazioni. Qualche volta leggono insieme qualche squarcio d’un qualche moderno libro italiano, e per lo più Aristarco dà addosso ai moderni italiani autori, e don Petronio talora si sforza di difenderli. Il buon uomo ha la pecca di farsene venire una copia subito che qualche letterario giornale o gazzetta o un suo corrispondente libraio gliene danno indizio. Vedete che bel modo quell’onesto curato ha saputo trovare per buttar via danari con non mediocre pregiudizio d’un suo cherichetto, che dev’essere un dì suo erede perché gli è nipote. Per guerir dunque don Petronio Zamberlucco di questo suo difetto, Aristarco ha voluto intraprendere di scrivere i presenti fogli; e perché i moderni dotti capiscano immediate l’intenzione con cui li scrive, ha voluto intitolarli La Frusta Letteraria, che è titolo chiaro e intelligibile e nulla bisognevole di commento. Lo scrivere questi fogli gioverà anche ad Aristarco a sfogare l’innata bizzarria, a fargli purgare un po’ di quella stizza che la lettura d’un cattivo libro naturalmente gli muove, ed a finir di consumare quel breve spazio di vita che gli resta a vivere con qualche profitto de’ suoi compatriotti. Avvertite dunque, signori leggitori, che Aristarco si mette a malmenare tutti i moderno cattivi autori che don Petronio gli farà capitare sul tavolino, e si dispone a farne propio fette senza la minima misericordia; onde badate a non iscrivere, o a scriver bene, e cose di sustanza, se non volete toccare qualche maladetta frustata. Ogni quindici dì sarà scritto uno di questi numeri, che voi vi compiacerete di leggere molto attentamente approfittandovi di quelle moltiplici notizie e de’ buoni documenti, che il vecchio Aristarco Scannabue vi potrà dare in questo po’ di tempo che gli rimane a picchiar ancora il globo terracqueo con la sua gamba di legno. Valete omnes» [8].

L’ironia è davvero efficace quando ha la forza e l’intelligenza di mutarsi anche in autoironia. È quanto avviene in queste pagine, perché realizzando il ritratto di Aristarco Scannabue Baretti realizza di fatto la caricatura di se stesso. Il cosmopolitismo del critico, residente per diversi anni a Londra, dove peraltro concluse la sua vita, viene così spinto al parossismo, al randagismo di Aristarco Scannabue, in polemica con il provincialismo della maggior parte dei letterati italiani. Samuel Johnson (1709-1784), illustre intellettuale inglese carissimo amico di Baretti e, in un certo senso, suo maestro, diviene l’«insigne papasso d’Antiochia» Diogene Mastigoforo, responsabile della formazione di Aristarco.

Soffermiamoci un istante sull’emblematica figura di Diogene, il filosofo greco che aveva fatto di una botte la sua abitazione, che si aggirava di giorno con una lucerna accesa alla ricerca dell’uomo, l’uomo autentico, e che, alla proposta di Alessandro Magno, non esattamente un individuo qualunque, di esprimere un desiderio, rispose al sovrano di spostarsi, per non fargli ombra. Come scrive Carlo Michelstaedter nell’articolo del 1908 dedicato a Tolstoj, in occasione degli ottant’anni del grande scrittore russo, i filosofi greci si caratterizzano per l’«uniformità fra pensiero e vita» [9], e su questa stessa uniformità si basano Giuseppe Baretti e Aristarco Scannabue, che non conoscono mediazioni, ma malmenano senza pietà gli «scrittoracci moderni». Così, sempre nel nome dell’uniformità, il vecchio Aristarco, dopo anni e anni di avventure, come un personaggio del Candide di Voltaire, decide di ritirarsi in campagna, rifuggendo dalla metropoli, in compagnia dei suoi libri e dei suoi animali, in uno stato di volontario esilio dalla vita che ricorda quello del gozzaniano Totò Merùmeni [10], e da qui colpire con le sue spietate frustate «i nostri paladini del calamaio». I radicali, e oltre a Baretti penso a Giordano Bruno [11] – anch’egli fervente antiaccademico, con un furore difficilmente eguagliabile – e al già citato Michelstaedter, non conoscono diplomazia; il loro sdegno prorompe sulla pagina con l’impeto proprio del fenomeno naturale. E come in Socrate e Diogene, anche in loro c’è una perfetta corrispondenza tra pensiero e vita; il compromesso è vocabolo a loro sconosciuto.

Baretti, tramite la maschera di Aristarco Scannabue [12], si scaglia con la sua terribile frusta contro tutti gli «scrittoracci moderni» che infestano il suo tempo, e con le sue poderose e implacabili frustate li annienta. E oggi di simili fruste ne occorrerebbero a decine, ma che dico a decine, a centinaia, ma che dico a centinaia, a migliaia, per annientare gli innumerevoli «scrittoracci» che appestano, come scarafaggi, l’universo librario italiano – e penso soprattutto ai più declamati e venduti, di cui non faccio i nomi per evitare di insozzare, di contaminare questo modesto spazio dedicato alla memoria di Baretti e del suo Aristarco -. Migliaia di fruste dunque – pronte ad essere menate «rabbiosamente addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione [bastarde], che non hanno in sé il minimo sugo, la minima sostanza, la minimissima qualità da renderle o dilettose o giovevoli ai leggitori ed alla patria» -, ma senza l’appellativo letterarie, perché la letteratura italiana è morta, da un pezzo ormai, tutto ciò che viene pubblicato oggi è qualcos’altro – ed è di una pochezza imbarazzante.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul pensatore e scrittore francese rimando agli articoli Voltaire nei cieli: la non-definizione di «Dogmi» nel Dizionario filosofico, L’ariostesca odissea di Candide nel migliore dei mondi possibili.

[2] Per un approfondimento sul poeta rimando all’articolo La letteratura italiana alternativa del Cinquecento. Francesco Berni.

[3] Per un approfondimento sull’artista e scrittore fiorentino rimando all’articolo Benvenuto Cellini, la resurrezione del Perseo.

[4] Il protagonista dell’omonimo poema di Pulci. Per un approfondimento sul poeta e il suo capolavoro rimando all’articolo Quel genio irriverente di Luigi Pulci.

[5] Aristarco di Samotracia (216 a.C. circa – 144 a.C. circa), filologo e sesto bibliotecario della biblioteca di Alessandria, il critico antico per eccellenza. Il cognome Scannabue non credo necessiti di spiegazioni.

[6] Diogene di Sinope (412 a.C. circa – 323 a.C.), detto il Cinico o il Socrate pazzo, che aveva scelto una botte come dimora e si aggirava di giorno con una lanterna in cerca dell’uomo. Mastigoforo ovvero portatore di frusta.

[7] Ovvero l’Elegia di Madonna Fiammetta. Per un approfondimento sull’opera rimando all’articolo Giovanni Boccaccio, uno scrittore al servizio delle donne. Elegia di Madonna Fiammetta.

[8] La frusta letteraria, a cura di Ferdinando Giannessi, Edizioni Canova, Treviso 1974.

[9] Carlo Michelstaedter, Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, pp. 650-654. Per un approfondimento sul filosofo, poeta e scrittore goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[10] Per la lettura e l’analisi del componimento di Gozzano rimando all’articolo Totò Merùmeni ovvero l’anti-dannunziano.

[11] Per un approfondimento sul filosofo nolano rimando agli articoli Giordano Bruno – I viaggi, i processi, la morte, I principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno, La letteratura italiana alternativa del Cinquecento. Giordano Bruno.

[12] Una delle più importanti maschere minori, definiamole così, della letteratura italiana, insieme con il foscoliano Didimo Chierico, il leopardiano Filippo Ottonieri e il già citato Totò Merùmeni di Gozzano.

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