«[…] l’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo […] si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio».

Alessandro Manzoni, «I promessi sposi», capitolo XXXVIII

Porre al centro della narrazione, dunque dell’attenzione, gli inosservati ovvero le vittime, solitamente senza nome né volto né voce, della Storia, dei crudeli soprusi dei pre-potenti: è questo, innanzitutto questo che fa Alessandro Manzoni con e nei Promessi sposi. Una missione etico-letteraria senza precedenti, che emerge da subito, sin dalle prime righe del romanzo, attraverso l’atteggiamento critico, polemico del fantomatico anonimo secentesco verso la storiografia ufficiale, che le vittime della Storia ha sempre, colpevolmente ignorato, concentrandosi solo sui popoli vincitori, conquistatori e sui loro protagonisti, i loro eroi. Ma oltre a re e condottieri c’è «un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni che passa sulla terra, inosservata, senza lasciarci traccia» [1]. Ora, porre l’attenzione su questa sterminata moltitudine di inosservati senza nome né volto né voce, su questa enorme e informe massa di vittime venute al mondo solo ed esclusivamente per subire, soffrire e infine morire, significa attuare uno spietato e implacabile processo di smitizzazione, di svalutazione della Storia, mostrandola per quella che effettivamente è: un’interminabile sequenza di orrori perpetrati da pochi tiranni a danno di molti; un gigantesco cumulo di macerie e un’immane fossa comune. Svuotata e svalutata, la Storia rivela tutta la sua ferocia e tutta la sua insensatezza.

Una tale concezione pessimistica della Storia, dunque anche della politica, e non è certo un dato secondario questo, si trova già nell’Adelchi, dove raggiunge la massima tensione drammatica nelle ultime parole dell’omonimo eroe in punto di morte, rivolte al padre Desiderio e all’acerrimo nemico Carlo Magno.

«Gran segreto è la vita, e nol comprende
che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:
deh! nol pianger; mel credi. Allor che a questa
ora tu stesso appresserai, giocondi
si schiereranno al tuo pensier dinanzi
gli anni in cui re non sarai stato, in cui
nè una lagrima pur notata in cielo
fia contro te, né il nome tuo saravvi
con l’imprecar de’ tribolati asceso.
Godi che re non sei; godi che chiusa
all’oprar t’è ogni via: loco a gentile,
ad innocente opra non v’è: non resta
che far torto, o patirlo. Una feroce
forza il mondo possiede, e fa nomarsi
dritto: la man degli avi insanguinata
seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
coltivata col sangue; e omai la terra
altra messe non dà. Reggere iniqui
dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;
non dee finir così? Questo felice,
cui la mia morte fa più fermo il soglio,
cui tutto arride, tutto plaude e serve,
questo è un uom che morrà» [2].

La Storia si impone così come un campo dominato dalla violenza e dall’ingiustizia, frutto di quella forza «feroce» posseduta dal mondo e celata dietro la maschera del diritto. Come sostenuto già da Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis [3], non ci sono margini per imprese generosamente, magnanimamente grandi, perché agire in un contesto simile significa compiere in automatico del male, non ci sono e non possono esserci alternative. Riecheggia dunque, e prepotente, sulla scia di Foscolo e attraverso la mediazione di Machiavelli [4], l’idea della malvagità immanente all’azione storica e politica, alla quale non c’è possibilità di porre rimedio. «non resta che far torto o patirlo», sentenzia Adelchi senza lasciare, come il foscoliano Parini nell’Ortis, neanche un solo briciolo di speranza [5]. Ingiustizia e sangue dominano la Storia, nient’altro; ogni potente si impone come tiranno, spargendo dolore e morte attorno a sé, inevitabilmente, seppur animato da nobili e oneste intenzioni (neppure un illustre esempio di giustizia e magnanimità come Federico Borromeo può definirsi innocente, responsabile di condanne a morte inflitte a fantomatici untori e fantomatiche streghe).

Tornando ai Promessi sposi, Manzoni ribalta completamente la prospettiva (come faranno poi Hugo, nei Miserabili, e, allargando l’orizzonte letterario fino ad abbracciare il secolo successivo, Steinbeck, in Furore [6]), portando letterariamente, dunque moralmente, alla ribalta gli ultimi, gli esclusi, i dimenticati, in nome di quel credo evangelico, pur sempre legato, purtroppo, alla fuorviante mediazione cattolica e alle sue manifestazioni esteriori, che rappresenta la stella polare del firmamento artistico-filosofico manzoniano.

Chi sono i protagonisti dei Promessi sposi? Tale Lorenzo Tramaglino, detto Renzo, un «artigianello sconosciuto», e tale Lucia Mondella, una semplice contadina. Due giovani come tanti, vittime, come tanti altri, del capriccio e dei relativi soprusi di un «iniquo potente», il famigerato don Rodrigo. È interessante osservare, in via preliminare, come la colpevolezza dei prepotenti alla don Rodrigo si sviluppi, secondo il punto di vista manzoniano, su un doppio binario, diretto e indiretto, diciamo così. Perché l’intervento del signorotto, oltre ad essere ingiusto e malvagio di per sé, suscita la reazione violenta di Renzo.

«I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio; la sua mente non era occupata che a fantasticare un tradimento» [7].

Violenza genera violenza, non c’è scampo, ed emerge subito uno dei temi principali del romanzo, come il male sia una responsabilità tutta umana. A Renzo ribolle il sangue, come i contadini di Steinbeck cacciati dalle loro terre vorrebbe reagire con veemenza, spargendo sangue [8], ma Lucia, inesauribile fonte di luce, come indica il nome stesso, in un mondo immerso nelle tenebre, lo placa. Lucia, questa splendida figura femminile sfiorata dalla santità e dotata, suo malgrado, di una potenza persuasiva eccezionale, che esercita semplicemente con la sua immagine, producendo effetti insperati (la conversione dell’innominato su tutti, come vedremo). Ella redarguisce l’impetuoso promesso sposo, mostrando una fiducia incondizionata nei confronti di Dio, e che non verrà mai meno, neppure nei momenti più drammatici, apparentemente disperati, della sua vicenda esistenziale (personalmente, per quanto questa analogia possa rivelarsi del tutto inutile, gratuita, fine a se stessa, trovo una spiccata somiglianza tra Lucia e l’eroina dostoevskiana di Delitto e castigo, Sonja, la prostituta pura che permette a Raskol’nikov di resuscitare dopo il duplice omicidio, sfiorata anch’ella dalla santità [9]): «Il Signore c’è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?» (59).

Renzo, Lucia e Agnese in un’illustrazione di Francesco Gonin.

Lucia placa Renzo, lo ammansisce, ma non rappresenta l’unico deterrente dell’irruento artigiano; alla giovane va infatti affiancato fra Cristoforo, legato a Renzo da un legame indissolubile, paterno, che attraversa il romanzo dall’inizio alla fine. L’indimenticabile cappuccino decide di affrontare personalmente don Rodrigo, si reca nel suo tetro e decadente «palazzotto» e tra i due avviene un vero e proprio duello verbale, che si conclude con il terribile e profetico anatema scagliato da fra Cristoforo contro il superbo prepotente.

«Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e soggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…» (97-98).

Lo scontro tra don Rodrigo e fra Cristoforo in un’illustrazione di Francesco Gonin.

Fra Cristoforo, sorta di Zòsima della letteratura italiana [10], è un personaggio davvero straordinario, e ciò che lo rende tale è soprattutto la sua tragica storia, il suo proverbiale passato da laico omicida. In quanto religioso convertito, egli mantiene intatto dentro di sé quel furore attivo proprio dell’uomo comune, furore che deve sforzarsi di reprimere e contenere sempre, nonostante il saio, e che pure emerge di tanto in tanto. Un discorso simile riguarda anche don Abbondio, curato per convenienza e non per vocazione, anche se con esiti completamente diversi rispetto a quelli relativi al combattente cappuccino, ironici e molto, ma molto meno ortodossi e lusinghieri, sia dal punto di vista religioso che, ancor prima, dal punto di vista morale. Insomma, per quel che riguarda la triade ecclesiastica dei Promessi sposi, Federico Borromeo – fra Cristoforo – don Abbondio, gli ultimi due si caratterizzano, rispetto all’illustre cardinale, per una vivacità tutta umana, a volte persino troppo umana nel caso del pavido curato. Quella di Borromeo è una figura certamente imponente, maestosa, monumentale quasi, ma, appunto per questo, eccessivamente plastica (influisce senza dubbio il peso storico del personaggio, il suo configurarsi come moderno padre della Chiesa), mentre le figure di fra Cristoforo e don Abbondio spiccano per innumerevoli sfumature psicologiche tutte umane; senza dimenticare poi che il personaggio di don Abbondio più di ogni altro permette a Manzoni di dare libero sfogo alla sua vivace vena ironica (comunque disseminata qua e là lungo tutto il romanzo e costitutiva di altri personaggi oltre al curato, come donna Prassede e don Ferrante), meno geniale e corrosiva di quella di un Giacomo Leopardi, certo, ma comunque degna di nota [11].

Di ritorno dal duello verbale con don Rodrigo, fra Cristoforo decreta: «Non c’è nulla da sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio» (107). Una sentenza lapidaria, raggelante, che non si riferisce solamente al caso particolare, ma deve intendersi in senso generale, e che allunga una sinistra ombra di pessimismo sull’uomo e le sue azioni. Emerge allora l’esigenza di una totale ristrutturazione, se non addirittura riedificazione, dell’essere umano, basata su quei principi evangelici che Manzoni pone a fondamento della sua visione filosofico-morale, e che rappresentano l’unica, reale ed efficace risposta a quella spietata e sanguinosa legge dell’egoismo che domina il mondo, e non solo secentesco (la stessa legge che, tra qualche anno, dominerà ancora il mondo verghiano, come appare soprattutto, con estrema spietatezza e disperazione, nell’ultimo romanzo dello scrittore siciliano, Mastro-don Gesualdo [12]). Nel suo capolavoro, e prima di ogni altra cosa, Manzoni rivela la necessità urgente, impellente di una rivoluzione morale, che ristabilisca, o forse sarebbe meglio dire stabilisca, davvero e di fatto per la prima volta, rapporti autentici e solidali tra gli uomini; la stessa necessità proclamata con forza da Leopardi, che la priva però di tutte le implicazioni religiose e spirituali, ponendo al centro solo ed esclusivamente l’essere umano, materiale e immanentemente imperfetto, impegnato hic et nunc, senza il conforto di favolistiche ed edulcoranti prospettive ultraterrene [13].

Don Rodrigo sguinzaglia i suoi bravi, capitanati dall’infedele Griso, ovvero grigio, come il diavolo di Chamisso nella Storia straordinaria di Peter Schlemihl [14] (in effetti nei Promessi sposi i bravi, insieme ai Lanzichenecchi e ai monatti, si impongono come vere e proprie figure diaboliche, corrispondenti ai danteschi Malebranche), ma lo spettacolare rapimento di Lucia, per un colpo di mala-coda (mala per don Rodrigo, naturalmente) della Provvidenza, non riesce. Ai due giovani promessi sposi ormai non resta che una cosa da fare, e si tratta di una dolorosa extrema ratio, lasciare il paese natale, accompagnati e benedetti dalle confortanti, e di nuovo profetiche, parole di fra Cristoforo: «È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade» (132). Parole confortanti, sì, ma che non possono cancellare l’amarezza dall’animo dei protagonisti, costretti a stravolgere da un giorno all’altro le loro placide, innocue, insignificanti esistenze per lo schiribizzo di un prepotente qualunque, il cui tetro «palazzotto» si erge minaccioso sulle casupole ammonticchiate come sinistro e fisico emblema d’ingiustizia e di terrore (nel romanzo c’è una corrispondenza pressoché perfetta tra i personaggi e le loro abitazioni; le abitazioni sono simboli concreti, materiali dei caratteri e delle azioni dei personaggi) nello struggente addio della povera Lucia ai suoi cari monti, in una delle pagine poeticamente più elevate del romanzo, se non la più elevata in assoluto.

«Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.
Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s’avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.
Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande» (134-135).

La fuga di Renzo, Lucia e Agnese in un’illustrazione di Francesco Gonin.

NOTE

[1] Alessandro Manzoni, Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, 1822. L’opera nasce dalle ricerche storiche effettuate da Manzoni per la scrittura dell’Adelchi.

[2] Alessandro Manzoni, Adelchi, atto V, scena VIII.

[3] Per un approfondimento sul romanzo di Foscolo rimando agli articoli L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Seconda parte.

[4] Per un approfondimento sul pensiero machiavelliano rimando all’articolo «Il principe»: l’antropopessimismo di Niccolò Machiavelli.

[5] «Forse questo tuo futuro di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma – credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l’altro quarto a’ loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libertà dallo straniero? Chiunque s’intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava per l’universo un nemico al popolo Romano? – Né ti sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. – Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità de’ tuoi concittadini e la corruzione de’ tempi, potessi aspirare al tuo intento; di’? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall’interno, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l’onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua superiorità, e dalla conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. – Ti avanza ancora un seggio fra’ capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che t’aita a salire. Ma – o figliuolo! l’umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. -» (Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Paolo Mattei, Newton Compton editori, Roma 2015, pp. 110-112).

[6] Per un approfondimento sul capolavoro dello scrittore statunitense rimando all’articolo «Furore» di John Steinbeck, il poema degli Stati Uniti e delle loro terre.

[7] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Casa Editrice Principato, Milano 1997, p. 53. L’edizione di riferimento è naturalmente la cosiddetta Quarantana. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[8] «Non mi va di morire di fame senza ammazzare l’uomo che mi fa morire di fame» (John Steinbeck, Furore, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2017, p. 54).

[9] Per un approfondimento sul primo dei quattro maggiori romanzi di Dostoevskij (gli altri sono, in rigoroso ordine cronologico, L’idiota, I demòni e I fratelli Karamazov) rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[10] Zòsima, lo stàrec mentore di Alëša nei Fratelli Karamazov. Per un approfondimento sull’ultimo e, in assoluto, più grande romanzo di Dostoevskij rimando agli articoli I fratelli Karamazov, il «libro sacro». Prima parte, I fratelli Karamazov, il «libro sacro». Seconda parte.

[11] L’ironia leopardiana, tra i principali aspetti della poetica del recanatese, raggiunge i maggiori risultati nelle Operette morali e nei Paralipomeni della Batracomiomachia, il «libro terribile», come lo definisce Gobetti. Per un approfondimento sulla prima delle due opere di Leopardi sopracitate rimando all’articolo Sulle Operette morali.

[12] Per un approfondimento sull’ultimo romanzo dello scrittore siciliano rimando all’articolo Giovanni Verga, «Mastro-don Gesualdo»: ascesa e rovina del self-made man.

[13] Un vivido, radicale, estremo esempio di tale approccio leopardiano è fornito dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Per un approfondimento sul componimento rimando all’articolo Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati.

[14] Per un approfondimento sul racconto dello scrittore franco-tedesco rimando all’articolo Adelbert von Chamisso, Storia straordinaria di Peter Schlemihl.

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