«…dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale».

Porsi delle domande. Interrogare la propria coscienza e ciò che la circonda, i cieli, i paesaggi, alla ricerca del senso ultimo delle cose, del senso ultimo delle esperienze esistenziali proprie e altrui, umane, animali, vegetali, astronomiche. Essere uomini significa anche questo. Essere uomini significa soprattutto questo. Per quanto a noi oggi, sprofondati di nuovo nella Grande Stupidità di manniana memoria [1] (mi domando e domando sempre, per ischerzo ma non troppo: se allora condusse il genere umano a due conflitti mondiali senza precedenti, dove lo condurrà oggi, dritto all’estinzione? per quanto tempo ancora folletti e gnomi dovranno rimandare le loro discussioni sulla superiorità di una specie rispetto all’altra?), nell’ignoranza, nell’apparenza, nell’incoscienza, nella michelstaedteriana rettorica [2] possa sembrare strano, persino assurdo, essere uomini significa anche e soprattutto questo. Significa fare come l’errante pastore leopardiano che, nel Canto notturno (22 ottobre 1829 – 9 aprile 1830), immerso nella primordiale solitudine orientale, interroga se stesso, innanzitutto se stesso, la luna, il suo gregge addormentato, formulando risposte spaventose, terribili, che assumono la validità di verità universali inconfutabili, soprattutto rispetto al contesto esistenziale, psicologico e storico nel quale vengono concepite. Un contesto completamente laico, elementare, terragno, bonificato da superstizioni e pregiudizi, da sovrastrutture religiose, ideologiche, filosofiche, sociali, libero da Dio e da ogni altra autorità, politica e speculativa (in tal senso ricordo l’illuminante interpretazione di Binni, secondo cui le leopardiane verità espresse nel Canto notturno acquistano una convalida maggiore, definitiva, proprio perché concepite da un uomo, il pastore, privo di cultura, dimostrandosi così alla portata di tutti, accessibili a tutti [3]).

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito Seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale [4].

Già nel momento archetipico della nascita, la vita rivela il suo carattere eminentemente tragico, quella vita che non è altro che un cammino faticoso verso l’abisso, dove infine si precipita, si scompare, ci si oblia per sempre. L’uomo nasce a fatica e la nascita stessa è un pericolo. Pena e tormento sono le prime sensazioni, le sensazioni inaugurali provate dal nascituro, divelto contro la sua volontà dal grembo materno: il freddo che irretisce le membra, l’aria che brucia i polmoni, la luce che recide le palpebre. E già i genitori lo consolano dell’essere nato, dell’essere venuto al mondo, senza che nessuno gli abbia mai domandato (domandandolo a se stesso) se lo volesse oppure no. La procreazione si rivela da subito un danno – per Cioran, illustre discepolo di Leopardi, è un crimine: «Aver commesso tutti i crimini, tranne quello di essere padre» [5] -, al quale è impossibile porre rimedio. I genitori, colpevoli di leggerezza e/o d’egoismo, non possono far altro che consolare il bambino, tentando di fargli forza:

«Così tosto come il bambino è nato, convien che la madre che in quel punto lo mette al mondo, lo consoli, accheti il suo pianto, e gli alleggerisca il peso di quell’esistenza che gli dà. E l’uno de’ principali uffizi de’ buoni genitori nella fanciullezza e nella prima gioventù de’ loro figliuoli, si è quello di consolarli, d’incoraggiarli alla vita; perciocché i dolori e i mali e le passioni riescono in quell’età molto più gravi, che non a quelli che per lunga esperienza, o solamente per esser più lungo tempo vissuti, sono assuefatti a patire. E in verità conviene che il buon padre e la buona madre studiandosi di racconsolare i loro figliuoli, emendino alla meglio, ed alleggeriscano il danno che loro hanno fatto procreandoli. Per Dio! perché dunque nasce l’uomo? e perché genera? per poi racconsolar quelli che ha generati del medesimo essere stati generati?» [6]

Gli interrogativi leopardiani allungano un’inquietante e sinistra ombra d’insensatezza sull’umana procreazione, danno, colpa, crimine che non fa altro che allungare quella secolare catena di dolori e orrori che è la storia dell’uomo.

Michele Tripisciano, Giacomo Leopardi

Le terribili verità espresse dal pastore, uomo privo di desideri e di dolori oltreché di sovrastrutture ideologiche e filosofiche, dato che contribuisce a convalidare le sue parole (insomma, non è un Giobbe o un Salomone a parlare, ma un semplice pastore che gode di ottima salute e non chiede niente di più di quel poco che possiede), trovano la loro formulazione più radicale, estrema in due momenti in particolare del Canto notturno, le conclusioni della quarta e della sesta e ultima strofa: «Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri, / che dell’esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors’altri; a me la vita è male» (vv. 100-104), «O forse erra dal vero, / mirando all’altrui sorte, il mio pensiero; / forse in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale» (vv. 139-143). Nascere è una sciagura, un inconveniente, ricorrendo a Cioran; il non essere è meglio che l’essere: a questo si può ridurre il senso filosofico ultimo del Canto notturno, cui fanno eco alcune delle righe più impressionanti dello Zibaldone e il più memorabile – almeno per quanto mi riguarda – dei detti di Filippo Ottonieri (senso filosofico assorbito e radicalizzato, se possibile, da un altro illustre discepolo di Leopardi – ho già citato Michelstaedter e Cioran -, Philipp Mainländer, che su di esso fonda la sua filosofia della redenzione e del suicidio [7]):

«Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla» [8].

«Dimandato a che nascano gli uomini rispose per ischerzo: a conoscere quanto sia più spediente il non esser nato» [9].

A livello strettamente poetico, propriamente lirico, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia rappresenta l’esito più estremo della filosofia tragica di Giacomo Leopardi (insomma, il Canto notturno sta ai Canti come il Cantico del gallo silvestre sta alle Operette morali [10]), troppo spesso e con troppa superficialità etichettato come pessimismo. In realtà, vista la spaventosa e inedita consapevolezza del nulla che caratterizza l’esperienza filosofico-letteraria ed esistenziale del poeta recanatese [11], sarebbe forse più giusto parlare di nichilismo, depurando però il termine da accezioni e implicazioni negative. Perché lo scopo principale di Leopardi è distruggere, sì, distruggere le rassicuranti, edulcoranti, fasulle sovrastrutture ideologiche erette dall’uomo nel corso dei secoli nel vano, goffo e ridicolo tentativo di mascherare il proprio stato miserevole, ma per riportare questo stesso uomo a una condizione di consapevolezza e di essenzialità in nome di quel formidabile messaggio di resistenza e di resilienza espresso nella Ginestra, messaggio che conclude la sua tormentata e dolorosa parabola esistenziale, imponendosi dunque come un vero e proprio testamento. Solamente se liberato da tutto il superfluo di cui viene circondato sin dalla prima infanzia, l’uomo può riconoscersi per quello che effettivamente è, un miserabile, e dalla consapevolezza di questa miseria senza speranza, trovare la forza di resistere agli assalti brutali e violenti della natura, «empia», «matrigna», in una sorta di «trascendenza della disperazione», ricorrendo ancora una volta a Mann, che rappresenta l’esito ultimo e più profondo della filosofia tragica di Giacomo Leopardi.

NOTE

[1] Thomas Mann, La montagna incantata, traduzione di Ervino Pocar, Corbaccio, Milano 1992, pp. 588-599. Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’evoluzione di Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann.

[2] Per un approfondimento sul filosofo, scrittore e poeta goriziano, il principale discepolo italiano di Giacomo Leopardi, rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[3] Walter Binni, Leopardi. Scritti 1964-1967, Il Ponte Editore, Firenze 2014, p. 442.

[4] Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, pp. 160-164.

[5] Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, traduzione di Luigia Zilli, Adelphi, Milano 1991.

[6] Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione integrale diretta da Lucio Felici, Newton Compton editori, Roma 2016, 2607, 13 agosto 1822, pp. 567-568.

[7] Per un approfondimento sul filosofo tedesco rimando all’articolo Philipp Mainländer, il suicidio come redenzione dall’esistenza.

[8] Giacomo Leopardi, Zibaldone, cit., 4174, p. 898.

[9] Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 559.

[10] Per un approfondimento sull’opera rimando all’articolo Sulle Operette morali.

[11] Per un approfondimento sulla presenza costante del nulla all’interno dell’esperienza filosofico-letteraria ed esistenziale del recanatese rimando all’articolo Giacomo Leopardi, il nulla.

[12] Di «trascendenza della disperazione» si parla nel Doctor Faustus, a proposito dell’ultima opera di Adrian Leverkühn, la Lamentatio Doctoris Fausti (Thomas Mann, Doctor Faustus, traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1996, p. 557). Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’«arco vertiginoso» di Adrian Leverkühn nel Doctor Faustus di Thomas Mann.

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