Il carattere originale e mordace di Alessandro Tassoni si riversa prepotente nelle sue opere, opere magari poco note, ma fondamentali all’interno del panorama letterario italiano del XVII secolo, che segnano indelebilmente. Come le Considerazioni sopra le «Rime» del Petrarca, pubblicate nel 1609, con le quali Tassoni inaugura di fatto quella ribellione contro l’imitazione pedestre, trita e ritrita del modello petrarchesco e contro le regole aristoteliche che caratterizzano il Seicento. O come i Pensieri diversi (1608, 1612), suggellati dal Paragone degli ingegni antichi e moderni (1620), in cui l’autore affronta un tema che avrà sviluppi straordinari, soprattutto nella Querelle des Anciens et des Modernes, polemica che animerà la cultura francese per tutto il secolo ed oltre, fino ai primi decenni del Settecento. Si tratta di due opere in cui emerge il tratto caratteristico dell’attività letteraria di Tassoni: la sua opposizione radicale e intransigente contro l’autorità e la tradizione. L’autore non esita a scagliarsi contro monumenti della letteratura e del pensiero universali – Omero, Aristotele, Petrarca -, proclamando senza alcun timore la superiorità e supremazia dell’epoca moderna su quella antica. Un giudizio certamente avventato, ma coraggioso, che evidenzia bene l’ardore di una personalità che non ebbe mai timore dell’opinione altrui.

Ma il nome di Tassoni è legato soprattutto alla Secchia rapita, completata nel 1618 e pubblicata a Parigi nel 1621, che inaugura un genere di ampia fortuna: il poema eroicomico. La secchia rapita, che narra di una guerra, o meglio guerrucola medievale tra Modena e Bologna, scoppiata proprio a causa del furto del recipiente, si rifà alla teorizzazione del poema eroico realizzata da Tasso, ma Tassoni vi inserisce elementi che, di fatto, ridicolizzano l’altissima e pomposa dignità del genere, concretizzazione letteraria dei più alti e venerabili valori socio-religiosi della seconda metà del XVI secolo. Nella mescolanza di stili, lo stile «grave» e lo stile «buffonesco», come li definisce l’autore stesso, Tassoni punta a divertire il lettore, non certo ad elevarlo moralmente o spiritualmente. E insieme alla mescolanza, altra caratteristica precipua dell’opera è l’imprevedibilità: nella Secchia rapita avviene esattamente, sistematicamente il contrario di ciò che i personaggi sperano e/o si aspettano.

Come previsto dalle regole del poema eroico, Tassoni fonda la propria opera sulla storia, ma si tratta di una storicità del tutto relativa: il famigerato furto della secchia, ad esempio, avviene secoli dopo la conclusione del conflitto tra Modena e Bologna narrato dall’autore. Non solo, molti dei personaggi del poema corrispondono, più o meno chiaramente, a uomini storici, sì, ma del tempo di Tassoni. È questo il caso del Conte di Culagna, modellato sulla figura del conte Alessandro Brusantini, acerrimo nemico di Tassoni, protagonista di uno degli episodi più esilaranti della Secchia rapita. Inguaribile smargiasso, sciocco e pauroso – «filosofo, poeta e bacchettone; / ch’era fuor de’ perigli un Sacripante / ma ne’ perigli un pezzo di polmone» -, il Conte di Culagna si invaghisce della guerriera modenese Renoppia, che intende conquistare. Prima però deve togliere di mezzo la moglie, avvelenandola. Versa allora nel piatto della consorte quello che egli crede essere un veleno mortale, e invece è un micidiale purgante. Purgante che egli stesso ingerisce, perché la moglie, avvertita dall’amante, che proprio il Conte di Culagna ha informato del diabolico piano, scambia i piatti. Il povero disgraziato esce di casa, in attesa degli effetti del veleno, ma proprio nel momento in cui inizia a fantasticare sul successo dell’impresa, ecco che il potentissimo purgante fa effetto.

Il Conte in fretta mangia, e si diparte,
Che non vorría veder la Moglie morta.
Vassene in piazza ov’eran genti sparte
Chi qua, chi là, come ventura porta.
Tutti, come fu visto, in quella parte
Trassero per udir ciò ch’egli apporta.
Egli cinto d’un largo e folto cerchio,
Narra fandonie fuor d’ogni superchio:

E tanto s’infervora e si dibatte
In quelle ciance sue piene di vento,
Ch’eccoti l’antimonio lo combatte,
E gli rivolta il cibo in un momento.
Rimangono le genti stupefatte;
Ed egli vomitando, e mezzo spento
Di paura, e chiamando il confessore,
Dice ad ognun ch’avvelenato more.

Il Coltra e ’l Galìano, ambi speziali,
Correan con mitridate6 e bolarmeno;
E i medici correan cogli orinali,
Per veder di che sorte era il veleno.
Cento barbieri, e i preti coi messali
Gli erano intorno, e gli scioglieano il seno,
Esortandolo tutti a non temere,
E a dir devotamente il miserere .

Chi gli ficcava olio o triaca in gola,
E chi butirro o liquefatto grasso.
Avea quasi perduta la parola,
E per tanti rimedi era già lasso;
Quand’ecco un’improvvisa cacarola
Che con tanto furor proruppe abbasso,
Che l’ambra scoppiò fuor per gli calzoni,
E scorse per le gambe in sui talloni.

Oh possanza del Ciel! che cosa è questa,
Disse un barbier quando sentì l’odore?
Questo è un velen mortifero ch’appesta;
Io non sentii giammai puzza maggiore.
Portatel via, che s’egli in piazza resta,
Appesterà questa città in poche ore.
Così dicea; ma tanta era la calca,
Ch’ebbe a perirvi il medico Cavalca.7

Come a Montecavallo i cortigiani
Vanno per la Lumaca a concistoro,
Respinti e scossi dagl’incontti strani,
E aprendosi la via co’ petti loro;
Così i medici quivi e i cappellani
Non trovando da uscir strada nè foro,
Urtavano respinti, e senza metro
Facean tre passi innanzi e quattro indietro.

Ma poichè l’ambracane uscì del vaso,
E ’l suo tristo vapor diffuse e sparse;
Cominciò in fretta ognun co’ guanti al naso
A scostarsi dal cerchio e a ritirarse:
E abbandonato il Conte era rimaso;
Se non che un prete allor quivi comparse,
Ch’avea perduto il naso in un incendio,
Nè sentia odore; e ’l confessò in compendio.

Confessato che fu, sopra una scala
Da piuoli assai lunga egli fu posto;
E facendo a quel puzzo il popol ala,
Il portar due facchini a casa tosto.
Quivi il posaro in mezzo della sala:
Chiamaro i servi; e ognun s’era nascosto,
Fuor ch’una vecchia che v’accorse in fretta
Con un zoccolo in piede e una scarpetta (X, L-LVII).

Si tratta di un passo emblematico della Secchia rapita, attraversata dalla prima all’ultima pagina da un’incontenibile forza comica. Tassoni irride il genere del poema eroico, e con esso i suoi teorici, giungendo alla «scoperta della relatività di tutti i linguaggi: eroico, comico, lirico, burlesco, dotto, cavalleresco, per una “congiunzione” che è la scoperta di un punto di vista diverso da quello assoluto che tutte quelle forme poetiche e quelle strutture avevano, fino ad allora, preteso» (Bàrberi Squarotti). Un punto di vista alternativo, che si fonda sull’irriverenza propria della soluzione comica, arma formidabile contro l’autorità e la tradizione, costanti bersagli polemici dell’attività letteraria di Alessandro Tassoni.

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