1.

Le terre non danno profitto. Le terre del centro-sud coltivate a mezzadria, devastate dalle tempeste di polvere, terribili e implacabili come una piaga biblica, non danno profitto. La Grande Depressione morde, sconquassa, è il calcio che manda all’aria la baracca, e il «mostro» reagisce. Reagisce con spietatezza e crudeltà, con violenza, come tutti i mostri, dimostrandosi all’altezza dell’appellativo. Il «mostro» ovvero la banca decide di strappare la terra con la forza ai mezzadri che la coltivano, che la vivono quindi la amano, la odiano e la temono, ma sempre la rispettano, da generazioni. Sguinzaglia la sua mostruosa arma, il trattore, ordinandogli di fare piazza pulita, di fare tabula rasa. Arrivano i trattori, sferraglianti e duri, mostruosi nella loro meccanica freddezza, nella loro meccanica indifferenza, e buttano giù tutto: sfasciano la terra che non amano e non possono amare in quanto macchine, la posseggono senza amore, la stuprano con la loro forza brutale, acciarita e algida. Sfasciano la terra e tutto ciò che vi è sopra, indistintamente. Sfasciano le case dei contadini, costruite con anni e anni di sacrifici, di fatica, di sudore, di preghiere e di bestemmie. Ciò che il corpo umano ha impiegato giorni, mesi, anni a erigere, viene distrutto dalla macchina in pochi secondi. I trattori, carrarmati.

«Un trattore può essere cattivo? La forza che scava i lunghi solchi può avere torto? Se questo trattore fosse nostro sarebbe buono – non mio, nostro. Se il nostro trattore scavasse i suoi lunghi solchi nella nostra terra, sarebbe buono. Non la mia terra, la nostra. Allora potremmo amare questo trattore quanto abbiamo amato quella terra quando era nostra. Ma questo trattore fa due cose: scava la terra e scaccia noi dalla terra. Non c’è molta differenza tra questo trattore e un carrarmato. La gente viene minacciata, sopraffatta, ferita da entrambi. È una cosa su cui occorre riflettere» [1].

L’istinto dei mezzadri privati da un giorno all’altro delle loro terre è quello di reagire con rabbia e con veemenza. Con violenza: «Non mi va di morire di fame senza ammazzare l’uomo che mi fa morire di fame» (54). Ma non c’è nessun uomo, non più. C’è il «mostro» e nessun uomo. L’uomo che guida il trattore non è più un uomo, assorbito, fagocitato dalla macchina e dai tre dollari di paga, e le pallottole dei fucili non uccidono la macchina, la scalfiscono appena, senza neanche rallentarla. Ai contadini non resta che una cosa da fare: lasciare la terra, la loro terra, la terra dei loro padri e ancor prima dei loro nonni, la terra che credevano potesse appartenere anche ai loro figli e ai loro nipoti, e mettersi in viaggio, acquistare un vecchio catorcio borbottante, caricarci sopra la famiglia-tribù-clan e quanta più roba possibile, e mettersi, o piuttosto trascinarsi, con quel vecchio catorcio borbottante che minaccia di guastarsi da un momento all’altro, sulla Route 66, direzione Ovest. La meta? La California. In California c’è lavoro per tutti ed è tutto bello. La California è la Terra Promessa. Una nuova terra dove poter iniziare una nuova vita, cancellata dalla spietatezza, dalla crudeltà, dalla violenza del «mostro» la vecchia. Non c’è altra scelta, nonostante i timori, nonostante gli interrogativi: «Come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di essere noi senza il nostro passato?» (126). Non rispondere, parti e basta. Liberati di tutto quello che non puoi portarti dietro, svendilo, e parti. Racimola quanto più denaro possibile e parti. La vecchia vita è stata cancellata.

«Be’, può pigliarsi tutto – tutti gli scarti – e mi dà cinque dollari. Non sta comprando solo scarti, sta comprando vite di scarto. E in più – se ne accorgerà – sta comprando amarezza. Sta comprando un aratro per scavare la fossa ai suoi figli, sta comprando le braccia e i cuori che potevano salvarla. Cinque dollari, non quattro. Non mi posso riportare tutto… Be’, allora può pigliarseli per quattro. Ma l’avverto, sta comprando ciò che scaverà la fossa ai suoi figli. E non lo vede. Non lo può vedere. Va bene quattro. […] Sta comprando anni di lavoro, di fatica sotto il sole; sta comprando una pena che non ha parole. Ma attento, signore. Insieme a questo mucchio di scarti e ai due bai – così belli – lei si porta via anche un extra, un pacco di amarezza che le crescerà in casa e che un giorno sboccerà. Potevamo salvarla, ma lei ci ha chiuso la porta in faccia, e ben presto qualcuno la chiuderà in faccia a lei e non ci sarà nessuno di noi a salvarla» (123-124).

Parti, perdio, parti! Non restare qui, non fare la fine di Muley Graves, ch’era un cacciatore ed è diventato una preda, che si aggira invisibile per i campi e per quello che resta delle case sventrate dai trattori come «un maledetto fantasma di cimitero». «Chi me lo doveva dire che nella terra di mio padre mi toccava nascondermi!» (84). Non guardarti indietro, non serve a niente, ti avvelena solo il sangue e il sangue serve buono, guarda avanti. Metti a fuoco la meta, pensa alla meta. In California c’è lavoro per tutti, lo dicono i volantini colorati – se così non fosse perché sprecherebbero denaro per stampare centinaia e centinaia di questi volantini? -, lì tutto è bello, ci sono case bianche e alberi da frutto mai visti e vigneti mai visti. Quasi da non crederci. Quasi. Arrampicati sui loro camion improvvisati, borbottanti come vecchi stanchi, i contadini si riversano a migliaia sulla Route 66, «la strada madre, la strada della fuga», ed ecco che non sono più contadini, sono emigranti. Giunti in California divengono «Okie», come li ribattezzano con sprezzo, con disgusto gli indigeni. Gli indigeni odiano gli «Okie», li odiano nel profondo perché sono brutti, sporchi, puzzolenti, barbari. Perché sono affamati. La California non è un paradiso, come si era imposta per forza di cose nell’immaginario collettivo dei fuggitivi. La California è un inferno. Di lavoro ce n’è poco ed è sottopagato e gli indigeni ti odiano. Ti bruciano le case di cartone e ti bastonano con i manici di piccone, comprati apposta per bastonarti. I contadini poi emigranti e infine «Okie» vengono ridotti a bestie, in un processo involutivo lungo migliaia di chilometri. Fame, miseria, spietata lotta per la sopravvivenza, e furore. Ecco la Terra Promessa.

«Un delitto così abietto che trascende la comprensione. Una piaga che nessun pianto potrebbe descrivere. Un fallimento che annienta ogni nostro successo. La terra è feconda, i filari sono ordinati, i tronchi sono robusti, la frutta è matura. E i bambini affetti da pellagra devono morire perché da un’arancia non si riesce a cavare profitto. E i coroner devono scrivere nei certificati “morto per denutrizione” perché il cibo deve marcire, va costretto a marcire.
Gli affamati arrivano con le reticelle per ripescare le patate buttate nel fiume, ma le guardie li ricacciano indietro; arrivano con i catorci sferraglianti per raccattare le arance al macero, ma le trovano zuppe di kerosene. Allora restano immobili a guardare le patate trascinate dalla corrente, ad ascoltare gli strilli di maiali sgozzati nei fossi e ricoperti di calce viva, a guardare le montagne di arance che si sciolgono in una poltiglia putrida; e nei loro occhi cresce il furore. Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia» (485).

Ecco la Terra Promessa. Ecco Furore di John Steinbeck, il poema degli Stati Uniti e delle loro terre. Come I miserabili sono il poema di Parigi e dei suoi bassifondi [2], e Guerra e pace il poema della Russia e dei suoi salotti.

2.

Suddiviso idealmente in tre tempi – la cacciata dalla terra, l’esodo lungo la Route 66, l’inferno della California -, Furore trasuda primordialità. Una primordialità biblica, talvolta omerica. Steinbeck pone al centro del suo romanzo l’uomo, un uomo semplicemente uomo, senza tempo, che non conosce il benessere ed è libero dalla dittatura del superfluo portata in dote dalla famigerata modernità. I personaggi di Furore si caratterizzano innanzitutto per l’essenzialità, e non solo nello stile di vita, ma anche e soprattutto nel pensiero; un pensiero privo di catene sistematiche e di orpelli retorici, ma elementare e immediato, spontaneo, limpido, compendiabile nella formula «common sense» [3]. La famiglia Joad è portatrice e tutrice di una saggezza popolare che, quando viene espressa attraverso le parole e non solo attraverso i gesti e le azioni (tutti i personaggi del romanzo sono innanzitutto uomini d’azione, e anche l’ex predicatore Casy lo diventa), colpisce nel profondo.

«La donna può cambiare meglio dell’uomo […] La donna la vita ce l’ha tutta nelle braccia. L’uomo ce l’ha tutta nella testa. […]
E c’è un’altra cosa che sanno le donne. Me ne sono accorta. Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai» (589-590).

Nella primordiale filosofia di Furore la categorizzazione è assente, il lettore si trova immerso all’interno di una prospettiva filosofica pre-aristotelica, se non addirittura pre-socratica, che nell’ambito del panorama letterario italiano potrebbe far pensare a certi esiti verghiani (il pesco non s’innesta sull’ulivo di mastro-don Gesualdo [4]). Non un titolo di studio ma la coscienza determina se un uomo è ignorante oppure no. La coscienza ovvero la consapevolezza della propria umanità, della latina humanitas. E il sistema marcio, corrotto è proprio a questo che attenta, alla coscienza dell’uomo, costringendolo a dimenticare d’essere umano lasciando che sia la componente bestiale a prendere il sopravvento: è quanto accade nei frutteti e nei campi di cotone tra i braccianti, che si accapigliano per un frutto e un filare; è quanto accade con l’arrivo delle piogge, con gli uomini senza lavoro costretti a rubare; è quanto accade nelle carceri perché giustizia e legge non sono la stessa cosa e non possono esserlo; è quanto accadrà nei campi di sterminio nazisti, come ci ha raccontato Primo Levi, cosciente a tal punto da non risparmiare neppure alle vittime il suo inesorabile giudizio morale – la sua grandezza [5].

3.

Nonno e Nonna, Pa’ e Ma’, zio John, Noah, Tom, Rose of Sharon che aspetta un bambino e il suo ragazzo, Connie, Al, Ruthie, Winfield e infine l’ex predicatore tormentato Casy: sono questi i componenti della famiglia Joad in viaggio verso la California. Ma la famiglia perde i pezzi: Nonno e Nonna muoiono, Noah decide di restare sulle rive del fiume Colorado, Connie se ne va chissà dove abbandonando suo figlio ancor prima che nasca, Casy viene arrestato e poi ucciso dagli indigeni a colpi di mazzate. Anche Tom si separa dalla famiglia. Costretto alla macchia per aver ammazzato anche lui a colpi di mazza l’assassino di Casy, nella solitudine trova la sua via: fare come Casy, battersi per i diritti dei braccianti.

«E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì» (584).

Ogni componente della famiglia Joad vive una sua personale formazione, una sua personale evoluzione e/o involuzione, inizia e/o termina la propria parabola esistenziale. Un cambiamento in particolare riguarda la famiglia nel complesso, un avvicendamento al vertice della famiglia Joad: Ma’, che ritengo il personaggio più grandioso del romanzo, subentra a Pa’. Tra le altre cose, Furore è anche una potente celebrazione della figura femminile, ma al di là di ogni ridicola e stucchevole retorica. E come l’Ulisse di Joyce [6] anche il romanzo di Steinbeck si conclude con un potente da parte di una donna, il sì alla vita di Rose of Sharon che, dopo aver perduto il bambino, decide di donare il suo latte a un vecchio moribondo distrutto dalla fame. La famiglia ormai smembrata, dimezzata non smetterà di lottare, gli uomini non crolleranno perché finché avranno fame e i loro figli avranno fame la loro paura si trasformerà in furore.

«Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre» (329).

Appendice

Chi doveva imparare dalla Storia questa volta ha imparato ed è difficile che sbaglierà ancora: ci hanno tolto la fame. In cambio svendiamo loro ogni giorno una piccola parte di noi, una piccola parte della nostra coscienza. E loro ci hanno tolto la fame. Possiamo solo fingere di covare del furore dentro, perché siamo sazi. Abbiamo la democrazia (Tolstoj docet [7]), abbiamo i diritti, abbiamo la parola. Siamo sazi. Ci hanno tolto la fame e la fame è il primo alimento della lotta e della rivolta. La prima preoccupazione dell’autorità. Cristo non cede alla tentazione nel deserto, non trasforma le pietre in pani e non sfama; lo farà l’autorità per lui, nel suo nome (Ivan Karamazov docet, nel Grande Inquisitore [8]). Ci hanno ingozzati e ingozzandoci ci hanno disinnescati. Siamo perfettamente innocui. La folla smembrata in miliardi di minuscole entità individuali facilmente controllabili, facilmente manipolabili. Nessun pericolo all’orizzonte. Nessun nemico. Hanno ammantato le nostre esistenze di benessere e di superfluo, soprattutto di superfluo, spacciandolo per necessario. Nell’epoca degli chef ci ingozziamo come polli da batteria e non abbiamo più fame. Di niente. E intanto ogni giorno regrediamo di un passo. Ogni giorno ci avviciniamo di più all’infimo rango di bestie. Riaffiorano puntuali i secolari, inestirpabili pregiudizi – le nostre radici? – e ricominciamo a scagliarci gli uni contro gli altri come bestie. Che fine hanno fatto le nostre coscienze? Le abbiamo barattate in cambio di cibo, per non avere più fame. Di niente. Ditemi, sentite forse qualcosa dentro di voi, sentite forse del furore? Sì? Avvenga che può? No, è solo bruciore di stomaco. Una compressa di Maalox ed è tutto passato. Quando capiremo che siamo tutti – tutti, nessuno escluso – dei poveri disgraziati condannati al dolore e alla morte, sarà troppo tardi.

NOTE

[1] John Steinbeck, Furore, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2017, pp. 211-212. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Riccardo Reim, Misères et mystères, in Victor Hugo, I miserabili, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 11.

[3] Luigi Sampietro, Introduzione a John Steinbeck, Furore, cit., p. VII.

[4] Per un approfondimento sull’ultimo romanzo dello scrittore siciliano rimando all’articolo Giovanni Verga, «Mastro-don Gesualdo»: ascesa e rovina del self-made man.

[5] Per un approfondimento sul capolavoro di Levi, l’ultimo vero capolavoro della storia della letteratura italiana, rimando all’articolo Primo Levi, Se questo è un uomo.

[6] Per un approfondimento sul capolavoro dello scrittore irlandese rimando all’articolo L’Ulisse di Joyce: amor matris.

[7] Ricordo ciò che scrive Tolstoj nel saggio Guerra e rivoluzione, e che condivido appieno: «Chiunque avrebbe potuto accorgersi che tutto ciò non era altro che un imbroglio, sia in teoria che in pratica, giacché anche nel più democratico dei sistemi e anche laddove vige il suffragio universale, il popolo non può comunque esprimere la propria volontà. E non può esprimerla, in primo luogo, perché una simile volontà collettiva di tutto un popolo, di molti milioni di persone, non esiste e non può esistere; in secondo luogo, perché, anche se esistesse una tale volontà collettiva, una maggioranza di voti non potrebbe comunque esprimerla pienamente in alcun modo. Questo inganno – anche a tacere sul fatto che gli uomini eletti in tal modo, partecipando al governo del loro paese, approvano leggi e governano il popolo non in vista di ciò che è bene per esso, ma lasciandosi guidare per lo più, unicamente, dall’intento di mantenere salda la propria posizione di privilegio e il proprio potere frammezzo alle lotte dei vari partiti, e per tacere altresì della depravazione che questo inganno diffonde tra il popolo mediante le menzogne, lo stordimento e le corruzioni che sono caratteristica costante dei periodi elettorali – è particolarmente dannoso a cagione di quella schiavitù autocompiaciuta in cui esso riduce gli uomini che vi incorrono» (Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione, a cura di Roberto Coaloa, Feltrinelli, Milano 2015, p. 88). Per un approfondimento sul saggio dello scrittore russo rimando all’articolo Guerra e rivoluzione: l’anarchico Tolstoj contro la superstizione statalista.

[8] Per la lettura e l’analisi del memorabile poema di Ivan Karamazov rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, Il Grande Inquisitore.

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