«Si vede com’era nato… […] Guardate che mani!»

Il cocchiere di casa Leyra al cospetto del cadavere di mastro-don Gesualdo

1. Invidia e odio ancor più che «roba»

Pubblicato nel 1889, Mastro-don Gesualdo è il secondo e ultimo romanzo dell’incompiuto «ciclo dei vinti» – il primo è I Malavoglia, uscito otto anni prima -, quello che, di fatto, conclude l’esperienza letteraria creativa di Giovanni Verga, veicolandone l’estremo e più severo messaggio, un messaggio di sfiducia e di pessimismo nei confronti del genere umano, inteso universalmente, senza distinzioni, e della vita. L’opera narra l’ascesa e la rovina dell’intraprendente self-made man Gesualdo Motta, la sua inarrestabile scalata economico-sociale, da mastro a don, appunto, ma senza che il secondo “titolo” riesca a scalzare del tutto il primo, andandolo ad affiancare, ad integrare piuttosto, come indica il titolo stesso del romanzo. Il protagonista non ha che un pensiero in testa, la «roba» – egli è un vero e proprio «uomo-roba», come lo definisce Campailla [1] -, e ragiona e agisce in funzione di quest’unico pensiero, sorta di forza di gravità psicologico-esistenziale. Accumulare quanta più «roba» possibile, migliorando la propria posizione sociale: è questo lo scopo di mastro-don Gesualdo, il senso ultimo e più profondo della sua vita. E con impeto eroico, con furore faustiano e impegno cenobitico egli ci riesce, sgobbando giorno e notte, sacrificando fame, sete e sonno, che tanto c’è un’eternità per riposare, verrebbe da dire. Facendo tutto da solo, contando esclusivamente sulle proprie forze, mastro-don Gesualdo si strappa dall’originaria, umile, miserevole e umiliante condizione di muratore fino a raggiungere lo strabiliante status di uomo più ricco del paese. Uomo più ricco ergo più invidiato e più odiato del paese – è, di fatto, un assioma -, da tutti i suoi pittoreschi abitanti, nobili, borghesi, popolani, e persino dai suoi stessi familiari: dal padre Nunzio, che gli volta le spalle persino in punto di morte, dalla sorella Speranza, terribile arpia che anela avidamente alla «roba» del fratello (Santo Motta è un povero disgraziato incapace d’invidiare e odiare; sfaccendato cronico, va dove lo porta il vento, come una banderuola, ma scassata). Insomma, ancor più che la «roba» sono invidia e odio che mastro-don Gesualdo accumula nel corso della sua eroica vita, facendo terra bruciata attorno a sé, pur non volendo (perché egli sa essere anche generoso, come quando si fa carico dell’intero paese durante l’epidemia di colera). L’eccezione è rappresentata dalla serva e amante Diodata, la sola che ami davvero il protagonista, nel profondo e incondizionatamente, come un cane.

2. Mastro-don

La vita di mastro-don Gesualdo è tutta un affare, e uno degli affari più importanti è senza dubbio il matrimonio. Il protagonista sposa Bianca Trao, figura evanescente, rampolla compromessa di una nobile famiglia oramai decaduta (è commovente la povertà fiera dei fratelli di Bianca, entrambi scapoli, don Diego e don Ferdinando, che, rinchiusi nel loro palazzo fatiscente, non chiedono mai, ma tirano avanti grazie ai doni dei parenti). L’unione con una Trao è la manifestazione più evidente dell’ascesa trionfante e inarrestabile di mastro-don Gesualdo, che può entrare così a far parte di quel ceto nobiliare preclusogli alla nascita. Un segno dell’irreversibile cambiamento dei tempi, che un muratore arricchito sposi una nobile, sottolineato così dal marchese Limòli, uno dei personaggi più riusciti del romanzo, perché più vivaci: «il mondo adesso è di chi ha denari» [2]. Gesualdo diviene don, ma resta per sempre anche un mastro, innanzitutto un mastro, ritrovandosi così in una situazione scomoda, una situazione mezza, sospesa. Egli s’imparenta con i nobili del paese, ma da questi è visto e trattato come un semplice popolano: «La “testa fine”, la capacità di guardare in grande agli intrecci della nuova economia di mercato, l’inseguimento pervicace, l’amore quasi fisico per la “roba”, lo aiuterà a uscire dalla folla dei diseredati; ma il fatto di provenire di là, non gli consentirà di entrare mai a pieno titolo nella classe dominante, che lo tiene ai bordi, in un sottile gioco di esclusioni, fatto di cose impalpabili, di stili, di tradizioni, di sangue, di codici d’autorappresentazione. Estraneo ai suoi antichi compagni, disprezzato dai nuovi, mastro-don Gesualdo attraversa un interminabile guado da solo, in compagnia di quell’ossessione dell’accumulo che sarà insieme la sua forza e la sua condanna» [3].

L’impossibilità di integrazione nella classe dominante costituisce un’ulteriore sfumatura del dramma verghiano, la più sottile, forse, come sottili sono le innumerevoli manifestazioni di disprezzo da parte dei nobili nei confronti di mastro-don Gesualdo, disseminate lungo tutto il romanzo, dall’inizio alla fine. E le mani del protagonista, quelle mani rozze, rovinate, devastate dalla calcina, s’impongono come l’emblema della sua esclusione atavica dai piani alti della società. Perché il mondo sarà pure di chi ha denari, e il protagonista ne ha più di tutti i nobili del paese messi insieme, ma un mastro resterà per sempre mastro, divenendo al massimo un mastro-don, mai un don e basta.

3. Un eroe

Mastro-don Gesualdo s’impone come un vero e proprio eroe. Non ha paura di niente e di nessuno, sfida le regole e le convenzioni sociali, le sovverte, è accorto, astuto, intelligente, scaltro, dotato di una forza di volontà straordinaria, furoreggiante, che, sommata alle qualità sopracitate, gli permette di prendersi tutto ciò che desidera, di accumulare ettari ed ettari di generosa terra, producendo una ricchezza enorme, senza eguali nel paese. Ma è soprattutto nella sua sfida agli elementi che si manifesta con particolare evidenza tutto l’eroismo di mastro-don Gesualdo, che sembra fatto di pietra, di quella pietra grezza e indistruttibile utilizzata per i muri a secco; ha una resistenza fisica eccezionale, catilinaria, che gli permette di rinunciare al cibo, al sonno e di tenere testa all’implacabile e spietato sole dell’estremo Sud, quel sole accecante e nero che sfascia tutto, che brucia e prosciuga tutto, ma non lui, mastro-don Gesualdo, l’eroe in sella alla sua mula testarda e resistente tanto quanto il padrone che porta in groppa.

«Brontolava ancora allontanandosi all’ambio della mula sotto il sole cocente: un sole che spaccava le pietre adesso, e faceva scoppiettare le stoppie quasi s’accendessero. Nel burrone, fra i due monti, sembrava d’entrare in una fornace; e il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato, senza un’ombra, con tutte le finestre spalancate nell’afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel cielo caliginoso. La stessa mula anelava, tutta sudata, nel salire la via erta. Un povero vecchio che s’incontrò, carico di manipoli, sfinito, si mise a borbottare: – O dove andate vossignoria a quest’ora?… Avete tanti denari, e vi date l’anima al diavolo!» (76).

Ecco, in questa battuta del povero vecchio cencioso e disperato, sta la grandezza di mastro-don Gesualdo. Ricco, anzi, ricchissimo, lui non si ferma mai, per nessuna ragione. Ha un furore faustiano dentro – emblematico l’accenno al diavolo! -, che gli brucia nel petto, che lo agita, lo scuote, lo rende diverso da tutti i suoi compaesani. D’accordo l’uomo misero che per disperazione è costretto a mettersi sulla strada sfidando l’assurdo sole siciliano di mezzogiorno – se non lo avete provato non potete capire -, ma mastro-don Gesualdo, così ricco… Ecco, ripeto, la sua grandezza, la sua poetica grandezza. Niente e nessuno può fermarlo nel suo attivismo inestinguibile, nel suo sconfinato desiderio di accumulare «roba», neppure l’inospitale clima meridionale, che mette ancora di più in risalto la sua figura petrosa tanto quanto il paesaggio, eroica. Nell’aria caliginosa, infuocata, immobile, in sella alla sua mula bagnata di sudore, che arranca ma non si arresta, quasi il padrone le trasmetta il suo furore faustiano, mastro-don Gesualdo procede, procede ostinatamente, testardamente. Raggiunge i suoi operai sfatti dal sole e dall’afa, dallo scirocco bollente, le volontà e le energie sciolte, li redarguisce e li sprona a riprendere il lavoro, mentre torna l’elemento diabolico, indirettamente questa volta, attraverso la presenza inquietante dei corvi divoranti una carogna sventrata e puzzolente.

«E se ne andò sotto il gran sole, tirandosi dietro la mula stanca.
Pareva di soffocare in quella gola del Petrajo. Le rupi brulle sembravano arroventate. Non un filo di ombra, non un filo di verde, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi, la pianura sotto Budarturo come una landa bruciata dal sole, i monti foschi nella caligine, in fondo. Dei corvi si levarono gracchiando da una carogna che appestava il fossato; delle ventate di scirocco bruciavano il viso e mozzavano il respiro; una sete da impazzire, il sole che gli picchiava sulla testa come fosse il martellare dei suoi uomini che lavoravano alla strada del Camemi. Allorché vi giunse invece li trovò tutti quanti sdraiati bocconi nel fossato, di qua e di là, col viso coperto di mosche, e le braccia stese. Un vecchio soltanto spezzava dei sassi, seduto per terra sotto un ombrellaccio, col petto nudo color di rame, sparso di peli bianchi, le braccia scarne, gli stinchi bianchi di polvere, come il viso che pareva una maschera, gli occhi soli che ardevano in quel polverìo.
– Bravi! barvi!… Mi piace… La fortuna viene dormendo… Son venuto io a portarvela!… Intanto la giornata se ne va!… Quante canne ne avete fatto di massicciata oggi, vediamo?… Neppure tre canne!… Per questo vi riposate adesso? Dovete essere stanchi, sangue di Giuda!… Bel guadagno ci fo!… Mi rovino per tenervi tutti quanti a dormire e riposare!… Corpo di!… sangue di!…
Vedendolo con quella faccia accesa e riarsa, bianca di polvere soltanto nel cavo degli occhi e sui capelli; degli occhi come quelli che dà la febbre, e le labbra sottili e pallide, nessuno ardiva rispondergli. Il martellare riprese in coro nell’ampia vallata silenziosa, nel polverìo che si levava sulle carni abbronzate, sui cenci svolazzanti, insieme a un ansare secco che accompagnava ogni colpo. I corvi ripassarono gracidando, nel cielo implacabile. Il vecchio allora alzò il viso impolverato a guardarli, con gli occhi infuocati, quasi sapesse cosa volessero e li aspettasse» (79-80).

Mastro-don Gesualdo pretende dagli operai il suo stesso eroico furore; li rimprovera per il loro immobilismo e li sprona a riprendere il lavoro. Riprende in coro il martellare che squarcia il silenzio funebre della vallata riarsa dal sole, ricomincia a scorrere il sudore e a spargersi la polvere. Passano così le giornate di mastro-don Gesualdo, che rientra a casa a notte inoltrata, rifocillandosi finalmente e godendosi la tregua dal caldo infernale, in compagnia della sua fedele Diodata: il meritato riposo dell’eroe al cospetto del firmamento sterminato, ma ormai vuoto.

4. Il pesco e l’olivo

Il matrimonio con Bianca Trao si rivela, senza mezzi termini, un «affare sbagliato», una «minchioneria», in modo ancor più duro dunque efficace, di cui mastro-don Gesualdo si lamenta, ma solo con se stesso, troppo fiero e orgoglioso per lamentarsi con un suo simile, foss’anche il canonico Lupi, uomo di Dio con le mani in pasta ovunque, che tanto aveva caldeggiato l’unione, potenziale in teoria, fallimentare in pratica, passe-partout per l’alta società.

«- Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote, né il figlio maschio, né l’aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un’ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover’uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello! – Una moglie che vi squagliava fra le mani, che vi faceva gelare le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventato, come se volessero farla cascare in peccato mortale, ogni volta, e il prete non ci avesse messo su tanto di croce, quand’ella aveva detto di sì… Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che si rifiutava. Le pesche non si innestano sull’olivo. Ella, poveretta, chinava il viso, arrivava ad offrirlo anzi, tutto rosso, per ubbidire al comandamento di Dio, come fosse pagata per farlo…» (185).

Ritrosa e diffidente come una bestiola randagia dimagrata a cui si tende un pezzo di carne, Bianca si concede perché deve alle carezze di quelle mani grossolane devastate dalla calcina. Non c’è slancio affettivo, trasporto, ma tutto avviene per forza, perché così deve essere, come è avvenuto per forza il matrimonio tra un Motta e una Trao, matrimonio riparatore dopo la scoperta della relazione clandestina di Bianca con suo cugino Ninì Rubiera.

Bianca non dona a mastro-don Gesualdo un erede maschio, ma una femmina, Isabella, ed è un dramma, perché tutta la sua «roba» finirà così tra le mani di un estraneo, il futuro genero. Ma il protagonista s’impegna con tutto se stesso, senza badare a spese, per rendere la figlia una «signora di nome e di fatto». Inserita negli istituti più illustri, frequentati dai rampolli dell’alta società, Isabella è una Trao, in tutto e per tutto, dalla – e nella – testa ai piedi, allontanandosi sin da piccola dal padre, vergognandosi di lui, delle sue umili origini, rivelate con una chiarezza abbacinante e scandalosa dalle mani di mastro-don Gesualdo, così drammaticamente differenti dalle mani gentili della moglie e della figlia.

«Egli trovava la sua figliuoletta ancora rossa, col petto gonfio di singhiozzi, volgendo il capo timorosa di veder luccicare dietro ogni grata gli occhietti maliziosi delle altre piccine, guardandogli le mani per vedere se davvero erano sporche di calcina, tirandosi indietro istintivamente quando nel baciarla la pungeva colla barba ispida. Tale e quale sua madre. – Così il pesco non s’innesta all’ulivo. – Tante punture di spillo; la stessa cattiva sorte che gli aveva attossicato sempre ogni cosa giorno per giorno; la stessa guerra implacabile ch’era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e contro tutti; e lo feriva sin lì, nell’amore della sua creatura. Stava zitto, non lagnavasi, perché non era un minchione e non voleva far ridere i nemici; ma intanto gli tornavano in mente le parole di suo padre, gli stessi rancori, le stesse gelosie. Poi rifletteva che ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via. Così aveva fatto lui con suo padre, così faceva sua figlia. Così dev’essere. Si metteva il cuore in pace, ma gli restava sempre una spina in cuore. Tutto ciò che aveva fatto e faceva per la sua figliuola l’allontanava appunto da lui: i denari che aveva speso per farla educare come una signora, le compagne in mezzo alle quali aveva voluto farla crescere, le larghezze e il lusso che seminavano la superbia nel cuore della ragazzina, il nome stesso che le aveva dato maritandosi una Trao – bel guadagno che ci aveva fatto! – La piccina diceva sempre: – Io son figlia della Trao. Io mi chiamo Isabella Trao» (187-188).

Riecheggia anche in questo passo, come nel precedente, la morale terragna, contadinesca, primordiale del pesco non s’innesta sull’ulivo, che rappresenta e in poche, incisive parole compendia il destino di esclusione di mastro-don Gesualdo. Escluso dalla sua famiglia naturale, se ne crea una propria per affari, certo, ma anche perché esasperato dagli atteggiamenti odiosi, insopportabili del padre e della sorella. Il protagonista tenta di creare nuovi affetti per colmare il vuoto dei vecchi. Ma il matrimonio con Bianca Trao non porta gli effetti sperati: la moglie non gli apparterrà mai e neppure la figlia, che ripercorrerà lo stesso doloroso percorso sentimentale della madre, innamorata del cugino Corrado e costretta a sposare contro la sua volontà lo squattrinato duca di Leyra. Di vuoto in vuoto, inesorabilmente.

Di questo passo voglio sottolineare un’altra frase, quella che s’impone come la morale gesualdiana per eccellenza: «ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via». Il protagonista non ne fa una questione personale, mai, è così che va il mondo, semplicemente, secondo un’elementare e implacabile legge dell’egoismo sottolineata così da Asor Rosa: «non c’è speranza concreta di miglioramento, perché la “lotta per l’esistenza, pel benessere, per l’ambizione” non comporta deviazioni dalla sua linea di ferreo e tremendo egoismo» [4].

All’egoismo non c’è scampo, ognuno pensa per sé, sempre, cerca il proprio interesse e va per la sua strada, circondandosi di una rete di relazioni interpersonali fondamentalmente ipocrite e apparenti, insincere, più o meno convenienti: è questo uno dei temi e dei messaggi principali dell’ultimo romanzo di Verga, che non lascia spazio a speranze e neppure a illusioni. Ne emerge un quadro nero, pessimistico, o semplicemente realistico, ed è questo che più fa rabbrividire.

5. Il crepuscolo dell’eroe

Bianca muore, stroncata dalla tisi, il male della famiglia Trao, che la prosciuga, lei già così sottile di nascita, fino a farla scomparire. Mastro-don Gesualdo si ammala subito dopo la morte della moglie e la diagnosi è terribile: tumore allo stomaco. L’eroe lotta, ma diviene irriconoscibile, con il suo ventre che si gonfia, si gonfia, giorno dopo giorno, senza ch’egli mangi nulla, mentre i parenti gli succhiano il patrimonio, soprattutto la “misericordiosa” sorella Speranza, che dopo la morte del padre, Nunzio Motta, ha persino intentato una causa contro il fratello e ora fa finta di nulla, redenta, sperando di mettere le manacce sulla «roba» di mastro-don Gesualdo – i sentimenti spontanei, disinteressati, sinceri sono aboliti nel romanzo di Verga; tutti i personaggi pensano e agiscono solo ed esclusivamente in funzione del loro tornaconto personale -. Il protagonista lotta come un leone in gabbia, si dibatte, scalcia, non accetta la sua nuova condizione di malato in viaggio verso la morte, ma c’è un momento in cui egli prende finalmente coscienza del proprio stato, in cui si accorge di non avere più Speranza – come risuona ironico, tristemente ironico in questo frangente il nome dell’infida sorella! -, di essere giunto al termine del suo vertiginoso arco esistenziale, utilizzando le parole di Thomas Mann riferite al suo Faust, il compositore Adrian Leverkühn [5]: quando viene trasferito in campagna, nella sua tenuta di Mangalavite. Disperato, mastro-don Gesualdo vorrebbe sfasciare tutto e portarsi la «roba» via con sé, con la sua morte, oramai imminente.

«Ma laggiù, dinanzi alla sua roba, si persuase che era finita davvero, che ogni speranza per lui era perduta, al vedere che di nulla gliene importava, oramai. La vigna metteva già le foglie, i seminati erano alti, gli ulivi in fiore, i sommacchi verdi, e su ogni cosa stendevasi una nebbia, una tristezza, un velo nero. La stessa casina, colle finestre chiuse, la terrazza dove Bianca e la figliuola solevano mettersi a lavorare, il viale deserto, fin la sua gente di campagna che temeva di seccarlo e se ne stava alla larga, lì nel cortile o sotto la tettoia, ogni cosa gli stringeva il cuore; ogni cosa gli diceva: Che fai? che vuoi? La sua stessa roba, lì, i piccioni che roteavano a stormi sul suo capo, le oche e i tacchini che schiamazzavano dinanzi a lui… Si udivano delle voci e delle cantilene di villani che lavoravano. Per la viottola di Licodia, in fondo, passava della gente a piedi e a cavallo. Il mondo andava ancora pel suo verso, mentre non c’era più speranza per lui, roso dal baco al pari di una mela fradicia che deve cascare dal ramo, senza forza di muovere un passo sulla sua terra, senza voglia di mandar giù un uovo. Allora, disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappare gemme e sementi. Avrebbe voluto distruggere d’un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui» (270-271).

È il malinconico crepuscolo dell’eroe verghiano, che, roso dall’interno come un frutto da buttare, si spegne a poco a poco, giorno dopo giorno, come poco a poco, giorno dopo giorno, ha messo insieme la sua ricchezza. Ma la morte non guarda in faccia a nessuno, non fa distinzioni tra ricchi e poveri, colpisce gli uni e gli altri, li strappa da questa terra ostile per entrambi. E il distacco di chi possiede un patrimonio, di chi ha lavorato una vita intera, partendo dal nulla, per accumularlo ed elevarsi, è ben più amaro e doloroso di chi invece non ha niente. In ogni caso la vita è un dramma, e che differenza fa morire tra lenzuola di batista oppure su un pagliericcio? Perché affannarsi, avvelenarsi il sangue, produrre indefessamente «roba», accumulare terra su terra, se alla fine tutto finisce con la morte e chi non ha mosso un dito per questa stessa «roba» si ritroverà a mettere le mani su di essa, prosciugandola? La conclusione del romanzo di Verga pone indirettamente un quesito scomodissimo al lettore, che riguarda il senso della vita e di ogni attività umana. La risposta è inevitabile e terribile: niente ha senso; vanitas vanitatum et omnia vanitas, ma in un mondo senza Dio, sotto un cielo vuoto, senza alcuna speranza.

Mastro-don Gesualdo non muore nella sua terra, nel suo paese, ma a Palermo, nello sfarzoso palazzo del duca di Leyra, suo genero. Negli ultimi istanti della sua vita non gli è neppure concesso il conforto della presenza della figlia, Isabella, per il capriccio di un domestico pigro, ma don e basta, don Leopoldo. Il romanzo si conclude con i commenti sprezzanti della servitù di casa Leyra al cospetto del cadavere del protagonista, e ancora una volta l’attenzione è posta sulle sue emblematiche mani devastate dalla calcina: «Si vede com’era nato… […] Guardate che mani!». Le mani di un muratore qualunque; accumulare «roba» non è servito a niente. Gesualdo mastro è nato e mastro è morto.

Come ho scritto in apertura di questo breve studio, Mastro-don Gesualdo conclude l’esperienza letteraria creativa di Verga, che passa gli ultimi anni della sua vita in silenzio, un silenzio a proposito del quale scrive Campailla: «Il silenzio di Verga […] si carica di significati inquietanti e suona come una sfiducia per i valori della letteratura, che tanto entusiasmo avevano acceso all’origine» [6]. Sfiducia nei confronti della letteratura, certo, ma non solo, e non principalmente. La sfiducia di Verga riguarda innanzitutto l’uomo, l’animale uomo, e il suo mondo, dominato dall’egoismo, e sul quale si staglia terribile e implacabile l’ombra dell’insensatezza e della vanità. Come mastro-don Gesualdo si accorge, alla fine dei suoi giorni, che accumulare «roba» non è servito a niente, Verga si accorge che scrivere non è servito a niente. In un mondo senza Dio, in cui tutto si riduce alla materia, Faust soccombe e trionfa Mefistofele, l’ultra-nichilista, «lo spirito che nega sempre. E con ragione: perché tutto quello che nasce è degno di finire in perdizione. E però meglio sarebbe che non nascesse nulla» [7].

NOTE

[1] Sergio Campailla, Introduzione a Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo, Newton Compton editori, Roma 2015, p. 29.

[2] Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo, cit., p. 72. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Giancarlo Mazzacurati, Le stagioni dell’apocalisse. Verga Pirandello Svevo, Einaudi, Torino 1998.

[4] Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, Samonà e Savelli, Roma 1966.

[5] Per un approfondimento sul romanzo di Mann rimando all’articolo L’«arco vertiginoso» di Adrian Leverkühn nel Doctor Faustus di Thomas Mann.

[6] Sergio Campailla, Gli occhi di Malpelo, in Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo, cit., p. 16.

[7] Johann Wolfgang Goethe, Faust, traduzione e note di Guido Manacorda, RCS, Milano 2005, p. 99. Per un approfondimento sull’opus magnum del poeta tedesco rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

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