Goffredo di Buglione, il «capitano» dell’esercito cristiano protagonista della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso – il capolavoro della letteratura italiana della seconda metà del XVI secolo -, ha un gran da fare: nel combattere i pagani e, soprattutto, nel ricondurre sotto i «santi segni» i «compagni erranti», che al sacro interesse collettivo, la liberazione del Santo Sepolcro infestato dal «popol misto», antepongono i propri interessi personali, il desiderio di gloria individuale e l’appagamento delle amorose bramosie. In tal senso, emblematici i casi dei due più grandi eroi dello schieramento cristiano, Tancredi e Rinaldo, che con le loro continue intemperanze finiscono per scivolare nello schieramento opposto, avverso, quello dei pagani, portatori di quei valori laici propri del Rinascimento rifiutati e condannati dalla spinta controriformistica. Sì, perché nella Gerusalemme liberata non vi è uno scontro tra culture differenti, l’Occidente e l’Oriente, il Cristianesimo e l’Islam, ma uno scontro interno ad una stessa cultura, una sorta di guerra civile, quella occidentale. Si pensi solamente che a dare manforte alla compagine pagana non è Maometto, ma Satana, e che della cultura islamica, pur notissima all’epoca, non compare un solo aspetto. Occidente contro Occidente, è questo il conflitto che mette in scena Tasso nel poema; il conflitto che lacerava in fondo lo stesso poeta – figura tra le più complesse dell’intera storia della letteratura, e non solo italiana, come mostra Leopardi, suo grandissimo ammiratore, in una delle Operette morali più belle [1] -. Perché Tasso aspirava a diventare il poeta cristiano, e cristiano nel senso controriformistico del termine, per eccellenza, ma subì continuamente il fascino di quegli ideali d’edonismo e sensualità, libera sensualità – ideali pagani, appunto -, caratteristici di un Rinascimento giunto oramai al crepuscolo in quegli anni.

Ma torniamo ai due grandi eroi insufficienti della Gerusalemme liberata, Tancredi e Rinaldo, entrambi animati da un ardore amoroso che li porta peccaminosamente a sviare dallo scopo divino per cui si trovano in Terrasanta. Partiamo da Tancredi, probabilmente il personaggio del poema che più somiglia al suo creatore. Egli s’innamora della pagana Clorinda, tanto bella quanto feroce sul campo di battaglia, figura che ricorda moltissimo Pentesilea, la mitica regina delle Amazzoni che, nella guerra di Troia, ammalia nientemeno che il divino Achille. Tancredi e Clorinda, con il primo che ignora l’identità della seconda, si ritrovano a battagliare da subito, nel primo scontro tra cristiani e pagani sotto le mura di Gerusalemme.

21 Clorinda intanto ad incontrar l’assalto
va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
Ferírsi a le visiere, e i tronchi in alto
volaro e parte nuda ella ne resta;
ché, rotti i lacci a l’elmo suo, d’un salto
(mirabil colpo!) ei le balzò di testa;
e le chiome dorate al vento sparse,
giovane donna in mezzo ‘l campo apparse.

22 Lampeggiàr gli occhi, e folgoràr gli sguardi,
dolci ne l’ira; or che sarian nel riso?
Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
non riconosci tu l’altero viso?
Quest’è pur quel bel volto onde tutt’ardi;
tuo core il dica, ov’è il suo essempio inciso.
Questa è colei che rinfrescar la fronte
vedesti già nel solitario fonte.

23 Ei ch’al cimiero ed al dipinto scudo
non badò prima, or lei veggendo impètra;
ella quanto può meglio il capo ignudo
si ricopre, e l’assale; ed ei s’arretra.
Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;
ma però da lei pace non impetra,
che minacciosa il segue, e: “Volgi” grida;
e di due morti in un punto lo sfida.

24 Percosso, il cavalier non ripercote,
né sí dal ferro a riguardarsi attende,
come a guardar i begli occhi e le gote
ond’Amor l’arco inevitabil tende.
Fra sé dicea: “Van le percosse vote
talor, che la sua destra armata stende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in fallo, e sempre il cor m’è colto.”

25 Risolve al fin, benché pietà non spere,
di non morir tacendo occulto amante.
Vuol ch’ella sappia ch’un prigion suo fère
già inerme, e supplichevole e tremante;
onde le dice: “O tu, che mostri avere
per nemico me sol fra turbe tante,
usciam di questa mischia, ed in disparte
i’ potrò teco, e tu meco provarte.

26 Cosí me’ si vedrà s’al tuo s’agguaglia
il mio valore.” Ella accettò l’invito:
e come esser senz’elmo a lei non caglia,
gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata s’era in atto di battaglia
già la guerriera, e già l’avea ferito,
quand’egli: “Or ferma,” disse “e siano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti.”

27 Fermossi, e lui di pauroso audace
rendé in quel punto il disperato amore.
“I patti sian,” dicea “poi che tu pace
meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non piú mio, s’a te dispiace
ch’egli piú viva, volontario more:
è tuo gran tempo, e tempo è ben che trarlo
omai tu debbia, e non debb’io vietarlo.

28 Ecco io chino le braccia, e t’appresento
senza difesa il petto: or ché no ‘l fiedi?
vuoi ch’agevoli l’opra? i’ son contento
trarmi l’usbergo or or, se nudo il chiedi.”
Distinguea forse in piú duro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi,
ma calca l’impedisce intempestiva
de’ pagani e de’ suoi che soprarriva.

29 Cedean cacciati da lo stuol cristiano
i Palestini, o sia temenza od arte.
Un de’ persecutori, uomo inumano,
videle sventolar le chiome sparte,
e da tergo in passando alzò la mano
per ferir lei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi gridò, che se n’accorse,
e con la spada a quel gran colpo occorse.

30 Pur non gí tutto in vano, e ne’ confini
del bianco collo il bel capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
rosseggiaron cosí d’alquante stille,
come rosseggia l’or che di rubini
per man d’illustre artefice sfaville.
Ma il prence infuriato allor si strinse
adosso a quel villano, e ‘l ferro spinse.

31 Quel si dilegua, e questi acceso d’ira
il segue, e van come per l’aria strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
lontani molto, né seguir le cale,
ma co’ suoi fuggitivi si ritira:
talor mostra la fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolge, or fugge or fuga,
né si può dir la sua caccia né fuga.

32 Tal gran tauro talor ne l’ampio agone,
se volge il corno a i cani ond’è seguito,
s’arretran essi; e s’a fuggir si pone,
ciascun ritorna a seguitarlo ardito.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
alto lo scudo, e ‘l capo è custodito.
Cosí coperti van ne’ giochi mori
da le palle lanciate i fuggitori [2].

Durante il duello vola via l’elmo alla guerriera – «mirabil colpo!» – e appaiono le sue «chiome dorate al vento sparse», un prototipo estetico non esattamente orientale, ma prettamente stilnovistico e petrarchesco – ancora a dimostrazione che i pagani della Gerusalemme liberata non rappresentano l’altro, quanto piuttosto quello che potremmo definire il lato oscuro dell’Occidente, così concepito e condannato dalla prepotente spinta controriformistica -. Ecco dunque apparire nel bel mezzo della lotta «colei che rinfrescar la fronte» Tancredi vide «già nel solitario fonte». Il grande eroe resta di sasso – «impètra» -, si lascia colpire senza reagire, paralizzato dalla bellezza della donna amata – anche Achille, nella Pentesilea di Heinrich von Kleist, una delle più grandi tragedie mai scritte, follemente innamorato della regina delle Amazzoni, in duello con lei, subisce i fendenti della donna, illudendosi però che si tratti di una messa in scena e pagando a carissimo prezzo, con la vita, questo grossolano errore di valutazione (ricordo che la tragedia di Kleist, ribaltando il mito classico, si conclude con Pentesilea che, in compagnia delle sue cagne, tutte rigorosamente femmine, divora il Pelide, in un impeto d’eros violento, togliendosi poi la vita [3]) -.

Tancredi escogita uno stratagemma, sfida Clorinda a singolar tenzone per condurla in un luogo appartato, al riparo dal caos della mischia, e avere un colloquio con lei. Qui Tancredi si dichiara, ma un manipolo di pagani in fuga interrompe il confronto tra i due. Uno dei cristiani, che inseguono i nemici, si lancia contro Clorinda, ma interviene prontamente Tancredi a salvarle la vita. Per amore dunque l’eroe si scaglia contro un membro del suo stesso schieramento. Non solo, si getta persino al suo inseguimento. Ecco così che la prospettiva si ribalta completamente. Tancredi finisce per passare dalla parte dei nemici. Si tratta di uno dei temi principali del capolavoro di Tasso: l’amore concepito come forza disgregatrice, che distoglie dall’obiettivo primario e addirittura sacro, la liberazione del sepolcro di Cristo.

Ma le insubordinazioni di Tancredi non finiscono certo qui, e dal canto III voliamo al VI. Argante, il più grande guerriero pagano, sfida a duello il migliore dei guerrieri dell’esercito cristiano. La scelta di Goffredo, il «capitano», ricade proprio su Tancredi, ma…

23 Ivi solo discese, ivi fermosse
in vista de’ nemici il fero Argante,
per gran cor, per gran corpo e per gran posse
superbo e minaccievole in sembiante,
qual Encelado in Flegra, o qual mostrosse
ne l’ima valle il filisteo gigante,
ma pur molti di lui tema non hanno,
ch’anco quanto sia forte a pien non sanno.

24 Alcun però, dal pio Goffredo eletto
come il miglior, ancor non è fra molti.
Ben si vedean con desioso affetto
tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti,
e dichiarato infra i miglior perfetto
dal favor manifesto era de’ volti;
e s’udia non oscuro anco il bisbiglio,
e l’approvava il capitan co ‘l ciglio.

25 Già cedea ciascun altro, e non secreto
era il volere omai del pio Buglione:
“Vanne,” a lui disse “a te l’uscir non vieto,
e reprimi il furor di quel fellone.”
E tutto in volto baldanzoso e lieto
per sí alto giudizio, il fer garzone
a lo scudier chiedea l’elmo e ‘l cavallo,
poi seguito da molti uscia del vallo.

26 Ed a quel largo pian fatto vicino,
ov’Argante l’attende, anco non era,
quando in leggiadro aspetto e pellegrino
s’offerse a gli occhi suoi l’alta guerriera.
Bianche via piú che neve in giogo alpino
avea le sopraveste, e la visiera
alta tenea dal volto; e sovra un’erta,
tutta, quanto ella è grande, era scoperta.

27 Già non mira Tancredi ove il circasso
la spaventosa fronte al cielo estolle,
ma move il suo destrier con lento passo,
volgendo gli occhi ov’è colei su ‘l colle;
poscia immobil si ferma, e pare un sasso:
gelido tutto fuor, ma dentro bolle.
Sol di mirar s’appaga, e di battaglia
sembiante fa che poco or piú gli caglia.

28 Argante, che non vede alcun ch’in atto
dia segno ancor d’apparecchiarsi in giostra:
“Da desir di contesa io qui fui tratto”;
grida “or chi viene inanzi, e meco giostra?”
L’altro, attonito quasi e stupefatto,
pur là s’affissa e nulla udir ben mostra.
Ottone inanzi allor spinse il destriero,
e ne l’arringo vòto entrò primiero [4].

Tancredi, l’«eletto», esce dai ranghi e muove contro Argante, «baldanzoso e lieto», ma ecco apparire Clorinda, di bianco vestita, e l’eroe si arresta. È immobile a tal punto da sembrare un sasso. «Sol di mirar s’appaga», e dello scontro con Argante non gliene importa più nulla. Fregandosene delle basilari regole eroiche, Tancredi fissa l’oggetto del suo amore e lascia che un altro guerriero, Ottone, prenda il suo posto. Tancredi è questo, presentato sempre come un eroe dalle doti straordinarie, non è mai all’altezza della sua fama. È insufficiente, ancora una volta.

Clorinda e il «fero» Argante escono di notte da Gerusalemme per incendiare la torre mobile di cui si sono serviti i crociati per assaltare le mura della città. Raggiunto lo scopo, proprio mentre tenta di rientrare in Gerusalemme, Clorinda viene sorpresa da un guerriero cristiano, con il quale si batte. Ahilui, questo guerriero è Tancredi.

50 Ma poi che intepidí la mente irata
nel sangue del nemico e in sé rivenne,
vide chiuse le porte e intorniata
sé da’ nemici, e morta allor si tenne.
Pur veggendo ch’alcuno in lei non guata,
nov’arte di salvarsi le sovenne.
Di lor gente s’infinge, e fra gli ignoti
cheta s’avolge; e non è chi la noti.

51 Poi, come lupo tacito s’imbosca
dopo occulto misfatto, e si desvia,
da la confusion, da l’aura fosca
favorita e nascosa, ella se ‘n gía.
Solo Tancredi avien che lei conosca;
egli quivi è sorgiunto alquanto pria;
vi giunse allor ch’essa Arimon uccise:
vide e segnolla, e dietro a lei si mise.

52 Vuol ne l’armi provarla: un uom la stima
degno a cui sua virtú si paragone.
Va girando colei l’alpestre cima
verso altra porta, ove d’entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avien che d’armi suone,
ch’ella si volge e grida: “O tu, che porte,
che corri sí?” Risponde: “E guerra e morte.”

53 “Guerra e morte avrai;” disse “io non rifiuto
darlati, se la cerchi”, e ferma attende.
Non vuol Tancredi, che pedon veduto
ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l’uno e l’altro il ferro acuto,
ed aguzza l’orgoglio e l’ire accende;
e vansi a ritrovar non altrimenti
che duo tori gelosi e d’ira ardenti.

54 Degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno
teatro, opre sarian sí memorande.
Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e ne l’oblio fatto sí grande,
piacciati ch’io ne ‘l tragga e ‘n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama loro; e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l’alta memoria.

55 Non schivar, non parar, non ritirarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e ‘l furor l’uso de l’arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro, il piè d’orma non parte;
sempre è il piè fermo e la man sempre ‘n moto,
né scende taglio in van, né punta a vòto.

56 L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinova;
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e cagion nova.
D’or in or piú si mesce e piú ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

57 Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, ed altrettante
da que’ nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fer nemico e non d’amante.
Tornano al ferro, e l’uno e l’altro il tinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

58 L’un l’altro guarda, e del suo corpo essangue
su ‘l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sé non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente ch’ogn’aura di fortuna estolle!

59 Misero, di che godi? oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Cosí tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perché il suo nome a lui l’altro scoprisse:

60 “Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
che ‘l tuo nome e ‘l tuo stato a me tu scopra,
acciò ch’io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o la vittoria onore.”

61 Risponde la feroce: “Indarno chiedi
quel c’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e: “In mal punto il dicesti”; indi riprese
“il tuo dir e ‘l tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, a la vendetta.”

62 Torna l’ira ne’ cori, e li trasporta,
benché debili in guerra. Oh fera pugna,
u’ l’arte in bando, u’ già la forza è morta,
ove, in vece, d’entrambi il furor pugna!
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
ne l’arme e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

63 Qual l’alto Egeo, perché Aquilone o Noto
cessi, che tutto prima il volse e scosse,
non s’accheta ei però, ma ‘l suono e ‘l moto
ritien de l’onde anco agitate e grosse,
tal, se ben manca in lor co ‘l sangue vòto
quel vigor che le braccia a i colpi mosse,
serbano ancor l’impeto primo, e vanno
da quel sospinti a giunger danno a danno.

64 Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che ‘l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s’immerge e ‘l sangue avido beve;
e la veste, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi, e ‘l piè le manca egro e languente.

65 Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;
parole ch’a lei novo un spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtú ch’or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

66 “Amico, hai vinto: io ti perdon… perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l’alma sí; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

67 Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentí la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

68 Non morí già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l’acqua a chi co ‘l ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “S’apre il cielo; io vado in pace.”

69 D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a’ gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e ‘l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

70 Come l’alma gentile uscita ei vede,
rallenta quel vigor ch’avea raccolto;
e l’imperio di sé libero cede
al duol già fatto impetuoso e stolto,
ch’al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e ‘l volto.
Già simile a l’estinto il vivo langue
al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

71 E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
spezzando a forza il suo ritegno frale,
la bella anima sciolta al fin seguiva,
che poco inanzi a lei spiegava l’ale;
ma quivi stuol de’ Franchi a caso arriva,
cui trae bisogno d’acqua o d’altro tale,
e con la donna il cavalier ne porta,
in sé mal vivo e morto in lei ch’è morta [5].

È il momento più drammatico della vicenda di Tancredi: l’eroe, ignaro dell’identità dell’avversario, uccide Clorinda. Un trauma che, come annuncia il narratore, non supererà mai: «Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti) / di quel sangue ogni stilla un mar di pianto». Una sola, magra – agli occhi dell’amante – consolazione: prima dell’ultimo respiro, Tancredi battezza Clorinda, salvandola: «e premendo il suo affanno a dar si volse / vita con l’acqua a chi co ‘l ferro uccise».

Domenico Tintoretto, Tancredi battezza Clorinda, 1585 circa.

Clorinda «passa» e Tancredi resta così, «in sé mal vivo e morto in lei ch’è morta». Da questo passo emerge una totale svalutazione della dimensione religiosa. Secondo i precetti cristiani, quella che davvero importa è la vita eterna, ultraterrena, e l’eroe permette alla pagana di evitare la dannazione perpetua, ma ciò non lo risarcisce affatto del dolore per la perdita della donna amata, perdita causata persino della sua stessa mano. L’amore svaluta ogni altro aspetto dell’umana esistenza, tutto viene dopo di lui. Si viene a creare così un conflitto insanabile tra eros e religione – conflitto presente dagli albori della letteratura italiana, da Guinizzelli [6], e risolto in fondo solamente da Dante, con la creazione di fatto di una nuova fede, il Beatricianesimo, di cui la Vita nuova è il vero e proprio testo sacro [7] -. Ancora una volta l’immanente ambiguità di Tasso, che anela alla purezza cristiana eppure cede al fascino dell’umano sentimento per eccellenza.

Ma la guerra continua. I crociati devono ricavarsi nuova legna per costruire la torre mobile distrutta da Argante e Clorinda, e al fine di impedire che ciò avvenga il mago Ismeno scaraventa un terribile incantesimo sulla selva di Saron.

17 Ma in questo mezzo il pio Buglion non vòle
che la forte cittade in van si batta,
se non è prima la maggior sua mole
ed alcuna altra machina rifatta.
E i fabri al bosco invia che porger sòle
ad uso tal pronta materia ed atta.
Vanno costor su l’alba a la foresta,
ma timor novo al suo apparir gli arresta.

18 Qual semplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbia presenti,
o come pave ne la notte ombrosa,
imaginando pur mostri e portenti,
cosí temean, senza saper qual cosa
siasi quella però che gli sgomenti,
se non che ‘l timor forse a i sensi finge
maggior prodigi di Chimera o Sfinge.

19 Torna la turba, e misera e smarrita
varia e confonde sí le cose e i detti
ch’ella nel riferir n’è poi schernita,
né son creduti i mostruosi effetti.
Allor vi manda il capitano ardita
e forte squadra di guerrieri eletti,
perché sia scorta a l’altra e ‘n esseguire
i magisteri suoi le porga ardire.

20 Questi, appressando ove lor seggio han posto
gli empi demoni in quel selvaggio orrore,
non rimiràr le nere ombre sí tosto,
che lor si scosse e tornò ghiaccio il core.
Pur oltra ancor se ‘n gian, tenendo ascosto
sotto audaci sembianti il vil timore;
e tanto s’avanzàr che lunge poco
erano omai da l’incantato loco.

21 Esce allor de la selva un suon repente
che par rimbombo di terren che treme,
e ‘l mormorar de gli Austri in lui si sente
e ‘l pianto d’onda che fra scogli geme.
Come rugge il leon, fischia il serpente,
come urla il lupo e come l’orso freme
v’odi, e v’odi le trombe, e v’odi il tuono:
tanti e sí fatti suoni esprime un suono.

22 In tutti allor s’impallidír le gote
e la temenza a mille segni apparse,
né disciplina tanto o ragion pote
ch’osin di gire inanzi o di fermarse,
ch’a l’occulta virtú che gli percote
son le difese loro anguste e scarse.
Fuggono al fine; e un d’essi, in cotal guisa
scusando il fatto, il pio Buglion n’avisa:

23 “Signor, non è di noi chi piú si vante
troncar la selva, ch’ella è sí guardata
ch’io credo (e ‘l giurerei) che in quelle piante
abbia la reggia sua Pluton traslata.
Ben ha tre volte e piú d’aspro diamante
ricinto il cor chi intrepido la guata;
né senso v’ha colui ch’udir s’arrischia
come tonando insieme rugge e fischia.”

24 Cosí costui parlava. Alcasto v’era
fra molti che l’udian presente a sorte:
l’uom di temerità stupida e fera,
sprezzator de’ mortali e de la morte;
che non avria temuto orribil fèra,
né mostro formidabile ad uom forte,
né tremoto, né folgore, né vento,
né s’altro ha il mondo piú di violento.

25 Crollava il capo e sorridea dicendo:
“Dove costui non osa, io gir confido;
io sol quel bosco di troncar intendo
che di torbidi sogni è fatto nido.
Già no ‘l mi vieterà fantasma orrendo
né di selva o d’augei fremito o grido,
o pur tra quei sí spaventosi chiostri
d’ir ne l’inferno il varco a me si mostri.”

26 Cotal si vanta al capitano, e tolta
da lui licenza il cavalier s’invia;
e rimira la selva, e poscia ascolta
quel che da lei novo rimbombo uscia,
né però il piede audace indietro volta
ma securo e sprezzante è come pria;
e già calcato avrebbe il suol difeso,
ma gli s’oppone (o pargli) un foco acceso.

27 Cresce il gran foco, e ‘n forma d’alte mura
stende le fiamme torbide e fumanti;
e ne cinge quel bosco, e l’assecura
ch’altri gli arbori suoi non tronchi e schianti.
Le maggiori sue fiamme hanno figura
di castelli superbi e torreggianti,
e di tormenti bellici ha munite
le rocche sue questa novella Dite.

28 Oh quanti appaion mostri armati in guardia
de gli alti merli e in che terribil faccia!
De’ quai con occhi biechi altri il riguarda,
e dibattendo l’arme altri il minaccia.
Fugge egli al fine, e ben la fuga è tarda,
qual di leon che si ritiri in caccia,
ma pure è fuga; e pur gli scote il petto
timor, sin a quel punto ignoto affetto.

29 Non s’avide esso allor d’aver temuto,
ma fatto poi lontan ben se n’accorse;
e stupor n’ebbe e sdegno, e dente acuto
d’amaro pentimento il cor gli morse.
E, di trista vergogna acceso e muto,
attonito in disparte i passi torse,
ché quella faccia alzar, già sí orgogliosa,
ne la luce de gli uomini non osa.

30 Chiamato da Goffredo, indugia e scuse
trova a l’indugio, e di restarsi agogna.
Pur va, ma lento; e tien le labra chiuse
o gli ragiona in guisa d’uom che sogna.
Diffetto e fuga il capitan concluse
in lui da quella insolita vergogna,
poi disse: “Or ciò che fia? forse prestigi
son questi o di natura alti prodigi?

31 Ma s’alcun v’è cui nobil voglia accenda
di cercar que’ salvatichi soggiorni,
vadane pure, e la ventura imprenda
e nunzio almen piú certo a noi ritorni.”
Cosí disse egli, e la gran selva orrenda
tentata fu ne’ tre seguenti giorni
da i piú famosi; e pur alcun non fue
che non fuggisse a le minaccie sue.

32 Era il prence Tancredi intanto sorto
a sepellir la sua diletta amica,
e benché in volto sia languido e smorto
e mal atto a portar elmo o lorica,
nulla di men, poi che ‘l bisogno ha scorto,
ei non ricusa il rischio o la fatica,
ché ‘l cor vivace il suo vigor trasfonde
al corpo sí che par ch’esso n’abbonde.

33 Vassene il valoroso in sé ristretto,
e tacito e guardingo, al rischio ignoto,
e sostien de la selva il fero aspetto
e ‘l gran romor del tuono e del tremoto;
e nulla sbigottisce, e sol nel petto
sente, ma tosto il seda, un picciol moto.
Trapassa, ed ecco in quel silvestre loco
sorge improvisa la città del foco.

34 Allor s’arretra, e dubbio alquanto resta
fra sé dicendo: “Or qui che vaglion l’armi?
Ne le fauci de’ mostri, e ‘n gola a questa
devoratrice fiamma andrò a gettarmi?
Non mai la vita, ove cagione onesta
del comun pro la chieda, altri risparmi,
ma né prodigo sia d’anima grande
uom degno; e tale è ben chi qui la spande.

35 Pur l’oste che dirà, s’indarno i’ riedo?
qual altra selva ha di troncar speranza?
Né intentato lasciar vorrà Goffredo
mai questo varco. Or s’oltre alcun s’avanza,
forse l’incendio che qui sorto i’ vedo
fia d’effetto minor che di sembianza;
ma seguane che pote.” E in questo dire,
dentro saltovvi. Oh memorando ardire!

36 Né sotto l’arme già sentir gli parve
caldo o fervor come di foco intenso;
ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
mal poté giudicar sí tosto il senso,
perché repente a pena tocco sparve
quel simulacro, e giunse un nuvol denso
che portò notte e verno; e ‘l verno ancora
e l’ombra dileguossi in picciol ora.

37 Stupido sí, ma intrepido rimane
Tancredi; e poi che vede il tutto cheto,
mette securo il piè ne le profane
soglie e spia de la selva ogni secreto.
Né piú apparenze inusitate e strane,
né trova alcun fra via scontro o divieto,
se non quanto per sé ritarda il bosco
la vista e i passi inviluppato e fosco.

38 Al fine un largo spazio in forma scorge
d’anfiteatro, e non è pianta in esso,
salvo che nel suo mezzo altero sorge,
quasi eccelsa piramide, un cipresso.
Colà si drizza, e nel mirar s’accorge
ch’era di vari segni il tronco impresso,
simili a quei che in vece usò di scritto
l’antico già misterioso Egitto.

39 Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
del sermon di Soria ch’ei ben possede:
“O tu che dentro a i chiostri de la morte
osasti por, guerriero audace, il piede,
deh! se non sei crudel quanto sei forte,
deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona a l’alme omai di luce prive:
non dée guerra co’ morti aver chi vive.”

40 Cosí dicea quel motto. Egli era intento
de le brevi parole a i sensi occulti:
fremere intanto udia continuo il vento
tra le frondi del bosco e tra i virguiti,
e trarne un suon che flebile concento
par d’umani sospiri e di singulti,
e un non so che confuso instilla al core
di pietà, di spavento e di dolore.

41 Pur tragge al fin la spada, e con gran forza
percote l’alta pianta. Oh meraviglia!
manda fuor sangue la recisa scorza,
e fa la terra intorno a sé vermiglia.
Tutto si raccapriccia, e pur rinforza
il colpo e ‘l fin vederne ei si consiglia.
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
un indistinto gemito dolente,

42 che poi distinto in voci: “Ahi! troppo” disse
“m’hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.
Tu dal corpo che meco e per me visse,
felice albergo già, mi discacciasti:
perché il misero tronco, a cui m’affisse
il mio duro destino, anco mi guasti?
Dopo la morte gli aversari tuoi,
crudel, ne’ lor sepolcri offender vuoi?

43 Clorinda fui, né sol qui spirto umano
albergo in questa pianta rozza e dura,
ma ciascun altro ancor, franco o pagano,
che lassi i membri a piè de l’alte mura,
astretto è qui da novo incanto e strano,
non so s’io dica in corpo o in sepoltura.
Son di sensi animati i rami e i tronchi,
e micidial sei tu, se legno tronchi.”

44 Qual l’infermo talor ch’in sogno scorge
drago o cinta di fiamme alta Chimera,
se ben sospetta o in parte anco s’accorge
che ‘l simulacro sia non forma vera,
pur desia di fuggir, tanto gli porge
spavento la sembianza orrida e fera,
tal il timido amante a pien non crede
a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.

45 E, dentro, il cor gli è in modo tal conquiso
da vari affetti che s’agghiaccia e trema,
e nel moto potente ed improviso
gli cade il ferro, e ‘l manco è in lui la tema.
Va fuor di sé: presente aver gli è aviso
l’offesa donna sua che plori e gema,
né può soffrir di rimirar quel sangue,
né quei gemiti udir d’egro che langue.

46 Cosí quel contra morte audace core
nulla forma turbò d’alto spavento,
ma lui che solo è fievole in amore
falsa imago deluse e van lamento.
Il suo caduto ferro intanto fore
portò del bosco impetuoso vento,
sí che vinto partissi; e in su la strada
ritrovò poscia e ripigliò la spada [8].

Niente è reale. Tutto nella selva di Saron è illusione. Eppure l’illusione mette in fuga alcuni dei migliori e più impavidi guerrieri crociati. Non Tancredi, che finalmente sembra poter dare prova di tutta la sua grandezza, aiutando finalmente in modo determinante l’esercito cristiano e il suo Dio. Dopo aver seppellito Clorinda, «sua diletta amica», Tancredi s’inoltra nella temibile selva e procede sprezzante del pericolo. Giunge in uno spazio ampio, a forma d’anfiteatro, al centro del quale sorge un enorme cipresso. Sul tronco reca frasi inquietanti, come quelle che Dante scorge sulla porta dell’Inferno, e che rimandano proprio, subdolamente, al regno dei morti, eppure l’eroe impavido colpisce il grande albero con potenti fendenti. Dal cipresso sgorga sangue e fuoriescono parole – viene subito in mente l’episodio della Commedia di Per delle Vigne, sul quale Tasso di fatto modella queste splendide ottave [9] -.

Gustave Doré, illustrazione del XIII canto dell’Inferno.

È Clorinda, proprio lei, che implora Tancredi di smettere di straziarla. Un inganno subdolo, ma efficacissimo. Tancredi sa che si tratta solo di un’illusione – «non crede / a i falsi inganni» – eppure la voce della defunta riporta di colpo in superficie tutto l’incontenibile e ingestibile dolore causato dalla perdita della donna amata. E Tancredi «cede», va fuori di sé. Insopportabile gli è quel sangue, insopportabile gli sono quei lamenti strazianti, di cui egli stesso è la causa. Non può restare un istante di più, e così sen va, abbandona l’impresa, «vinto» dalla sua stessa coscienza, divorato dal dolore e dal rimorso. Ancora una volta, non è all’altezza. Straordinariamente significativo che Freud citi proprio questo episodio della Gerusalemme liberata come esempio del «ritorno del rimosso». Tasso non poteva certo definirlo in questi termini, ma conosceva bene, troppo bene questo traumatico fenomeno psichico. Del resto nel suo capolavoro, nell’universo pagano opposto a quello cristiano e, soprattutto, nelle figure complesse e assai problematiche dei «compagni erranti», di cui Tancredi è l’esponente più significativo, non torna forse quella cultura rinascimentale laica e libera volutamente rimossa dal poeta a scapito dell’austera ideologia controriformistica?

Solo un uomo può vincere gli incantesimi del mago Ismeno: Rinaldo. Ma Rinaldo ha ucciso un suo compagno, ha lasciato il campo e ha ceduto al fascino della maga Armida, che lo tiene prigioniero nella sua meravigliosa dimora nelle isole Fortunate, oltre le colonne d’Ercole, nel mezzo dell’oceano. Goffredo sguinzaglia allora due crociati, Carlo e Ubaldo, alla ricerca di colui che solo, vista l’invincibile, irriducibile inadeguatezza di Tancredi, può imprimere la svolta decisiva allo scontro con i pagani. A bordo di una navicella guidata dalla Fortuna, Carlo e Ubaldo attraversano il Mediterraneo e approdano sull’isola di Armida, dove battono mostri, respingono le avances di avvenenti fanciulle, entrano nel palazzo della maga e superano il labirinto che racchiude il giardino nel quale è tenuto prigioniero un irriconoscibile Rinaldo.

1 Tondo è il ricco edificio, e nel piú chiuso
grembo di lui, ché quasi centro al giro,
un giardin v’ha ch’adorno è sovra l’uso
di quanti piú famosi unqua fioriro.
D’intorno inosservabile e confuso
ordin di loggie i demon fabri ordiro,
e tra le oblique vie di quel fallace
ravolgimento impenetrabil giace.

2 Per l’entrata maggior (però che cento
l’ampio albergo n’avea) passàr costoro.
Le porte qui d’effigiato argento
su i cardini stridean di lucid’oro.
Fermàr ne le figure il guardo intento,
ché vinta la materia è dal lavoro:
manca il parlar, di vivo altro non chiedi;
né manca questo ancor, s’a gli occhi credi.

[…]

8 Qual Meandro fra rive oblique e incerte
scherza e con dubbio corso or cala or monta,
queste acque a i fonti e quelle al mar converte,
e mentre ei vien, sé che ritorna affronta,
tali e piú inestricabili conserte
son queste vie, ma il libro in sé le impronta
(il libro, don del mago) e d’esse in modo
parla che le risolve, e spiega il nodo.

9 Poi che lasciàr gli aviluppati calli,
in lieto aspetto il bel giardin s’aperse:
acque stagnanti, mobili cristalli,
fior vari e varie piante, erbe diverse,
apriche collinette, ombrose valli,
selve e spelonche in una vista offerse;
e quel che ‘l bello e ‘l caro accresce a l’opre,
l’arte, che tutto fa, nulla si scopre.

10 Stimi (sí misto il culto è co ‘l negletto)
sol naturali e gli ornamenti e i siti.
Di natura arte par, che per diletto
l’imitatrice sua scherzando imiti.
L’aura, non ch’altro, è de la maga effetto,
l’aura che rende gli alberi fioriti:
co’ fiori eterni eterno il frutto dura,
e mentre spunta l’un, l’altro matura.

11 Nel tronco istesso e tra l’istessa foglia
sovra il nascente fico invecchia il fico;
pendono a un ramo, un con dorata spoglia,
l’altro con verde, il novo e ‘l pomo antico;
lussureggiante serpe alto e germoglia
la torta vite ov’è piú l’orto aprico:
qui l’uva ha in fiori acerba, e qui d’or l’have
e di piropo e già di nèttar grave.

12 Vezzosi augelli infra le verdi fronde
temprano a prova lascivette note;
mormora l’aura, e fa le foglie e l’onde
garrir che variamente ella percote.
Quando taccion gli augelli alto risponde,
quando cantan gli augei piú lieve scote;
sia caso od arte, or accompagna, ed ora
alterna i versi lor la musica òra.

13 Vola fra gli altri un che le piume ha sparte
di color vari ed ha purpureo il rostro,
e lingua snoda in guisa larga, e parte
la voce sí ch’assembra il sermon nostro.
Questi ivi allor continovò con arte
tanta il parlar che fu mirabil mostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
e fermaro i susurri in aria i venti.

14 “Deh mira” egli cantò “spuntar la rosa
dal verde suo modesta e verginella,
che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,
quanto si mostra men, tanto è piú bella.
Ecco poi nudo il sen già baldanzosa
dispiega; ecco poi langue e non par quella,
quella non par che desiata inanti
fu da mille donzelle e mille amanti.

15 Cosí trapassa al trapassar d’un giorno
de la vita mortale il fiore e ‘l verde;
né perché faccia indietro april ritorno,
si rinfiora ella mai, né si rinverde.
Cogliam la rosa in su ‘l mattino adorno
di questo dí, che tosto il seren perde;
cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando
esser si puote riamato amando.”

16 Tacque, e concorde de gli augelli il coro,
quasi approvando, il canto indi ripiglia.
Raddoppian le colombe i baci loro,
ogni animal d’amar si riconsiglia;
par che la dura quercia e ‘l casto alloro
e tutta la frondosa ampia famiglia,
par che la terra e l’acqua e formi e spiri
dolcissimi d’amor sensi e sospiri.

17 Fra melodia sí tenera, fra tante
vaghezze allettatrici e lusinghiere,
va quella coppia, e rigida e costante
se stessa indura a i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
penetra e vede, o pargli di vedere,
vede pur certo il vago e la diletta,
ch’egli è in grembo a la donna, essa a l’erbetta.

18 Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e ‘l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e ‘l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor piú vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e ‘l volto al volto attolle,

19 e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S’inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo sí che pensi: “Or l’alma fugge
e ‘n lei trapassa peregrina.” Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.

20 Dal fianco de l’amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d’Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a sé fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.

21 L’uno di servitú, l’altra d’impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
“Volgi,” dicea “deh volgi” il cavaliero
“a me quegli occhi onde beata bèi,
ché son, se tu no ‘l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
piú che il cristallo tuo mostra il mio seno.

22 Deh! poi che sdegni me, com’egli è vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ché il guardo tuo, ch’altrove non è pago,
gioirebbe felice in sé rivolto.
Non può specchio ritrar sí dolce imago,
né in picciol vetro è un paradiso accolto:
specchio t’è degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle.”

23 Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da’ suoi bei lavori.
Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l’or, cosparse i fiori;
e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e ‘l vel compose.

24 Né ‘l superbo pavon sí vago in mostra
spiega la pompa de l’occhiute piume,
né l’iride sí bella indora e mostra
il curvo grembo e rugiadoso al lume.
Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra
che né pur nuda ha di lasciar costume.
Diè corpo a chi non l’ebbe, e quando il fece
tempre mischiò ch’altrui mescer non lece.

25 Teneri sdegni, e placide e tranquille
repulse, e cari vezzi, e liete paci,
sorrise parolette, e dolci stille
di pianto, e sospir tronchi, e molli baci:
fuse tai cose tutte, e poscia unille
ed al foco temprò di lente faci,
e ne formò quel sí mirabil cinto
di ch’ella aveva il bel fianco succinto.

26 Fine alfin posto al vagheggiar, richiede
a lui commiato, e ‘l bacia e si diparte.
Ella per uso il dí n’esce e rivede
gli affari suoi, le sue magiche carte.
Egli riman, ch’a lui non si concede
por orma o trar momento in altra parte,
e tra le fère spazia e tra le piante,
se non quanto è con lei, romito amante.

27 Ma quando l’ombra co i silenzi amici
rappella a i furti lor gli amanti accorti
traggono le notturne ore felici
sotto un tetto medesmo entro a quegli orti.
Ma poi che vòlta a piú severi uffici
lasciò Armida il giardino e i suoi diporti,
i duo, che tra i cespugli eran celati,
scoprirsi a lui pomposamente armati.

28 Qual feroce destrier ch’al faticoso
onor de l’arme vincitor sia tolto,
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne’ paschi erri disciolto,
se ‘l desta o suon di tromba o luminoso
acciar, colà tosto annitrendo è vòlto,
già già brama l’arringo e, l’uom su ‘l dorso
portando, urtato riurtar nel corso;

29 tal si fece il garzon, quando repente
de l’arme il lampo gli occhi suoi percosse.
Quel sí guerrier, quel sí feroce ardente
suo spirto a quel fulgor tutto si scosse,
benché tra gli agi morbidi languente,
e tra i piaceri ebro e sopito ei fosse.
Intanto Ubaldo oltra ne viene, e ‘l terso
adamantino scudo ha in lui converso.

30 Egli al lucido scudo il guardo gira,
onde si specchia in lui qual siasi e quanto
con delicato culto adorno; spira
tutto odori e lascivie il crine e ‘l manto,
e ‘l ferro, il ferro aver, non ch’altro, mira
dal troppo lusso effeminato a canto:
guernito è sí ch’inutile ornamento
sembra, non militar fero instrumento.

31 Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
dopo vaneggiar lungo in sé riviene,
tal ei tornò nel rimirar se stesso,
ma se stesso mirar già non sostiene;
giú cade il guardo, e timido e dimesso,
guardando a terra, la vergogna il tiene.
Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro
il foco per celarsi, e giú nel centro.

32 Ubaldo incominciò parlando allora:
“Va l’Asia tutta e va l’Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristo adora
travaglia in arme or ne la siria terra.
Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
del mondo, in ozio, un breve angolo serra;
te sol de l’universo il moto nulla
move, egregio campion d’una fanciulla.

33 Qual sonno o qual letargo ha sí sopita
la tua virtute? o qual viltà l’alletta?
Su su; te il campo e te Goffredo invita,
te la fortuna e la vittoria aspetta.
Vieni, o fatal guerriero, e sia fornita
la ben comincia impresa; e l’empia setta,
che già crollasti, a terra estinta cada
sotto l’inevitabile tua spada.”

34 Tacque, e ‘l nobil garzon restò per poco
spazio confuso e senza moto e voce.
Ma poi che diè vergogna a sdegno loco,
sdegno guerrier de la ragion feroce,
e ch’al rossor del volto un novo foco
successe, che piú avampa e che piú coce,
squarciossi i vani fregi e quelle indegne
pompe, di servitú misera insegne;

35 ed affrettò il partire, e de la torta
confusione uscí del labirinto.
Intanto Armida de la regal porta
mirò giacere il fier custode estinto.
Sospettò prima, e si fu poscia accorta
ch’era il suo caro al dipartirsi accinto;
e ‘l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo
dar, frettoloso, fuggitivo il tergo [10].

L’amore ha trasformato l’eroe in un servo effeminato, che se ne sta tutto il giorno in ozio e recita patetiche parolette alla donna amata. Ma se Tancredi è un eroe totalmente insufficiente, Rinaldo lo è solo parzialmente. La vista dei due compagni inviati da Goffredo alla sua ricerca, risveglia in lui i sopiti, intorpiditi ardori guerreschi. Rinaldo riafferra le armi, torna a Gerusalemme, si purifica sul Monte Oliveto e vince gli incantesimi della selva di Saron, permettendo così ai crociati di trionfare, finalmente.

Francesco Hayez, Rinaldo e Armida, 1812-1813.

Rinaldo si riscatta e porta i cristiani alla vittoria. Chi resta vittima della sua insufficienza è Tancredi, di tutti i personaggi della Gerusalemme liberata il più simile al suo creatore – e non è certo un caso che i Romantici ameranno particolarmente Tasso e il suo fragile eroe, umano, troppo umano -.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul capolavoro di Giacomo Leopardi rimando all’articolo Sulle Operette morali.

[2] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Anna Maria Carini, Feltrinelli, Milano 1961, III, 21-32.

[3] Per un approfondimento sulla tragedia rimando all’articolo La bestiale Pentesilea di Heinrich von Kleist.

[4] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, cit., VI, 23-28.

[5] Ivi, XII, 50-71.

[6] Per un approfondimento sul poeta bolognese rimando all’articolo Guido Guinizzelli, la cultura al potere.

[7] Per un approfondimento sul capolavoro dantesco rimando agli articoli Vita nuova: dal Vangelo secondo Dante, gloria a te o Beatrice. Prima parte, Vita nuova: dal Vangelo secondo Dante, gloria a te o Beatrice. Seconda parte.

[8] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, cit., XIII, 17-46.

[9] Per la lettura e l’analisi dell’episodio di Pier delle Vigne rimando all’articolo Divina Domenica – Inferno – Canto XIII.

[10] Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, cit., XVI, 1-2, 8-35.

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