IV. Sof’ja e Makar ovvero la Russia

La madre, Sof’ja, e il padre legale, Makar, sono le due luci, i due fari che illuminano e orientano, soprattutto orientano, il cammino del giovane Arkadij nel disordine del mondo e della vita [1]. Queste due figure eccezionalmente positive, quasi al limite della santità, incarnano l’essenza del più puro e incontaminato spirito russo, ultimo baluardo del messaggio cristiano. Molto succintamente, Sof’ja e Makar sono la Russia, per come la intende Dostoevskij, secondo la sua idea di messianismo [2]. Questo il ritratto della madre realizzato da Arkadij:

«Decisamente il suo viso a volte era straordinariamente attraente… Il suo viso era bonario, ma tutt’altro che sempliciotto, un po’ pallido, anemico. Le sue guance erano molto magre, si erano anzi infossate, e sulla fronte le rughe cominciavano a raccogliersi in modo pronunciato, ma vicino agli occhi non ce n’erano ancora, e gli occhi, abbastanza grandi e aperti, splendevano sempre di una luce pacata e quieta che mi aveva attratto verso di lei sin dal primo giorno. Mi piaceva anche che nel suo viso non ci fosse nulla di triste né di addolorato; al contrario, l’espressione sarebbe stata anche allegra, se ella non si fosse turbata così spesso, talvolta del tutto a vuoto, spaventandosi e balzando dal suo posto anche proprio per un nonnulla, o porgendo ascolto al nuovo discorso di qualcuno, finché non si rassicurava che tutto andasse bene come prima: per lei tutto andava bene, se era “come prima”. Bastava che non cambiasse, bastava che non succedesse qualcosa di nuovo, fosse anche un caso fortunato!… Si poteva pensare che nell’infanzia ella avesse provato qualche spavento. Oltre agli occhi di lei mi piaceva l’ovale del suo viso allungato e se gli zigomi fossero stati appena un po’ più stretti, avrebbe potuto dirsi bella anche adesso e non solo in gioventù. Ora non aveva più di trentanove anni, ma nei suoi capelli castano scuri si palesava già fortemente la canizie» [3].

Già dal ritratto realizzato da Arkadij emerge tutta la positività del personaggio di Sof’ja: il suo volto esprime bonarietà e pacatezza, rassicura, gli occhi risplendono di una luce tenue, da sole primaverile, che dona calore e conforto dopo gli stenti invernali. La sua facile impressionabilità poi, il fatto che per lei tutto vada bene se è «come prima», rivela come i disordinati eventi che si rincorrono nell’Adolescente la facciano soffrire, anche se sulla sua sofferenza Dostoevskij non punta l’obiettivo. Questo per quanto riguarda l’aspetto fisico. Per quanto riguarda invece l’aspetto caratteriale, spende parole importanti Versilov [4], che sottolinea l’incorruttibile fermezza della donna; una fermezza che potrebbe restare invisibile a chi la osservi senza conoscerla, ma che è il suo tratto distintivo:

«La sottomissione, la docilità, l’inferiorità, e nello stesso tempo la fermezza, la forza, una vera forza, ecco il carattere di tua madre. Nota che è la migliore di tutte le donne che io abbia incontrato al mondo. E che possiede una forza, io lo attesto: ho ben visto come l’ha alimentata questa forza. Quando si tratta, non dirò di convinzioni – qui non possono esserci convinzioni giuste – ma di quello che fra loro si reputa convinzione ed è, per conseguenza, secondo loro anche sacro, lei è disposta anche al martirio» (194-195).

In quanto incarnazione della più pura e incontaminata essenza del popolo russo, Sof’ja è animata da una profonda e totale fede in Cristo, come emerge da queste sue parole rivolte ad Arkadij:

«Cristo, Arkaša, perdonerà tutto, e perdonerà anche il tuo dileggio, e ti perdonerà anche qualcosa di peggio. Cristo è padre, Cristo non ha bisogno di nulla e splenderà anche nelle più profonde tenebre…» (372).

Riguardo Sof’ja tutto è chiaro, limpido, luminoso, come il cielo terso in maggio. Lei è tutta qui, in questo amore incondizionato per Cristo, e che tenta di trasmettere al suo spigoloso e recalcitrante figlio, Arkadij. La figura di Makar si arricchisce invece di maggiori sfumature, che poi non sono mai sfumature, ma tinte forti. Makar, il pellegrino che, dopo aver attraversato la Russia a piedi, va a morire da sua moglie. Arkadij valuta gli uomini dal riso – una delle tante trovate geniali sparse qua e là nel romanzo [5] – ed è splendido il riso del vecchio pellegrino al suo figlio legale durante il loro primo incontro:

«Io capisco solo che il riso è la più sicura pietra di paragone dell’anima. Guardate un bambino: soltanto i bambini sanno ridere bene, in modo perfetto, e perciò sono incantevoli. Un bambino che piange mi ripugna, ma quello che ride e si rallegra è un raggio del paradiso, è la rivelazione del futuro, di quando l’uomo finalmente sarà divenuto altrettanto puro e ingenuo di un bambino. Ed ecco che qualcosa d’infantile e di attraente fino all’inverosimile balenò anche nel fuggevole riso di quel vecchio» (486).

Arkadij e Makar si parlano da subito e nel pellegrino il giovane scova finalmente quella «serena speranza», quella «bellezza morale» di cui ha un disperato bisogno. Durante il primo colloquio tra i due, colpisce la serenità con la quale Makar si approccia all’imminente dipartita, senza dispiacere, ma con «letizia», la parola che forse meglio lo rappresenta e lo compendia:

«Quanto al vecchio, deve essere contento in ogni tempo, e deve morire nel pieno rigoglio della sua mente, con beatitudine e decoro dopo essersi saziato di giornate, sospirando la sua ultima ora e rallegrandosi nel dipartirsi come una spiga nel covone e avendo consumato il proprio mistero» (488).

Con naturalezza, con estrema e disarmante naturalezza – emblematico in tal senso il riferimento alla spiga – il vecchio pellegrino vive l’esperienza ultima, definitiva della morte. Ma una parola in particolare attira l’attenzione di Arkadij, la parola «mistero», domandandone il significato a Makar, che risponde così:

«Tutto è mistero, amico mio, in tutto c’è il mistero di Dio. In ogni albero, in ogni filo d’erba è racchiuso questo mistero. Se un uccellino canta, o se tutte le stelle splendono in folla di notte in cielo, è sempre lo stesso identico mistero. E il mistero più grande è in quello che aspetta l’anima dell’uomo all’altro mondo. È così, amico mio!» (488).

Una non risposta di fatto, almeno dal punto di vista di Arkadij, che, animato dalla tipica sete di conoscenza giovanile – soffocata, nel nostro tempo, dalla dittatura dell’apparenza e della superficialità -, replica ricorrendo alla scienza, sottolineando come quest’ultima abbia già svelato e svelerà molti di questi cosiddetti e presunti misteri. Ma la fede di Makar è saldissima, ferrea, cementata dalle numerose esperienze di pellegrinaggio in giro per la Russia, ed egli riconduce tutto, sempre e comunque, a Dio, alla sua imperscrutabile, inconoscibile, misteriosa volontà:

«L’ho sentito dire, mio caro, l’ho sentito dire più di una volta dalla gente. Non c’è che dire, è una cosa grande e bella, ma tutto è dato all’uomo dalla volontà di Dio. Non per nulla Dio ha infuso in lui lo spirito della vita: “Vivi e conosci”» (489).

Qualche pagina più avanti, Makar torna sul problema della conoscenza, assumendo un contegno che potremmo definire leopardiano, moralmente leopardiano:

«Taluni hanno appreso tutte le scienze eppure sono sempre tristi. E così io penso che quanto più aumenta l’intelletto, tanto più cresce la noia. E poi bisogna tener conto di questo: si insegna dacché mondo è mondo, ma che cosa si è insegnato di buono, perché il mondo fosse una dimora più bella e allegra e piena di ogni gioia?» (512).

Makar pone innanzitutto una questione morale, scottante per Dostoevskij, che, nonostante la situazione educativa e istruzionale disastrosa del popolo russo, non esita a farne quella forza trainante e rigenerante portatrice dell’autentico messaggio di Cristo, battendosi per la sua formazione e la sua istruzione. Dostoevskij si accosta alla scienza e alla conoscenza con atteggiamento critico – critico, attenzione, non oscurantistico -, anteponendo ad esse sempre e comunque il proprio «Credo» cristiano – come farà il secondo Tolstoj, quello successivo alla conversione del 1881, vero e proprio erede di Dostoevskij e del suo ruolo di guida letteraria e spirituale della Russia [6] -, trovandovi un modello morale e comportamentale accessibile a tutti, immediatamente praticabile. D’accordo la sapienza, «cosa grande e bella», citando Makar, ma Cristo prima di tutto, supremo modello di vita riproducibile qui e ora.

Arkadij è attratto, irresistibilmente attratto dal padre legale, tanto quanto è attratto da Versilov, il padre naturale, sebbene con meno entusiasmo e foga, diciamo così. Del pellegrino lo attraggono in particolar modo lo «straordinario candore e l’assenza del minimo amor proprio; si presentiva un cuore quasi senza pezzato. C’era in lui la “letizia” del cuore e perciò anche la “bellezza morale”» (523). Anche solo da queste poche righe emerge tutta la distanza incolmabile che separa Makar, insieme con Sof’ja il polo positivo dell’Adolescente, da Versilov, il polo negativo, che pure manifesta talvolta una certa «bellezza morale», inquinata però alla fonte da un amor proprio smisurato, effetto collaterale, evidentemente, della sua appartenenza al ceto nobiliare, alle cui convenzioni resta sempre legato, indissolubilmente, spargendo dolore, soprattutto nel cuore tenero e puro di Sof’ja, che a lui si è donata dimentica di tutto.

Makar è la risposta, la risposta a Versilov, a Rothschild e a quell’epidemia dei suicidi che è un altro tema importante del romanzo, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo di questo studio, l’ultimo. Lo dimostra il modo in cui il vecchio pellegrino si appresta a morire, con serenità e «letizia», ma senza giudicare con severità il povero disgraziato che, giunto al culmine della disperazione, pone fine da sé alla propria vita:

«Il suicidio è il più grande peccato umano […] ma qui il solo giudice è Dio, perché solo a Lui è noto tutto, ogni limite e ogni misura. Mentre noi dobbiamo immancabilmente pregare per un simile peccatore. Ogni qualvolta sentirai di un peccato del genere, prima di addormentarti prega tutto intenerito per quel peccatore. Manda, magari, anche solo un sospiro a Dio per lui, anche se tu non l’hai conosciuto affatto, e tanto più efficace sarà la tua preghiera per lui» (525).

Le numerose citazioni sin qui riportate rivelano Makar per intero, in tutto il suo splendore – e spicca, tra le altre cose, anche la sua vocazione narrativa, primordialmente narrativa, ovvero orale, che arricchisce il romanzo di vere e proprie parabole -, eppure c’è una pagina in particolare in cui egli esprime il proprio credo, rivelando le ragioni che lo hanno spinto ad abbracciare la vita e la via del pellegrino:

«Non è forse tutto un sogno? Prendi della sabbia e seminala su un sasso. Quando la gialla sabbia ti avrà germogliato su quel sasso, allora si avvererà anche il tuo sogno nel mondo; ecco come si dice da noi. Diversamente insegna il Cristo: “Va’ e distribuisci la tua ricchezza e diventa servo di tutti”. E diventerai innumerevoli volte più ricco di prima, poiché non sarai felice solo del cibo, delle vesti preziose, dell’orgoglio e dell’invidia, ma dell’amore moltiplicato all’infinito. Non già una piccola ricchezza, non centomila rubli, non un milione, acquisterai il mondo intero! Oggi accumuliamo insaziabilmente e dilapidiamo con follia, ma allora non ci saranno né orfani, né mendichi, poiché tutti sono consanguinei, avrò acquistato tutti, avrò comprato tutti fino a uno! Oggi non è una rarità che anche il più ricco e illustre sia indifferente al numero dei suoi giorni, e non sappia nemmeno lui quale svago escogitare. Allora, invece, i tuoi giorni e le tue ore si moltiplicheranno mille volte, poiché non vorrai perdere nemmeno un minuto, e l’avvertirai sempre nella letizia del cuore. Allora acquisterai anche la saggezza non solo dai libri, ma sarai a faccia a faccia con Dio stesso; e la terra splenderà più del sole e non ci sarà né tristezza, né sospiri ma solo un paradiso inestimabile…» (527).

Queste righe rappresentano la confutazione esatta, matematica, scientifica dell’idea di Arkadij di diventare un Rothschild e anche una risposta alla visione utopica di Versilov del mondo senza Dio. Quel Dio che, se in Europa è morto, in Russia vive ancora, e ha nell’umile pellegrino Makar un luminosissimo profeta.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul giovane protagonista del romanzo rimando al secondo capitolo di questo studio: Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo secondo – L’idea di Arkadij.

[2] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[3] Fëdor Dostoevskij, L’adolescente, introduzione di Eridano Bazzarelli, Rizzoli, Milano 2011, pp. 160-161. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Per un approfondimento sul padre naturale di Arkadij rimando al terzo capitolo di questo studio: Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco».

[5] In particolar modo, trovo davvero illuminante il passo in cui Dostoevskij sottolinea la differenza tra ritratto pittorico e ritratto fotografico: «Osserva – disse – le fotografie riescono assai di rado somiglianti e si capisce, perché lo stesso originale, cioè ciascuno di noi, assai di rado somiglia a se stesso. Solo in rari momenti il viso umano esprime il proprio tratto essenziale, il proprio pensiero più caratteristico. Il pittore studia il viso e indovina questo pensiero essenziale del viso anche se nel momento in cui egli dipinge esso manca completamente. La fotografia invece sorprende l’uomo com’è ed è assai probabile che Napoleone, in certi momenti, sarebbe riuscito stupido, e Bismarck soave» (621).

[6] Il Tolstoj che, personalmente, apprezzo di più, autore di racconti come La sonata a Kreutzer e Padre Sergij, di saggi come Guerra e rivoluzione e di romanzi come Resurrezione.

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