Il Ghetto ebraico di Roma è uno dei più antichi al mondo, questo è facilmente spiegabile dall’esistenza di una consolidata comunità ebraica risalente alla repubblica romana. Tuttavia, non furono relegati in quell’area che oggi conosciamo come “ghetto” fino al XVI secolo.
La data ufficiale è quella  del 12 luglio 1555, quando papa Paolo IV con la bolla “Cum nimis absurdum”, letteralmente “Poiché è oltremodo assurdo”, decretò i confini e la chiusura del Ghetto di Roma, zona dove però già viveva una consolidata parte della comunità.
I motivi di questa reclusione furono sostanzialmente due, ma entrambi privi di una reale giustificazione. Il principale, a detta della Chiesa, fu che il popolo ebraico non era incline alle mescolanze culturali e di conseguenza non favorisse uno sviluppo all’interno della Roma papale. Il secondo, che non fu esplicito ma sottinteso, era legato alle differenze religiose, e in particolar modo alla morte di Cristo.

Incisione di G.B.Piranesi , vista del portico d’Ottavia,1748 circa

Con la bolla papale, infine, tutto venne messo per iscritto e dai pregiudizi si passò realmente a una severa segregazione. Il papa incaricò Silvestro Peruzzi, figlio dell’illustre architetto rinascimentale Baldassarre Peruzzi, di progettare una degna chiusura confinaria. La struttura realizzata poi, rimase invariata per circa tre secoli con qualche piccola modifica, come l’aumento dei portoni d’accesso da cinque a otto e l’allargamento del Ghetto sotto Sisto V, che comprese via della Fiumara, e sotto Leone XII, con via della Pescheria.
Come detto precedentemente, la scelta del luogo non fu mossa da preferenze urbanistiche, bensì fu una situazione di comodo dettata dalla sostanziosa presenza in quella zona della maggior parte della comunità fin dal X Secolo.
Questo è dovuto al fatto che quell’area era strategica per il commercio, che molti di loro praticavano abilmente, oltre a poter gestire la maggior parte del pesce che arrivava a Roma dal fiume Tevere. Il mercato del pesce, infatti, rimase legato a lungo alla zona del Ghetto romano. Di notte giungevano i pescherecci che vendevano il pescato e all’alba era già disponibile al portico d’Ottavia, grande pescheria romana. Inoltre anche molti mulini erano attraccati proprio sulla fascia del Tevere corrispondente al Ghetto.
Il luogo non era dei più fortunati però quando era periodo di allagamenti, tant’è che la zona era colpita spesso da rigurgiti fognari. Ed è proprio questa la ragione che ha dato il nome a via della Fiumara, che nel periodo di alluvioni diventava luogo dove ristagnavano malattie epidemiche. Gli ebrei romani furono decimati dalla peste, con percentuali di mortalità ben più alte del resto della città anche per questo motivo.
Su questi aspetti si sono espressi anche degli illustri viaggiatori, come Ferdinand Gregorovius e Massimo d’Azeglio, che hanno attraversato il Ghetto raccontandone le sensazioni e le sofferenze nelle quali viveva la comunità ebraica.
La decisione di rinchiudere in un questa zona la comunità ebraica non fu presa molto male inizialmente, oltre che per le ragioni prima citate, anche perché gli ebrei erano abituati a determinate condizioni. Basti pensare che già nel medioevo furono costretti ad indossare un cappello giallo per essere riconosciuti, e le donne una sciarpa gialla, che tra l’altro era anche un tratto distintivo delle prostitute romane. Questo non giustifica gli abusi perpetrati nei secoli ovviamente, ma serve solo a dire che inizialmente non ci furono grandi proteste da parte degli ebrei romani.
Il Ghetto veniva controllato da alcuni accessi, dei portoni, che venivano chiusi ogni sera e riaperti la mattina seguente per permettere ai cittadini romani di entrare e fare affari nelle botteghe giudee. Tutto questo controllo portò spesso ad avere comportamenti intollerabili di accanimento contro chi viveva relegato lì dentro. Ad esempio, scritti dell’epoca, ci riportano come i controllori situati alla porta che dava sul ponte dei Quattro Capi, chiedevano un pedaggio per trasportare i cadaveri alla sepoltura. Un comportamento indecente. E va anche detto che spesso persone di spicco della comunità romana, fino ad arrivare al papa, erano sempre pronti ad arrivare a chiedere l’aiuto degli ebrei stessi per questioni che potevano riguardare la medicina,  l’astrologia o altri mestieri in cui erano maestri.

Ettore Roesler Franz, Ghetto, Via Rua in fondo al Portico d’Ottavia, 1878

Durante il susseguirsi degli anni gli atteggiamenti verso la comunità non furono sempre rigidi, a volte si sciolsero in comportamenti più permissivi, ma solo con l’intento di provare a convertire chi viveva lì. Ad esempio Sisto V donò una fontana dopo aver portato l’acqua Felice a Roma, e permise dei lavori di ampliamento delle abitazioni. Infatti le condizioni per il Ghetto, con il passare del tempo, diventarono pessime, per via della mancanza dell’aria e della luce che non filtravano nei vicoli stretti a causa della conformazione dei tetti. Questo portò la popolazione a vivere in condizioni disumane, rendendo deboli e patiti gli abitanti della zona.
Insomma, la condizione del Ghetto non cambiò per un paio di secoli, con rispettivi alti e bassi a seconda del papa che vigeva o del periodo storico, fino all’avvento dei moti rivoluzionari francesi: solo allora nel Ghetto tornò a soffiare un vento di libertà. Poi con Leone XII fu concessa una rettifica dei confini e l’autorizzazione a dei lavori, ma ripristinò l’utilizzo dei portoni. Fino al 1848, con l’avvento della Repubblica romana e il successivo ripristino del regno papale vennero riaperte le porte del Ghetto, che non si chiusero più. L’anno che segna la fine del Ghetto di Roma è il 1870. Poco dopo l’intero Ghetto venne ricostruito, fatta eccezione per gli edifici storici ovviamente, anche se quelli che vediamo oggi per la maggior parte sono edifici moderni.
Successivamente gli ebrei torneranno ad essere perseguitati per gli infausti avvenimenti che porteranno alla seconda Guerra Mondiale, in seguito alla politica nazista e fascista di repressione nei confronti della comunità. Ma nel 1943 i romani si svegliarono definitivamente dal torpore fascista, e molti corsero in aiuto offrendo un rifugio sicuro per i fratelli perseguitati. Anche la Chiesa si distinse per grandi gesti di solidarietà nei confronti degli ebrei romani.

Dal dopo guerra si è instaurata una commistione tra diverse comunità, e anche la comunità ebraica si è ormai inserita a pieno nella comunità romana. Tutt’oggi il quartiere del Ghetto è abitato per lo più da ebrei, nonostante non sia più un vincolo costrittivo. 

Per approfondire: Il Ghetto scomparso – Racconti di viaggio

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