II. L’idea di Arkadij

Come Raskol’nikov [1], Kirillov [2] e Ivan Karamazov [3], anche Arkadij è dominato da un’idea, un’idea concepita nel suo stato di solitudine e di abbandono, a causa della quale, terminato il liceo, decide di non iscriversi all’università. Un’idea che costituisce per lui un rifugio, un riparo dalle offese, dalle aggressioni della vita, e un modo per colmare il vuoto affettivo nel quale è cresciuto, un vuoto sterminato, un abisso senza fondo, che lo ha inasprito, lo ha reso di fatto un misantropo, anche se in lui niente è definitivo e non può esserlo, vista la giovane età. Arkadij decide di accettare l’invito di Versilov, di trasferirsi a Pietroburgo e ricongiungersi con la famiglia, la sua famiglia casuale [4], ma solo per fini pratici, utilitaristici. Almeno all’inizio del romanzo, la sua idea ha la priorità su tutto, non intende affatto sacrificarla, a niente e nessuno, neppure alla famiglia. Quell’idea che nella sua testa ha assunto con il passare degli anni una consistenza quasi materiale, quasi fisica, finendo col fare le veci di quei genitori che egli ha visto pochissime volte, tramutandoli in sogni (soprattutto il padre, Versilov), ma nei confronti dei quali non ha intenzione di gettarsi a braccia aperte dopo averli raggiunti a Pietroburgo, anzi. L’idea, padre, madre, sorella e amica, ha la priorità su tutto il resto.

«Risolsi di partire anche perché questo non disturbava affatto il mio sogno principale. “Vedrò quello che sarà – ragionavo – in ogni caso, mi lego a loro solo per un periodo di tempo, forse brevissimo. Ma se appena vedrò che questo passo, per quanto convenzionale e piccolo, mi allontanerà dall’essenziale, romperò subito i rapporti con loro, pianterò lì tutto e mi rintanerò nel mio guscio”. Proprio nel guscio! “Mi ci nasconderò come una tartaruga”: questo paragone mi piaceva molto. “Non sarò solo – continuavo a sciorinare, aggirandomi come un forsennato in tutti quegli ultimi giorni a Mosca; – non sarò mai più solo, come è avvenuto finora per tanti orribili anni; porterò con me la mia idea che non tradirò mai, nemmeno se loro là mi piacessero tutti, e mi dessero la felicità, e io vivessi con loro magari dieci anni!» [5].

Arkadij ha vissuto diciannove anni «orribili», diciannove anni che non potrà mai dimenticare, ma che resteranno per sempre nella sua memoria, funestandola, qualunque cosa egli dovesse diventare. La sua infanzia e la sua adolescenza peseranno sulla coscienza del protagonista fino all’ultimo dei suoi giorni, la loro atmosfera oscura, inquietante si staglierà sempre e comunque all’orizzonte come un temporale, pronto ad avvicinarsi, ad abbattersi in ogni momento e attentare a quella serenità raggiungibile, certo, ma costantemente in pericolo. A meno che… beh, lo vedremo più avanti, in conclusione di questo capitolo, per ora restiamo concentrati sull’idea.

A Pietroburgo Arkadij frequenta la casa di Dergačëv, figura modellata su quella reale di Dolgušin, leader del movimento populista [6]. Arkadij, che, attraverso la scrittura di queste memorie, come dichiara egli stesso, vuole imparare a dire la verità, confessa di aver avuto paura di Dergačëv e di quelli come lui:

«Sapevo che erano […] dei dialettici e che forse avrebbero distrutto la “mia idea”. Ero ben sicuro di me stesso, che non avrei tradito né detto loro la mia idea; ma loro […] potevano magari dire qualcosa, per cui io stesso mi sarei deluso della mia idea, pur non facendo loro il minimo accenno ad essa. Nella “mia idea” c’erano questioni che io non avevo risolto, ma non volevo che fossero risolte da altri. Negli ultimi due anni avevo smesso di leggere libri, temendo di imbattermi in qualche punto sfavorevole all'”idea”, che mi avrebbe potuto far vacillare» (99).

È questo un punto fondamentale. Innanzitutto queste righe mostrano come in Arkadij, complice anche la giovane età, non ci sia nulla di definitivo, di concluso. Inoltre, ed è questo il dato senza dubbio più importante, da questo passo emerge la necessità dell’antitesi, del confronto, che può essere utile a riportare l’uomo sulla retta via, diciamo così. L’idealista negativo che si apre agli altri, che si misura con gli altri, può ancora essere salvato. A causa dell’idea Raskol’nikov uccide, ma, grazie alla conoscenza di Sonja, risorge, mentre Kirillov e Ivan Karamazov, che, per diversi motivi, non hanno la possibilità di confrontarsi con le loro rispettive controparti, precipitano e marciscono per sempre nel delitto: l’ingegnere dei Demòni si uccide, senza che accada nulla di quanto prospettato nei suoi vari, splendidi dialoghi con i diversi personaggi del romanzo; Ivan invece provoca la morte del padre e sprofonda infine nella follia.

Nonostante i comprensibili timori Arkadij, nel corso della sua prima e ultima visita a casa di Dergačëv, rivela il suo pensiero, lo denuda completamente, mostrandone tutto il carattere negativo, nichilistico, misantropico, egoistico, stirnerianamente egoistico:

«[…] in parte la mia idea consiste appunto nell’essere lasciato in pace. Finché ho due rubli in tasca, non voglio dipendere da nessuno […] e non far nulla, nemmeno per quel grande avvenire dell’umanità, a lavorare per il quale il signor Kraft è stato invitato. La libertà personale, cioè la mia propria, è in primo piano e non voglio saper altro.
[…] Io non devo nulla a nessuno, pago alla società del denaro in forma di esazioni fiscali per non essere derubato, battuto e ucciso, e nessuno osi esigere altro da me. Può darsi che personalmente io sia anche d’altre idee, e se vorrò servire l’umanità, la servirò, e forse la servirò dieci volte più di tutti i predicatori; voglio però che nessuno osi esigere da me questo, obbligarmi, come il signor Kraft; è il mio pieno arbitrio, anche se non avrò mosso un dito. Mentre correre qua e là e buttarsi al collo di tutti per l’amore dell’umanità, e sciogliersi in lacrime d’intenerimento, non è che la moda. E perché dovrei necessariamente amare il mio prossimo, o la vostra umanità futura che non vedrò mai, che non saprà di me e che, a sua volta, si consumerà senz’alcuna traccia e memoria […], quando la terra si sarà trasformata a sua volta in una pietra congelata e volerà nello spazio senz’aria in mezzo a una quantità infinita di identiche pietre congelate, cioè, una cosa, di cui nemmeno si può immaginare nulla di più insensato? Ecco la vostra dottrina! Dite, perché devo essere obbligatoriamente nobile, tanto più se tutto dura un solo minuto?
[…] Un uomo straordinariamente intelligente diceva, fra l’altro, che non c’è nulla di più difficile che rispondere alla domanda: “Perché bisogna assolutamente essere nobili?”. Vedete, ci sono tre specie di farabutti al mondo: i farabutti ingenui, cioè convinti che la loro bassezza sia la più alta nobiltà d’animo, i farabutti che si vergognano della loro bassezza, ma con la precisa intenzione di condurla tuttavia a termine, e finalmente i semplici farabutti, i farabutti puro sangue. Permettete: avevo un compagno, Lambert, il quale già a sedici anni mi diceva che, quando si fosse arricchito, la sua più grande delizia sarebbe stata di nutrire di pane e carne i cani quando i bambini dei poveri morissero di fame; e quando non avessero più di che accendere la stufa, egli avrebbe comprato un intero deposito di legname, lo avrebbe accatastato in un campo e avrebbe scaldato il campo, mentre ai poveri non avrebbe dato nemmeno un ceppo. Ecco i suoi sentimenti! Dite: che cosa risponderò a questo farabutto puro sangue se mi domanderà perché poi egli debba assolutamente essere nobile? E questo specialmente oggi, nella nostra epoca che avete così trasformata. Giacché peggio di oggi non è mai stato. Nella nostra società non si vede affatto chiaro, signori. Voi negate Dio, negate il crocifisso; quale sorda, cieca, ottusa inerzia, può dunque obbligarmi ad agire in un modo, se mi è più vantaggioso altrimenti? Voi dite che mi è vantaggiosa anche una posizione ragionevole dinanzi all’umanità, ma se io trovassi tutte queste ragionevolezze irragionevoli, tutte queste caserme, falangi? Ma che il diavolo se le porti, non m’importa nulla neanche dell’avvenire, quando al mondo ci sto una volta sola! Permettete che io conosca da me il mio vantaggio; almeno sarò più allegro. Che cosa m’importa di quel che fra mille anni sarà di questa vostra umanità, se in cambio, secondo il vostro codice, non riceverò né amore, né vita futura, né riconoscimento del mio sacrificio? No, se è così vivrò per me stesso, nel modo più scortese, e che gli altri sprofondino pure!
[…] Ditemi, dunque, e ora dovete rispondere assolutamente, ne siete obbligati dato che ridete, dite: come farete a sedurmi, perché io vi segua? Dite: come mi dimostrerete che sotto di voi sarà meglio? Dove ficcherete la protesta della mia personalità nella vostra caserma? Da un pezzo, signori miei, desideravo incontrarmi con voi! Avrete la caserma, le abitazioni collettive, lo stricte nécessaire, l’ateismo e le mogli in comune senza figli perché questo è il vostro fine, io lo so. E per tutto questo, per quella particella di mediocre vantaggio che mi sarà assicurata dalla vostra razionalità, per un tozzo di pane e il caldo vi prendete tutta la mia personalità! Permettete, là mi porterebbero via la moglie e voi sareste capace di domare la mia personalità in modo che io non fracassi la testa all’avversario? Mi direte che allora diventerei più savio, ma che cosa dirà la moglie di un marito così savio, se appena ha qualche stima di sé? Poiché questo è innaturale, vergognatevi!» (101-104).

Il pensiero di Arkadij, per come si configura in queste pagine, è molto stirneriano [7], forse il più stirneriano tra quelli dei personaggi dostoevakiani, insieme con il pensiero dell’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo [8]. E anche le sue convinzioni sono molto sottosuoliane, diciamo così, ma, al tempo stesso, gli impediscono di aderire a quell’ideologia socialista che Dostoevskij, senza mezzi termini, definiva Anticristo [9]. Dunque, in esse, qualcosa di positivo ci deve pur essere.

Arkadij, dopo numerosi, ma vaghi accenni, parla chiaramente e diffusamente della sua idea nel capitolo quinto della prima parte del romanzo. Egli rivela tutto:

«La mia idea è di diventare un Rothschild. Invito il lettore alla calma e alla serietà.
Ripeto: la mia idea è di diventare un Rothschild, diventare ricco quanto Rothschild: non semplicemente ricco, ma proprio come Rothschild. […]
La cosa è molto semplice, tutto il segreto consiste in due parole: perseveranza e continuità.
L’abbiamo già sentito – mi diranno – non è una novità. Ogni Vater in Germania lo ripete ai suoi figli, e intanto il vostro Rothschild […] è stato uno solo, mentre di Vater ce ne sono milioni [10].
Risponderei:
Affermate di aver sentito e invece non avete sentito nulla. È vero, in una cosa avete ragione anche voi: se ho detto che è una cosa “molto semplice”, mi sono dimenticato di aggiungere che è anche la più difficile. Tutte le religioni e tutte le moralità del mondo si riducono a un solo punto: “Bisogna amare la virtù e fuggire i vizi”. Che cosa ci può essere, parrebbe, di più semplice? Ma fate un po’ qualcosa di virtuoso e fuggite almeno uno dei vostri vizi, provatevi, eh? Così qua.
[…] Già la sola parola che egli è un Vater – non parlo dei soli tedeschi – che ha famiglia, vive come tutti, spende come tutti, ha dei doveri come tutti… altro che diventare un Rothschild! Così si diventa soltanto un uomo sobrio. Io invece capisco sin troppo chiaramente che, divenuto un Rothschild anche avendo solo desiderato di diventarlo, ma non al modo di un Vater, bensì sul serio, già solo per questo esco di colpo dalla società.
Alcuni anni fa ho letto nei giornali che sulla Volga, su uno dei battelli, era morto un mendico che andava in giro cencioso, che chiedeva l’elemosina ed era noto laggiù a tutti. Dopo la sua morte gli trovarono indosso, cuciti nella camicia, quasi tremila rubli in biglietti di banca. In questi giorni ho letto di nuovo di un mendico, del ceto nobile, il quale andava in giro per le bettole e stendeva la mano. Lo hanno arrestato e gli hanno trovato indosso quasi cinquemila rubli. Ne vengono direttamente due deduzioni: la prima, che la perseveranza nel farsi un gruzzolo, anche a forza di copeche, dà in seguito degli enormi risultati (il tempo in questo caso non significa nulla), e la seconda che la forma meno ingegnosa, ma continua, di guadagno ha il successo assicurato matematicamente.
E d’altronde forse esistono anche molti uomini rispettabili, intelligenti e sobri, che (per quanto si dibattano) non hanno né tre, né cinquemila rubli, e che tuttavia avrebbero una gran voglia di averli. Come mai è così? La risposta è chiara: perché nessuno di loro, nonostante tutta la sua volontà, vuole, magari anche al punto di ridursi, ad esempio, persino mendico, se non può guadagnare in alcun altro modo, e non è perseverante fino al punto di non spendere, anche dopo essersi ridotto mendico, le prime copeche ricevute in un superfluo pezzo di pane per sé o per la propria famiglia. Frattanto, con questo mezzo di risparmio, cioè facendo il mendico, per poter racimolare una tal somma bisogna nutrirsi di pane col sale e di nient’altro; almeno, io la intendo così. Così facevano probabilmente anche i due mendichi suindicati, cioè mangiavano il solo pane e vivevano quasi a ciel sereno. Senza dubbio, non avevano l’intenzione di diventare dei Rothschild: erano soltanto degli Arpagoni o dei Pljuškin della più bell’acqua, niente di più; ma anche nel risparmio cosciente, in una forma già assolutamente diversa, con lo scopo di diventare un Rothschild, necessita non meno desiderio e forza di volontà di quanto non ne avessero questi due mendichi. Un Vater non dimostrerebbe una tal forza. Al mondo le forze sono di varie specie, le forze della volontà e del desiderio in particolare. C’è la temperatura dell’ebollizione dell’acqua e c’è la temperatura dell’incandescenza del ferro.
Qui è come il monastero, come l’ascetismo. Qui è il sentimento, e non l’idea. […]
Quando concepii la “mia idea” (ed essa è ancora allo stato incandescente) cominciai a sperimentare se fossi capace del monastero e dell’ascetismo. A tale scopo mangiai per tutto il primo mese solo pane e acqua. […] Per quel mese resistetti, ma forse mi guastai alquanto lo stomaco; ma col mese seguente aggiunsi al pane la zuppa, e la mattina e la sera un bicchiere di tè e vi assicuro che passai così un anno in perfetta salute e soddisfazione, e moralmente in ebbrezza e in una continua esaltazione segreta. Non solo non rimpiangevo i cibi, ma ero in preda all’entusiasmo. […] Non contento di questa prova, ne feci anche un’altra: per le mie spese minute, oltre al mantenimento pagato a Nikolaj Semënovič, mi erano assegnati cinque rubli al mese. Stabilii di spenderne solo la metà. Fu una prova assai dura, ma dopo più di due anni, all’arrivo a Pietroburgo, oltre all’altro denaro, avevo in tasca settanta rubli, messi insieme unicamente con questo risparmio. Il risultato di queste due prove fu per me enorme; avevo positivamente appreso che potevo volere al punto di raggiungere il mio scopo, e in questo, ripeto, è tutta la “mia idea”» (130-134).

Sono pagine davvero giovanili – giovanili, non infantili o adolescenziali, attenzione, di esse si può sorridere, ma non ridere -, per il messaggio radicale che esprimono e il modo, veemente, da bianco o nero, caldo o freddo, in cui lo esprimono. Arkadij si getta lancia in resta nell’esposizione dell’idea, e trovo particolarmente interessanti due aspetti: la convinzione di un’esclusione obbligatoria dalla società, singolare conditio sine qua non, e l’impegno cenobitico, la forte componente sentimentale propria di una regola monastica. Questa è dunque l’idea di Arkadij nella sostanza, ma il giovane si inoltra anche nei particolari, affrontando innanzitutto il tema dell’isolamento:

«L’isolamento è l’essenziale: ero stato terribilmente avverso, fino all’ultimo momento, a qualsiasi rapporto e associazione con la gente; parlando in generale, avevo stabilito di cominciare l'”idea” da solo; era sine qua. La gente mi pesava e sarei stato inquieto nello spirito, l’inquietudine avrebbe nuociuto allo scopo. E, in genere, sin qui, per tutta la vita, in tutti i miei sogni di come avrei trattato la gente, risultavo sempre molto avveduto, mentre, non appena ero messo alla prova, apparivo sempre molto stupido. E, non lo confesso con indignazione e sinceramente, cianciando mi sono sempre tradito e affrettato, e perciò ho deciso di scartare la gente. Nel guadagno è l’indipendenza, la quiete dello spirito, la chiarezza dello scopo» (135).

E l’isolamento rappresenta proprio lo scopo, tutto lo scopo dell’idea di Arkadij; non c’è altro, nessuno slancio da romanticismo trito e ritrito, nessuna sete di vendetta nei confronti di quel mondo, di quella società, di quella vita che, fin dalla nascita, non hanno fatto altro che offenderlo, umiliarlo, prenderlo a pesci in faccia:

«Mi rattrista di deludere subito il lettore, mi rattrista e mi rallegra nello stesso tempo. Sappiano che nei fini della mia “idea” non c’è nessun sentimento di “vendetta”, nulla di byroniano, né maledizione, né lamenti di orfano, né lacrime di figlio illegittimo; nulla, nulla. In una parola, una signora romantica, se le capitassero sott’occhio le mie memorie, resterebbe subito delusa. Tutto lo scopo della mia “idea” è l’isolamento» (141).

Più che nell’idea in se stessa, è proprio in questo atteggiamento di noncuranza rispetto alla sua triste storia, di orgoglioso sprezzo, che Arkadij concentra tutta la sua voglia di riscatto, di rivalsa. Porsi al di sopra di sentimenti e risentimenti che sarebbero del tutto comprensibili, giustificabili, naturali, ostentare un’indifferenza superiore: è questo il suo modo di reagire alla malinconica sorte precipitatagli addosso. Alzare le spalle, sforzarsi di apparire indifferente per convincere se stesso e il lettore della propria forza, è ciò che fa il giovane, preda, sin dalla tenera età, di un sentimento di cupa misantropia, che già emerge con chiarezza nei passi sin qui riportati, e che egli stesso denuda completamente subito dopo aver decretato l’isolamento unico scopo dell’idea:

«No, non la nascita illegittima che mi veniva così rinfacciata nella permanenza da Touchard, non i tristi anni dell’infanzia, non la vendetta, né il diritto alla protesta hanno dato origine alla mia “idea”. La colpa di tutto è solo il mio carattere. Dall’età di dodici anni, cioè da quando cominciai a comprendere le cose, mi misi a non amare la gente. Non che io non l’amassi, ma la gente mi divenne in certo modo pesante. Io stesso talvolta, nei miei momenti puri, fui troppo rattristato di non poter in alcun modo esternare tutto nemmeno alle persone prossime – cioè avrei anche potuto, ma non volevo, chissà perché me ne astenevo – di essere diffidente, tetro e non comunicativo. E ancora: da un pezzo, sin quasi dall’infanzia, avevo notato in me il vezzo di accusare troppo spesso, di esser troppo incline ad accusare gli altri. A questa inclinazione assai spesso seguiva immediatamente un altro pensiero, già troppo pesante per me, che fossi io il colpevole e non loro. E quanto spesso mi accusavo ingiustamente! Per non risolvere simili questioni naturalmente cercavo d’isolarmi. Inoltre, per quanto cercassi – e sì che cercavo! – nella compagnia della gente non trovavo nemmeno nulla. Almeno, tutti i miei coetanei, tutti i miei compagni, tutti fino a uno risultavano inferiori a me nei pensieri: non ricordo nessuna eccezione.
Sì, sono tetro, mi rinchiudo di continuo. Spesso desidero uscire dalla società. Forse farò anche del bene alla gente, ma spesso non vedo la minima ragione di fargliene. E la gente non è poi tanto bella da curarsene tanto. Perché non mi si avvicina direttamente e francamente, perché proprio io e io per primo sono tenuto a cacciarmi tra i suoi piedi? Ecco quello che mi domandavo. Ero un essere riconoscente e l’avevo dimostrato già con un centinaio di stupidaggini. All’uomo sincero avrei immediatamente risposto con la sincerità e l’avrei subito amato. E così facevo, ma tutti subito m’imbrogliavano e si sottraevano a me con irrisione» (141-142).

La misantropia spesso, molto spesso, è figlia della delusione, di una delusione che sfocia nella frustrazione e infine nell’odio. È quanto accade in Aekadij, in cui nulla però è definitivo, ma in divenire, e in cui le inclinazioni positive – l’amore per l’«uomo sincero» – non sono ancora del tutto soffocate, soppresse, come vedremo nel corso dello studio. Arkadij ha un’innata predisposizione al bene, alla moralità, è evidente, come dimostrano le numerose puntualizzazioni sul carattere innocuo della sua idea; egli vuole diventare un Rothschild, d’accordo, ma senza nuocere a nessuno, senza volersi vendicare di nessuno. Ad Arkadij basta sapere di poter rovinare un suo nemico e niente di più; diventato ricchissimo non cederebbe neppure alla tentazione dello sfarzo, che annienterebbe la bellezza e la forza morale dell’idea.

Come Aleksej Ivanovič, il precettore protagonista del Giocatore [11], Arkadij vede nel denaro, che costituisce, di fatto, il nucleo della sua idea, l’unico mezzo per riscattare se stesso, per elevare se stesso al di sopra del misero stato in cui si trova ora:

«In questo per l’appunto consiste la mia “idea”, in questo per l’appunto sta la sua forza: che il denaro è l’unica via che conduce al primo posto anche una nullità. […] Il denaro, certo, è una potenza tirannica, ma nello stesso tempo è anche la più alta eguaglianza, e in ciò consiste tutta la mia forza principale. Il denaro livella tutte le ineguaglianze» (144).

Ma neanche in questo caso, nell’esaltazione del supremo mezzo e strumento materiale, Arkadij è definitivo. Della forza oscura, diabolica del denaro – ricordate il Faust di Goethe, in cui è Mefistofele a inventare la carta moneta [12] – egli è perfettamente consapevole, e ai rubli antepone sempre l’idea:

«Prima viene l’idea superiore e poi il denaro e, senza un’idea superiore, col denaro la società andrà a rotoli» (221).

Parole che confermano la salda disposizione morale di Arkadij, che non vuole possedere un’enorme quantità di denaro per spendere e spandere, o per fare del male e attuare la sua vendetta, ma per acquistare quella «solitaria e calma consapevolezza della forza» nella quale individua la più esatta e piena definizione della libertà. Insomma, anche in un’idea apparentemente banale, forse persino sciocca nella sua prima formulazione («La mia idea è di diventare un Rothschild»), si cela in realtà un sistema filosofico complesso, che rivela il precoce stato di maturità intellettuale raggiunto da Arkadij nella sua condizione di solitudine, di esclusione, di abbandono. Egli è un giovane dalle capacità intellettuali indubbie, consapevole persino delle proprie fragilità, che emergono chiaramente nel racconto della trovatella Arina, povera creatura alla quale Arkadij si affeziona a tal punto da prendersene cura in prima persona, servendosi del proprio denaro, ma che muore presto, suscitando nel giovane un dolore profondo, sordo. Questa la conclusione alla quale giunge Arkadij ricordando il triste episodio:

«[…] nessuna “idea” era in grado d’invaghire (se non altro, me) al punto che io improvvisamente non mi fermassi dinanzi a qualche fatto schiacciante e non gli sacrificassi di colpo tutto quello che con anni di lavoro avevo fatto per l'”idea”» (157).

Un’ammissione davvero onesta e importante, che fa vacillare, se non addirittura andare in pezzi, tutto quanto scritto finora. Arkadij consacra la propria vita all’idea, ma è perfettamente consapevole della difficoltà estrema della sua realizzazione. Per questo motivo sceglie l’isolamento, ma nel momento in cui giunge a Pietroburgo e si ricongiunge con la sua famiglia casuale, allora isolarsi non è più possibile. Il disordine lo travolge.

A Pietroburgo, patria e ideale rappresentazione scenica del disordine, Arkadij finisce per tradire completamente l’idea: conduce vita mondana e sperpera denaro che non gli appartiene, facendosi persino, come il già citato Aleksej Ivanovič, giocatore d’azzardo. Ed è proprio in una casa in cui gioca alla roulette, che il protagonista è vittima della più grande e cocente umiliazione della sua breve vita: accusato ingiustamente di essere un ladro, viene rinnegato dal principe Sokolskij e sbattuto fuori dall’abitazione come un pezzente. Sconvolto, Arkadij pensa di seminare morte e distruzione, di sopprimere prima se stesso e poi gli altri, ma non ne ha la forza, e si addormenta in strada, sognando – ma si tratta piuttosto di un sogno-visione – la struggente visita della madre, anni prima, nell’istituto di Touchard. Sof’ja porta in dono a suo figlio – perduto non per sua volontà, ma per volontà di Versilov – sei arance, alcuni biscotti e due panini francesi; dopo averlo benedetto più e più volte, dopo essersi persino inchinata a lui, gli consegna infine tutto ciò che le rimane, quattro ventini, avvolti in un fazzoletto blu a scacchi. Tutto gli viene rubato dai compagni, i frutti, i biscotti, i panini, il denaro, ma non il fazzoletto, ed è davvero commovente il momento in cui Arkadij, per caso, lo ritrova, sei mesi dopo la visita della madre:

«Avevo scordato completamente la mamma. Oh, allora l’odio, un sordo odio per tutto era già penetrato nel mio cuore, lo aveva saturato. Anche se pulivo con la spazzola Touchard come prima [nell’istituto Arkadij è ridotto ad uno stato di schiavitù, in parte anche volontario], ormai lo odiavo con tutte le forze ed ogni giorno di più. Ed ecco che allora, in un mesto crepuscolo, mi misi a riordinare chissà perché il mio cassetto e a un tratto, in un cantuccio, scorsi il suo fazzoletto turchino di batista. Era rimasto lì da quando ve lo avevo riposto. Lo tirai fuori e l’osservai persino con una certa curiosità: la cocca del fazzoletto serbava ancora netta la traccia del nodo e persino la rotonda impronta chiaramente impressa di una piccola moneta. Rimisi il fazzoletto a posto e richiusi il cassetto. Era la vigilia di una festa e la campana rimbombò, chiamando ai vespri. Gli allievi sin dal pomeriggio erano partiti per le loro case, ma stavolta Lambert si era fermato per la domenica […]. Alle dieci andammo a letto. Mi avvolsi con la testa nella coperta e di sotto al guanciale tirai fuori il fazzoletto blu: chissà perché, un’ora prima, non appena erano stati preparati i nostri letti, ero andato a prenderlo di nuovo nel cassetto, lo avevo messo sotto il guanciale. Me lo strinsi subito al viso e a un tratto mi misi a baciarlo: “Mamma, mamma”, sussurravo, ricordando, e mi sembrava di avere il petto stretto in una morsa. Chiusi gli occhi, e vedevo il suo viso con le labbra tremanti, quando lei si faceva il segno della croce in direzione della chiesa, poi segnava me ed io le dicevo: “È vergogna, ci guardano”. “Mammina, mamma, una volta in vita tua sei venuta da me… Mammina, dove sei ora, ospite mia lontana? Ricordi ora il tuo povero ragazzo, che eri venuta a trovare… Mostrati a me almeno una volta ora, rivelati in sogno perché io ti possa dire quanto ti amo, abbracciarti e baciare i tuoi occhi azzurri, dirti che ormai non mi vergogno più di te, e che ti amavo anche allora, e che il cuore allora mi stringeva, anche se non facevo che starmene lì come un lacchè! Non saprai mai, mamma, come ti amassi allora! Mammina, dove sei ora? Mi senti? Mamma, mamma, e ti ricordi il piccioncino in campagna?…”» (465-467).

Ecco cosa può salvare Arkadij, il giovane idealista in balia del disordine, il buono e caro ricordo infantile! Arkadij ed ogni altro essere umano, secondo l’ultimo messaggio – il testamento, di fatto – di Dostoevskij, espresso nel Discorso su Puškin [13] e, soprattutto, nei Fratelli Karamazov, in particolar modo nel discorso presso la pietra di Alëša che conclude l’immenso capolavoro:

«Sappiate dunque che non esiste niente di più nobile, e forte, e importante, e utile per la vostra vita futura, dei buoni ricordi, soprattutto se appartengono ai primi anni della vostra vita, alla casa dei genitori. Quante volte si parla della vostra educazione! Eppure uno di questi buoni e cari ricordi, portato nel cuore fin dall’infanzia, è forse la migliore delle educazioni. Se l’uomo può tenere con sé molti di questi ricordi e serbarli per la vita, è salvo per sempre. Ma se anche un solo buon ricordo ci accompagnasse sempre, anche quello basterebbe un giorno alla nostra salvezza» [14].

Il ricordo, riemerso proprio nel momento più complicato della sua giovane esistenza, ma non solo. Anche un’altra circostanza influisce positivamente su Arkadij, l’incontro con il pellegrino Makar, suo padre legale, il quale, insieme con la madre Sof’ja, costituisce la vera e propria stella polare da seguire per il giovane. Makar, la cui figura, come quella della moglie, approfondiremo in un capitolo specifico, dona ad Arkadij una «serena speranza» che lo accompagna anche ora, nel tempo della stesura delle sue memorie, dopo che tutto si è concluso.

Come ho già scritto nell’introduzione [15], servendomi della metafora pascaliana, Arkadij è una «canna» in balia del disordine, battuta e sbattuta qua e là, e che, questo stesso disordine, accoglie in sé. Ma non tutto è perduto, come scrive Nikolaj Semënovič, il suo ex precettore. Dietro ciò che appare negativo può nascondersi il bene, la luce, una insaziabile fame di ordine, di bellezza morale, di verità. Ed è proprio verso questi traguardi che sembra incamminarsi Arkadij al termine del romanzo, dopo aver conosciuto il disordine, dopo aver visto la sua idea fatta a pezzi da questo stesso disordine, con il conforto di Sof’ja, sua madre, dei cari ricordi a lei legati, e della «serena speranza» ispiratagli da Makar, le due figure più luminose e positive dell’Adolescente, vivide incarnazioni della più pura e bella essenza russa e, più in generale, umana.

« […] i giovani come voi non sono pochi, e le loro facoltà minacciano realmente sempre di svilupparsi in peggio: o in una soggezione muta, o in un occulto desiderio di disordine. Ma questo desiderio di disordine […] deriva forse da un occulto desiderio di ordine e di “bellezza morale” […] La giovinezza è pura già per il solo fatto che è la giovinezza. Forse in questi così precoci impeti di follia si racchiude precisamente una sete di ordine e una ricerca della verità» (753).

In queste parole di Nikolaj Semënovič, l’ex precettore di Arkadij, è racchiuso il messaggio ultimo dell’Adolescente, un messaggio di speranza, rivolto ai giovani, quei giovani che, nell’ultima fase della sua attività letteraria, Dostoevskij elegge suoi lettori ideali, come dimostra la giovanile conclusione dei Fratelli Karamazov, il suo conclusivo e maggiore capolavoro.

NOTE

[1] Per un approfondimento su Raskol’nikov e il romanzo di cui è protagonista rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[2] Per un approfondimento sull’ingegnere, personaggio dei Demòni, rimando all’articolo Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-Dio.

[3] Per un approfondimento su Ivan e sull’ultimo e più grande romanzo di Dostoevskij rimando agli articoli I fratelli Karamazov, il «libro sacro». Prima parteI fratelli Karamazov, il «libro sacro». Seconda parteFëdor Dostoevskij, Il Grande Inquisitore.

[4] Per un approfondimento su questo delicato tema, carissimo allo scrittore russo, rimando al primo capitolo di questo studio, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo primo – La famiglia casuale.

[5] Fëdor Dostoevskij, L’adolescente, introduzione di Eridano Bazzarelli, Rizzoli, Milano 2011, p. 50. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[6] Del movimento populista guidato da Dolgušin ricordo il motto ippocrateo: «Quae medicamenta non sanant, ferrum sanat; quae ferrum non sanat, ignis sanat!» («Ciò che le medicine non guariscono, lo guarisce il coltello; ciò che il coltello non guarisce, lo guarisce il fuoco»).

[7] Sul rapporto tra Stirner e Dostoevskij scrive Calasso: «La Russia è il paese dove Stirner ha trovato il suo terreno più affine. […] Basterà allora aprire su una qualsiasi pagina i Ricordi del sottosuolo di Dostoevskij, dove l’anonima voce che parla (e anche qui si tratta di un “assessore di collegio”), sembra essere immediatamente quella di Stirner (in Stirner parla il sottosuolo della filosofia), o seguire i destini di Raskolnikov, Kirillov, Ivan – tutti personaggi in diverso modo scossi dal demone di Stirner» (Roberto Calasso, Accompagnamento alla lettura di Stirner, in Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, Milano 2009, p. 406). Per un approfondimento sul pensatore tedesco rimando all’articolo Max Stirner, L’unico e la sua proprietà.

[8] Per un approfondimento sul romanzo rimando agli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parteDostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

[9] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[10] Evidente il riferimento polemico ai tedeschi, di cui ricordo il caustico giudizio di Aleksej nel Giocatore: «Il metodo tedesco di accumulare ricchezze. Non è molto tempo che sono qui, eppure tutto quello che sono riuscito ad annotare e a riscontrare fa ribollire il mio sangue tartaro. Santo Dio, mi si risparmino certe virtù! Proprio ieri ho avuto modo di fare qui intorno un giro di una decina di verste. Ebbene, è tutto perfettamente identico a quel che si trova in quei libretti tedeschi di edificazione morale con le illustrazioni: ovunque, in ogni casa, hanno il loro Vater, terribilmente virtuoso e insolitamente onesto. Onesto a tal punto che il solo avvicinarlo mette paura. Non riesco a sopportare le persone oneste, quelle che metton paura se solo le si vuole avvicinare. Ognuno di questi Vater ha la sua famiglia, e la sera tutti loro leggono ad alta voce libri istruttivi. Sulla casetta stormiscono olmi e castagni. Il tramonto del sole, la cicogna sul tetto, tutto è così straordinariamente poetico e commovente… Non adiratevi, generale, consentitemi di raccontarvi una cosa ancor più commovente. Io stesso ricordo che la buonanima di mio padre, di sera, sotto i tigli nel giardinetto davanti casa, leggeva a sua volta ad alta voce a me e a mia madre libri del genere… Di conseguenza sono in grado di esprimere in proposito un giudizio conveniente. Bene, ogni famiglia di questo tipo qui è tenuta dal Vater in stato di schiavitù e di sottomissione. Tutti lavorano come buoi e tutti accumulano quattrini come giudei. Supponiamo che il Vater abbia già messo insieme un bel gruzzolo di gulden e faccia conto sul figlio maggiore per lasciargli l’attività o il pezzetto di terra; per questo motivo non daranno la dote alla figlia e questa resterà zitella. Per lo stesso motivo venderanno il figlio minore come servo o come soldato e aggiungeranno il ricavato al capitale domestico. È tutto vero, qui si fa così; mi sono informato. E tutto questo lo si fa soltanto in nome dell’onestà, di un’onestà esasperata, al punto che lo stesso figlio minore crederà di essere stato venduto solo ed esclusivamente in nome dell’onestà: e la situazione è veramente ideale, quando è la stessa vittima a rallegrarsi del fatto che la stiano trascinando all’olocausto. Volete saperne un’altra? C’è che anche per il figlio maggiore le cose non vanno meglio: ha una certa Amalchen, con la quale si è sentimentalmente unito, ma i due non possono sposarsi, perché non sono stati ancora accumulati gulden a sufficienza. E così anche loro aspettano con sincera morigeratezza e vanno all’olocausto con un sorriso sulle labbra. Intanto le gote di Amalchen si sono avvizzite; la ragazza sfiorisce. Finalmente, vent’anni più tardi, il patrimonio si è moltiplicato; i gulden sono stati accumulati onestamente e virtuosamente. Il Vater concede la sua benedizione al quarantenne primogenito e alla trentacinquenne Amalchen, dal petto avvizzito e dal naso rosso… Intanto piange, legge i suoi libri di morale e muore. Il primogenito si trasforma a sua volta in un virtuoso Vater, e ricomincia la medesima storia. E così in capo a cinquanta o sessant’anni il nipote del primo Vater avrà sicuramente messo insieme un capitale considerevole e lo lascerà a suo figlio, questi lo lascerà al suo e questi ancora al suo, infine, dopo cinque o sei generazioni, spunterà il barone Rothschild in persona oppure la ditta Hoppe e soci o il diavolo sa chi. Allora, non è forse un magnifico spettacolo? Un lavoro ereditario di cento o duecento anni, pazienza, intelligenza, onestà, carattere, fermezza, una cicogna sul tetto! Che cosa volete di più? Mom c’è nulla di più elevato e così essi cominciano a giudicare il mondo dal loro punto di vista e a giustiziare immediatamente i colpevoli, vale a dire coloro che non sono simili a loro sia pure per un dettaglio. Bene, le cose stanno così: preferisco allora debosciarmi alla russa oppure far fortuna alla roulette. Non voglio diventare la ditta Hoppe e soci tra cinque generazioni. I quattrini mi sono necessari per me stesso e non considero tutta la mia persona come un indispensabile attributo del capitale» (Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Mauro Martini, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, pp. 487-488).

[11] Per un approfondimento sul romanzo breve, o racconto lungo, che dir si voglia, rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione.

[12] Per un approfondimento sull’opus magnum del poeta e scrittore tedesco rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

[13] Per un approfondimento sul Discorso del più grande scrittore russo sul più grande poeta russo rimando all’articolo Puškin e Dostoevskij, le ragioni di Onegin e Tat’jana.

[14] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 746.

[15] Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Introduzione.

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